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Profumo Alessandro

Mediobanca e Generali fra farsa e potere

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Spaghetti e mandolino, tragedia e farsa, c’è poco da dire l’Italia è così. Ancora una volta al centro di tutto c’è Generali e Mediobanca e tutti i suoi soci da Unicredit a Groupama, un balletto che nessuno a volgia di terminare. Un balletto che non può continuare. Così spunta quella figuraccia di Geronzi fresca fresca. Lui dice che Vincenzo Maranghi, lo storico successore e aiutante di Enrico Cuccia deceduto poco tempo fa, lo aveva battezzato presidente di Mediobanca. “Prima della sua morte Maranghi mi disse se volevo essere presidente di Mediobanca”, ha dichiarato Geronzi alla stampa. Immediata la reazione dei familiari che si sono detti “profondamente sconcertati dall’attribuzione di parole e pensieri a una persona che non è più in grado di asseverare né di correggere nè tanto meno di smentire quelle affermazioni”.

In effetti del fatto che Geronzi, puntando al ruolo di erede della tradizione storica di Mediobanca, sia scaduto in un eccesso di tempestività e di cattivo gusto sembra difficile dubitare. Certo il messaggio che ha lanciato è chiaro e coerente. Adesso Geronzi è il presidente di Mediobanca, ieri lo stesso Vincent Bolloré lo ha definito il naturale candidato alla vicepresidenza di Generali (lasciando un po’ indispettiti anche diversi manager di Mediobanca), domani Geronzi potrebbe diventare l’ago della bilancia nel nuovo assetto del Leone e farsi tramite la stessa Mediobanca (che delle Generali è il maggiore azionisti) garante del “nuovo corso).

A questo punto però ci sono diversi ostacoli e interrogativi. Il primo riguarda la contropartita che francesi vorranno in cambio del proprio appoggio. Un interrogativo grande quanto la stabilità dell’intero sistema finanziario italiano anche perché Generali ha bisogno di crescere per difendersi dagli altri due grossi gruppi europei che sono Allianz e la francese Axa.

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Profumo conquista l'Ucraina (e frega Intesa Sanpaolo)

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Unicredit viaggia verso l’Est. L’acquisizione appena annunciata di circa il 95% del capitale sociale di Ukrsotsbank porta piazza Cordusio al centro del mercato finanziario ucraino. La banca di Kiev (Ucraina) è costata circa 1,52 miliardi di euro al netto di un recente aumento di capitale da 95 milioni di euro. La novità in realtà era già stata in parte annunciata da un articolo uscito oggi su Repubblica che ricordava che la banca ucraina è stata a un passo dall’ingresso nella famiglia di Intesa Sanpaolo.

A Est d’altra parte Unicredit si è rivolta da tempo, sia per le eredità avute da Hvb, sia per i margini in crescita che questi mercati promettono. In proposito non è irrilevante osservare che piazza Cordusio conta di aprire in tre anni circa 800 sportelli nella macroarea in questione, anche se il territorio su cui investiva di più fino ad oggi era la Turchia con 350 filiali di prossima apertura.

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A chi conviene Unicredit-Capitalia

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Quella che qualcuno chiama la quadratura del cerchio passa da un caffé ieri pomeriggio fra il ministro degli Esteri Massimo D’Alema e Giovanni Bazoli, il grande architetto di Intesa Sanpaolo. Al centro della conversazione la fusione più sgradita che la Santa Intesa potesse immaginare: Capitalia che va a nozze con Unicredit. Una pioggia di segnali in tal senso è caduta ieri sul mercato. Alessandro Profumo, mentre raccontava agli analisti il brillante primo trimestre di piazza Cordusio, ha ammesso che una integrazione amichevole con Capitalia potrebbe creare valore e avrebbe un senso. Una riapertura a possibili acquisizioni che ha riempito le colonne dei giornali di oggi e a cui Profumo ha corroborato confermando contatti (non negoziati però) sia con Capitalia che con la francese Societe Generale, della quale si era già discusso parecchio nelle ultime settimane.

A dare concretezza all’ambizioso progetto di fusione fra via Minghetti e piazza Cordusio ha contribuito poi la nuova di una consulenza affidata da Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, a Claudio Costamagna, banchiere molto noto in Italia e in Europa sia per il ruolo di primo piano ricoperto fino all’anno scorso in Goldman Sach’s sia per il continuo riemergere del suo nome in molte vicende chiave della finanza nostrana.

Se un pezzo da novanta come Costamagna scende in campo, è il ragionamento che in molti hanno fatto, vuol dire che in pentola bolle qualcosa di grosso. E come negarlo visto che una neonata Unicredit-Capitalia controllerebbe il 20,6% del capitale circa di Generali, ossia di quella che alcuni chiamano ancora la “Cassaforte d’Italia”?

