
Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
A fine mattinata Generali oscilla poco sopra la parita’. Il quadro grafico di breve termine e’ dominato dalla secca flessione vista nelle ultime 2/3 settimane. L’eventuale violazione di 13,90 euro confermerebbe la solidita’ del ribasso e preannuncerebbe un test del minimo annuale a 13,53. Affidabili indicazioni rialziste giungerebbero a seguito del superamento di area 15 per l’obiettivo a quota 16. Negli ultimi due giorni i vertici della compagnia triestina hanno parlato delle possibilita’ di crescita in Asia. L’a.d. Sergio Balbinot in una intervista al quotidiano francese La Tribune ha dichiarato che Generali guarda con attenzione a eventuali opportunita’ di crescita nei paesi dove e’ presente (Cina, India, Tailandia, Filippine, Indonesia, Giappone, Hong Kong e prossimamente Vietnam). Non si trattera’, pero’, di un’offensiva in grande stile ma di un potenziamento delle attività caratterizzato dalla selettivita’ al fine di non disperdere le energie. Il concetto e’ stato poi ribadito e precisato dal presidente Cesare Geronzi. Quest’ultimo ha affermato, nel corso del meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, che l’Asia interessa moltissimo, ma anche che questo non si tradurra’ in una campagna di acquisizioni a tappeto. Lo shopping riguardera’ solo obiettivi funzionali al raggiungimento degli obiettivi di Generali, obiettivi per i quali al momento non vi sono peraltro proposte concrete. Geronzi ha citato tra i mercati di maggiore interesse l’India e il Vietnam: in questo ultimo paese Generali ha ottenuto l’anno scorso una licenza per l’apertura di un ufficio di rappresentanza e ora attende il rilascio di una licenza operativa da parte delle autorita’ vietnamite. Intanto ieri la controllata israeliana Migdal Insurance and Financial Holdings (di cui Generali detiene il 70% del capitale) nel secondo trimestre 2010 ha visto praticamente azzerarsi gli utili a causa delle svalutazioni degli investimenti in seguito al calo delle quotazioni sui mercati finanziari.
Il titolo di Unicredit rimane incerto anche oggi a Milano, con performance lievemente sotto la parità e concreti pericoli di ritorni in zona 1,80-1,85 e di ulteriori affondi. D’altra parte agosto è un mese di volumi ridotti e i dossier che aspettano a Piazza Cordusio di essere chiusi sono numerosi. Il più discusso in questi giorni è probabilmente quello di Pioneer, l’ala risparmio del gruppo che gestisce oltre 185 miliardi di euro con un’offerta di 180 fondi e circa 2 mila persone al suo servizio. Si tratta di un asset che negli ultimi mesi il gruppo ha deciso di vendere o dare in gestione, possibilmente per intero, in maniera da rafforzarsi patrimonialmente.
Alessandro Profumo in merito è stato abbastanza chiaro: le dimensioni al momento non sono adeguate perché il futuro è di piccole boutique dell’eccellenza o di giganti globali e Pioneer si trova nel mezzo. Dare in gestione a qualcuno (a un leader del settore) quanto c’è in Pioneer è comunque un’opzione assai più industriale di una cessione tout court. Oltre e più che la valorizzazione degli asset (gli analisti calcolano in 3-4 miliardi di euro l’ammontare dell’operazione) quello che sembra interessare al manager è una prospettiva che renda il gruppo più competitivo grazie a un partner di rango. Questo consentirebbe in seconda battuta alla clientela globale di Unicredit di essere “ben servita” in un settore strategico come quello del risparmio gestito dove la competizione è ogni giorno più difficile.
Diversi fattori influenzeranno notevolmente ogni valutazione di prezzo. Intanto bisognerà capire cosa vuol cedere Unicredit: si parla di minorities, di quote anche di controllo o dell’intero pacchetto? Ci sarà uno spezzatino come ipotizzato da MF stamane? Una simile ipotesi sembra suggerire che alcuni investitori siano interessati ai soli asset americani (ma questo potrebbe non piacere a Piazza Cordusio).
