Ma cosa deve fare l’investitore, gettare il cuore oltre l’ostacolo ed ignorare le attuali turbolenze dei mercati azionari confidando in una successiva ripresa, confidando quindi nei fondamentali che sembrano indicare una ripresa ben avviata, oppure neutralizzare le posizioni e navigare a vista in attesa di una schiarita? La decisione non è cosa di poco conto: uscire dalle posizioni in azioni automaticamente introduce il problema di dove e quando rientrare, con il rischio, se la borsa si riprende, di perdere una buona parte della fase iniziale di un nuovo rialzo.

Periodo importante per i titoli del comparto delle energie rinnovabili. Il settore è sicuramente influenzato da un certo fermento visibile anche dalle performance borsistiche di gran parte delle aziende interessate.
Spiccano casi come quello di TerniEnergia, il cui titolo è passato dagli 1,5-1,7 euro di inizio anno agli attuali 4 euro (dopo massimi in zona 5 euro). Il gruppo comunica di continuo la sigla di nuovi contratti e con qualche strappo vola in Borsa. Qualcuno ritiene che dopo aver superato i 100 milioni di euro di capitalizzazione TerniEnergia quoti ormai in linea con il proprio fair value, ma il comparto e questo stesso titolo rimangono molto dinamici. Casi simili quelli di Kinexia, Pramac ed Erg Renew. Non mancano, però, società dalle performance deludenti. KR Energy in un mese è passata da 20 a 13 centesimi in buona parte per via della crescita dell’indebitamento della holding e anche Actelios, la società dei Falck attiva nel ramo dei termovalorizzatori, ha visto i prezzi scendere da 4,4 a 3,4 euro in pochi mesi. Tutto il comparto delle rinnovabili sarà comunque influenzato dall’atteso cambiamento normativo.
Qualche tempo fa un analista evidenziava che il taglio degli incentivi all’energia solare in Germania, primo produttore globale di energia fotovoltaica, ha permesso lo spostamento di notevoli capitali in Italia dove le più giovani politiche di incentivazione sembrano garantire un contesto più vantaggioso. In Italia, però, gli incentivi alla produzione da fonti rinnovabili iniziano a costare cari ed è già prevista una riduzione nel 2010, pertanto in realtà la partita si gioca ormai sull’entità del taglio e sui vantaggi che il Bel Paese potrà lasciare alle società dell’energia verde.
Il presidente dell’autorità per l’Energia Alessandro Ortis in un recente intervento in Parlamento ha ricordato che gli incentivi hanno superato i 2 miliardi di euro nel 2009, che dovrebbero raggiungere i 3 miliardi quest’anno e superare i 5 miliardi di euro nel 2015: “Rischiano dunque di emergere, nel medio termine, evidenti problemi di sostenibilita’ economica degli attuali meccanismi di incentivazione posti a carico dei consumatori – ha concluso Ortis - ciò suggerisce una necessaria rivisitazione del complesso degli stessi meccanismi”.
Sul tema è intervenuta anche l’Aper (l’Associazione produttori energia da fonti rinnovabili) che ha condannato le indiscrezioni sulle modifiche ancora in via di elaborazione, ma ha anche sottolineato che l’ultima versione del testo di decreto giuntale a fine gennaio lascia qualche perplessità. Fra le altre cose, sarebbero eccessivi i tagli previsti alle tariffe incentivanti e il decremento annuale delle stesse tariffe stimato nel documento desterebbe perplessità.
Il dibattito sull’argomento è dunque molto vivo in questi giorni e i corsi dei titoli interessati ne rispecchiano le alterne vicende. In un settore tanto complesso e variegato ogni società presenta spesso delle peculiarità che vanno analizzate singolarmente, tuttavia l’evoluzione del quadro normativo e tariffario rimane per tutti uno dei principali catalizzatori del prezzo.
Cercare di leggere il sentiment dei mercati finanziari è un esercizio sempre difficile, soprattutto nelle fasi di transizione del ciclo economico. E’ evidente che quando la tendenza del trend dell’economia è consolidata e riconosciuta dalla maggioranza degli osservatori, al rialzo o al ribasso, è facile prevedere l’andamento di massima dei mercati finanziari, in particolare quello delle borse. Quando l’espansione è uno stato acquisito i listini azionari infatti salgono, almeno fino a quando non iniziano a comparire evidenti segnali di surriscaldamento che possono comportare inasprimenti della politica monetaria, se invece la recessione picchia duro gli investitori scappano dalle azioni.

