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Profumo Alessandro

Zaleski: un salvataggio difficile e necessario

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L’affaire Zaleski è stato probabilmente uno dei problemi maggiori del sistema finanziario italiano in questo difficile periodo di crollo delle borse. Il passato è d’obbligo perché sembra che ormai Unicredit abbia costruito l’impalcatura dell’operazione destinata a salvare il finanziere franco-polacco.

Il suo fallimento genererebbe d’altra parte un terremoto che il sistema del credito italiano non può permettersi. L’operazione sembra ormai delineata. Anche se ieri Profumo ha detto solo che i suoi colleghi “ci stanno lavorando” e fino a oggi la banca non rilascia ulteriori dichiarazioni, a breve probabilmente il mercato sarà informato degli sviluppi concreti della vicenda: troppi i dettagli ormai diffusi e comunque non smentiti dalla banca milanese.

Il primo passo sarà quello di allontanare i predatori stranieri ossia Bnp Paribas e Royal Bank of Scotland che volevano accelerare sulla richiesta dei loro crediti da 1,6-1,7 miliardi di euro. Il gruppo dei cinque big del credito italiano (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi e Bpm) che vantano insieme oltre 4 miliardi di euro di crediti nei confronti di Zaleski e della sua Carlo Tassara ha infatti deciso di tenere fuori dalla partita gli stranieri.

È necessario, anche perché il finanziere ha partecipazioni e cariche presso tutte queste stesse banche che lo stanno salvando o in importanti banche e società a loro collegate. Il 5% di Intesa Sanpaolo, il 2% di Generali, il 2% di Mediobanca, il 2% di Ubi Banca, il 10% di Edison, il 2,5% di A2A e le altre partecipazioni in Mps, Bpm, Cattolica e Mittel non possono “ballare”.

Per questo Zaleski va salvato. Fra un po’ arriveranno miliardi di prestiti dallo Stato: non possono finire in gruppi dalla dubbia governance. Fra tutti Intesa Sanpaolo (1,7 miliardi di crediti nei confronti di colui che ne controlla il 5% del capitale sociale) è quella che soprattutto deve salvare il proprio azionista a tutti i costi.

Non è tanto l’amicizia di Zaleski con il presidente di Intesa Giovanni Bazoli, quanto la necessità di salvare l’equilibrio. Il costo sarà un innalzamento delle esposizioni (non previsto per le altre banche che anzi in certi casi ricompreranno le quote tramite le fondazioni) e soprattutto una brutta figura. Necessaria però.

Il mercato si chiede se dare credito a Unicredit

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La manovra domenicale di Alessandro Profumo ha lasciato di sasso gli analisti. Fino a venerdì scorso Unicredit aveva ribadito la propria solidità, confermato gli obiettivi e negato la possibilità di un aumento di capitale. Poi però a mercato chiuso cambia tutto nel giro di 24 ore. Viene varata una manovra da 6,6 miliardi di euro che attinge liberamente ai dividendi degli azionisti e contemporaneamente parte proprio un aumento di capitale.

Parlare a cose fatte di “errori di valutazione di una crisi che non ha precedenti dal 1929″ sembra dunque un po’ poco. L’utile netto del gruppo previsto per la fine dell’anno è stato infatti tagliato da 6,9 a 5,2 miliardi di euro, ossia è stato ridimensionato del 20 per cento.

Se si pensa che fino al 9 settembre lo stesso Profumo aveva confermato i target del 2008 (lo si legge in una nota amara di Goldman Sachs) si capisce perché molti analisti siano rimasti spaesati. Se c’è, infatti, una cosa che serve in questo momento è la fiducia, quindi i grandi gruppi come i piccoli dovrebbero mostrarsi il più possibile trasparenti.

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A Mediobanca un posto si trova

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A Mediobanca il duro braccio di ferro dei giorni scorsi si è sciolto in una stretta di mano. In Borsa hanno già stappato lo spumante e il titolo guadagna più di due punti e mezzo ponendosi fra i migliori dell’S&P/Mib in questa chiusura di ottava. Sullo scontro fra il presidentissimo Cesare Geronzi e i manager Nagel e Pagliaro per il potere nel salotto buono della finanza italiana una parola l’hanno detta tutti, chi a voce alta, chi a denti stretti. È un rituale che si ripete da qualche anno ormai, qualcuno lo attribuisce addirittura alla scomparsa di Enrico Cuccia.

D’altra parte in ballo c’erano gli interessi di Unicredit e dei francesi di Groupama, dei grandi industriali italiani (praticamente sono tutti membri del patto di sindacato) e di un colosso come Generali. Alla fine qualcosa sono riusciti a ottenerla tutti. Geronzi ha aggirato gli insidiosi paletti della Banca d’Italia ed è riuscito a riottenere il potere che il sistema duale complicato da Mario Draghi rischiava di togliergli. Lo ha riassunto bene oggi Giovanni Pons ricordando le difficoltà del banchiere per far passare la nomina di Franco Bernabé in Telecom. Partecipazioni cruciali come quelle in Telecom, in Generali o in Rcs sono d’altra parte l’essenza del potere di Mediobanca: per questo il comitato nomine che le gestisce diventa un nodo cruciale per chi vuole mettere i propri uomini nei posti giusti.

