Il mese di agosto ha ribadito, almeno fino a questo momento, una verità che i mercati finanziari avevano, loro malgrado, già imparato nella prima parte dell’anno: se c’è un trend rialzista ben definito sul quale scommettere è quello dei bond e non certo quello delle azioni. Uno sguardo al grafico del future sul T-Bond Usa mette in evidenza la creazione di una figura a doppio minimo tra il giugno 2009 e l’aprile 2010, figura completata con il superamento a maggio della resistenza a 123,35 (quotazioni convertite in forma decimale e arrotondate al prossimo 1/100 di punto), seguita da una evidente accelerazione al rialzo che ha permesso ai prezzi di avvicinare i massimi storici di fine 2008 toccati a quota 141,70 circa.
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Faranno bene al titolo Mps i rialzi di oggi all’indomani della pubblicazione della trimestrale. Gli analisti di Citigroup e di Credit Suisse hanno subito promosso i risultati della banca senese da sell a hold e da undeperform a neutral. In altri termini il gruppo ritorna, secondo le due banche, alla sufficienza. Se si guardano i prezzi obiettivo posti dai due broker sono a 91 centesimi e a 1,15 euro: visto che il titolo viaggia già a 94 centesimi stamattina, quello di Citigroup rischia di essere un suggerimento di vendita, mentre le valutazioni della banca svizzera indicano che, entro una anno, il titolo dovrebbe tornare sui valori di fine aprile. Francamente in entrambi i casi la valutazione dei risultati di Mps appare un po’ ingenerosa, anche se giustamente prudente. Soprattutto se si considera l’annunciato ritorno alla cedola.
Gli utili trimestrali del gruppo Mps sono pari a 118,9 milioni di euro, contro i 31,5 del secondo trimestre del 2009: significa che sono quasi quadruplicati. Se però si guarda al saldo semestrale si nota una flessione del 21,4% nella bottom line del conto economico a quota utili 261,2 milioni di euro. Un trimestre brillante in un anno difficile? Non proprio, anzi. Il business di Mps sembra solido come non lo si vedeva da tempo. Il risultato operativo del gruppo alla fine di giugno raggiunge i 510,8 milioni di euro con un incremento dell’8,1% assolutamente lodevole in questo periodo difficile.
Come noto i margini d’interesse delle banche sono a dir poco compressi dalla politica espansiva della Bce, tuttavia Mps riesce a comprimere la flessione del margine d’interesse all’1,4% mantenendosi sopra gli 1,8 miliardi di euro. Quello che però davvero cresce a monte del conto economico senese sono le commissioni nette che raggiungono i 986,6 milioni di euro (+3,7%). Il calo delle rettifiche sui crediti da 686,7 a 590 milioni che invia un altro segnale di solidità al mercato. A valle va evidenziata la flessione degli oneri operativi (-3,5% a 1,69 miliardi) dovuta a riduzioni di costo nelle spese amministrative e nel personale. Crescono invece gli accantonamenti netti ai fondi rischi e oneri per circa 134 milioni con un impatto da 92,2 milioni di euro nel secondo trimestre che risente soprattutto dei timori possibili perdite operative collegate a una posizione in sofferenza.
Ci sono però anche fattori straordinari molto positivi, come gli utili da cessione da investimenti per 184,2 milioni legati alla vendite di 72 sportelli a Carige: se si considera che l’utile ante imposte del gruppo è di 324 milioni nell’ultimo trimestre si comprende quanto sia stata proficua questa cessione.
A guardare il business da un’altra prospettiva si può sottolineare che sono cresciuti in maniera robusta raccolta diretta (+8,8%) e raccolta indiretta (+4,2%). Che crescono gli impieghi del 7,1% con risultati notevoli nel credito al consumo (+10,8%) e nello stipulato del leasing (+23,2%). Registrati anche flussi di collocamento per ben 11,4 miliardi di euro che confermano l’intensa attività commerciale dell’area di gestione del risparmio. Sul fronte degli impieghi i nuovi mutui stipulati ammontano a 8,7 miliardi di euro con un incremento di ben il 73% sul dato del 2009.
Da evidenziare però anche la crescita per 700 milioni dei crediti deteriorati netti rispetto a marzo: i presidi a copertura sono a circa il 40%. Le sofferenze lorde pesano inoltre al 56,5% sul rettifiche di valore che, a loro volta, pesano per lo 0,6% sugli impieghi in bonis lordi. Il portafoglio degli impieghi ha però complessivamente migliorato la propria qualità abbassando di 10 pbs al 2,6% la probabilità media di default.
