
Ancora una giornata da record per Generali eppure il mistero s’infittisce. Un +2,21% che porta il titolo del Leone a quota 35,12 euro, insomma le prese sono forti e gli acquisti più o meno anonimi continuano. Si è anche saputo che la stessa Mediobanca, l’azionista principale di Generali, ha arricchito la propria quota di uno 0,4% del capitale della compagnia triestina comprando già a novembre 525 mila azioni a 31,64 euro cadauna. Oggi Matteo Arpe, nuovo numero uno de facto grazie alla sentenza di un tribunale di Capitalia e quindi amministratore di un 3% abbondante di Generali e titolare di una posizione strategica in una delle battaglie più importanti della finanza italiana.
Un articolo pubblicato su Repubblica riconduce ad una battaglia interna il terremoto che riscalda le azioni del cuore della finanza italiana – come lo ha definito D’Alema – e che gli ha fatto guadagnare più del 6% in una settimana. Al centro ancora una volta il prossimo rinnovo del cda e soprattutto il potere che il Leone di Trieste incarna così bene. Da un lato Mediobanca regina della compagnia da un pezzo; dall’altro Giovanni Bazoli e la sua San Intesa che sgomitano e potrebbero anche essere avvantaggiate da un improbabile aiuto di Unicredit.
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Si aprono nuovi scenari per Capitalia, anzi no. A quanto pare la sospensione del presidente Cesare Geronzi e del consigliere Roberto Colaninno dopo le sentenze per il crack Italcase-Bargaglino non smuove più di tanto le acque. Certo qualcuno puntava su nuove strategie degli olandesi di Abn Amro, primo azionista della banca capitolina con il 7,7% circa, ma è una strada densa di pettegolezzi e di contraddizioni e povera di fatti concreti.
Allo stato delle cose, Paolo Savona neo presidente dopo la sospensione di Cesare Geronzi, avrà diverse sfide da affrontare e sembra prontissimo ad affrontarle. “Se le cose vanno come è stato detto, assumerò la reggenza. Il mio primo compito è quello di ricostituire gli organi societari”, ha dichiarato l’agguerrito ex vicepresidente vicario. Gli dà forza senz’altro l’appoggio degli azionisti olandesi che hanno ribadito, dopo aver presentato i buoni risultati e gli ambiziosi progetti di Antonveneta, la loro fiducia nel management e il loro interesse alla crescita di Capitalia di cui rimangono azionisti fedeli e soddisfatti.
“Non abbiamo mai proposto una fusione a Capitalia” ha spiegato Huibert Boumeester, membro del board di Abn Amro, contraddicendo quanto detto dallo stesso Cesare Geronzi qualche tempo fa. Adesso però, secondo diversi analisti, si apre una nuova fase per la banca di via Minghetti che potrebbe essere indebolita dall’assenza del suo grande vecchio.

Tutti pazzi per Generali. In questi giorni i pettegolezzi sul Leone di Trieste e soprattutto gli acquisti importanti si sono moltiplicati e rendono lampante che qualcosa di grosso e indefinito intorno a big Bernheim si muove. Così mentre Cesare Geronzi, presidente di Capitalia e vicepresidente di Mediobanca, ribadisce che il suo Antoine Bernheim “sta bene dove sta”. Attualmente quindi il presidente di Generali rimane al vertice della compagnia, oltretutto di certo il francese non è sgradito all’asse Intesa-San Paolo che lo ha da poco nominato alla vicepresidenza. Insomma lo scontro fra Mediobanca-Capitalia-Unicredit da un lato e Intesa-San Paolo dall’altro lo fortifica anziché indebolirlo.
Il bello è che qualcuno da questa guerra di posizione per il gigante delle assicurazioni a cui tutte le banche si vorrebbero appaiarsi trae la conclusione che Unicredit e Capitalia si avvicineranno sempre di più, magari fino a fondersi in vista di un’ulteriore matrimonio con Generali. Un’ipotesi niente affatto peregrina e neanche nuova, che però nel fermento dell’era Draghi rimane sempre interessante.
