
A Barcellona i Benetton potrebbero essere chiamati in un secondo momento. L’intervento di Mediobanca nel dossier di ristrutturazione di Abertis non sembra infatti chiamare ancora in causa Atlantia, partecipata del gruppo spagnolo con il quale si era progettata una fusione in contesto totalmente diverso alcuni anni fa.
Di certo da subito il titolo Atlantia si è avvantaggiato delle voci di un’offerta su Abertis da 12 miliardi di euro che salirebbero a 25 miliardi con il debito. L’operazione viene rivelata in anticipo dal Financial Times e dunque confermata dagli azionisti di Abertis La Caixa e Acs su pressing della Cnmv, la Consob spagnola che ha anche sospeso il titolo ieri in attesa di chiarimenti. I dettagli dell’operazione non sono ancora noti, ma Mediobanca non ha smentito un suo coinvolgimento nell’operazione di leverage buy out in qualità di finanziatrice in pool con un gruppo di altre banche.
Si tratterebbe di un finanziamento che potrebbe raggiungere i 9-10 miliardi di euro e per il quale anche altre banche italiane sarebbero state allertate. Attualmente Criteria Caixa controlla il 28,91% di Abertis e Acs il 25,83 per cento. Il resto è in gran parte azionariato diffuso. Abertis è una società con un giro d’affari da 3,9 miliardi di euro l’anno (dato 2009 con incremento del 6,9%) ma ha un debito da 15,18 miliardi di euro a fronte di un patrimonio netto di 5,33 miliardi di euro. Per avere un termine di paragone, Atlantia ha un giro d’affari annuo di 3,61 miliardi di euro e un debito da 9,62 miliardi di euro a fronte di un patrimonio netto da 3,31 miliardi (al netto del recente aumento di capitale da qualche decina di milioni).
Le due società sono due concessionarie pubbliche che hanno allargato nel tempo le proprie attività dall’asfalto dalle piste di atterraggio e decollo. Abertis ha anche un discreto business nel settore delle telecomunicazioni. Adesso si prospetta un intervento sul gruppo da parte del fondo di private equity Cvc, l’azionista Criteria Caixa ha già smentito, però, le ipotesi di delisting in caso di ingresso nel capitale della società e confermato la volontà di rimanere il principale azionista di Abertis.
In realtà secondo diversi osservatori internazionali fra i motivi principali dell’operazione ci sarebbe la volontà di Florentino Perez, presidente di Acs e della squadra del Real Madrid, di stringere la morsa su Iberdrola, importante colosso iberico dell’energia che però non concede al manager neanche un posto nel consiglio di amministrazione.
Nel frattempo Atlantia prende vantaggio dalle indiscrezioni sull’eventuale opa dei soci sui Abertis che potrebbe dare una buona spinta ai multipli del settore. Ancora la struttura dell’operazione e dunque necessariamente le valutazioni di prezzo per un’eventuale offerta rimangono indeterminate, tuttavia la debolezza delle performance borsistiche di Atlantia di oggi (+0,4% contro un mercato che guadagna più di 3,3 punti percentuali) indica che l’effetto Abertis è per il momento congelato in attesa di chiarimenti.
Certo si ritornerà a parlare del caso e sicuramente le vicende di un azionista al 6,68% coinvolgono da vicino Atlantia. Forse però sarà meglio aspettare ancora un poco prima di sbilanciarsi. D’altra parte una fusione fra i due oggi (e il tema non sembra proprio all’ordine del giorno) vedrebbe rapporti di forza molto diversi da quelli di qualche tempo fa e dunque forse sarà meglio valutare prima l’evoluzione nella catena partecipativa di Abertis, dunque gli eventuali asset che questa potrebbe vendere magari anche alla stessa Atlantia. Questo secondo scenario sembra infatti per il momento più probabile di quello di un’aggregazione, anche se, lo ripetiamo, è troppo presto per pronunciarsi su uno scenario tanto incerto.

Pirelli tiene bene le posizioni in Borsa e torna a far parlare di sé fra le colonne della cronaca finanziaria. Nell’ultimo mese il titolo ha guadagnato circa il 15,5% a fronte di un recupero del 4,4% del Ftse Mib. Negli ultimi 6 mesi lo scarto cresce fra una valorizzazione del 10,9% e una flessione del 14% se poi si guarda l’ultimo difficile anno di Borsa il Ftse Mib ha recuperato circa il 4,32% mentre la Bicocca guadagnava sui listini oltre il 10% del proprio valore. Insomma Pirelli corre decisamente più del mercato.
Nel frattempo il gruppo ha riconfermato l’obiettivo di una crescita dei volumi di vendita del 10% su base annua che sarebbe già confortata dai risultati del secondo trimestre del 2010. Durante le ultime sedute un altro spintone in avanti è arrivato anche dalla concorrente Bridgestone che ha innalzato i propri obiettivi di fine anno, sia in termini di utile che di fatturato, portando un positivo sentiment sui mercati
Le sfide non sono poche e per questo anche la promozione della famiglia dei Malacalza acquista un peso nelle nuove strategie. Circa un anno fa il gruppo finanziario in esilio dalla siderurgia genovese aveva acquisito una piccola quota della holding di Pirelli Camfin riservandosi di valutare un ulteriore intervento.
