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Assicurazioni

Sul debito estero Italia meglio di Germania, Francia e Uk

pubblicato da alessandro condina in: Obbligazionario Up & Down Assicurazioni


Negli ultimi mesi il debito pubblico di alcune nazioni europee, compresa l’Italia, ha subito parecchi downgrade da parte delle agenzia di rating; e per la prima volta anche gli Stati Uniti sono stati declassati sotto il profilo dell’affidabilità debitoria. La crisi del debito occupa i titoli più importanti dei giornali mondiali da mesi, ormai, con in primo piano la situazione della Grecia, sull’orlo del collasso.

Ma quali sono le nazioni più indebitate? E come va calcolato il debito di un paese? La misura usata più spesso a livello internazionale è il rapporto fra debito pubblico e Pil, cioè fra il denaro che un paese prende a prestito e la ricchezza che riesce a produrre in un anno. Sotto questo aspetto l’Italia, da almeno vent’anni, è in grave difficoltà, anzi riuscì a entrare nel’euro alla fine degli anni Novanta solo grazie a una deroga: il rapporto debito/Pil doveva essere inferiore al 60%, ma era superiore al 100% e non è migliorato di molto; anzi negli ultimi dieci anni si è deteriorato ulteriormente.

Anche gli altri paese europei - che pure per molto tempo hanno mantenuto il debito sotto controllo - non stanno troppo bene, perché hanno dovuto ricorrere all’indebitamento per fronteggiare la crisi bancaria del 2008/2009: in questo modo anche i conti pubblici di paesi come Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna sono sensibilmente peggiorati. Gli Stati Uniti, poi, hanno un elevato debito pubblico e un altissimo debito privato. Ma spesso non ci si pone una domanda cruciale: chi detiene questo debito? O meglio, chi potrà pretendere un rimborso?

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Il Belgio nazionalizza per 4 miliardi di euro Dexia Bank Belgium

pubblicato da alessandro condina in: Persone & fatti Banche Assicurazioni


Il Belgio nazionalizza il ramo locale delle attività di Dexia e si impegna a garantire per il 60,5% delle restanti attività; il resto è garantito dalla Francia (36,5%) e dal Lussemburgo (3%). La crisi finanziaria di Dexia - una delle maggiori banca europee e uno dei primi tentativi di creare un colosso sovranazionale - rischia di contagiare e mandare a fondo tutto il settore bancario continentale, perciò il governi si sono mossi con estrema tempestività.

Bruxelles pagherà 4 miliardi di euro per Dexia Bank Belgium, il ramo retail del gruppo finanziario con 6mila dipendenti, 4 milioni di clienti e depositi per 80 miliardi di euro. In vendita c’è anche un altro asset, Dexia Banque Internationale che potrebbe essere nazionalizzato dal governo lussemburghese.

I ministri delle Finanze di Belgio, Francia e Lussemburgo stanno lavorando assieme sul dossier per dare una risposta concertata e spegnere sul nascere questo nuovo focolaio di crisi: non è un caso che i tre governi si siano anche impegnati a garantire per i prossimi 10 anni 90 miliardi di prestiti interbancari e bond. Il Belgio coprirà il 60,5%, la Francia il 36,5 e il Lussemburgo il 3% della “bad bank” in cui verranno parcheggiati tutti i titoli tossici del gruppo.

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Il compianto per Steve Jobs, l'uomo che fondò due volte Apple

pubblicato da alessandro condina in: Assicurazioni

Steve Jobs, Ceo of Apple

L’altro giorno, leggendo questo articolo di Wired su Steve Jobs, “il miglior amministratore delegato del mondo”, mi ero ritrovato a condividere in buona parte il contenuto, ma avevo anche pensato che suonasse troppo da “compianto”. E in effetti era tristemente così.

Ognuno può ricordare Jobs per molte delle cose che ha fatto e per gli oggetti con cui, in qualche modo, ha cambiato il nostro mondo, sia quando ha innovato completamente - come con i primi Apple costruiti insieme a Stephen Wozniak - sia quando ha ripensato prodotti che esistevano già, come il lettore mp3 e il tablet, cio l’iPod e l’iPad, o il cellulare, l’iPhone, trasformando in qualcosa di nuovo.