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Alitalia, Profumo di Russia

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Almeno gli azionisti festeggiano. Oggi il titolo Alitalia incassa un altro rialzo da due punti e mezzo (ieri un punto percentuale, sospensione a parte, l’aveva già guadagnato) e vola verso quota 1,02 euro. Le cordate si sono sfoltite e sono rimasti tre nomi. La AirOne di Carlo Toto, presente con la holding Ap nella lista del Tesoro, è di fatto l’unico pretendente industriale italiano. Restano in campo poi la cordata di Tpg-Matlin Parson-Mediobanca e quella di Aeroflot-Unicredit. Tutti e tre i concorrenti dovranno presentare entro il prossimo 16 aprile la loro offerta non vincolante. Curioso osservare che le reazioni “nazionaliste” su Alitalia non sono state le stesse che per Telecom: forse perché a Mediobanca e Unicredit nessuno trova mai da obiettare nulla; forse perché, visto che come per il caso della compagnia telefonica di Marco Tronchetti Provera l’imprenditoria italiana ha dato forfait, sembra persino eccessivo rimproverare alle banche, che già ci stanno comunque mettendo i loro soldi, di non mettersi pure a fare gli industriali. Insomma non c’era quasi nessuno e le banche hanno tutto il diritto di dire che non spetta a loro salvare una compagnia aerea, anche perché non è detto che abbiano le competenze per farlo.

Comunque Tpg-Matlin Parson-Mediobanca ha una buona competenza nel settore come dimostra anche la gara in contemporanea del Texas Pacific Group per la conquista di Iberia. Anche Aeroflot, il misterioso nome che si nascondeva dietro Unicredit e che è finalmente venuto allo scoperto, sembra un buon partner industriale, anche se parlare di privatizzazione in questo caso sarebbe arduo.

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L'upgrade non basta, pure Unicredit trascinata al ribasso

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L’ondata di vendite di piazza Affari finisce per travolgere anche Unicredit. La banca guidata da Alessandro Profumo a inizio mattina aveva resistito al pessimo sentiment dei mercati che vede tutti gli indici in profondo rosso, ma alla fine la bufera ha trascinato a perdite da due punti percentuali anche lei. Eppure di notizie buone per piazza Cordusio se ne erano sentite diverse a cavallo delle ultime ore con diversi broker e banche d’affari che avevano cominciato a raccomandare il titolo.

Il report più importante per Unicredit era stato forse quello di Merrill Lynch che proprio stamattina aveva alzato il target price sulla banca a quota 9 euro, confermando il suo consiglio all’acquisto.

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Unicredit, per Profumo si può vendere a 9 euro

pubblicato da Ferry Boat in: Persone Banche Azioni Italia Profumo Alessandro Unicredito

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Poco più di una battuta: però basta a confermare il suo approccio anglosassone al mercato (se ce ne fosse stato bisogno). Al settimanale russo Expert Alessandro Profumo, l’amministratore delegato di Unicredit che ha guidato la conquista alla banca tedesca Hvb, ha dichiarato un po’ per gioco e un po’ sul serio che, se per la sua banca giungessero offerte da 9 euro in su, potrebbe anche farci un pensierino.

Si tratterebbe di un premio di circa il 30% sull’attuale corso delle azioni. Ma, per quanto il calcolo sia semplice, nessuno parla seriamente di possibili assedi all’istituto di piazza Cordusio: Unicredit sembra troppo grossa e solida per apparire appetibile. Un problema però ci sarebbe e forse era proprio a questo che Profumo alludeva con la sua boutade.

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Niente cerberi a Mediobanca

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Salta l’ipotesi di governance duale per Mediobanca. Niente consiglio di sorveglianza e di gestione, si continua col solito vecchio modello del cda unico. Ieri da New Delhi l’ad di Intesa Sanpaolo Corrado Passera ha difeso la sua creatura, sottolineando come “questo sistema abbia cdi Mediobancaonsentito a Intesa Sanpaolo di assumere decisioni rapide in meno di un mese”. Il numero uno del nuovo colosso bancario si riferisce alle nomine dei vertici di primo e secondo livello e delle direzioni centrali, che sono in effetti già state attribuite. Ma rimane nell’aria, pur inespressa, la convinzione diffusa che il modello duale servisse a Torino e Milano per raggiungere un accordo sul governo del nuovo soggetto post-fusione, ma che il Cerbero sia destinato a scomparire nel tempo.

In effetti il nuovo modello non piace neanche a Bankitalia. Il governatore Mario Draghi ha parlato qualche tempo fa dei “rischi di una non chiara distinzione di ruoli e responsabilità”, mettendo in guardia contro il possibile “pregiudizio per l’efficienza e la rapidità delle decisioni”.