Intanto la corsa alle azioni del Leone appare inarrestabile.
Matteo Arpe ha detto forse. Il focoso amministratore delegato di Capitalia ha dichiarato oggi durante la conference call per la presentazione dell’ultimo trimestre che la preda più contesa fra le banche di piazza Affari discuterà la prossima settimana del tema aggregazioni/acquisizioni/fusioni. Non ci sono allo stato delle cose dei punti fermi in merito o dei progetti precisi, né tanto meno dei negoziati, ma se ne parlerà. Il tema era l’alternativa d’obbligo in una presentazione di dati trimestrali che permettono “in un ambiente più difficile del previsto” di mantenere le stime 2006-2007.
L’uomo di via Minghetti, insomma, non nega una discussione (dopo mesi di articoli a tutta pagina) su una possibilità di gettare un ponte fuori dal fossato che sembra aver condannato Capitalia più che a un processo di stand alone a una sempre più difficile (e fragile) loneliness. Già perché i predatori sono tanti e sono grossi e, anche se i prezzi da capogiro della Banca ne sconsigliano l’acquisto, di certo un alleato (magari sottomesso) farebbe comodo. Arpe però mantiene, o almeno dimostra, un certo aplomb nel parlare di un argomento tanto delicato e afferma: “Non siamo ansiosi di andare a seguire dinamiche di mercato a ogni costo”, ma “ci stiamo lavorando”.A questo punto ripete che non c’è “nessuna ansia” perché “quando mi alzo la mattina e leggo sui giornali che qualcuno presenta un’offerta per Capitalia, so che ci vogliono 30 minuti per bloccarla. Basta alzare la cornetta”. Insomma il patto è solido, almeno quello che raggruppa i soci forti, e “ha dato prova negli ultimi mesi di voler sostenere il management.
A far gola a eventuali predatori, oltre alla redditività della banca c’è quella delle sue partecipazioni, che garantiscono anche un posto nei salotti giusti della finanza italiana. Capitalia non ha intenzione di entrare in Olimpia (le basta essere nel patto di sindacato di Pirelli), né gli è stato chiesto. Non ci dovrebbero essere grossi cambiamenti di portafoglio. Qualche spunto viene invece dall’analisi grafica.
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Apertura in rosso per Capitalia nel giorno della pubblicazione dei dati della trimestrale. Il titolo, ha aperto a quota 6,94 in calo di oltre due punti e mezzo percentuali. Lievi ritracciamenti limano le perdite mentre gli analisti ascoltano la conference call di stamane. Eppure i dati non sembrano male e riportano anzi un incremento dell’utile netto del 26% a quota 804 milioni di euro. Il margine d’interesse sale dell’11%, a quota 2,09 miliardi. I ricavi totali salgono del 6% a quota 4,01 miliardi mentre il risultato lordo di gestione sale a 1,6 miliardi con un incremento del 9%.
Migliorata anche la struttura dei costi del gruppo con un rapporto cost/income sceso di ben 1,3 punti percentuali. Bene il credito al consumo, l’accensione dei mutui e l’erogazione di impieghi corporate a lungo termine cresciuta del 65%. Un forte calo invece è da registrare nella raccolta complessiva di prodotti Wealth management sulle reti distributive del gruppo: i 4,16 miliardi di euro raccolti sono inferiori del 29,3% rispetto ai primi nove mesi del 2005.
Il nuovo progetto Delta 2 nel suo primo anniversario sembra dare ottimi risultati. I servizi money transfer con Western Union, l’assistenza previdenziale, la consulenza immobiliare, le consulenze e le operazioni del Caf, sembrano soddisfare il management.

Desta un certo sospetto la richiesta di Gianfranco Micciché, deputato e membro dell’Assemblea regionale siciliana noto alle cronache per l’accusa di essersi fatto portare grossi quantitativi di cocaina direttamente al Ministero dell’Economia sotto il precedente Governo. Proprio Micciché ha chiesto al Governatore siciliano Salvatore Cuffaro di offrire sul mercato al miglior offerente quel 3,35% di Capitalia che è nel portafoglio di palazzo dei Normanni.