Questo revival della crisi finanziaria globale in Europa è legato a doppio filo con la crescente preoccupazione per la tenuta dei debiti sovrani. Le manovre straordinarie dei governi contro gli ultimi terribili anni dell’economia globale hanno, infatti, messo in dubbio la tenuta dei bilanci pubblici chiamati a manovre straordinarie mai viste prima. Così capita che anche l’Europa veda sotto attacco i propri paesi più deboli, dalla Grecia alla Spagna, dall’Irlanda al Portogallo con l’aggiunta, per qualcuno, dell’Italia.
Non mancano fra gli osservatori internazionali coloro che sottolineano i rischi provenienti per tutta Eurolandia da certe situazioni a rischio. Già a Davos l’economista Nouriel Roubini aveva affermato che la Spagna era per il Vecchio Continente un pericolo maggiore della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda. Parole assai simili a quelle più recenti del premio Nobel per l’economia Paul Krugman e vicine a quelle del numero uno del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss Kahn che ha parlato di crisi molto profonda.
Già dopo l’affaire greco che ha costretto il governo di George Papandreou a presentare rapidamente un duro piano di rientro dalla crisi a Bruxelles la fiducia della comunità finanziaria aveva iniziato in quei giorni a guardare anche alla Penisola iberica. Prime avvisaglie della crisi erano venute con alcuni allarmi delle agenzie di rating sul debito sovrano del Portogallo. A chi ha cominciato a ricordare che la peggiore crisi immobiliare d’Europa è in Spagna e non in Grecia e a paventare un altro attacco all’Eurozona da quel versante, Madrid ha risposto come Lisbona: “La nostra situazione è diversa da quella della Grecia”.
Continua a leggere: Crisi Ue: dopo la Grecia tocca a Spagna e Portogallo

Tutti insieme in Banca d’Italia per trovare una soluzione al difficile caso di Delta, società del credito al consumo collegata a esponenti di spicco della finanza di San Marino e un certo numero di creditori intenzionati a chiudere il dossier. Oggi la quotata Sopaf ha annunciato l’incasso di una prima tranche di 10 milioni di euro sul caso per la cessione delle proprie quote del 15,95% di Delta che passerà alla Cassa di Risparmio di San Marino. La finanziaria dei Magnoni che credeva una volta nella formazione di un grande polo del credito al consumo che inglobasse anche Delta incasserà per questa operazione altri 25 milioni di euro, quindi si potrebbe immaginare un valore complessivo di Delta sui 220 milioni di euro. In realtà, però, il calcolo del valore di Delta risulta assai più complesso in quanto i debiti per circa 3,3 miliardi di euro sono assai superiori al capitale proprio della società e rappresentano la vera leva delle manovre delle banche sul gruppo.
Intesa Sanpaolo ha già sottolineato un interesse per Bentos, Sedicibanca, Plusvalore e Carifin Italia e sarebbe spinta proprio dalle complessa natura dei propri rapporti con il gruppo, dalle esposizioni e dalle garanzie che la coinvolgono più che da manovre di crescita nel mercato del credito al consumo. Il caso è però complicato anche dalle posizioni di molti altri creditori (da Unicredit a Barclays) che vorranno tutelare i propri interessi e ottenere delle quote eque in caso di spartizione dei titoli.
In seguito ad accertamenti della Banca d’Italia risalenti allo scorso febbraio (e di successivi provvedimenti del Tribunale di Forlì) si è scoperto che la Cassa di risparmio di San Marino controllava illegalmente (e indirettamente) il gruppo. La Cassa non poteva infatti essere autorizzata al controllo “in relazione sia alle carenze del sistema antiriciclaggio sammarinese rilevate in sede internazionale, sia all’assenza di un accordo di collaborazione tra le Autorità di vigilanza dei due Stati” (così Banca d’Italia Ndr).
