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Coca-Cola, Pepsi e P&G, caccia ai titoli affidabili e remunerativi

pubblicato da alessandro condina in: Alimentare Titoli esteri


La crisi del debito sovrano non è ancora dietro le nostre spalle, ieri le parole del governatore della Bce Mario Draghi - che ha preannunciato ancora tempi duri - hanno depresso gli investitori e provocato un calo su tutti i listini finanziari, le prospettive dell’Eurozona sono incerte e l’economia americana non brilla. In un quadro del genere non è facile decidere su quali titoli puntare per guadagnare qualcosa o almeno limitare i danni.

Come al solito in un’ottica difensiva, senza pretendere di moltiplicare il proprio capitale, ma con l’obiettivo di stare tranquilli si può decidere di puntare su titoli di aziende mature, multinazionali con una presenza mondiale- quindi meno soggette all’andamento negativo di qualche mercato specifico - e rivolte a un mercato di massa. L’ottica è quella di acquistare e tenere in portafoglio le azioni per un periodo medio/lungo, magari beneficiando di una politica generosa sui dividendi.

Fra i titoli che rispondono a queste caratteristiche, non si possono dimenticare colossi come PepsiCo, Coca-Cola e Procter & Gamble, protagonisti della grande distribuzione e capaci di perpormance rassicuranti anche in un orizzonte temporale ampio. Investire su questi titoli può consentire di prendere pochi rischi e al tempo stesso difendere il proprio capitale dall’inflazione più efficacemente di quanto si farebbe puntando su titoli di stato tedeschi o americani, i cui rendimenti sono davvero troppo bassi anche solo per conservare il capitale investito.

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Consigli per gli acquisti: Money Morning punta su PepsiCo

pubblicato da alessandro condina in: Alimentare Titoli esteri


I titoli di Borsa hanno vissuto un ottobre brillante, ma novembre per adesso non sembra andare granché bene: tra crisi del debito, aumento degli spread, minacce di default, incapacità politica di gestire l’economia e la finanza su entrambe le sponde dell’Atlantico, la paura di perdere i propri soldi o scegliere investimenti sbagliati è molto forte.

Non è possibile, però, o meglio non è consigliabile tenere i soldi sotto il materasso - per chi ce li ha! - per cui è bene scegliere con oculatezza i settori o i titoli su cui investire e, come sempre, diversificare. A proposito di titoli da tenere d’occhio, anzi da comprare e tenere da parte vale la pena di leggere con attenzione quello che scrive Jack Barnes su Money Morning a proposito di PepsiCo.

PepsiCo, che non produce solo la famosa bevanda con le bollicine, sembra proprio essere l’ideale per chi cerca un titolo anticiclico da acquistare e conservare in portafoglio con un’ottica difensiva: buona crescita, settore anticiclico e prospettive interessanti. In particolare, sottolinea Barnes, ci sono due elementi che fanno di PepsiCo un’occasione interessante: gli investimenti nei mercati emergenti e i prodotti “salutisti” (i famosi “good for you”, con meno zucchero, meno grassi e sostanze nutritive sane).

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Franco Tatò, da Olivetti a Fininvest fino alla Parmalat "francese"

pubblicato da alessandro condina in: Persone & fatti Alimentare


Per qualcuno è uno dei manager più competenti in circolazione in Italia; per altri è l’uomo passato con disinvoltura dall’esperienza di Olivetti e dalla presidenza della Mondadori fino alla discesa agli inferi di una Fininvest oberata di debiti e attaccata come una sanguisuga ai flussi di cassa garantiti dalla Standa. Adesso Franco Tatò, 79 anni ad agosto, è il nuovo presidente di Parmalat dopo l’Opa che ha consegnato la maggioranza azionaria alla famiglia Besnier, proprietaria del gruppo francese Lactalis.

Niente cordate Ferrero, niente cooperative coagulate attorno a Granarolo e alle banche; alla fine ha vinto chi aveva i soldi ed era disposto da subito a metterli sul tavolo, cioè il gruppo Lactalis che ha fatto un sol boccone di Parmalat dopo il risanamento finanziario impostato e in gran parte realizzato da Enrico Bondi, che ha lasciato la città emiliana alla guida della sua Panda: un’uscita di scena in linea con la sobrietà e il rigore propri del manager aretino, artefice dell’unica public company italiana vista negli ultimi anni, durata lo spazio di un mattino, ma capace di creare valore e restituire ai vecchi azionisti almeno parte dei soldi investiti.

