Che fine ha fatto Matteo Arpe? Il mercato continua ancora interrogarsi sul destino del giovane sconfitto di Capitalia. Certo qualcuno arriccerà il naso all’aggettivo sconfitto per un uomo che, si favoleggia, abbia incassato fra gli 80 e i 100 milioni di euro di liquidazione per lasciare la banca al suo nemico Cesare Geronzi e alla fusione con Unicredit. Tanto più che già prima prendeva qualcosa come 6,1 milioni di euro l’anno. Ma in fondo, diciamolo, di qualche volto nuovo il marcato italiano chiuso dal trio non proprio giovanile Bazoli-Bernheim-Geronzi ha bisogno.
Il fallito Edipo di Capitalia, secondo altre voci non confermate, avrebbe già preso la via dei fondi internazionali, forse con l’aiuto di qualche collega di Lehman Brothers, forse con l’aiuto di suo fratello Fabio Arpe, l’uomo che fece passare Caboto da 16 a 2000 dipendenti e dopo la fondazione di Abaxbank oggi è impegnato nella sfida di Banca Mb.
Sicuramente l’ambizioso e socievole Matteo non sarà rimasto a guardare in questi giorni i successi di Geronzi nella nuova Unicredit-Capitalia e soprattutto in Mediobanca. Il problema è che i successi del suo nemico rischiano di rendergli molto difficile la vita in Italia. I “poteri forti” (se si vuole adottare questo buffo appellativo) hanno già dimostrato di essere molto vendicativi e pazienti: cinque a uno che Arpe trova lavoro all’estero.

Quella che qualcuno chiama la quadratura del cerchio passa da un caffé ieri pomeriggio fra il ministro degli Esteri Massimo D’Alema e Giovanni Bazoli, il grande architetto di Intesa Sanpaolo. Al centro della conversazione la fusione più sgradita che la Santa Intesa potesse immaginare: Capitalia che va a nozze con Unicredit. Una pioggia di segnali in tal senso è caduta ieri sul mercato. Alessandro Profumo, mentre raccontava agli analisti il brillante primo trimestre di piazza Cordusio, ha ammesso che una integrazione amichevole con Capitalia potrebbe creare valore e avrebbe un senso. Una riapertura a possibili acquisizioni che ha riempito le colonne dei giornali di oggi e a cui Profumo ha corroborato confermando contatti (non negoziati però) sia con Capitalia che con la francese Societe Generale, della quale si era già discusso parecchio nelle ultime settimane.
A dare concretezza all’ambizioso progetto di fusione fra via Minghetti e piazza Cordusio ha contribuito poi la nuova di una consulenza affidata da Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, a Claudio Costamagna, banchiere molto noto in Italia e in Europa sia per il ruolo di primo piano ricoperto fino all’anno scorso in Goldman Sach’s sia per il continuo riemergere del suo nome in molte vicende chiave della finanza nostrana.
Se un pezzo da novanta come Costamagna scende in campo, è il ragionamento che in molti hanno fatto, vuol dire che in pentola bolle qualcosa di grosso. E come negarlo visto che una neonata Unicredit-Capitalia controllerebbe il 20,6% del capitale circa di Generali, ossia di quella che alcuni chiamano ancora la “Cassaforte d’Italia”?

Si sono serrati i ranghi in Capitalia. Il presidentissimo Cesare Geronzi ieri ha ottenuto dal board della banca capitolina l’esclusiva facoltà di gestire le scelte strategiche del gruppo e di trattare per eventuali operazioni di fusione e acquisizione che lo riguardino. A questo punto il ruolo di Matteo Arpe, il combattivo amministratore delegato a cui molti attribuiscono le ottime performance di Capitalia negli ultimi anni e il quadruplicato valore delle sue azioni, appare incapsulato. A lui sono state date le deleghe per la gestione della politica industriale della banca, ma i suoi poteri in termini trattative per eventuali merger sono stati di fatto eliminati e non è un caso che ieri il giovane manager si sia astenuto su cinque dei sei punti votati dal cda e abbia abbandonato la riunione al momento della votazione.
Il mercato a questo punto si interroga però sui piani di Cesare Geronzi per il futuro. Il presidente di Capitalia a questo punto, secondo diversi osservatori, potrebbe mirare alla prima poltrona di Mediobanca o addirittura a quella di Generali. A Piazzetta Cuccia Geronzi ricopre già l’incarico di vicepresidente (Capitalia è il maggiore azionista diretto della storica banca d’affari) e tramite questa partecipazione Capitalia esercita già una forte influenza sulle scelte del Leone di Trieste.
L’ultima seduta della settimana borsistica di Capitalia vede il titolo aprire le contrattazioni con un balzo di un punto e mezzo percentuale; seguono poi dei ritracciamenti che portano alle perdite di mezzo punto in queste ore. Nel mezzo c’è stata la presentazione dei dati preconsuntivi del 2006 fatta alla fine da Matteo Arpe, che in una slide ha voluto ringraziare i 28 mila dipendenti della banca per il loro impegno in un anno difficile e ha sottolineato di non avere mai avviato dei licenziamenti da quando è nel board di Capitalia. Ieri un centinaio di dipendenti aveva manifestato in suo favore nelle ore più dure dello scontro.