Steve Jobs, la Galleria di foto

Steve Jobs, Ceo of AppleSteve Jobs, Ceo of AppleSteve Jobs, Ceo of AppleSteve Jobs, Ceo of AppleSteve Jobs, Ceo of Apple

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Il crollo del rame può anticipare Borse ribassiste come nel 2008/2009

pubblicato da alessandro condina in: Assicurazioni


I mercati azionari non stanno troppo bene e anche le occasionali ondate rialziste sono comunque di breve respiro e non sembrano in grado di concretizzarsi in un recupero più sostanzioso e durevole. Nell’ultimo mese si è aggiunto il crollo dei prezzi del rame, che ha perso oltre il 20% del suo valore a New York, ai minimi dal 2010.

Su molti siti e blog di analisi dei mercati si possono leggere in questi giorni parecchi commenti sui segnali che arrivano dalle quotazioni del rame e che potrebbero dare indicazioni sull’andamento delle Borse, americane ma anche mondiali, nei prossimi mesi. Non a caso nel biennio 2008/2009 il rame, che dal 2004 aveva visto i suoi prezzi impennarsi, ha anticipato il crollo delle Borse: pochi mesi dopo anche gli indici di Wall Street sono affondati con un andamento analogo.

Da un punto di vista economico un calo così brusco indica quasi sempre una recessione economica: il rame è un metallo industriale, largamente impiegato in prodotti tecnologici come i cellulari, i tablet e i lettori mp3, nei pc e poi anche nell’industria pesante: tubi, cavi, reti di rame si trovano in parecchi prodotti. E infatti il boom del prezzo del rame ha coinciso in particolare con una domanda esorbitante arrivata soprattutto dalla Cina.

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Yuan: in vista un recupero lento e costante sul dollaro

pubblicato da alessandro condina in: Valutario Assicurazioni Politica


Il governo cinese ha intenzione di cambiare strada rispetto al progetto di rivalutare lo yuan? Questa domanda ha preso a circolare la settimana scorsa, quando la valuta cinese, dopo un picco toccato mercoledì, ha subito una brusca correzione. In particolare il cambio fra yuan e dollaro è salito molto di più offshore - in particolare a Hong Kong - che onshore, come hanno segnalato diversi analisti.

Il punto è che negli ultimi mesi il dollaro si è apprezzato molto sulle principali valute mondiali, in particolare sull’euro in seguito alla crisi del debito greco e al rischio di contagio che colpirebbe l’intera Eurolandia. Di conseguenza il cambio con la valuta cinese - nota anche come renminbi - non poteva non riflettere queste ultimi movimenti.

Da un lato il calo dello yuan sembra significare che gli investitori non sono più così convinti che il governo cinese proseguirà nella politica di apprezzamento: del resto uno yuan troppo forte rischia di tradursi in difficoltà per le esportazioni cinesi, rallentamento se non diminuzione degli investimenti internazionali in Cina e, di conseguenza, rischi di instabilità sociale.

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Netflix a metà fa gola ad Amazon? Forse non è un buon affare

pubblicato da alessandro condina in: Assicurazioni


L’altro giorno, parlando di società quotate che decidono di separare le diverse attività commerciali in società distinte, citavamo il caso di Netflix, l’azienda americana che noleggia dvd inviandoli per posta in tutto il territorio degli Stati Uniti e, da meno tempo, offre un servizio analogo via Internet in streaming.

La dirigenza ha deciso di separare le due attività, sostenendo che hanno costi e strutture diversi e non sovrapponibili: in questo modo, è la tesi dei vertici aziendali, entrambe le parti saranno valorizzate. Ma forse potrebbe esserci anche dell’altro e l’operazione appena annunciata potrebbe coinvolgere in un secondo tempo un colosso come Amazon. In che modo?

Nonostante l’ondata di vendite che ha investito le azioni Netflix dopo l’annuncio dello split, nei giorni scorsi un analista di Wall Street, Michael Pachter di Wedbush Securities, ha cambiato il proprio giudizio sul titolo portandolo ad “outperform”, una valutazione che pressupone un futuro rialzo dei corsi: e infatti Pachter ha portato l’obiettivo di prezzo da 110 a 155 dollari.

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Dopo un mese senza Jobs, Apple ai massimi in Borsa

pubblicato da alessandro condina in: Up & Down Assicurazioni Titoli esteri


Sono passati meno di trenta giorni dall’addio di Steve Jobs alla compagnia che ha fondato e poi riportato ai fasti delle origini, ma Apple sembra riuscire a camminare con le proprie gambe, almeno in Borsa. Come riportano i nostri “cugini” di Melablog, Apple ha toccato un nuovo massimo storico, con le azioni che hanno raggiunto i 412 dollari.