Geronzi avrebbe probabilmente giocato all’asso pigliatutto se l’amministratore delegato di Piazzetta Cuccia, Alberto Nagel, non avesse trovato una sponda calcolata in Alessandro Profumo, ad di Unicredit e grande azionista di Mediobanca.

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Unicredit: Profumo di profit warning

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Alessandro Profumo, ha presentato ieri a Londra alla comunità finanziaria i risultati dell’esercizio 2007, che si è chiuso con un risultato netto leggermente inferiore alla attese.

L’utile netto pro forma, includendo cioè la neo acquisita Capitalia per l’intero esercizio, è stato pari a 6,566 mld di euro in flessione dello 0,4% rispetto al dato del 2006. L’utile netto normalizzato, escludendo cioè i costi di integrazione di Capitalia e le plusvalenze, è stato di 7,282 mld di euro, in crescita del 10,4%. L’esposizione sui subprime, pari a 164 mln di euro a dicembre poi scesa a 118 mln di euro al 29 febbraio, è definita dai vertici della banca “trascurabile”.

L’amministratore delegato ha anche dichiarato che il 2008 sarà un anno difficile a causa dei noti problemi finanziari internazionali e che sarà impossibile confermare il target dell’Eps per l’anno in corso. In sostanza un profit warning.

Le strategie del 2008 di Unicredit vedono l’incorporazione di Ubm in Unicredit e il piano di riorganizzazione delle banche del gruppo. L’obiettivo è creare 3 nuove banche con responsabilità territoriale per l’offerta dei servizi Retail nonché di riallocare i business corporate, private, mutui e prestiti personali all’interno del Gruppo.

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Intesa Sanpaolo: ecco i progetti per il 2008

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Attivissima Intesa Sanpaolo. Il 2008 del carro armato del credito made in Italy si apre con una sfilza di nuove operazioni i cui frutti saranno con ogni probabilità generosi. Col nuovo anno è diventata per esempio operativa l’integrazione di Banca OPI e Banca Intesa Infrastrutture e Sviluppo che ha partorito Biis, la prima banca italiana nel public finance ed una delle prime in Europa.

Si tratta di un colosso da 42 miliardi di euro di impieghi e 301 milioni di euro di proventi operativi netti aggregati capace – riportava una nota un po’ trionfale qualche mese fa - di essere volano di sviluppo per le infrastrutture, i servizi di pubblica utilità e tutti i settori coinvolti dall’intervento pubblico.

Trasporti e infrastrutture d’ogni tipo sono d’altra parte un argomento importante per il gruppo come dimostra l’ingresso avvenuto da poco e con una quota del 20% del capitale in Ntv (Nuovo trasporto viaggiatori). Si tratta della società di Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle, Gianni Punzo (24% ciascuno) e Giuseppe Sciarrone (4%), che si occupa di ferrovie e ha ordinato pochi giorni fa 25 treni di ultima generazione da Alstom. Un’operazione senza dubbio notevole se si pensa che ha un valore di 650 milioni di euro. Quei treni saranno protagonisti dell’alta velocità italiana e, spiega qualche comunicato, possono raggiungere i 360 km/h. Ironizzando sulla partecipazione di Montezemolo all’operazione qualcuno li ha definiti la Ferrari dei binari.

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Unicredit: braccio di ferro in Sicilia

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Riceviamo da Robby e con piacere pubblichiamo

Giornata caratterizzata dai recuperi per i titoli del settore bancario e tra questi non fa eccezione Unicredito, nonostante il conflitto aperto ieri con il cda della controllata Banco di Sicilia. Il board dell’istituto palermitano si e’ infatti riunito contro il volere della capogruppo, ed e’ riuscito a raggiungere il numero legale di 6 consiglieri su 11 grazie ad un collegamento telefonico con l’amministratore delegato, Beniamino Anselmi, in vacanza in Patagonia.

Il blitz e’ stato capitanato dal presidente Salvatore Mancuso, forte dell’appoggio dei consiglieri espressi della Regione Sicilia, desiderosi di salvaguardare la “sicilianita’” della banca contro l’ingerenza di Unicredito, divenuta controllante dopo l’annessione di Capitalia. Il cda ha cosi’ nominato il nuovo direttore generale nella persona di Giuseppe Lopes, al posto di Roberto Bertola, e quattro condirettori centrali.

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Unicredit: un passo indietro in Sicilia, uno avanti in Polonia

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La delicata vicenda che ha contrapposto i vertici del Banco di Sicilia a Unicredit dovrebbe essersi composta. Sarebbe infatti slittato a lunedì il cda inizialmente previsto per domani e finalizzato anche alla smussatura degli attriti emersi nei giorni scorsi. Secondo quanto riportato da MF sarebbe in partenza il direttore generale Roberto Bertola, che era entrato in carica soltanto lo scorso agosto e che dovrebbe fare spazio a figure interne al Banco.