Il rientrato amministratore delegato di via Minghetti ha presentato dei risultati eccellenti al mercato con un utile netto da record a 1,162 miliardi di euro in incremento del 12 per cento. Si tratta di un dato che supera le stime degli analisti e dimostra quanto solida sia ancora la crescita organica di una delle banche più contese d’Europa. Buoni anche gli altri dati: l’utile per azione è salito a 0,22 euro (dagli 0,2 euro precedenti) con un pay out del 50 per cento; il margine d’interesse di Capitalia ha raggiunto invece i 2,8 miliardi (+12%); le commissioni hanno toccato gli 1,7 miliardi (incremento del 3%) e quindi i ricavi hanno toccato i 5,5 miliardi di euro (+7%). Il roe (return on equity) della banca si è attestato al 15,4% mentre il Tier 1 ratio si è fissato al 6,2 per cento.
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Colpo di scena. Arpe rimane amministratore delegato di Capitalia. Il titolo festeggia con uno strappo al rialzo del 4,68% che lo riporta sopra i 6,9 euro e la riunione del patto di sindacato che doveva sigillare l’espulsione del numero due di via Minghetti si è risolta in una specie di pacca paterna di Geronzi sulla spalla del figliuol prodigo Arpe. Il preludio lo si è letto sulla stampa stamattina con una lettera indirizzata proprio al presidente della banca capitolina firmata dallo stesso Arpe. “Tutte le persone di Capitalia si sono comportate in buona fede e a nome loro e mio mi scuso se, per qualsiasi errore compiuto, non è apparso chiaro ed evidente” concludeva la missiva del giovane e ribelle amministratore delegato.
Il presidente Geronzi ha benignamente accolto le scuse del dott. Matteo Arpe e l’assemblea del patto ha espresso piena e unanime soddisfazione. Insomma è finita in telenovela, verrebbe quasi da spendere qualche lacrima. Le azioni di Capitalia escono nel frattempo alla grande dall’ottovolante dei giorni passati. La contesa capitolina era rimbalzata sulla stampa internazionale e aveva coinvolto anche la stessa Abn Amro, prima azionista di Capitalia che ieri aveva guadagnato il 6,1% in borsa con il 5,22% del capitale scambiato (record assoluto per l’olandese del credito, mentre oggi Abn Amro segna un +1,31 per cento e dimostra di vincere comunque).
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Oggi a piazza Affari Capitalia rimane al palo. Incollata a quei 6,7 euro per azione a cui era scesa ieri dopo una perdita del 3,8% da parte del titolo fra scambi tripli rispetto alla media e il 2,9% del capitale passato di mano. Oggi il titolo è immobile, come immobile rischia di essere la banca per un bel po’, dopo che lo scontro fra il presidente Cesare Geronzi e l’amministratore delegato Matteo Arpe si è concluso con la schiacciante vittoria del primo. Sembra che ad Arpe fossero già state chieste le dimissioni per le 12 di ieri, ma che il combattivo amministratore delegato abbia rifiutato la resa. Nell’ordine del giorno di domani si discuterà comunque della revoca delle sue deleghe da amministratore delegato e la sua carica verrà temporaneamente assegnata a un traghettatore che con ogni probabilità sarà scelto fra i manager della banca.
Il nome più gettonato per il futuro è quello di Paolo Cuccia, ex Acea adesso vicepresidente della banca capitolina e responsabile del corporate e investment banking italiani di Abn Amro. Proprio alle ricuciture di Cesare Geronzi con l’istituto guidato Rijikman Groenink - che è anche il primo azionista della banca con l’8% del capitale - sarebbe da ricondurre lo scacco matto ad Arpe.
Capitalia continua a far parlare di sé. Giovedì è prevista la presentazione dei dati preconsuntivi di bilancio. In molti temono che il conflitto sempre meno silenzioso fra Cesare Geronzi (presidente della banca di via Minghetti) e Matteo Arpe (amministratore delegato) sia giunto al capolinea, sulla soglia di una inevitabile rottura. Le incertezze sul titolo insistono: oggi Capitalia perde a Piazza Affari quasi il 3% e ieri ha chiuso le contrattazioni con un -0,92 per cento. È chiaro che le difficoltà della governance pesano parecchio, anche e soprattutto in prospettiva. Il titolo della banca ha già corso molto e il timore di molti osservatori è che più in là non possa spingersi. In generale si teme che alla fine Matteo Arpe si dimetta. Cesare Geronzi, l’alfiere più deciso dell’autonomia della banca potrebbe a a questo punto togliere del tutto alle azioni Capitalia il fascino di titoli preda.
Dopo che il numero uno di Capitalia ha ostacolato le mire di Intesa e di Abn Amro sembra sempre più chiaro che per ora la banca ballerà da sola sui listini: il problema è che rischia di essere più una mazurka che un rock. Nessuno nega i meriti di Matteo Arpe, anzi molti gli attribuiscono il volto nuovo della banca capitolina e gli ottimi risultati gestionali; tuttavia la crescita stand alone rischia di condannare alla marginalità l’istituto capitolino. Resta per qualcuno l’ipotesi Unicredit che, lanciando un’opa su Abn Amro, potrebbe diventare d’un tratto il primo azionista di Capitalia. Questa però sembra un’ipotesi improbabile.
