
C’eravamo tanto amati? Questo, secondo un articolo di Forbes è il destino più auspicabile per il matrimonio, onestamente sempre problematico, fra General Motors e Opel. La tesi di fondo è che la società americana, che è appena uscita fuori dall’amministrazione fallimentare, dovrebbe concentrarsi sulle attività nella madrepatria, molto più redditizie rispetto a quelle del Vecchio Continente.
Gm conquistò Opel all’inizio degli anni Novanta, quando l’ambizioso piano dell’azienda di Detroit era diventare un vero e proprio colosso con due piedi, uno negli Stati Uniti e l’altro in Europa: quest’ultimo, oltre a Opel, avrebbe dovuto comprendere anche la Fiat dei tempi dell’Avvocato Agnelli; ma poi sappiamo che le cose non andarono esattamente così.
Dopo il fallimento del matrimonio con Torino - che tra l’altro costò piuttosto caro agli americani - Gm dovrà fare marcia indietro anche su Opel. Secondo Micheline Maynard sì, e per almeno tre buoni motivi, tanto più che General Motors si prepara ad incassare il secondo anno consecutivo di perdite in Europa e che la politica della moltiplicazione dei marchi sotto lo stesso cappello sembra spesso poco efficace.
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Il 2012 comincia all’insegna dell’ottimismo per i titoli automobilistici americani: confermando alcune previsioni nei primi 10 giorni di gennaio i titoli di Ford e Genetal Motors hanno registrato una buona performance e lasciano sperare in un anno migliore rispetto a quello appena concluso.
In realtà il vero paradosso riguarda proprio il 2011: nell’anno passato entrambi i grandi produttori di Detroit hanno messo a segno buoni risultati di vendite, il mercato americano dell’auto si è dimostato più vivace e solido di quello europeo e le case automobilistiche hanno rafforzato la propria presenza sui mercati emergenti come l’Asia. Eppure a Wall Street i titoli di Ford e Gm hanno sofferto oltremodo e negli ultimi 6 mesi hanno perso rispettivamente il 20 e il 30 per cento del loro valore, sulla scia delle incertezze per il mercato europeo e le attività nel Vecchio Continente.
Nei primi giorni di gennaio, però, i primi dati sul 2011 stanno confermando il buon andamento industriale del settore automobilistico negli Stati Uniti e il mercato comincia a quanto pare a rendersene conto; considerato anche l’andamento dei titoli nel’intero 2011 c’è spazio per un buon recupero e per una significativa crescita di valore.
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Buone notizie con cautela da Ford. Il produttore di automobili americano ha annunciato il suo ritorno al dividendo a partire da marzo 2012, dopo cinque anni di “dieta”, in cui il titolo è stato in altalena e gli azionisti non sono stati remunerati. La decisione discende dalle buone condizioni dei conti, dall’andamento commerciale e dalle prospettive a medio termine.
Ford pagherà un dividendo trimestrale di 5 cent per azione e conta di poter mantenere questa politica di remunerazione a lungo termine, in modo da far partecipare anche gli azionisti dei miglioramenti contabili che la società ha registrato negli ultimi anni. Una pillola che addolcisce in parte un doloroso 2011 che ha visto ridursi il valore delle azioni Ford.
È molto importante, comunque, al di là dell’enità, modesta, del dividendo, il valore simbolico dell’iniziativa, che segnala un importante cambiamento di rotta e un atteggiamento lungimirante che può far ben sperare sulle prospettive a medio/lungo termine della società.
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Con sei anni di anticipo Chrysler restituisce i prestiti concessi dal governo degli Stati Uniti e da quello canadese e permette a Fiat di salire al 46% nel capitale: entro la fine dell’anno la quota torinese nella società potrebbe salire fino al 51% dopo il lancio di un nuovo modello compatto e a bassi consumi.
La società di Detroit, che nel 2009 finì in bancarotta, ha rimborsato 7,6 miliardi di dollari che Barack Obama e Stephen Harper avevano messo a disposizione per consentire il rilancio del gruppo e salvare migliaia di posti di lavoro. Con soddisfazione dei dipendenti e soprattutto dei contribuenti americani, Chrysler in meno di due anni ha dimostrato di non aver più bisogno degli aiuti pubblici e di potersi già finanziare sul mercato, senza aspettare il 2017 come previsto dagli accordi.