Adesso il volto di Parmalat sarà Franco Tatò: un laureato in filosofia che non sarebbe potuto diventare dirigente d’azienda se non all’interno di quel gruppo di intellettuali e filosofi che si chiama Olivetti, grazie a quell’Adriano Olivetti che nella seconda metà del Novecento provò a mostrare un modo diverso di fare azienda.

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Parmalat: Bondi respinge l'Opa di Lactalis

pubblicato da alessandro condina in: Alimentare Bondi Enrico Parmalat


Il consiglio di amministrazione di Parmalat, presieduto da Enrico Bondi, dice no all’Opa lanciata dai francesi di Lactalis. Quello che non piace agli amministratori della società è prima di tutto il prezzo offerto - 2,6 euro in contanti per azione - poi le caratteristiche industriali di Lactalis che secondo il cda non si sposerebbero bene con Parmalat.

Non è un segreto che Enrico Bondi non gradisce l’assalto francese al fortino Parmalat e farà di tutto per convincere l’azionariato a respingere questa offerta e confermare la fiducia nell’attuale compagine che ha guidato la società fuori dallo scandalo finanziario targato Calisto Tanzi e le ha permesso di diventare un boccone appetibile anche per un big del settore come Lactalis.

Dopo il via libera della Consob e il sì dei sindacati, che hanno giudicato accettabile l’offerta francese, il cda ha manifestato il proprio no, motivandolo perché

«ha esaminato il documento d’offerta e, anche considerata l’analisi svolta dall’advisor finanziario Goldman Sachs International, ha ritenuto che il corrispettivo offerto non rappresenti il valore del capitale economico di Parmalat nel contesto di un’operazione di presa di controllo».

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Opa sì, Opa no: gli opposti destini di Parmalat e Fondiaria-Sai

pubblicato da alessandro condina in: OPA per tutti Alimentare Assicurazioni

Hanno imboccato due strade diverse i due dossier più scottanti finiti sul tavolo della Consob dopo il cambio al vertice, con l’arrivo di Giuseppe Vegas. Parmalat ormai è incardinata sulla strada dell’Opa lanciata da Lactalis, che alla fine ha rotto gli indugi e chiuso le porte a ogni illusione di “cavalieri bianchi” e fantomatiche “cordate italiane”. Al contrario Fondiaria-Sai - con tutta la galassia dei Ligresti in Borsa - potrà essere “salvata” dall’intervento di Unicredit senza bisogno di un’Offerta pubblica di acquisto, con grande sollievo della banca di piazza Cordusio e della famiglia di Salvatore Ligresti e con un certo dispiacere dei piccoli azionisti che restano a bocca asciutta; ma almeno salveranno il loro investimento visto che la compagnia assicurativa era in guai grossi.

Nel caso di Fondiaria-Sai, infatti, la Consob ha deciso di derogare all’obbligo di Opa proprio in virtù di una norma del proprio regolamento, l’articolo 49 in base al quale è prevista l’esenzione dall’Opa qualora sia in atto un’operazione di salvataggio da una crisi aziendale comprovata da «richieste formulate da un’autorità di vigilanza prudenziale, nel caso di gravi perdite, al fine di prevenire il ricorso all’amministrazione straordinaria o alla liquidazione coatta amministrativa».

In pratica nel caso Sai-Fondiaria la Consob - che aveva in precedenza obbligato all’Opa totalitaria Groupama e Premafin - ha certificato il pessimo stato di salute della compagnia assicurativa e ha rinunciato a imporre l’Opa in base a questo e alle rilevazioni dell’Isvap, l’istituto di vigilanza sulle assicurazioni che di recente aveva ingiunto a Fonsai di ripristinare il proprio margine di solvibilità, cioè il rapporto tra il capitale e le polizze da garantire.