Per riassumere in un numero la solidità patrimoniale della banca (dai tempi dell’acquisizione di Antonveneta faccenda scottante per la banca senese) il tier 1 ratio è al 7,8%, migliora dunque di 30 bps in tre mesi e conferma quanto già rivelato dagli stress test europei in merito: la banca ormai è solida. Non fa male infatti ricordare che nello scenario più avverso immaginato dal Cebs e dopo uno shock del debito sovrano europeo Mps mantiene ancora il tier 1 al 6,2%.
Questo ovviamente senza considerare il probabile inasprimento dei criteri di patrimonializzazione di Basilea 3 che potrebbe spostare ancora più in là le soglie minime. Al riguardo non è forse malizioso pensare che Roberto Mussari, neo presidente dell’Abi e numero uno di Mps, potesse pensare anche alla propria banca quando qualche giorno fa dichiarava, nelle vesti di numero uno dell’Associazione delle banche italiane, che sarebbe meglio aspettare ancora un po’ con il giro di vite di Basilea. Francamente però, almeno a livello europeo, sicuramente sono altri a doversi preoccupare delle nuove norme. Almeno che poi – e questo è un dubbio purtroppo legittimo- queste non finiscano per punire i modelli bancari solidi e tradizionali come quello italiano (che non ha dovuto chiedere se non i maniera marginale aiuto allo Stato, fra i sottoscrittori di Tremonti bond figura però proprio Mps) in favore di modelli diversi e più “finanziari”. Sarebbe senz’altro una sconfitta non solo di Siena, ma di tutto il Bel Paese, questo però – forse – ci porta troppo lontano da Siena.

Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
A fine mattinata Generali oscilla poco sopra la parita’. Il quadro grafico di breve termine e’ dominato dalla secca flessione vista nelle ultime 2/3 settimane. L’eventuale violazione di 13,90 euro confermerebbe la solidita’ del ribasso e preannuncerebbe un test del minimo annuale a 13,53. Affidabili indicazioni rialziste giungerebbero a seguito del superamento di area 15 per l’obiettivo a quota 16. Negli ultimi due giorni i vertici della compagnia triestina hanno parlato delle possibilita’ di crescita in Asia. L’a.d. Sergio Balbinot in una intervista al quotidiano francese La Tribune ha dichiarato che Generali guarda con attenzione a eventuali opportunita’ di crescita nei paesi dove e’ presente (Cina, India, Tailandia, Filippine, Indonesia, Giappone, Hong Kong e prossimamente Vietnam). Non si trattera’, pero’, di un’offensiva in grande stile ma di un potenziamento delle attività caratterizzato dalla selettivita’ al fine di non disperdere le energie. Il concetto e’ stato poi ribadito e precisato dal presidente Cesare Geronzi. Quest’ultimo ha affermato, nel corso del meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, che l’Asia interessa moltissimo, ma anche che questo non si tradurra’ in una campagna di acquisizioni a tappeto. Lo shopping riguardera’ solo obiettivi funzionali al raggiungimento degli obiettivi di Generali, obiettivi per i quali al momento non vi sono peraltro proposte concrete. Geronzi ha citato tra i mercati di maggiore interesse l’India e il Vietnam: in questo ultimo paese Generali ha ottenuto l’anno scorso una licenza per l’apertura di un ufficio di rappresentanza e ora attende il rilascio di una licenza operativa da parte delle autorita’ vietnamite. Intanto ieri la controllata israeliana Migdal Insurance and Financial Holdings (di cui Generali detiene il 70% del capitale) nel secondo trimestre 2010 ha visto praticamente azzerarsi gli utili a causa delle svalutazioni degli investimenti in seguito al calo delle quotazioni sui mercati finanziari.
Grazie al traino dell’economia tedesca il Pil del secondo trimestre dell’area euro è cresciuto dell’1% mettendo quindi a segno il maggiore incremento da tre anni a questa parte. I timori di una frenata dell’economia nel Vecchio Continente sono stati in buona parte dissolti da questa buona notizia che conferma l’impressione derivata dallo studio di alcuni elementi anticipatori dello stato del ciclo economico. Tra questi l’indice Ifo di agosto, salito oltre le attese: l’indice misurato dall’istituto di ricerca Ifo che misura il clima di fiducia delle imprese tedesche è infatti salito ad agosto a 106,7 punti a fronte dei 106,2 di luglio e di attese di 105,7.
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Gli investitori in cerca di porti sicuri hanno causato una brusca caduta dell’euro contro dollaro ed un deciso rialzo dell’oro. Per noi parlare poi dei bond governativi, con il Bund future salito a nuovi record storici, superando di slancio la soglia dei 130 punti. Ed è proprio analizzando il grafico del Bund che è possibile iniziare ad avanzare alcune ipotesi sull’andamento futuro dei mercati nel loro complesso, iniziare a tracciare un possibile quadro prospettico al quale l’investitore possa fare riferimento per supportare le proprie scelte.