Chrysler, infatti, ha potuto restituire le somme prese a prestito grazie a nuovi finanziamenti: un prestito da 3 miliardi fornito da un consorzio di banche, 3,2 miliardi da obbligazioni e una linea di credito da 1,3 miliardi di crediti a breve; oltre a 1,3 miliardi versati da Fiat per salire al 46 per cento.
Dopo questa operazione, Chrysler ha ancora 10 miliardi di liquidità e si prepara a una futura fusione con Fiat, nel cui bilancio i risultati americani saranno consolidati a partire dal primo giugno. Nel frattempo i governi americano e canadese sono rimasti azionisti di minoranza nel gruppo di Detroit.
Quali sono quindi le prospettive per il gruppo italo-americano? Probabilmente a partire dal 2012 Chrysler sarà quotata in Borsa e fusa con Fiat auto. Il gruppo Fiat, seppur diluito rispetto al controllo attuale, resterà azionista di riferimento di una vera e propria public company, molto probabilmente americana in cui il peso di Chrysler potrà essere superiore a quello del vecchio Lingotto. Non è un caso che mentre i risultati di vendita di Chrysler sono migliorati, quelli di Fiat arrancano ancora, anche per l’assenza di nuovi modelli significativi.
Adesso bisogna vedere che accoglienza avrà la nuova Lancia Y e quali nuovi modelli saranno presentati sul mercato europeo. Ma il futuro di Fiat sembra sempre più americano.
Fiat a fine mattinata scivola in territorio negativo allontanandosi dai massimi visti in questa prima parte di seduta. Il titolo incassa quindi con relativa disinvoltura la decisione di Moody’s di confermare il rating Ba1. Si e’ in tal modo concluso il processo di revisione del rating avviato in estate dopo l’annuncio della separazione della divisione auto da quella veicoli industriali/commerciali, in vista di un possibile downgrade. Il rischio di un peggioramento del merito di credito e’ stato quindi scongiurato, anche se l’outlook resta negativo.
Sullo sfondo si continua a parlare del possibile abbandono dell’Italia da parte della casa torinese. Tutto e’ nato da una dichiarazione dell’a.d. Sergio Marchionne, secondo il quale Fiat e Chrysler potrebbero, in prospettiva, fondersi e diventare un’unica entita’. A quel punto si porrebbe il problema di dove stabilire sede e centro direzionale dell’azienda.
Stando a quanto asserito dal manager italocanadese la nuova societa’ potrebbe essere a stelle e strisce, anche se poi Marchionne si e’ affrettato a precisare che si tratta di ipotesi e che i prossimi passi da compiere sono quelli in direzione della restituzione dei prestiti ai governi USA e canadese, condizione obbligatoria per salire al 51% dell’azienda americana.
Le affermazioni di Marchionne hanno ovviamente sollevato un polverone in Italia e spinto il governo a convocare il manager per un incontro che avverra’ sabato prossimo. In realta’ la discussione sul dove localizzare la sede ha una valenza piu’ simbolica che sostanziale. Ricordiamo infatti che Fiat con il progetto Fabbrica Italia ha programmato investimenti per 20 miliardi di euro nel nostro Paese. Importa quindi relativamente poco se la sede si trovi a Torino o a Detroit, quello che conta veramente e’ che l’apparato produttivo sul territorio italiano rimanga ben saldo e che anzi venga potenziato.
Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Pininfarina prolunga il recupero partito la settimana scorsa oltrepassando le resistenze di area 3,90 euro. Il titolo ha anche toccato i nuovi massimi dall’agosto 2009 e sembra intenzionato ad attaccare gli ostacoli piazzati in area 4,25/30, riferimenti oltre i quali si aprirebbero spazi di ascesa fin sui 6,20 circa, picco della primavera 2009. A scatenare gli acquisti sono state le indiscrezioni riportate dal sito Automotive News Asia in base alle quali la cinese Beijing automotive industry holding corporation (Baic) sarebbe pronta a lanciare un’opa su Pininfarina. L’operazione rientrerebbe nella strategia di Baic di ampliamento del proprio business, grazie alle specialita’ dell’azienda torinese, ovvero il design/progettazione di autovetture e lo sviluppo dell’auto elettrica (in partnership con il gruppo Bollore’). Attualmente Pininfarina e’ controllata al 77% circa da Sergio Pininfarina (con la quasi totalita’ della partecipazione concentrata nella holding di famiglia Pincar srl). Tutte le azioni sono pero’ in pegno presso le banche a garanzia dei loro crediti sin dalla ristrutturazione del debito siglata nel 2008. La societa’ nell’estate 2009 aveva affidato a Banca Leonardo il mandato per la ricerca di un compratore. Baic potrebbe quindi essere l’occasione giusta per l’uscita di scena della famiglia dello storico fondatore, anche se in un comunicato ufficiale Pininfarina ha precisato che la ricerca di un compratore e’ ancora nella fase preliminare in cui vengono raccolte le manifestazioni d’interesse.

Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Fiat prova a reagire immediatamente alla correzione di ieri. Il titolo si era infatti portato a contatto con l’importante resistenza piazzata sui 15,77 euro, rappresentata dal picco del maggio 2008. Se le quotazioni riuscissero a scavalcare in modo perentorio detto riferimento avrebbero la possibilita’ di prolungare il loro recupero in direzione dei 17,50/18,00 euro almeno. Discese sotto 14,30 potrebbero invece anticipare una flessione verso i 13,80 e i 12,50 euro. Il ribasso accusato ieri da Fiat puo’ anche essere messo in relazione alla presenza di un ostacolo grafico importante, ma e’ senz’altro stato favorito dalle notizie provenienti dalla Cina.
L’amministrazione locale di Pechino ha infatti deciso di porre un limite alle immatricolazioni di auto nel 2011 al fine di porre un freno al traffico e all’inquinamento. Se la mossa della capitale fosse seguita anche da altre metropoli cinesi potrebbero essere messe in discussione le stime di crescita delle vendite nel Paese asiatico, Paese su cui ormai tutti i principali costruttori puntano molto. In ogni caso Fiat conferma di godere di un ottimo stato di forma in quanto gli altri titoli di aziende automobilistiche europee anche oggi perdono terreno.
D’altro canto il Lingotto puo’ approfittare delle attese degli operatori per lo spin-off del settore auto e quindi per il debutto in borsa di Fiat Industrial lunedi’ prossimo. Questa operazione potrebbero essere il punto di partenza per una volta epocale per la casa torinese. Da un lato infatti il mercato sconta una fusione con Chrysler e quindi la creazione di un player globale capace di affrontare da una posizione migliore le sfide del mercato dell’auto. A tal proposito nelle ultime settimane sono circolate analisi in base alle quali Fiat potrebbe accelerare il processo di crescita nel capitale di Chrysler in modo da salire al 51% gia’ entro il 2011, a patto che vengano restituiti i fondi concessi dal governo USA.
Dall’altro e’ lecito ipotizzare che la separazione dei due business (auto e veicoli industriali) possa favorire operazioni di valorizzazione. Recentemente si e’ infatti mormorato di un interessamento di Daimler per Fiat Industrial. Il quadro favorevole per Sergio Marchionne si completa infine con il raggiungimento la settimana scorsa di un accordo con le parti sociali (Fiom esclusa) per il progetto di rilancio dello stabilimento di Mirafiori.

Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Performance positive per Exor e la controllante Fiat. I titoli della scuderia Agnelli non sembrano risentire dei pessimi dati sulle immatricolazioni in Europa a ottobre. A fronte di un calo del 16,1% a/a del mercato, i marchi del Lingotto hanno fatto segnare una flessione doppia (-32,7% a/a), circostanza che ha fatto inevitabilmente precipitare la quota di mercato al 7% dall’8,8% di un anno fa. Fiat ed Exor stanno pero’ traendo beneficio dagli scenari prospettati la settimana scorsa dall’a.d. Sergio Marchionne agli investitori istituzionali. Il manager ha sostanzialmente confermato che la separazione della divisione auto da Fiat Industrial (veicoli commerciali e Cnh) non sara’ l’ultimo passo della riorganizzazione del gruppo torinese. L’obiettivo sembra essere una integrazione tra Fiat e Chrysler, operazione cui arrivare dopo aver raggiunto il controllo della casa americana. Al momento Fiat ha il 20% di Chrysler, quota che potrebbe salire senza colpo ferire al 35% a fine 2011, a patto che vengano raggiunti determinati target. Nel 2013 Fiat potra’ arrivare al 51% di Chrysler, stavolta dietro un esborso il cui ammontare dipendera’ dal valore di mercato della casa americana, visto che secondo Marchionne quest’ultima tornera’ in borsa nei prossimi 12-18 mesi. Come verra’ finanziato l’acquisto del 16% di Chrysler? Le strade percorribili sembrano essere la quotazione in borsa di Ferrari, con il collocamento del 39% del capitale della stessa, e la vendita di Magneti Marelli, previo spezzatino di quest’ultima. Intanto le operazioni a sostegno dello spin off proseguono. Nella serata di ieri Fiat ha ufficializzato il mandato a un pool di banche per la realizzazione di un maxi finanziamento da 4 miliardi di euro. Il prestito verra’ utilizzato anche per permettere a Fiat Industrial di rimborsare i finanziamenti infragruppo concessi da Fiat fino all’efficacia della scissione. Fiat Industrial debuttera’ in borsa il prossimo 3 gennaio.

Dopo Continental e Michelin è la volta di Pirelli: la società della Bicocca ha accresciuto il proprio giro d’affari di quasi un quinto nei primi nove mesi di quest’anno fatturando al 30 settembre 3,7 miliardi di euro. La marginalità operativa del gruppo è passata dal 5,9% all’8,4% e nel terzo trimestre ha raggiunto il 9,1% ponendosi anche al di sopra, per esempio, di quella di Michelin, un competitor lodato dal mercato nei giorni scorsi per i suoi risultati.
Il conto economico del terzo trimestre del gruppo si chiude con un utile da 74,1 milioni di euro che conferma la forza del core business. Bisogna però ricordare che sui dati dei nove mesi pesano gli effetti dello spin off di Pirelli Re (oggi Prelios) che hanno portato a un impatto di 265,6 milioni di euro (evidenziato come risultato delle attività cessate): conclusione, il gruppo nei nove mesi perde 101,5 milioni di euro.
Il core business, in compenso si dimostra sempre più solido e la transizione verso una società ormai concentrata quasi esclusivamente sugli pneumatici è in pratica cosa fatta. Negli ultimi anni Pirelli ha ceduto Telecom Italia, Alcatel Lucent Submarine, Oclaro, Pirelli Broadband Solutions e infine Pirelli Re ritornando alle gomme che ormai coprono quasi tutto il fatturato della Bicocca.
Negli ultimi nove mesi Pirelli Tyre ha fatturato 3,55 miliardi di euro sui 3,7 complessivi di Pirelli. Nei prossimi 5 anni il settore degli pneumatici crescerà in media del 7% l’anno e la Bicocca intende giocare un ruolo di primo piano nei nuovi assetti del comparto.
Con l’ultima trimestrale gli obiettivi del gruppo cambiano per la terza volta in un anno: gli ultimi target ipotizzano una crescita media dei ricavi totali oltre l’8% l’anno fino al 2013. Il giro d’affari previsto a circa 4,8 miliardi di euro per la fine di quest’anno al termine del piano dovrebbe superare i 6 miliardi di euro. La redditività operativa dovrebbe passare dal 7,5% previsto a fine anno al 10,5-11,5% nel 2013.
A fine settembre il gruppo Pirelli aveva una posizione finanziaria netta negativa per 704,9 milioni di euro a fronte di un patrimonio netto di oltre 2,13 miliardi. Il gruppo prevede un aumento della propria solidità finanziaria nei prossimi anni con un rapporto net debt/ebitda a 0,6 nel 2015. La crescita di Pirelli, stando al piano presentato dalla compagnia, sarà organica: nei prossimi tre anni non sono previste fusioni o acquisizioni.