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Crac Parmalat: risarcimenti a rischio con la prescrizione

pubblicato da alessandro condina in: Risparmio tradito Alimentare Parmalat


In tempi di prescrizione breve, basta quella normale a far perdere le speranze a migliaia di piccoli risparmiatori colpiti nei risparmi e nella fiducia dal crac Parmalat. Il processo in corso a Milano per aggiotaggio - con imputati le banche Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank e Morgan Stanley con i loro manager - rischia di chiudersi con la prescrizione prima ancora della sentenza di primo grado.

In ogni caso è certo che il procedimento non arriverà mai ai tre gradi di giudizio, ma una condanna in primo grado potrebbe aiutare i risparmiatori traditi a ottenere un risarcimento dalle banche e dai loro amministratori in sede civile; se invece il processo si chiudesse prima sarebbe l’ennesima beffa per chi si è già visto gabbato una volta.

Come spiega Massimo Sideri sul Corriere gran parte dei risparmiatori che si sono costituiti parte civile nel processo (32 mila rappresentati dall’avvocato Carlo Federico Grosso e circa 8 mila rappresentati dalle associazioni dei consumatori) hanno già firmato accordi con le banche, ma certo il risultato del processo di Milano - che pure è solo una costola della causa più importante, quella di Parma - ha un valore mediatico.

In ogni caso le associazioni dei consumatori, come Altroconsumo, puntano sulle cause civili e tentano di ridare fiducia a chi è in attesa di un risarcimento. Intanto Confconsumatori propone un’associazione di piccoli azionisti per pesare di più nell’assemblea della società e provare a far sentire la voce di chi è ignorato sia dalla politica sia dal mercato, con le scalate ferme a un passo dall’Opa obbligatoria.

Lactalis si beve Parmalat, il Sistema Italia non ha soldi

pubblicato da alessandro condina in: Alimentare Parmalat Scalate


Come volevasi dimostrare, per i mercati finaziari e per gli investitori non contano i passaporti, gli “interessi nazionali” e gli impegni fra gentiluomini: quello che conta è il denaro, possibilmente contante e sonante, e chi offre denaro - specialmente se dall’altra parte non ci sono prospettive concrete e fidejussioni, ma solo chiacchiere - ha ottime possibilità di averla vinta.

Così i francesi di Lactalis, al prezzo di 2,8 euro per azione, si sono aggiudicato il 15,3% di Parmalat riunito in un patto fra i tre fondi esteri azionisti di Collecchio, Skagen Global, Mackenzie financial corporation e Zenit. Sì, è vero, i tre fondi si erano detti propensi a una soluzione “itaiana”, ma non sono mica un ente caritatevole! Fanno affari e il miglior affare gliel’hanno proposto i francesi di Lactalis.

Questa cessione ingloba un premio del 13% circa in più rispetto alla chiusura di lunedì, ma per i tre fondi vuol dire, probabilmente, una plusvalenza del 30% sul loro pacchetto. Che dovrebbero fare? Immolarsi per la causa italiana? Per carità! Avrebbero dovuto pensarci prima quelli che urlano all’interesse nazionale - vero Emma Marcegaglia? - e si sgolano per tenere lontano lo straniero i giorni dispari, mentre nei giorni pari versano calde lacrime perché dall’estero nessuno è pronto a investire in Italia.

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Lactalis punta a Parmalat: scoppia la guerra Italia-Francia

pubblicato da alessandro condina in: Alimentare Politica

Che la prossima assemblea dei soci di Parmalat non sarebbe stata un appuntamento formale lo si era capito da tempo, da quando i fondi esteri azionisti - Zenit, Skagen e MacKenzie che sono uniti da un patto e insieme controllano il 15,3% di Collecchio - hanno cominciato a far capire che non gradivano più la gestione “prudente” e di Enrico Bondi e che avrebbero preferito una nuova guida più aggressiva per il gruppo lattiero-caseario di Parma.

Noi ne avevamo già parlato, ma la situazione si è ulteriormente complicata nell’ultima settimana - quella dei festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia - quando la francese Lactalis, che in Italia possiede già Galbani, Invernizzi, Vallelata, Locatelli e Cademartori, ha annunciato alla Consob di aver incrementato la propria partecipazione azionaria in Parmalat: i francesi, che già possedevano poco più del 5% della società, sono saliti direttamente al 7,28% e hanno sottoscritto un accordo di equity swap con cui potranno acquisire un ulteriore 4,14% del capitale.