“Una partecipazione pressoché inutile per lo sviluppo della Sicilia”, ha sostenuto il deputato forzista. La richiesta di Miccichè nascerebbe anche dall’esigenza di “fronteggiare il continuo attacco alla Regione Siciliana operato da questo governo Prodi, vedi l’eliminazione del Centro di Ricerca Carini, vedi il Ponte, e, cosa ancor più grave, vedi la compartecipazione nella quota di risorse per tappare il buco della sanità, che incide per ulteriori 1,2 miliardi di euro”.
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Nessun progetto di opa su Capitalia, non sono previste acquisizioni in Spagna o all’estero per il momento. Il portavoce del Santander ha così messo uno stop alle indiscrezioni uscite sulla nostra stampa nazionale che davano per prossima un’offerta della banca iberica sull’istituto di via Minghetti. L’effetto è quello di perdite vicine all’1% per il Bsch a Madrid e guadagni superiori all1% con volumi sopra la media per Capitalia in una giornata di fiacchezza per i titoli bancari di piazza Affari.
In poche parole, secondo diversi analisti, la banca guidata da Cesare Geronzi con le ultime voci rimbalzate rapidamente anche sulla stampa spagnola ha riconfermato il suo appeal per il mercato e il suo ruolo di preda fra le più interessanti d’Europa.
Ai rumors sull’interesse del Santader aveva contribuito la brama di rivincita dell’istituto presieduto da Emilio Botin dopo l’uscita dai giochi di Intesa San Paolo non ancora compensata da un concambio più favorevole o da qualche regalo finanziario. Circa un mese fa Cesare Geronzi aveva già detto no alle proposte olandesi di Rijkman Groenink (numero uno di Abn Amro che ha in portafoglio l’8,6% di Capitalia ed è reduce dalla conquista di Antonveneta), che ora potrebbe meditare un piano alternativo a quello degli spagnoli. Oggi si parlava già di incontri a breve del Santander con Mario Draghi per discutere la questione e progettare un’offerta. A questo punto la palla ritorna al centro.
“Saremmo diventati solo una divisione retail” di Abn Amro. Capitalia invece vuole rimanere “padrona del proprio destino”. Così Cesare Geronzi, presidente della banca romana, ha raccontato il perché di uno dei più scottanti rifiuti della storia recente della finanza italiana. Il vento ormai si è calmato e, dopo che Intesa ha avviato il progetto di fusione con San Paolo e anche le mire olandesi di Abn Amro sembrano definitivamente tramontate, Geronzi può raccontare qualche retroscena.
Il primo riguarda proprio l’azionista straniero che attualmente detiene il 7,7% della banca capitolina. Rijkman Groenink, che dell’istituto olandese è la guida suprema, aveva fatto la sua proposta, ma Geronzi aveva detto di no: la crisi rimase relativamente in ombra e anche la riconferma della presenza di Abn Amro nel patto di sindacato contribuì a gettare acqua sul fuoco.
Molte questioni sono però rimaste sul tavolo di Geronzi da allora e alcune delle vicende chiuse nella stagione in cui la banca era sotto assedio potrebbero rivelarsi oggi mine inesplose. Ora la domanda è perché un uomo che è solito distribuire le sue dichiarazioni col contagocce abbia deciso proprio sabato di parlare. Nel mutato scenario delle banche italiane quali saranno le scelte di Capitalia? A nessuno sfugge che, se le nozze con Intesa fallirono anche per delle difficoltà industriali, fondamentali per quel rifiuto furono gli effetti sul delicato equilibrio fra poteri forti in Generali, Mediobanca ed Rcs. La casa editrice di via Solferino potrebbe essere, secondo diversi osservatori, il nuovo terreno di scontro fra i diversi attori di questa complessa partita della finanza italiana.