Di recente Mario Fantini si è visto bocciare dal Tar del Lazio proprio il ricorso contro i provvedimenti di via Nazionale che il 23 aprile scorso aveva revocato alla stessa Cassa di Risparmio di San Marino l’autorizzazione alle partecipazioni nel capitale di Delta. Gli intrecci tra le due sono ben rappresentati dal fatto che Mario Fantini è il fondatore di entrambe le società. Così si giunge agli incontri settimanali tra le parti presso Banca d’Italia e alle manovre di ricapitalizzazione per 150 milioni di euro della Cassa di San Marino a cui, rivela Il Sole 24 Ore, potrebbero aggiungersi altri 200 milioni di bond subordinati. L’obiettivo generale sembra quello di salvare il salvabile di Delta: come ne uscirà fuori quella che era la tredicesima società italiana di credito al consumo solo tre anni fa è però ancora impossibile da dire. Di certo debiti per 3,3 miliardi di euro pesano anche sulle spalle larghe di gruppi come Intesa o Unicredit.
I recenti ribassi dei mercati azionari hanno messo in evidenza un comportamento degli investitori che può essere ricondotto al comportamento “sell the news”. Le sedute peggiori per i listini, come quella di venerdi’ 22 gennaio, sono scaturite infatti a seguito di buone notizie soprattutto sul fronte delle trimestrali. Quasi tutti i grossi nomi dello S&P500 hanno battuto infatti le attese del mercato ma gli investitori non si sono fatti sedurre dai numeri ed hanno venduto.
Continua a leggere: Mercati in cerca di direzione, come si orienteranno gli investitori?

Di rumor in rumor il titolo Telecom Italia continua a guadagnare terreno a Piazza Affari. L’annunciata e “pluri-smentita” ipotesi di una fusione con Telefonica ha portato l’azione del big italiano della telefonia persino a 1,175 euro facendogli superare anche gli ostacoli di area 1,15. Gli annunci odierni di Repubblica su un via libera del governo (ma dal governo smentiti) sulle nozze italo-spagnole sicuramente influenzano questi recuperi, però va osservato che i movimenti di oggi sono in scia a rialzi già partiti lo scorso 26 gennaio.
Già i volumi del 22, quando le prime ipotesi di fusione carta contro carta fra Telefonica e Telecom con successiva opa cominciavano a circolare sulla carta stampata, erano nettamente superiori alla media mensile. Insomma, vera o no che sia l’ipotesi di una fusione con gli spagnoli, il titolo reagisce a questi rumor. Se si considera che viaggiava su 1,00-1,02 euro alla loro uscita, si può dedurre che il premio standard che di solito circola in caso di opa permetterebbe un allungo fino a quota 1,25-1,30 euro.
L’Asati, l’associazione dei piccoli azionisti di Telecom, in realtà ha da tempo bocciato come penalizzante una simile valorizzazione del titolo e anche le ipotesi di creazione di una holding a monte con gli azionisti di Telco rischia di creare ancora due valutazioni diverse fra grandi soci e piccoli azionisti.
Il vero problema per il momento sembra, però, quello della posizione del governo che non può nazionalizzare la rete che appartiene da tempo a dei privati, ma non può neanche permettere a cuor leggero che un asset tanto strategico, e già oggetto in passato di abusi, passi in mani straniere.
Nel frattempo almeno in Argentina la linea dell’esecutivo di Buenos Aires sembra un po’ più morbida dopo le dichiarazioni della Marcegaglia che ha chiesto più sostegno agli italiani e le contestazioni della linea dura di Buenos Aires su una cessione entro i termini previsti (e contestati dalla stessa Telecom) del 25 febbraio. Il capo di Gabinetto Fernandez ha accennato alle responsabilità di Telefonica e forse qualcuno si comincerà a chiedere se non siano gli spagnoli più che gli italiani i responsabili di questa concentrazione su quel mercato. Ovviamente una simile apertura si dissolverebbe come neve al sole se davvero asset spagnoli e italiani confluissero in un’unica società.