In totale, quindi, Lactalis può contare già su oltre l’11% delle azioni Parmalat, inoltre potrebbe aver rastrellato altri titoli direttamente sul mercato, dal momento che negli ultimi giorni il titolo di Collecchio ha raggiunto 2,6 euro per azione, con un incremento del 4% solo venerdì 18 e volumi da capogiro: 75 milioni di pezzi il 15, 106 milioni il 16, 170 il 17, 104 il 18. Lactalis potrebbe aver messo insieme un altro 4% e arriverebbe così al 14/15 per cento del capitale.

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Parmalat: tesoro blindato, ma Bondi è a rischio

pubblicato da alessandro condina in: Alimentare Bondi Enrico Parmalat


Il governo ha blindato il “tesoretto” di Parmalat, cioè i soldi recuperati con le cause alle banche, attraverso un emendamento al decreto “Milleproroghe”, ma i fondi internazionali puntano ancora alla testa di Enrico Bondi e tenteranno di sostituire il management dell’azienda alla prossima assemblea dei soci. Intanto anche le associazioni dei consumatori, che contribuirono a fare esplodere lo scandalo Parmalat contro Calisto Tanzi, contestano l’attuale amministratore delegato soprattutto per il compenso da 32 milioni di euro che il ministero della Attività produttive “starebbe” per riconoscergli.

In Borsa il titolo Parmalat ha lasciato sul terreno lo 0,45% a 2,19 euro, dopo i rialzi degli ultimi giorni che comunque hanno portato le valutazioni ai massimi degli ultimi 12 mesi: il blocco legislativo alla distribuzione di un maxi-dividendo ha stoppato in una certa misura la corsa dell’azienda di Collecchio, ma alcuni analisti, come Banca Intermonte, vedono spazi per ulteriori aumenti, proprio in vista dell’assemblea dei soci di aprile.

I fondi internazionali Zenit, MacKenzie e Skagen - che hanno riunito in un patto il loro 15,3% e puntano a cambiare i vertici dell’azienda - potrebbero insistere a rastrellare ulteriori quote, magari con il sostegno di un alleato industriale o di una banca d’affari, per arrivare alla resa dei conti da una posizione di forza e costringere Enrico Bondi a una resa onorevole (magari con la nomima a presidente, senza deleghe) oppure a un compromesso che accontenti in parte i soci stranieri.

Secondo i fondi, infatti, l’azienda ha sufficienti risorse per crescere attraverso un’acquisizione di peso oppure per distribuire agli azionisti un dividendo straordinario. Questa strada si è complicata con il decreto Milleproroghe: l’emendamento, infatti, stabilisce che fino al 2020 non potrà essere distribuito ai soci che un dividendo non superiore al 50% dell’utile d’esercizio.

Non si toccano quindi i I 1400 milioni accantonati in questi anni attraverso le transazioni con le banche, che hanno preferito pagare piuttosto che farsi portare in tribunale con l’accuse di essere state corresponsabili del crac di Collecchio. Non si potrà modificare quindi la clausola concordataria di Parmalat

al fine di mantenere una equa distribuzione degli utili a garanzia dell’interesse dei soci e dell’interesse dell’impresa all’autofinanziamento e più in generale alla stabilità dell’impresa.

I fondi esteri intanto «confermano che proseguiranno nel lavoro comune per individuare liste di candidati che possano accompagnare Parmalat in una nuova fase di sviluppo», Bondi comunque per adesso non è affatto fuori gioco.

Beni di consumo alla ribalta, ecco due titoli da seguire

pubblicato da AleOne in: Compratienivendi Fatti del giorno Alimentare Educational

Il settore dei beni di consumo si sta lentamente riprendendo dopo la crisi economica che ha conosciuto il suo picco negativo a fine 2008 inizio 2009, con evidenti ripercussioni per tutto il 2009. Nel corso del 2010 la situazione ha visto un lieve miglioramento. In base agli ultimi dati Istat le vendite al dettaglio nel periodo gennaio-ottobre risultano invariate rispetto allo stesso periodo del 2009, mentre l’indice relativo ai beni non alimentari ha fatto segnare un +0,2% (alimentari: -0,5%).

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