Resta da vedere come la crisi in Telecom potrà accelerare dei mutamenti nel patto che guida proprio Capitalia. In molti danno, infatti, per pronta la vendita di quell’1,92% della banca in mano a Pirelli: al gruppo sicuramente servirebbe la lauta plusvalenza di 326 milioni circa che la vendita potrebbe garantire.
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Lo diciamo? Lo diciamo. Era ora. Il cortiletto di Siena targato Fondazione Monte de Paschi di Siena finalmente si è aperto a nuovi ospiti: un po’ d’aria gli serviva. Lo si aspettava dai tempi del fallito accordo con Unipol e da prima ancora. Gabriello Mancini, presidente della Fondazione, ha dichiarato che la sua associazione è pronta a diluirsi in caso di aggregazione e ciò ha portato il titolo a chiudere la giornata con un guadagno dello 0,72%.
Intanto si almanacca ancora sul possibile partner di Mps Vita: sarà Aegon o Fortis? Sarà pagato 500 o 550 milioni di euro il biglietto di ingresso nella joint venture senese? E l’indiretto accordo con Axa, di cui sia Fortis che Aegon sono azionisti, quali prospettive aprirà al cortiletto senese?
Tutto purché si salvaguardi “il legame strategico col territorio e l’autonomia della banca”, sia chiaro. Ma, intanto, Deutsche Bank in un report che giudica care le banche italiane ha avviato la copertura su Mps con un hold. È una scommessa su possibili aggregazioni? Dell’ipotesi di nozze con Capitalia ormai non si parla più, a quanto pare a Siena Roma non piace. Non resta che guardare di là dalle Alpi. Male non farà.
C’è incertezza. Abn Amro, il colosso bancario olandese di cui si è tanto parlato sui nostri giornali a seguito della difficile conquista dell’Antonveneta perde oltre il 2,8% dopo la pubblicazione dei dati di bilancio che vedono l’utile del semestre crescere del 17,7% oltre quota 2,25 miliardi. Per il futuro la banca olandese programma una crescita organica di Antonveneta e qualche piccola acquisizione locale, oltre a un cambiamento del marchio che evidenzierà la nuova proprietà e dovrebbe piacere anche in Italia. Nei piani di Rijkman Groenink, il presidente dell’istituto di Amsterdam, “un piccolo big bang”. Più incerto rimane il futuro di Abn Amro in Capitalia.
Dopo la faticosa conquista dell’Antonveneta, conclusasi solo sabato scorso e costata cara sia al titolo che alle casse della banca olandese, la croce e delizia dei fan della Abn Amro è diventata, infatti, Capitalia. Nell’istituto guidato da Matteo Arpe e Cesare Geronzi gli olandesi hanno una quota del 7,68% circa (ma qualcuno dice che ce n’è un altro 4% fuori dagli schemini della Consob). Si tratta quindi di una quota di tutta rilevanza e, considerando le brame di Intesa e di altri nei confronti della banca di via Minghetti, il fatto che il prossimo settembre scada l’attuale patto di sindacato rende tutti un po’ più nervosi.
Tuttavia il buon Groenink, 57 anni e un piglio di solito molto deciso nelle contrattazioni, non sembra ancora avere deciso cosa fare. Il fatto è che l’olandese vorrebbe crescere, ma gli altri membri del patto, e le regole degli stessi accordi parasociali, glielo vietano. Andarsene sbattendo la porta, visto che già si ha in tasca Antonveneta, sarebbe un po’ avventato. Inoltre una mossa del genere innescherebbe un terremoto che potrebbe avvantaggiare Intesa, ma che potrebbe anche risultare dannoso agli stessi olandesi. Cosa fare allora? Il fatto di aver letto due agenzie che a distanza di due ore sembravano confermare e smentire la volontà di Groenink di accrescere la propria quota ci dà la chiara impressione che le scelte siano ancora incerte e che altri soggetti debbano dire la propria in merito. Forse qualche cena d’agosto rischiarerà la vicenda.