D’altra parte più di un indizio suggerisce dei vivaci rapporti politici ed economici tra la Spagna e l’Italia: si tratta di legami importanti perché, come noto, Telecom Italia è da tempo un tema non solo economico, ma anche politico in quanto l’unico network che potrebbe consentire una rete di nuova generazione a costi competitivi è quello controllato da lei. Gli intrecci fra Spagna e Italia – il più grande azionista singolo di Telecom Italia è appunto la spagnola Telefonica – però di recente si sono anche moltiplicati e diventano particolarmente suggestivi, viste le manovre iberiche di Mediaset, le voci su un prossimo interessamento di De Agostini ad altri asset televisivi (sempre in Spagna), le nuove indiscrezioni su nuovi progetti di Abertis in Italia… Se l’operazione di fusione fra Telecom e Telefonica (con o senza ingresso dei Fossati al posto dei Benetton) sia verosimile o meno è però difficile da dire. Finora in mezzo a tanto fumo, non si è visto tanto arrosto.
Tra i titoli che mostrano il quadro tecnico migliore in questa fase di mercato si mettono in evidenza Landi Renzo, Lottomatica e Luxottica.
Landi Renzo ha inviato un segnale rialzista superando, dopo una accesa battaglia durata molte sedute, la resistenza offerta a 3,90 euro dal top del 14 agosto scorso, praticamente coincidente con il 62% di ritracciamento del ribasso dal picco dell’agosto 2008. La rottura di questo livello conferma la validità dell’uptrend attivo dai minimi di fine ottobre di area 2,70 e prospetta il proseguimento dell’ascesa con un primo obiettivo a 4,20 euro ma con la possibilità di giungere nel medio periodo fino a mettere nuovamente alla prova i massimi storici di area 5 euro. Positivo anche il grafico di forza relativa, quello risultante dal rapporto tra le chiusure del titolo e quelle dell’indice Ftse All Share: recentemente questo grafico ha registrato la rottura della linea di tendenza tracciata dai massimi di inizio 2009, un segnale che lascia ben sperare per il proseguimento della capacità del titolo di sovra performare il mercato. Un primo segnale negativo verrebbe in caso di violazione di area 3,60, ma sarebbero solo discese sotto i 3,25 euro, area di transito della media mobile a 100 sedute, a fare temere una correzione estesa di tutta l’ascesa dai minimi dello scorso marzo, con obiettivo in area 2,60 almeno.
Lottomatica ha disegnato un piccolo doppio minimo tra fine novembre e metà dicembre in area 13 euro, completando la figura a fine dicembre con la rottura di quota 13,80. Il rialzo scaturito dal completamento del pattern ha evidenziato di recente una decisa accelerazione, accompagnata anche da volumi superiori alla media mensile. I prezzi si sono portati al di sopra della media mobile a 100 sedute passante in area 14,50 euro e puntano ora al test in area 15,75 della linea di tendenza ribassista tracciata dal top di giugno 2007 (e passante per quello dello scorso ottobre), lato superiore del canale ribassista seguito dal titolo negli ultimi tre anni circa. Il superamento di 15,75 sarebbe da considerare quindi un segnale significativo anche in ottica di medio termine, capace di portare le quotazioni non solo sui massimi del 2009 a 17,38 ma anche oltre quella soglia con primo obiettivo in area 20 euro. Il quadro grafico cambierebbe solo a seguito di discese al di sotto di area 13,20, dove transita la linea che sale dai minimi dello scorso marzo. Elevato in quel caso il rischio non solo del test dei minimi di 11,60 ma anche della violazione di quel supporto per un target a 10 euro. Al di sotto di 13,20 le oscillazioni contenute nel canale disegnato dai minimi di marzo 2009 si dimostrerebbero infatti un “flag”, figura di continuazione del trend ribassista in atto dal 2007.
Il trend rialzista di Luxottica, salito dai minimi di marzo 2009 a 9,40 euro fino al top del 20 gennaio a 19,40 euro (+106% circa), si è scontrato con il 50% di ritracciamento del ribasso dal massimo di giugno 2007. La resistenza è molto significativa anche in ottica di medio lungo periodo dal momento che il suo superamento permetterebbe di iniziare a considerare la tendenza in atto dallo scorso marzo come un trend rialzista a se stante e non come la correzione del precedente ribasso. Oltre area 19,50 il primo target si sposterebbe a 21,50 circa, con i prezzi che successivamente potrebbero salire fino a 24,50 almeno, lato superiore del canale tracciato dai minimi del 2009. La rilevanza della resistenza a 19,50 impone tuttavia di rimanere cauti fino al momento di un suo netto superamento. Ribassi che scaturissero da quei livelli potrebbero dimostrarsi infatti anche duraturi. Un primo segnale negativo verrebbe al di sotto di area 18, dove si colloca la base del citato canale rialzista, con i prezzi diretti in quel caso verso 16,50, dove transita la media mobile a 200 sedute.