Altro importante discorso riguarda la distribuzione: se Unicredit, come sembra, chiederà delle garanzie sulla distribuzione con dei vincoli pluriennali alla propria rete, allora il valore di Pioneer scenderà. Tutto rimane in forse e ieri il management ha precisato che nessuna decisione è ancora stata presa. Solo da settembre, come detto a maggio, si tornerà ad essere più operativi in merito a questa cessione o partnership che sia. Al momento comunque non c’è fretta, anche perché la congiuntura attuale non incoraggia particolarmente la cessione di questo genere di attività.
Natixis si è comunque detta interessata, altri concorrenti potrebbero essere Amundi e diverse sgr americane, le proposte sarebbero insomma numerose. Comunque sia, gli offerenti sono ancora ben lontani da offerte vincolanti o due diligence. Ma come sta Pioneer?
I dati ufficiali più aggiornati sono quelli della prima trimestrale di Unicredit che, però, si possono integrare con le rilevazioni mensili di Assogestioni che rivelano consistenti deflussi negli ultimi mesi, ma anche una crescita del patrimonio: si tratta di dati che misurano solo una parte limitata, anche se importante delle attività dell’asset manager: quella italiana che pesa per circa il 50% sul totale.
In effetti i dati complessivi di Pioneer del primo trimestre indicano, a perimetro completo, afflussi positivi per 2 miliardi di euro soltanto in Italia e una raccolta da 2,7 miliardi in totale. Il patrimonio da 185 miliardi a fine giugno risulta sostanzialmente invariato rispetto al dato di marzo consultabile sul sito della società. Nel primo trimestre il rapporto cost/income è in miglioramento e con esso la redditività. Di certo, visto il preponderante peso dell’Italia, l’allargamento della compagine sociale a un gruppo straniero potrebbe portare benefici anche alla clientela di Unicredit che è di fatto internazionale.
Fondata nel 1928 da Philip Carret Pioneer è stata la prima società di gestione a proporre fondi comuni di investimento in Italia, entrata nel perimetro di Unicredit nel 2000, adesso si trova davanti nuove sfide. Comunque vada è probabile che passino ancora per Piazza Cordusio per qualche anno almeno.

Una crescita dei ricavi di oltre il 20% non può che essere incoraggiante e il giro d’affari di Enel da 34,2 miliardi di euro a semestrale la rende un gruppo sempre più un peso massimo dell’industria globale (per di più in un settore strategico come quello dell’energia).
La crescita è però in gran parte dovuta al cambiamento di metodo di consolidamento della spagnola Endesa da proporzionale a integrale. Buone anche le performance in Russia, mentre il mercato italiano si è mostrato in netto calo. Il gruppo insomma è cresciuto solo all’estero, in termini di fatturato, con una crescita dei ricavi del 107,6% in America Latina e Spagna a quota 14,8 miliardi di euro. La divisione internazionale non ha fatto meno con un apporto al giro d’affari di 3,11 miliardi di euro. La business unit mercato italiano ha ceduto il 13,8% dei ricavi portandosi a 9,14 miliardi di euro, ma l’ebitda è cresciuto del 20,6% a 193 milioni di euro. La business unit Infrastructure&Network, che vanta ricavi per 3,41 miliardi di euro, ha registrato una flessione dell’1,6% in termini di ricavi e del 23,5% in termini di risultato operativo (ebit a 1,4 miliardi).
Da ricordare le performance della quotanda Enel Green Power che registra un rialzo dei ricavi del 12,9% a 974 milioni di euro, ma una flessione dell’ebit del 2,4% a 495 milioni. Da un punto di vista patrimoniale va evidenziata la crescita dell’equity a 49,92 miliardi di euro a fronte di un debito in crescita di oltre 5 punti percentuali a quota 53,89 miliardi di euro. Il management ha spiegato che almeno 1 miliardo di euro di debito sono da attribuire alla contabilizzazione in euro e 1,4 miliardi alla conversione in euro di prestiti in natura straniera che avviene tramite operazioni di hedging.