La società punterà sulle economie emergenti e pone come sua priorità il “local to local” ossia l’imperativo dell’avvicinamento della produzione al mercato di riferimento. In altri termini, come già si è visto negli ultimi anni, i nuovi impianti saranno spesso in Sudamerica o in Cina piuttosto che in Italia o in Europa. Già oggi la produzione di Pirelli è per tre quarti nei paesi in rapido sviluppo, nel 2015 il 73% delle vendite sarà dai segmenti Premium per l’auto e i veicoli commerciali leggeri che già oggi coprono due terzi del fatturato.
Proprio il settore Premium è quello che per ora si è mostrato più promettente e su esso Pirelli vuole puntare. Oltre il 57% dei ricavi fra cinque anni verrà dalle aree di maggiore crescita come la Russia, il Medioriente o il Sudamerica. Nel piano la Bicocca prevede di investire 1,9 miliardi nel prossimo lustro a fronte degli 1,5 miliardi investiti nel 2006-2010. Le dinamiche industriali del settore tyre in questo periodo di grande cambiamento sono ben chiarite nelle comunicazioni della societa’, che specifica anche che la concentrazione sullo pneumatico è stata incoraggiata negli ultimi anni dalla profittabilità di questo business: il segmento tyre deve più del 70% del suo fatturato al ricambio e questo lo rende meno volatile e strutturalmente più redditizio del comparto automotive in generale.
Il margine dell’ebit sui ricavi dei primi dieci produttori di pneumatici è pari al 7,3% nel 2010 contro il 5,7% dei primi dieci produttori di componentistica per l’automotive e il 4,3% dei dieci maggiori produttori di automobili. Con un brand che già vale 1,8 miliardi e ora sarà rilanciato dal ruolo preponderante nella Formula 1, Pirelli sembra pronta a cogliere le occasioni dei prossimi anni, anche se probabilmente saranno sempre più distanti dai mercati europei.

Il gruppo Pirelli continua a incoraggiare il mercato e anche il quadro grafico dell’azione della società degli pneumatici continua a inviare segnali di forza confrontandosi con decisione con gli ostacoli di area 6,5 euro che indicano anche un ritorno dei prezzi sui livelli del 2008 con spunti verso le performance del pre-crisi. Il titolo ha chiuso la seduta a quota 6,56 euro con un rialzo dell’1,94 per cento. L’azione ha di recente consolidato un supporto dinamico sulla media mobile a 100 sedute, superato il primo ritracciamento di Fibonacci dai massimi del febbraio del 2005 (in zona 6 euro) dopo aver superato e trasformato in supporto (sottolineandolo con un return move che ha preparato il nuovo rimbalzo delle ultime sedute) i baluardi di quota 5,7 euro. In zona 7 euro, in area 7,7 e oltre gli 8,2 euro l’azione potrebbe incontrare degli ostacoli di peso alla foga del suo rally recente, tuttavia va evidenziato che la posizione di ipercomprato ha già respinto di recente al ribasso l’indicatore dei forza relativa a 14 sedute del titolo Pirelli, infiacchendo lo spread fra questo oscillatore e la sua media mobile a 50 sedute da molti ritenuto un buon indice della forza del trend.
Ieri L’Rsi a 14 sedute era a 71 punti (quindi poco sopra la soglia dell’ipercomprato a 70) e viaggiava dunque ancora a dieci punti di distanza circa della sua media mobile a 50 sedute: si tratta di un differenziale ancora abbastanza ampio e va anche evidenziato che negli ultimi mesi in più di un’occasione questa media mobile ha respinto al rialzo l’oscillatore fornendo segnali utili anche per i prezzi.
Ogni realizzo che dovesse scattare nel corso delle prossime sedute potrebbe comunque ancora trovare in zona 6,1 euro dei supporti o anche a quota 5,7 euro.
Ma cosa alimenta questa corsa del titolo che ha consentito all’azione di passare dai minimi dello scorso marzo 2009 in zona 1,6 euro ai circa 6,5 euro di queste ultime sedute?
La perfomance in accelerazione dei prezzi non sembra attribuibile tanto a un miglioramento (ancora malcerto) della situazione del comparto automotive, quanto piuttosto a un diretto intervento sulla marginalità del business tramite un incremento dei prezzi dei prodotti che per ora sembra incoraggiare la redditività dell’azienda (anche se siamo soltanto nella prima fase dell’inserimento sul mercato delle nuove politiche di prezzo).