Nonostante i timori sulla corretta tempistica di implementazione delle exit strategy sia la Banca Mondiale sia il Fondo monetario internazionale sembrano escludere che si possa realizzare una “recessione a W”, il temuto “double dip” sembrerebbe quindi una eventualità remota, proprio grazie al traino delle economie emergenti che hanno messo in moto una ripresa globale più rapida a solida del previsto. Jean Claude Trichet, presidente della Bce e del Global Economic Meeting di Basilea è della stessa idea, esclude infatti una fase di ripresa dove il primo rimbalzo, quello visto nella seconda metà del 2009, si trasforma in una nuova fase di crisi. Le sue parole “i governatori delle banche centrali pur rimanendo attenti a quanto accade, non prevedono che la crescita possa arenarsi” potrebbero fornire uno spunto all’investitore che si trova di fronte la attuale fase di ripiegamento delle borse.
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Amplifon si mantiene in territorio positivo anche in avvio di ottava dopo il balzo di venerdì scorso a quota 3,37 euro. Durante l’ultima seduta di Borsa la società delle protesi acustiche ha messo a segno un rally da 6,65 punti percentuali grazie alle indiscrezioni su una possibile fusione con altre industrie attive nel suo stesso comparto. Le ipotesi di manovre di alcuni fondi per la creazione di un grande soggetto integrato che unisse la produzione alla distribuzione sono state avanzate dal settimanale Il Mondo che ha parlato di un’integrazione a tre con Siemens Audiology e la tedesca Geers.
Dalla fusione potrebbe nascere un colosso da almeno 1,5 miliardi di euro di fatturato annuo e soprattutto una realtà che avrebbe una coerenza industriale interna forte. Da tempo già Amplifon collabora con Siemens Audiology, una divisione del gigante industriale tedesco che si occupa, appunto, di apparecchi acustici e che, ultimamente, la casa madre vorrebbe cedere.
Diversi soggetti finanziari, secondo quanto rivelato dal settimanale diretto da Enrico Romagna Manoija, sarebbero già al lavoro su questo dossier, ma finora la holding di controllo di Amplifon, Ampliter, si è mostrata molto fredda.
Dalle tabelle della Consob risulta che Ampliter, società che fa riferimento al presidente del gruppo Anna Maria Formiggini, controlla saldamente il 61,3% del capitale di Amplifon e che quindi un suo niet può bloccare ogni manovra. Gli azionisti di minoranza Allianz (2%) e Newton Investment (2,1%) potranno esercitare al più un’azione di moral suasion.
Che si rinnovi un interesse del mercato per Amplifon e per il suo comparto può però stupire fino a un certo punto. Un report di Banca Akros della metà di gennaio nel confermare il proprio consiglio di acquisto aveva innalzato a 3,8 euro il proprio prezzo obiettivo ed evidenziato le attese positive del management per il 2010. In particolare gli amministratori della società confiderebbero nelle stime positive sul settore degli impianti acustici per quest’anno. Già l’ultima parte del 2009 dovrebbe aver registrato un giro d’affari in Italia e negli States superiore alle stime e diverse manovre di efficientamento avrebbero migliorato la redditività del gruppo. A fine 2010 il giro d’affari della società potrebbe anche raggiungere i 666 milioni di euro, i margini dovrebbero crescere e il rapporto debt/equity scivolare sotto l’unità.
All’interno di questo percorso di crescita è naturale che azionisti e manager prendano del tempo nel valutare operazioni straordinarie che potrebbero cambiare i loro piani. Il prossimo 10 marzo la comunità finanziaria sarà aggiornata sui risultati del 2009 e si potranno tracciare le prime linee dei progetti per questo e per i prossimi esercizi. Eventuali nuove acquisizioni o merger potranno forse concretizzarsi in un annuncio ufficiale per quell’occasione.