Di certo un rapporto debt/equity sopra l’unità è ancora lontano dagli obiettivi del gruppo che però ha ribadito l’intenzione di rispettare i target di una riduzione del debito a 45 miliardi entro la fine dell’anno. Il debito ha una scadenza media di 6 anni e 9 mesi e un costo medio del 5,3 per cento e sicuramente una sua riduzione sarà favorita dalla cessione da 1,41 miliardi di euro della rete di Endesa a REE, così come la quotazione di Enel Green Power che dovrebbe portare risorse notevoli nelle casse del gruppo e aiutarlo a non deludere le agenzie di rating che tengono sott’occhio il suo livello di indebitamento.
Certamente i prossimi risultati operativi del gruppo saranno importanti anche per rendere più fiduciosi gli investitori che vorranno scommettere sulle fonti rinnovabili di Green Power per la quale la quotazione a ottobre rimane confermata.

Safilo ci vede benissimo anche senza gli occhiali della Diesel che dal prossimo anno non sarà più in partnership con l’azienda veneta per questo prodotto. Il titolo oggi ha toccato un massimo a 8,19 euro e potrebbe anche tentare un allungo, nelle prossime settimane oltre gli 8,5 euro. La perdita del marchio della Diesel riduce a 28 i marchi in licenza ai quali vanno comunque aggiunti 5 marchi di proprietà.
Se però si guarda all’ultima trimestrale, magari in attesa dei dati semestrali del prossimo 2 agosto, si nota che il business finora si è mostrato molto resistente, nonostante la società sia passata per fenomeni tumultuosi con il disimpegno dei Tabacchi, oggi scesi al 10% del capitale del gruppo, e l’ascesa nella compagine proprietaria del gruppo di Hal, grande distributore internazionale oggi al 37,2% del capitale.
Il conto economico del gruppo mostra praticamente risultati invariati con vendite a 286 milioni contro i 287,9 del primo trimestre del 2009 e un ebitda in crescita a 34,6 milioni contro i 30,2 milioni di un anno prima. L’utile del gruppo rimane invariato a 1,7 milioni per via di imposte cresciute da 2,6 a 3,9 milioni di euro e per svalutazioni di imposte differite per 4,8 milioni di euro. Il fatto che però nel conto economico l’utile operativo cresca da 19,1 a 24,1 milioni di euro lascia sperare per il trimestre in corso e per i prossimi in un forte miglioramento della reddittività del gruppo.
Tutto l’anno sarà influenzato dalla cessione del business retail a fine 2009 (vendute la catena spagnola e quella australiana con la riduzione dei punti vendita a 219 dai 221 precedenti) che modifica il perimetro della società ma sembra anche eliminare degli asset in perdita. Il calo dei prezzi degli occhiali pone sotto pressione i margini dei grandi gruppi e potrebbe avere effetti anche su Safilo che, in quanto produttrice, vuole cogliere le occasioni che il riposizionamento di grandi marchi con la creazione di linee più a basso costo offre ai vari produttori.
La buona redditività industriale e la solida generazione di cassa incoraggiano la ripresa dell’azienda. La posizione finanziaria netta, infine passa da un saldo negativo di 588 a uno di 315 milioni di euro con un patrimonio netto di 763,1 milioni di euro. La solidità patrimoniale del gruppo è dunque molto rafforzata.
Il rapporto conflittuale con gli storici soci della famiglia Tabacchi non sembra però essersi del tutto rasserenato. Circa un anno fa un impianto di Safilo a Precenicco (impianto oggi dismesso) era risultato irregolare: sembra che venissero trasformati in oggetti in made in Italy degli occhiali provenienti dalla Cina. Alla fine, riporta il Messaggero Veneto di qualche giorno fa, Vittorio Tabacchi, attualmente presidente onorario della Safilo, ha patteggiato una pena di 6 mesi di reclusione convertiti in 6.840 euro di ammenda.