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Per diversi secoli in Italia regnucoli e principati si sono combattuti per il dominio di questo o quel fazzoletto di terra a suon di invocazioni d’aiuto allo straniero. Inevitabilmente l’aiuto interessato finiva per diventare un’oppressione non minore di quella temuta dal proprio vicino. Solo di rado un delicato equilibrio fra gli interessi delle parti contrapposte riusciva a lasciare un po’ di libertà a questo o quel principato. Si tratta di una storia secolare a cui sembra ispirarsi da tempo Cesare Geronzi, il presidente di Capitalia e vicepresidente di Mediobanca, che si trova al centro di una delle più grosse bufere della finanza italiana degli ultimi tempi.
Capitalia è da tempo una delle protagoniste più gettonate del gossip finanziario che le ha in diverse occasioni attribuito dei flirt con Intesa, Unicredit, Monte dei Paschi e soprattutto con l’azionista olandese Abn Amro. Una direzione quella di Amsterdam che a Geronzi non piace: meglio la Madrid e il Santander di Emilio Botin se si deve finire in mani straniere.
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Toti punta su Gemina, ossia sulla sua controllata Aeroporti di Roma. Morgan Stanley invece punta su un forte ribasso dei titoli di Gemina. Il tutto si articola in un’operazione che vede un pacchetto da 37,93 milioni di azioni (il 10% circa del capitale) di Gemina saltare dal portafoglio di Save, la società che gestisce lo scalo aereo veneziano, a quello di Pierluigi Toti, l’immobiliarista tanto vicino ai salotti buoni della finanza e della politica romana.
L’operazione è complessa, ma merita una spiegazione. Save ha deciso di prestare il 10% di Gemina in modo da congelare fino alla metà del prossimo ottobre una partecipazione che non le sta dando molte soddisfazioni, anzi che finora è stata solo causa di conflitti con l’attuale board di Gemina. I titoli se li è fatti prestare proprio Morgan Stanley e il pacchetto è coperto da un swap che lo copre da eccessive oscillazioni dei prezzi. In questo modo Save ha anche ottenuto un prestito di denaro in pratica più conveniente di quello chiesto a una banca. Ma passiamo a Morgan Stanley.
Il colosso americano come prima cosa ha venduto a Pierluigi Toti la sua quota generando tutte quelle ipotesi sul riassesto in Gemina, la costituzione di un nuovo patto di sindacato (che sarebbe obbligato ad un’opa) e il peso crescente di Capitalia, sponsor di Toti e socio di Gemina col 2%. Fin qui tutto è chiaro, ma un dubbio rimane. A ottobre Morgan Stanley dovrà restituire questi 37,93 milioni di azioni (valore ai corsi attuali intorno ai 126,7 al netto delle opzioni di copertura, delle garanzie e delle commissioni) a Save. L’unica possibilità sembra quella di ricomprarli sul mercato. Dove sta l’affare? L’affare sta nel fatto che se il titolo scende molto il riacquisto di queste azioni si ripaga con i soldi di Toti. Morgan prende oggi da Save a dieci, vende a dieci a Toti, ricompra entro ottobre a 5 (il titolo è sceso molto nel frattempo) e restituisce i titoli a Save. In tutto Morgan ha guadagnato quei cinque di differenza meno le commissioni e le garanzie. La tipica strategia ribassista insomma. Intanto oggi il titolo Save sale del 2,29%. Chi ci guadagnerà a ottobre?
Riceviamo da Cesant e con piacere pubblichiamo
Quale sarà il futuro del sistema creditizio italiano? Chi avesse lasciato l’Italia all’inizio di tangentopoli per tornare il 1° gennaio del 2007, avrebbe trovato il mondo bancario completamente modificato. Le vecchie Casse di Risparmio delle grandi città non esistono più, rimangono solo le relative fondazioni legate tra loro nei patti di grandi istituti (basti prendere la nuova Intesa per trovarci la Cariplo, il San Paolo, la Carisbo, quella di Rovigo, Padova, Venezia, etc.).
Da più parti si sente però affermare che il processo di aggregazione è stato solo parziale e che a breve partirà la fase finale che, contrariamente alle precedenti, vedrà la presenza massiccia di “stranieri”, sempre che una banca con sede in un paese europeo possa essere considerata straniera. Le domande principali sono due come le banche rimaste per ora fuori dal gioco di fusioni che ha ridisegnato il panorama del credito italiano: che fine faranno Capitalia e Monte dei Paschi di Siena? La risposta è complessa, ma più per Capitalia che per Mps.
Mps è infatti la banca di una città fino ad oggi “chiusa” al mondo che è stata interessata da una piccola espansione a Nord verso Mantova e a Sud nel Salento. Per anni il partner è stato la Bnl finita poi ai francesi. Solo in seguito è sbocciata l’ipotesi di un matrimonio con Capitalia (già tramontata?).