La stessa fonte riporta la possibilità di un ingresso di Giuseppe Lopes o di Maurizio Scala per la carica di vicedirettore generale. Unicredit non rilascia commenti in proposito, tuttavia se le indiscrezioni fossero confermate l’impressione che si avrebbe sarebbe quella di un sostanziale passo indietro del management di Piazza Cordusio dopo i contrasti dei giorni passati.

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I pensieri di Profumo passano da Vicenza

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Sono almeno due le partite grosse della finanza italiana che passano da Vicenza in questo periodo. La prima è quella delle quote di Mediobanca che Unicredit deve cedere senza scombussolare gli assetti del potere a Piazzetta Cuccia: la Banca Popolare di Vicenza è interessata a un buon 2% del capitale della banca milanese.La seconda riguarda invece quei 186 sportelli che Unicredit deve vendere: anche in questo caso Gianni Zonin, patron della banca vicentina, alza la mano e si mette in gara. La maxifusione di Unicredit con Capitalia, insomma, impone i suoi sacrifici e pretende un delicato e rapido riequilibrio delle posizioni nei salotti buoni di Mediobanca e Generali. Provano ad approfittarne proprio a Vicenza bussando alle porte di Piazzetta Cuccia.

Primo punto. Vicenza, secondo un brillante articolo del Messaggero di oggi, ha già risolto il problema, o almeno presentato la propria proposta. Il problema è abbastanza semplice. Il piano per Mediobanca prevede che la Popolare di Vicenza acquisti il 2% circa della banca d’affari. Allo stato attuale però questa operazione non si può fare perché il gruppo vicentino opera già sia nell’investment banking (l’80% di Nord est merchant), che nel settore assicurativo (12% di Cattolica e due posti nel suo consiglio d’amministrazione). Se perciò Gianni Zonin vuole entrare in Mediobanca dovrà evitare questi due conflitti d’interesse. Ma come? Il quotidiano romano ipotizza in breve delle muraglie cinesi in Cattolica, con la sterilizzazione dei voti vicentini nel board e, sul versante Nord est Merchant, la cessione del controllo a terzi.

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Manovre Generali: chi difende l'onore di Bernheim

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In difesa dell’onore di Antoine Bernheim, presidente di Generali sulla graticola a causa delle critiche al suo operato da qualche mese, sono scesi in campo il Financial Times e lo stesso Stato francese. La Patria gli ha regalato la Legion d’onore alla presenza di René Caron, numero uno del Credit Agricole, e di Jean-Marie Messier, ex guida del gruppo Vivendi.

Il quotidiano britannico ha giudicato invece discutibili gli attacchi sferrati da Algebris alla struttura della corporate governance (passando per critiche all’età e alla remunerazione di Bernheim) e all’influenza di Mediobanca sulle scelte del gruppo. Questi gli argomenti del giornalista Paul Betts. Le prospettive di Bernheim nel gruppo sembrano comunque limitate perché già lui stesso ha dichiarato di non volere rinnovare il proprio mandato dopo la sua naturale scadenza, quindi la richiesta di cambiamenti entro i prossimi tre anni è sostanzialmente inutile perché già prevista. Quanto al ruolo di Mediobanca, maggiore azionista di Generali con una quota del 15,1 per cento, è possibile che una banca con un azionariato e un management tanto divisi sul futuro della banca d’affari debba essere tanto vincolata dalla gestione di un colosso come Generali? Fra l’altro lo sviluppo di quest’ultima deriva in gran parte dalle sue imprese estere e dalla sua capacità di crescere fino a combattere alla pari con i colossi europei Allianz e Axa. In quest’ottica Betts si chiede che senso abbia vincolarsi tanto a Generali.

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Unicredit pesante in Borsa. Incertezze da fusione e derivati

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Riceviamo da Robby e con piacere pubblichiamo

Periodo piuttosto negativo per Unicredit, che nelle ultime sedute è stato al centro di vendite consistenti registrando una performance decisamente peggiore rispetto a quella dell’indice di settore. Le notizie riguardanti la perdita di circa un miliardo di euro su contratti derivati da parte dei clienti corporate dell’istituto potrebbe aver influito sul recente andamento del titolo, anche se è da rilevare che si tratta solo di una parte modesta rispetto all’insieme dei contratti gestiti dal gruppo bancario (30 miliardi).

Appare più complessa invece la determinazione del giudizio dato dal mercato rispetto alla fusione con Capitalia. Molti analisti rilevano una diluizione degli utili per azione pari a circa il 3%, ma tale variazione potrebbe essere già scontata dai prezzi attuali. L’andamento negativo di tutto il settore a partire dall’inizio della crisi relativa ai mutui subprime corre ora il rischio di proseguire a causa della forte riduzione degli utili registrata da Citigroup, che nella giornata di ieri ne ha reso nota una flessione pari al 57% durante il terzo trimestre.

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