Un’ammenda tanto ridotta da fare infuriare i sindacati della Cgil, della Cisl e i lavoratori che presidiano i cancelli dell’azienda e da fargli chiedere a gran voce una nuova legge sulla difesa del made in Italy. All’imprenditore in effetti è bastato cancellare il marchio “made in Italy” per ottenere il dissequestro della merce. In realtà Safilo, gigante mondiale delle montature per occhiali da sole e da vista non ha mai avuto gravissimi problemi industriali, a monte, però, i Tabacchi hanno rischiato di essere soffocati dai debiti tanto da dover cedere alla fine il controllo della società. Adesso i nuovi soci potrebbero avviare un nuovo corso in contemporanea a una ripresa che sembra incoraggiata dal recupero dell’export tricolore. Forse il ribasso dell’euro potrà incoraggiare una maggiore attenzione per la produzione italiana, di certo il gruppo ha i numeri per competere nello scenario attuale su tutti i mercati principali.

Un passettino avanti nella nuova finanza del dopo-crisi il mondo lo ha fatto con il via libera della Camera degli Stati Uniti alla riforma finanziaria. Si tratta però ancora di un passettino per diverse ragioni. La prima deriva dal fatto che, anche se gli Stati Uniti sono tra i maggiori protagonisti della finanza globale, certo una riforma nel loro mercato soltanto ha bisogno di ulteriore coordinazione con gli altri grandi e piccoli mercati.
In fondo se si critica il divieto dello short selling (ma dei soli cds naked) applicato dalla Merkel in Germania perché troppo locale, non si può pensare che una riforma degli Stati Uniti soltanto possa davvero cambiare le cose: se c’è una certezza in questo autunno della crisi è che la finanza si muove su scala globale e necessita dunque di soluzioni coordinate.
Sembra meno banale in questi giorni in cui si alternano prese di posizione e distinguo in sede europea e nel più largo consesso del G20, con il solito vorremmo, vedremo, faremo che in pratica lascia le cose invariate.
Sono passati quasi tre anni dall’inizio della crisi e ancora le grandi riforme dei mercati latitano. Oggi Washington, prima imputata di questa crisi senza fine, sembra voler voltare pagina. Circa 615 trilioni di derivati contrattati annualmente sui mercati non regolamentati OTC dovrebbero ora passare su piattaforme regolamentate.
In parte sarà applicata anche la Volcker Rule per la quale però sarebbe a questo punto più adeguato trovare un altro nome visto che, secondo quanto riportato da Bloomberg, la legge che dovrebbe separare il trading dalle altre attività delle banche evitando loro rischi troppo eccessivi sarebbe stata troppo diluita. Con un compromesso dell’ultima ora le banche ora potranno investire fino al 3% del proprio capitale in fondi di private equity e in hedge fund.
A molti è parso che questa riforma chiave sia stata alla fine troppo indebolita dalle pressioni repubblicane guidate dal senatore Scott Brown. In pratica si volevano evitare casi come quello di State Street che avendo corso troppi rischi con prodotti derivati legati ai mutui ha spostato i capitali dalle attività sane mettendo a rischio la propria sopravvivenza e imponendo allo stato un salvataggio oneroso.
In compenso è stato previsto per gli hedge fund un apposito registro con relativa autorizzazione e in generale sarà messo in piedi un monitoraggio dell’intero sistema finanziario e non dei suoi singoli componenti soltanto e sono stati attribuiti forti poteri di controllo e intervento alla Federal Reserve. Una legge di intervento particolare nei casi di crisi di grandi aziende del settore dovrebbe scongiurare salvataggi costosissimi come quello di AIG o fallimenti disastrosi come quello di Lehman Brothers. Il consumatore di prodotti finanziari avrà nuovi strumenti di informazione e la Fed regolerà i mercati dei mutui e delle carte di credito (non quelli dei finanziamenti per le auto).