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Alitalia, in gara adesso sono in cinque

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Guadagni da oltre mezzo punto percentuale oggi a Piazza Affari per Alitalia, ma l’apertura aveva sfiorato un rialzo dell’1,2% e il titolo si avvantaggiava così della prima short list del ministero dell’Economia che riduceva a 5 i pretendenti alla mano della compagnia. Gustosa la ipotetica battaglia per la conquista della Magliana fra Corrado Passera, ad di Intesa che appoggia e già ha fornito credito per 105 milioni di euro alla AirOne di Carlo Toto, e Alessandro Profumo, che guida Unicredit nella gara e protegge con la sua offerta un misterioso concorrente che potrebbe anche essere un big dei voli come Air France o Lufthansa.

Ha ottenuto il via libera del Tesoro anche la Mangement & Capitali di Carlo De Benedetti che gode dell’appoggio di Diego Della Valle, di Nerio Alessandri ed è in cordata con Goldman Sachs, Cerberus, Elq Investors e con Lefinelc, società che fa riferimento ad Alcide Leali, l’ex patron di Air Dolomiti. Le altre offerte selezionate provengono da fondi stranieri. Il primo è Matlin Patterson global advisers, un fondo di private equity statunitense con sede a New York che gestisce circa 3,9 miliardi di dollari. Importante anche il via libera all’offerta di uno dei più grandi fondi di private equity del mondo, ossia Texas pacific group, il big della finanza americana guidato da Davide Bonderman con in portafoglio asset per 30 miliardi di dollari. Tpg ha già diverse esperienze nel settore del trasporto aereo, e ha acquisito in passato quote di Continental Airlines , America West Airlines e Ryan Air fra gli altri. Alcune ipotesi sull’offerta del fondo texano rigurdano un ossibile ingresso in secondo battuta di Macquarie che con Tpg sta rilevando la compagnia australiana Qantas e che già in Italia controlla il 45% degli Aeroporti di Roma.

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Santander fra quegli anti-Bazoli di Geronzi e Profumo

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Per diversi secoli in Italia regnucoli e principati si sono combattuti per il dominio di questo o quel fazzoletto di terra a suon di invocazioni d’aiuto allo straniero. Inevitabilmente l’aiuto interessato finiva per diventare un’oppressione non minore di quella temuta dal proprio vicino. Solo di rado un delicato equilibrio fra gli interessi delle parti contrapposte riusciva a lasciare un po’ di libertà a questo o quel principato. Si tratta di una storia secolare a cui sembra ispirarsi da tempo Cesare Geronzi, il presidente di Capitalia e vicepresidente di Mediobanca, che si trova al centro di una delle più grosse bufere della finanza italiana degli ultimi tempi.

Capitalia è da tempo una delle protagoniste più gettonate del gossip finanziario che le ha in diverse occasioni attribuito dei flirt con Intesa, Unicredit, Monte dei Paschi e soprattutto con l’azionista olandese Abn Amro. Una direzione quella di Amsterdam che a Geronzi non piace: meglio la Madrid e il Santander di Emilio Botin se si deve finire in mani straniere.

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Profumo di scontro in Generali

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Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. Il campo da gioco è eccellente e prestigioso, si tratta di Generali, il gigante delle assicurazioni che in queste settimane è divenuto terreno di scontro fra i big della finanza italiana. Una partita importante, che coinvolge in vario modo tutti i pezzi da novanta della nostra economia e che ha registrato l’ultimo strappo martedì scorso quando, al consiglio di Mediobanca che è il maggiore azionista di Generali con oltre il 14,1% del capitale, Alessandro Profumo (Unicredit) ha alzato la voce. Perché Mediobanca ha acquistato a termine l’1,58% di Generali da Mps? Unicredit è il secondo azionista di piazzetta Cuccia con il 7,7% del capitale dell’istituto in portafoglio, quindi le proteste di Profumo non possono di certo essere cadute nel nulla. Di certo la cosa non è finita lì visto che un aggiornamento della compagine azionaria di Generali appena pubblicata sul sito della Consob rivela che Unicredit si è portata al 3,76% del capitale del Leone: un acquisto dello 0,064% soltanto, ma significativo in un clima tanto teso.

Emblematico di questa atmosfera da notte dei lunghi coltelli il fatto che la stessa Consob ha appena pubblicato l’esito di una richiesta partita il 15 dicembre scorso ai vari soci di Generali. L’Autorità guidata da Antonio Catricalà ha fatto una fotografia del Leone a metà dicembre chiedendo tutte le variazioni intervenute nei portafogli di chi ha più del 2% della compagnia. Di solito l’obbligo di comunicazione scatta solo alla soglia successiva del 5% (esclusa ovviamente quella del 2 che impone una segnalazione all’Authority): l’ultimo precedente era quello dei giorni caldi in cui Stefano Ricucci faceva ballare i titoli di Rcs.

Dalla foto della Consob si nota subito un disimpegno di Capitalia, che è passata dal 3,085 al 2,692% di Generali.

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