La società di Cupertino non aveva mai raggiunto un valore così alto in Borsa e per adesso sembra poter esorcizzare gli annunci dei profeti di sventura che al momento del passo indietro di Jobs preconizzavano grosse difficoltà e problemi crescenti: negli anni infatti la società della Mela si era sempre identificata con il suo fondatore e guru; non era strano quindi immaginare una certa esitazione nel passaggio di timone che è finito nelle mani di Tim Cook.

In realtà è passato troppo poco tempo dall’annuncio ufficiale per poter dire che non ci saranno problemi e l’addio di Jobs sarà indolore. Molti progetti e molti nuovi prodotti e le strategie di fondo che vengono attuate adesso erano stati adottati e avviati sotto la guida di Jobs, quindi bisognerà aspettare ancora per vedere se la società si manterrà sempre innovativa e creativa anche nel medio periodo.

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McGraw-Hill, Tyco e Netflix: separarsi per fare più soldi

pubblicato da alessandro condina in: Assicurazioni Titoli esteri


In un film di grande successo dei primi anni Novanta un finanziere senza scrupoli si dilettava a comprare società in crisi per poi rimetterle in sesto e venderle a pezzetti; finché l’amore per una bellissima prostituta dallo sguardo innocente lo convinceva a smetterla con la finanza aggressiva e dedicarsi a “costruire qualcosa”.

Dev’essere cambiato molto se nel frattempo la pratica dello spezzatino, almeno a Wall Street, è diventata quasi un obbligo per le società che vogliono acquisire visibilità e valorizzare attività diverse che nel corso del tempo hanno affiancato o si sono sommate al business iniziale. In pochi giorni tre grandi società americane - Tyco International, McGraw-Hill e Netflix - hanno annunciato un progetto di split aziendale per creare valore e correre di più in Borsa.

La reazione dei mercati, in realtà, non è stata sempre identica, anzi se il progetto di Tyco ha ottenuto tutto sommato una buona accoglienza, l’idea di Netflix viene bollata dai più come balzana e improvvisata, ma soprattutto improvvida visto che ha già allontanato una parte di utenti a pagamento. Nel caso di McGraw, invece, il cambiamento era una richiesta avanzata da una parte degli azionisti di minoranza.

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2011, fuga dalle Ipo: Facebook & co rinviano la quotazione

pubblicato da alessandro condina in: Assicurazioni Titoli esteri Ipo


Prima è stato l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, poi l’esplosione del debito greco, adesso le tensioni su Italia, Spagna e Francia. Fatto sta che oltre 200 società in procinto di quotarsi in Borsa hanno rinviato la data dell’Offerta pubblica di vendita, la mitica Ipo che pure quest’anno ha visto brillare matricole come LinkedIn.

Era dal 2008 che non si vedeva una fuga di queste dimensioni: allora furono 214 le aziende che rinunciarono all’idea di quotarsi, adesso sono già 215 quelle che hanno annunciato almeno un rinvio. E anche l’oggetto dei desideri, l’ineffabile Facebook, a quanto pare, non si quoterà prima di metà 2012.

In effetti il calo dei listini azionari che ha funestato l’intera estate non ha risparmiato le matricole di Wall Street, anche se qualche titolo ha resistito bene all’ondata di vendite e si è dimostrato comunque un buon affare, almeno finora. È il caso di LinkedIn, che è sbarcata in Borsa a 45 dollari e venerdì ha chiuso le contrattazioni a 87,65.

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Altro che recessione, forse siamo già in depressione. E fingiamo di no

pubblicato da alessandro condina in: Up & Down Assicurazioni


Il 2011 sarà ricordato “solo” come l’anno della recessione oppure passerà alla storia per aver aperto una nuova “depressione”? Anche fra gli economisti - che pure in teoria definiscono recessione un periodo di due trimestri consecutivi in cui si registra un calo della ricchezza nazionale - non hanno mai trovato una definizione e una distinzione universalmente accettate.

La battuta più frequente è che si parla di recessione quando il tuo vicino perde il lavoro; e di depressione quando lo perdi tu! In ogni caso sull’Huffington Post Peter G. Miller si domanda se in effetti gli Stati Uniti non sia trovino in una vera e propria depressione, anche se costa fatica ammetterlo.

In effetti la recessione è ormai un dato acquisito, ma parecchi segnali sembrano indicare un quadro ancora più negativo, aggravato dalla volatilità dei mercati e dalla crisi del debito sovrano per diversi paesi dell’Eurozona. La teoria della depressione senza mezzi termini è abbracciata da Richard A. Posner, un giudice federale e cultore della materia di diritto a Chicago. Per lui sarebbe meglio ammettere la depressione e impegnarsi seriamente per superarla.

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