Molte cose insomma dovrebbero cambiare, forse meno di quanto si sperava, ma comunque a sufficienza da inviare un segnale anche in Europa dove già la Germania ha compiuto dei passi autonomi e dove Berlino e Francia premono ancora per una nuova tassa sulle banche e sulle transazioni internazionali. Come per Washington però, senza una piattaforma globale (come quella di Basilea) gli effetti delle nuove norme rimangono ancora troppo parziali.

La questione intorno agli assetti di Vivo per Telecom Italia è assai meno marginale di quanto a volte appaia dalla cronaca finanziaria nazionale. In Brasile, alla fine del primo trimestre, il colosso telefonico italiano realizza più di un quinto del proprio fatturato ossia circa 1,39 miliardi di euro. Certo in termini di redditività la società ha ancora molto da dare e i margini rimangono assai esigui: l’ebit della business unit brasiliana ammonta a soli 65 milioni di euro su un risultato operativo complessivo di Telecom di 1,4 miliardi di euro. Va però osservato che il ritorno a un utile operativo è recente per Tim Brasil e che gli investimenti da 277 milioni di euro (su cui però ha influito anche il cambio) sicuramente contribuiranno ai risultati nei prossimi anni.
Il contesto appare incoraggiante: San Paolo continua a essere il cuore economico di tutto il continente e le stime ipotizzano che già quest’anno la crisi dovrebbe sparire con una crescita del Pil del Paese intorno al 4-5 per cento. Una crescita così, come noto, in Europa ce la sogniamo e neanche le ottimistiche previsioni di Ben Bernanke attribuiscono al Pil statunitense un recupero superiore al 3,5 per cento nel 2010. Insomma il Brasile è quasi un El Dorado e la nuova crisi interna a Vivo potrebbe creare anche delle occasioni per Telecom Italia, sebbene più di un dubbio sorga all’idea che le Autorità locali approvino che Telefonica raggiunga un quasi monopolio nella telefonia brasiliana, viste anche le sue importanti partecipazioni in Telecom Italia. Si spera che almeno questa volta non sia incolpata la società italiana delle manovre della sua azionista.
Al riguardo occorre senz’altro ricordare che ieri in Argentina Telecom Italia ha ottenuto un importante successo legale con le decisioni della Corte di Appello locale che ha annullato le risoluzioni in merito al diritto di voto dei rappresentanti della società italiana in Telecom Argentina. In realtà si tratta soltanto di un successo parziale. Nonostante il Fuero Penal Economico abbia in parte accolto le richieste della società italiana la partita, che si gioca in diverse sedi legali e su diversi argomenti, è ancora aperta come ha dichiarato la famiglia Werthein. Quest’ultima è particolarmente interessata dal caso anche perché fra i temi in discussione c’è quello su un’opzione call in mano a Telecom Italia sul capitale dei Werthein in Sofora, la holding di controllo di Telecom Argentina. Tale opzione finora non è stata esercitata dal gruppo italiano, ma gli consentirebbe di ottenere il controllo della società argentina.
Il contenzioso legale però appare ancora lungo e incerto, anche perché diversi investitori argentini fanno pressione per ottenere la possibilità di subentrare a Telecom Italia nel capitale di Telecom Argentina e il governo della stessa Kirchner schiera contro il gruppo italiano il segretario Guillermo Moreno al Commercio Estero. Come ha giustamente sottolineato il quotidiano argentino La Nacion appare invece davvero strano che, tra tanti soggetti coinvolti in questa complessa partita, non figuri proprio Telefonica dalle cui mosse, invece, ha preso avvio proprio quella concentrazione oggi contestata a Telecom Italia.

Seduta brillante per Unipol che guadagna il 3% sullo sfondo di listini in contrastato recupero e si riporta a 71 centesimi con un balzo chiaramente influenzato dal nuovo aumento di capitale annunciato dal gruppo. Un recupero oltre i 73-75 centesimi e magari un test vittorioso delle importanti resistenze di area 80 centesimi sicuramente darebbe una bella riassestata all’impostazione tecnica del titolo. L’affondo della scorsa settimana a 60 centesimi ha infatti inviato dei brutti segnali che impongono prudenza e conferme dal mercato (come il recupero sopra i 70 centesimi di stamane). Il nuovo aumento di capitale da mezzo miliardo di euro però nasce sotto un buon auspicio.