Sicuramente la crisi di diversi concorrenti ha avvantaggiato un gruppo che proprio in questi giorni vara una separazione dagli asset del Real Estate concentrati in Pirelli Re, ormai destinata a diventare già dal prossimo 25 ottobre Prelios e ad essere spartita pro-quota fra i vari azionisti.
D’altra parte i fondamentali alimentano l’ottimismo dei mercati sui risultati della Bicocca dopo la crescita del fatturato del 19,8% nel primo semestre a quota 2,42 miliardi di euro (attesi per il prossimo 3 novembre i dati del terzo trimestre).
Le politiche di rebranding che hanno suggerito di cambiare il nome di Pirelli Re in Prelios hanno un corrispettivo nel brending di Pirelli stessa che si avvantaggerà del ruolo di fornitore unico di pneumatici per la Formula Uno nel triennio 2011-2013. In esclusiva la Bicocca si farà pubblicità anche con il Mondiale GP2 e con un ruolo di peso nel GP3.
Il flusso netto di cassa operativo da 55,6 milioni di euro realizzato nella prima metà di quest’anno è incoraggiante rispetto all’assorbimento di cassa di circa 18,5 milioni di euro del primo semestre del 2009. Il gruppo ha realizzato, sempre nel primo semestre, perdite collegate ad attività cessate per 256,4 milioni di euro di cui ben 20,4 milioni di euro attribuibili direttamente a Pirelli Re in termini di risultato di gestione e altri 236 milioni di euro ancora collegati alla perdita di assegnazione delle azioni della società immobiliare.
Questo ha fatto precipitare il conto economico della Bicocca verso una perdita semestrale complessiva da 175,6 milioni di euro a fronte di un business che cresceva di quasi un quinto rispetto all’ultimo anno. Insomma lo spin off delle attività immobiliare probabilmente non lascia troppi rimpianti alla Bicocca. Il risultato della capogruppo era negativo per 165,5 milioni di euro e contando dividendi per 81,1 milioni e altre perdite si arrivava a un patrimonio netto del gruppo di 2 miliardi di euro a fine semestre contro una posizione finanziaria netta negativa per quasi 700 milioni contro i neanche 530 milioni di fine 2009. Il colpo si è dunque sentito, ma Pirelli ha le spalle larghe. La politica di espansione sui mercati esteri negli ultimi anni lo dimostra ampiamente.
Soltanto ieri sera la società ha annunciato nuovi investimenti da 100 milioni di dollari in Argentina, dove sarà potenziato lo stabilimento di Merlo, in provincia di Buenos Aires: venti milioni dollari saranno già investiti nel corso di quest’anno ed entro il 2013 il gruppo italiano dovrebbe riuscire a produrre più di sei milioni di pezzi in loco, conun’attenzione particolare ai segmenti dei SUV e dei light Truck. In Sudamerica Pirelli Tyre produce già più di un terzo del proprio fatturato (il 36% per l’esattezza) ed è presente con altri 5 impianti in Brasile e con uno in Venezuela. D’altra parte se si prendono le statistiche sul 2009 dell’associazione mondiale dei produttori di auto Oica, si nota che il Brasile è stato il quinto mercato globale per le quattroruote durante lo scorso anno. I 2,57 milioni di vetture in loco fanno impallidire la produzione complessiva italiana per lo stesso anno pari a 661 mila auto.
Si deve inoltre sottolineare che quanto prodotto in loco non è destinato esclusivamente ai mercati al di sotto del Canale di Panama. Né il gruppo dimentica il primo mercato mondiale (almeno in termini di produzione) che è la Cina (oltre 10,3 milioni di vetture prodotte solo lo scorso anno, 13,79 milioni se si considerano anche i veicoli commerciali): proprio nel segmento dei truck il gruppo opera con l’impianto di Yanzhou fin dal 2005 con 593 addetti, nuovi investimenti sono previsti per circa 50 milioni di euro (secondo quanto annunciato dal gruppo circa un anno fa) e dovrebbero portare alla creazione di un nuovo impianto per filtri. I progetti per lo sviluppo, e nei mercati forti, insomma non mancano, anche se il gruppo adesso è sempre più concentrato sul core business degli pneumatici.