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Mattinata all’insegna della debolezza per Fiat. Il titolo anche oggi sta mettendo sotto pressione il minimo del 12 agosto a 9,28 euro. Una chiusura di seduta inferiore a detto livello determinerebbe la ripresa del movimento ribassista partito a inizio mese con target a 8,8450 almeno. Concrete indicazioni di forza giungerebbero a seguito del superamento di 9,89, prologo al ritorno sui recenti massimi a 10,50. Fiat sta vivendo un momento complicato a causa dell’irrigidimento delle posizioni riguardo alla vicenda dei tre operai dello stabilimento di Melfi reintegrati dal giudice del lavoro, ma invitati dalla casa torinese a non presentarsi in fabbrica pur garantendo loro lo stipendio. Critiche a questa iniziativa sono giunte non solo dalla Fiom-Cgil, la sigla sindacale piu’ battagliera, ma anche dal segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, e dal sottosegretario allo Sviluppo Economico, Stefano Saglia. La Fiom Basilicata ha denunciato in sede penale la Fiat per mancata esecuzione della sentenza di reintegro. Buone notizie invece per quanto riguarda i rapporti tra Fiat e i sindacati americani. Ieri l’a.d. Sergio Marchionne ha ringraziato lo United Auto Workers per il contributo al rilancio di Chrysler. Il manager ha parlato in un’assemblea presso lo stabilimento Toledo Assembly Plant in Ohio di fronte a 800 iscritti al sindacato e al vicepresidente USA, Joe Biden. Marchionne si e’ detto soddisfatto delle performance realizzate dalla casa americana, ma ha ribadito che difficilmente quest’ultima potra’ tornare in utile nel 2010. L’appuntamento con un’eventuale miglioramento delle stime interne e’ fissato dopo la pubblicazione dei dati del terzo trimestre dell’esercizio. Il manager italocanadese ha parlato anche di Alfa Romeo, anticipando il ritorno del prestigioso marchio negli USA e la possibilita’ che per la commercializzazione vengano utilizzati gli stessi punti vendita di Fiat. Ieri un portavoce ha smentito l’ipotesi di vendita di Alfa Romeo alla Volkswagen, dopo le indiscrezioni della stampa tedesca.
Dopo aver viaggiato con decisione al rialzo nel corso del mese di luglio (il migliore risultato da un anno a questa parte per quelle Usa) le borse hanno invertito improvvisamente senso di marcia. Purtroppo, a ben guardare, questo avvitamento è stato causato da motivazioni molto serie, che potrebbero continuare a fare sentire il proprio effetto ancora per molto tempo. Incredibilmente tra le cause principali della caduta ci sono da annoverare le dichiarazioni del presidente della banca centrale Usa sulle condizioni dell’economia globale e su quella statunitense in particolare. Alla fine del mese di luglio il numero uno della Federal Reserve Ben Bernanke dichiarava di essere pronto ad adottare misure per stimolare ulteriormente l’economia se la crescita fosse risultata più debole di quanto previsto.
Il titolo di Unicredit rimane incerto anche oggi a Milano, con performance lievemente sotto la parità e concreti pericoli di ritorni in zona 1,80-1,85 e di ulteriori affondi. D’altra parte agosto è un mese di volumi ridotti e i dossier che aspettano a Piazza Cordusio di essere chiusi sono numerosi. Il più discusso in questi giorni è probabilmente quello di Pioneer, l’ala risparmio del gruppo che gestisce oltre 185 miliardi di euro con un’offerta di 180 fondi e circa 2 mila persone al suo servizio. Si tratta di un asset che negli ultimi mesi il gruppo ha deciso di vendere o dare in gestione, possibilmente per intero, in maniera da rafforzarsi patrimonialmente.
Alessandro Profumo in merito è stato abbastanza chiaro: le dimensioni al momento non sono adeguate perché il futuro è di piccole boutique dell’eccellenza o di giganti globali e Pioneer si trova nel mezzo. Dare in gestione a qualcuno (a un leader del settore) quanto c’è in Pioneer è comunque un’opzione assai più industriale di una cessione tout court. Oltre e più che la valorizzazione degli asset (gli analisti calcolano in 3-4 miliardi di euro l’ammontare dell’operazione) quello che sembra interessare al manager è una prospettiva che renda il gruppo più competitivo grazie a un partner di rango. Questo consentirebbe in seconda battuta alla clientela globale di Unicredit di essere “ben servita” in un settore strategico come quello del risparmio gestito dove la competizione è ogni giorno più difficile.