Atteso da tempo, a sorpresa si è rivelato particolarmente conveniente con un’offerta da 0,445 euro che implica uno sconto di circa il 38% sui prezzi di stamane e che rappresenta un chiaro invito al mercato. Qualcuno ha sottolineato la riduzione del ruolo del Consorzio di Garanzia che comprende gruppi del calibro di Mediobanca, Bnp Paribas, Mps e Carige in quanto ovviamente se l’aumento di capitale andrà interamente sottoscritto i margini di intervento dei garanti saranno minori. In realtà con l’impegno di Finsoe a sottoscrivere il pro-quota, ossia il 50,7% del capitale circa (31% votante), non è che ci siano troppe incertezze su chi comanda in via Stalingrado. Quanto agli assetti societari della catena proprietaria di Unipol che la collega al mondo delle Coop e della cosiddetta “finanza rossa” tutto sembra per ora in forse.
Da tempo si ipotizza un accorciamento della catena proprietaria con una fusione tra le holding Holmo e Finsoe e giova forse ricordare che già un anno fa l’Isvap avrebbe bloccato la stessa operazione per ragioni connesse al patrimonio di vigilanza. Il nuovo aumento di capitale cambierà le carte in tavola? Al momento non sembra il primo problema del management che con il denaro racimolato sul mercato finanzierà diverse operazioni fra le quali gli investimenti in Arca Vita e Arca Assicurazioni, ma non l’acquisizione di nuove filiali da parte del ramo bancario: “in questo business opereremo a perimetro costante” ha sottolineato di recente la compagnia. Gli obiettivi per il 2012 prevedono comunque il raggiungimento di 4,6 miliardi di euro di premi nel ramo danni e di 3,1 miliardi di euro nel ramo vita. Nello stesso anno l’utile netto dovrebbe portarsi a quota 250 milioni di euro.
Sfide non da poco con le quali potrebbe forse interferire la rinnovata attenzione sulla fallita scalata alla Bnl che richiama in causa in questi giorni gran parte dei protagonisti della politica e della finanza di allora e di oggi. Francamente, dopo che la Lega ha dichiarato di volere per sé le banche del Nord, l’epoca in cui Piero Fassino chiedeva “allora abbiamo una banca?” a Consorte pare l’età dell’innocenza. Infatti l’unico appeal della vicenda viene oggi dai dossier su quelle intercettazioni e dal paradosso di Paolo Berlusconi, editore de Il Giornale, indagato per ricettazione di intercettazione segreta mentre il fratello cerca di portare a termine una nuova legge che dovrebbe proprio impedire questo genere di reati. Di novità non se ne vedono tantissime, nonostante molti punti della fallita impresa dei furbetti del quartierino risultino ancora oscuri, a partire dall’esatto ruolo di Gianpiero Fiorani. Il caso riguarda inoltre più la politica che la finanza ormai e Unipol, pur essendo da sempre luogo di contatto tra le due sfere, sembra diretta più a riposizionarsi per il dopo crisi che non a riaprire dossier ormai chiusi da tempo.

Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Mattinata positiva per i titoli del settore assicurativo che si muovono in sintonia con il resto del mercato. Particolarmente brillante Fondiaria-Sai su indiscrezioni in base alle quali il gruppo Ligresti, cui fa capo la compagnia guidata da Fausto Marchionni, sarebbe intenzionato a crescere nel progetto Citylife, portando la sua quota dal 26 al 33 per cento.
Per il momento quindi le azioni del comparto non sembrano risentire della notizia relativa all’indagine conoscitiva avviata dall’Autorita’ Garante della Concorrenza e del Mercato sul settore delle assicurazioni RC Auto.
In base a denunce pervenute all’Autorita’ e ai dati statistici diffusi da organismi pubblici e privati si evince che negli ultimi anni il livello dei premi nel comparto in parola e’ aumentato in modo consistente e generalizzato. In particolare dal 2009 al 2010 gli aumenti medi dei premi sono stati pari al 15%, con punte del 30% per quanto riguarda i motocicli.
Queste dinamiche hanno peraltro interessato un periodo, l’ultimo quinquennio, i cui le assicurazioni RC Auto sono state oggetto di molti interventi legislativi e regolamentari (su tutti il risarcimento diretto) volti a aumentare la concorrenza tra le imprese di assicurazione e quindi a vantaggio dei consumatori. Alla prova dei fatti pero’ il risultato e’ stato in sostanza opposto rispetto a quello che ci si attendeva. L’Autorita’, nell’adunanza del 6 maggio, ha quindi deciso di intervenire, anche alla luce dell’elevata incidenza delle spese per l’RC Auto per i cittadini. Secondo l’Istat nel 2007 ogni nucleo familiare ha speso in media ben 940 euro in premi assicurativi per mezzi di trasporto.
L’indagine conoscitiva mira a verificare l’andamento di prezzi e costi nel settore RC Auto e gli effetti sulla concorrenza della procedura di risarcimento diretto, al fine di individuare possibili aree di criticita’ ed eventualmente proporre interventi volti a favorire la concorrenza.
L’indagine dell’Autorita’ sembra potenzialmente in grado di portare a provvedimenti penalizzanti per le compagnie assicurative, le quali potrebbero quindi essere indotte a fermare o rallentare i rincari sui premi delle RC Auto.

Ancora in rosso Fondiaria Sai che dopo le perdite che hanno accompagnato la pubblicazione dei risultati oggi si porta a ridosso degli 11 euro subendo forse anche il downgrade di Standard&Poor’s. L’agenzia di rating ha espresso diverse perplessità sui risultati della compagnia dei Ligresti accompagnando ai dubbi generali sul settore quelli particolari sulla compagnia: risultato il giudizio è passato da A- a BBB+.
D’altra parte prima di S&P’s già il mercato venerdì scorso aveva espresso un duro giudizio sui risultati con un ribasso del 5,97% che aveva riportato durante la seduta i corsi sulla trendline discendente dai massimi del lontano 2007: questa linea di tendenza si è dimostrata temporaneamente un buon supporto dinamico, ma oggi ha ceduto a dei minimi a quota 11,02 euro che non promettono niente di buono, sebbene il titolo al giro di boa si riporti sopra la parità a quota 11,36 euro (+0,1%).
D’altra parte i fondamentali e in generale la situazione del comparto appaiono impietosi con una perdita per il gruppo dei Ligresti di 391,5 milioni di euro contro i 90,7 milioni del 2008. Guerra sui prezzi, incremento nazionale della sinistralità e altri fattori ancora hanno depresso le performance del gruppo, nonostante la crescita dei premi netti da 11,15 a 11,88 miliardi di euro.
A una crescita generale dei ricavi si oppone, infatti, lungo la catena dei costi un incremento degli oneri netti relativi a sinistri da 8,9 a 11,8 miliardi di euro e in particolare la voce degli importi pagati e della variazione delle riserve tecniche ha registrato un incremento dei costi da 9,1 a 12,1 miliardi di euro. Il combined ratio (che indica l’incidenza della sinistralità e delle spese complessive sui premi di competenza) è salito da dal 98,6% a 108 per cento con un loss ratio (incidenza della sinistralità) che di attesta all’83,6% con un incremento di ben 9,2 punti percentuali.
Il gruppo sconta, però, nei giudizi di diversi osservatori anche le incertezze sulla tenuta patrimoniale delle holding di controllo in mano ai Ligresti oltre alla notevole dipendenza da canali distributivi non proprietari e in particolare la scelta di appoggiarsi a un’unica rete bancaria. Secondo gli analisti di Standard&Poor’s sarà inoltre difficile recuperare la redditività pre-crisi.