Diversi fattori influenzeranno notevolmente ogni valutazione di prezzo. Intanto bisognerà capire cosa vuol cedere Unicredit: si parla di minorities, di quote anche di controllo o dell’intero pacchetto? Ci sarà uno spezzatino come ipotizzato da MF stamane? Una simile ipotesi sembra suggerire che alcuni investitori siano interessati ai soli asset americani (ma questo potrebbe non piacere a Piazza Cordusio).
Altro importante discorso riguarda la distribuzione: se Unicredit, come sembra, chiederà delle garanzie sulla distribuzione con dei vincoli pluriennali alla propria rete, allora il valore di Pioneer scenderà. Tutto rimane in forse e ieri il management ha precisato che nessuna decisione è ancora stata presa. Solo da settembre, come detto a maggio, si tornerà ad essere più operativi in merito a questa cessione o partnership che sia. Al momento comunque non c’è fretta, anche perché la congiuntura attuale non incoraggia particolarmente la cessione di questo genere di attività.
Natixis si è comunque detta interessata, altri concorrenti potrebbero essere Amundi e diverse sgr americane, le proposte sarebbero insomma numerose. Comunque sia, gli offerenti sono ancora ben lontani da offerte vincolanti o due diligence. Ma come sta Pioneer?
I dati ufficiali più aggiornati sono quelli della prima trimestrale di Unicredit che, però, si possono integrare con le rilevazioni mensili di Assogestioni che rivelano consistenti deflussi negli ultimi mesi, ma anche una crescita del patrimonio: si tratta di dati che misurano solo una parte limitata, anche se importante delle attività dell’asset manager: quella italiana che pesa per circa il 50% sul totale.
In effetti i dati complessivi di Pioneer del primo trimestre indicano, a perimetro completo, afflussi positivi per 2 miliardi di euro soltanto in Italia e una raccolta da 2,7 miliardi in totale. Il patrimonio da 185 miliardi a fine giugno risulta sostanzialmente invariato rispetto al dato di marzo consultabile sul sito della società. Nel primo trimestre il rapporto cost/income è in miglioramento e con esso la redditività. Di certo, visto il preponderante peso dell’Italia, l’allargamento della compagine sociale a un gruppo straniero potrebbe portare benefici anche alla clientela di Unicredit che è di fatto internazionale.
Fondata nel 1928 da Philip Carret Pioneer è stata la prima società di gestione a proporre fondi comuni di investimento in Italia, entrata nel perimetro di Unicredit nel 2000, adesso si trova davanti nuove sfide. Comunque vada è probabile che passino ancora per Piazza Cordusio per qualche anno almeno.

Anche durante questo incerto agosto le pressioni finanziarie sull’Europa periferica non cessano, anzi. Dopo fragili trimestrali statunitensi e il rallentamento della ripresa Usa confermato dalle fosche parole di Ben Bernanke che pensa che la crisi durerà e che la Fed continuerà a sostenere i buoni del Tesoro Usa, è arrivata la crisi della domanda interna cinese e dunque si è tornati al Vecchio Continente. L’intervento in favore dell’irlandese Allied Irish Bank ha proiettato fosche ombre sulla tenuta del sistema finanziario europeo e sulla cedibilità degli stress test Ue che avevano promosso questa banca.
In realtà va evidenziato che era già noto che il gruppo irlandese dovesse procedere a ricapitalizzazioni e che negli stessi risultati degli stress test condotti dal Cebs su stretta coordinazione con la Bce si legge che una serie di interventi avrebbero dovuto ricapitalizzare la banca a breve.
D’altra parte il successo delle aste dei titoli sovrani d’Irlanda e di Spagna ha cancellato rapidamente questi timori ottenendo anzi un calo dei rendimenti di questi bond. Stessa cosa si è vista sul decennale del Bund con forti richieste sulle scadenze lunghe, anche se qualcuno potrebbe tornare al discorso dell’Europa a due velocità e della locomotiva tedesca che impone dei distinguo.
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Eni ancora a caccia di barili in Africa. Il nuovo accordo per l’acquisizione del 55% del blocco Ndunda in Congo crea nuovi spunti di crescita nell’Africa Occidentale dove (tra Nigeria, Gabon, Congo Brazzaville, Angola, Ghana e Mozambico) il Cane a sei zampe produce 450 mila barili di petrolio equivalente (boe) l’anno su una produzione complessiva annuale pari a quasi 1,77 milioni di boe l’anno. Insomma questa parte d’Africa per Eni è strategica e l’incontro dell’ad Paolo Scaroni con il presidente nigeriano Jonathan Ebele Goodluck di venerdì scorso lo conferma.