D’altra parte i requisiti di patrimonializzazione richiesti alle compagnie assicurative potrebbero diventare più stringenti per tutte le compagnie e quindi per tutti coloro che non dimostrano un’adeguata patrimonializzazione sarà un 2010 difficile. Le slide di presentazione dei risultati della compagnia assicurativa indicano una flessione del patrimonio netto da 2,93 a 2,7 miliardi di euro (-7,4%) in un anno e i maggiori timori provengono forse dalla controllante Premafin che potrebbe dovere assorbire risorse dalla compagnia, con il rischio di gravare su una società già colpita dal deterioramento del comparto assicurativo nel ramo danni.
Di certo servirà qualche strategia forte per uscire dall’empasse. Il management ha già annunciato manovre per 445 milioni di euro entro il 2011 per risollevare la redditività dell’azienda con una più stretta sorveglianza dei risarcimenti, della base dei costi, con politiche di prezzo adeguate alle spese. Sul fronte della capitalizzazione Fonsai ha annunciato di voler tenere sotto controllo la struttura del capitale in maniera da potere affrontare le sfide poste dal mercato. La somma di debito finanziario e debito operativo è scesa da 1,89 a 1,67 miliardi di euro, ma le sfide sicuramente rimangono numerose.

Il quadro grafico di Unipol, nonostante l’ondata di vendite di stamane, ha sostanzialmente tenuto, anche se i dati pubblicati dalla compagnia di via Stalingrado sono stati deludenti. Un rosso da 769 milioni di euro e un contestuale aumento di capitale da mezzo miliardo non passano certo inosservati, anche se bisogna dire che già da tempo nella situazione patrimoniale quelle svalutazioni da 611 milioni di euro comparivano. In fondo sembra sia stata la scelta di spesarle a conto economico quello che ha sorpreso (negativamente) il mercato. Certo sarà un effetto emozionale importante ma senza impatto sostanziale sul conto economico complessivo - come sostiene il management - ma forse si poteva anche provvedere più gradualmente. D’altra parte una buona pulizia nei conti in vista del rafforzamento patrimoniale che le assicurazioni prevedono come le banche da Basilea potrebbe richiedere del tempo e altri operazioni.
Secondo una fonte l’aumento di capitale non sarebbe strettamente correlato alle perdite accumulate, ma sarebbe in gran parte assorbito dall’operazione Arca e dai dividendi. In effetti l’acquisizione di Arca Vita da Bper costerà circa 300 milioni di euro e se si sommano gli altri 100 milioni di euro destinati al dividendo si arriva ai 400 milioni di aumento di capitale previsto da subito. La ricapitalizzazione di ulteriori 100 milioni è, infatti, prevista solo per il 2013. I 100 milioni di dividendo servono d’altra parte a rendere neutro l’impatto dell’aumento di capitale per l’azionista di maggioranza, ossia Holmo e il mondo delle cooperative che controlla la compagnia bolognese. Dunque niente di nuovo?
In effetti no, perché se poi guardiamo ai risultati industriali della compagnia possiamo osservare che il ramo danni (e in particolare l’RC auto) ha raggiunto risultati inferiori alle attese: la raccolta premi nel lavoro diretto è scesa del 2,2% a 4,26 miliardi e i rami auto sono scesi del 3,8% a causa anche della maggiore competizione sui prezzi e delle regole evolutive bonus/malus introdotte nel 2007. Il settore vita ha registrato una raccolta premi diretti in crescita del 49,2% a 5,24 miliardi di euro. Bene Bnl Vita, la raccolta delle reti proprietarie e quella dei fondi pensione, ma in generale ai volumi importanti e migliori del consensus dei rami viti non si è accompagnata una marginalità adeguata.
Il repulisti del bilancio potrebbe mostrarsi vantaggioso in chiave prospettica, tuttavia le necessità di patrimonializzazione a cui va incontro tutto il comparto assicurativo, l’affanno del settore danni e l’accesa competizione sui prezzi potrebbero ancora deprimere la marginalità del gruppo in futuro. Sicuramente Arca darà una mano, tuttavia le sfide che il prossimo amministratore delegato del gruppo Carlo Cimbri dovrà affrontare sono ancora numerose.