Dodici mesi dopo i Malacalza si preparano a rilevare il 30,9% della holding Gpi a monte di Camfin da Carlo Puri Negri che completa così l’allontanamento dal gruppo della Bicocca. A Marco Tronchetti Provera rimangono comunque delle quote di maggioranza che attraversano tutta la catena proprietaria della Bicocca, ma i Malacalza diventano soci industriali di lungo periodo e partner nei processi di sviluppo dei business collegati a materie prime e gas.
Pirelli merita però anche un ultimo riferimento alla Formula 1: la società si è aggiudicata la fornitura in esclusiva per l’intero campionato. Creato un team dedicato a questa attività (dopo gli impegni passati nel rally e nella superbike) Marco Tronchetti Provera ha specificato che la nuova avventura sarà a conti fatti a costo zero, ma garantirà un forte ritorno di immagine visto che la Formula 1 potrebbe raggiungere due miliardi di spettatori nei prossimi anni. L’investimento complessivo dovrebbe aggirarsi sui venti milioni di euro, ma i contributi delle scuderie dovrebbero compensare i costi: gli pneumatici saranno progettati a Milano ma prodotti in Turchia prima di attrezzare il top delle quattro ruote.
Il portafoglio degli Agnelli continua a diversificarsi, o almeno ci prova. In questi giorni entra infatti nel vivo la gara per l’acquisizione di KBL, private banker della banca belga KBC messa in vendita nei mesi addietro.
Al traguardo, secondo quanto rivelato dal giornalista di Les Echos Ninon Renaud, si presenterebbero al momento solo due contendenti: la Exor di casa Agnelli e la Hinduja dei chiaccherati fratelli Srichand e Gopichand Hinduja. L’offerta, secondo le indiscrezioni dovrebbe aggirarsi sul miliardo e mezzo di euro e quindi, in linea con le valutazioni del mercato che pone in questo periodo nel range del 3-5% degli asset in gestione il valore delle banche private.
Quel che però davvero sembra alla base delle trattative con KBC è il progetto industriale che dovrà garantire un raddoppio almeno delle attività gestite da KBL e allo stesso tempo tutelare le autonomie dei gestori locali che rappresentano l’ossatura del gruppo e la cerniera tra la banca e la base clienti.
Su questi due pilastri dovrà reggersi poi una visione che garantisca la crescita di un’industria finanziaria dai numeri importanti. Secondo alcuni osservatori in gioco ci sarebbe la scelta tra un progetto eurocentrico riferibile a Exor e un progetto allargato al Subcontinente indiano riferibile a Hindjua che quindi potrebbero rappresentare un ponte verso l’Est.
Questo però è corretto fino a un certo punto perché la Exor di casa Agnelli opera già con il private di tutto il mondo tramite Vision Investment Management, società finanziaria con sede a Honk Hong e partecipata al 40% da Exor. Va poi ricordato anche l’asset management in cui Exor opera tramite le quote in Banca Leonardo e in Perella Weinberg Partners.
In pochi ricordano oggi che la cessione di KBL, ramo private del gruppo belga KBC è figlia diretta della crisi finanziaria e degli aiuti di stato dei membri dell’Unione europea ai propri sistemi creditizi. In particolare al gruppo KBC sono state concesse due ricapitalizzazioni siglate dal governo di Bruxelles, la Commissione Ue ha imposto però la cessione delle attività di private banking – quindi di KBL appunto – della banca Centea e dell’assicuratore Fidea.
A queste cessioni imposte come contraltare agli aiuti del governo belga e al fine di garantire una ristrutturazione effettiva sono state affiancati dei “disimpegni” nell’Europa dell’Est (alcune voci di stampa parlano di una prossima cessione di alcune partecipazioni nella sua controllata della Repubblica Ceca). Adesso gli Agnelli potrebbero subentrare nella gestione dei grossi capitali privati affidati a KBL, ma solo a patto di vincere l’agguerrita concorrenza di Hinduja.
Secondo quanto emerge dal bilancio di fine 2009 Exor ha in cassa circa 1 miliardo di euro da investire e sembra molto intenzionata a differenziare le proprie attività che già spaziano dalla carta di Sequana al turismo di Alpitour, dalla Juventus, ai servizi immobiliari di Cushman & Wakefield, ai servizi alle imprese, alla finanza di cui sopra. Naturalmente l’asset principale rimane però quel 30,4% di Fiat che le garantisce un posto nell’Olimpo dell’industria italiana.

Il balzo di Fiat di oggi nasce a Stoccarda, nelle stanze del gruppo Daimler che ha annunciato dati sorprendenti per il primo trimestre del 2010 e alzato gli obiettivi di quest’anno. La casa tedesca ha detto di aspettarsi per la fine dell’anno un utile operativo di 3 miliardi di euro dalla Mercedes (contro stime precedenti di 2,5 miliardi) e un ebit di 700 milioni dai truck. Una sorpresa generosa che ha scaldato un po’ tutte le quattroruote d’Europa e oggi a Milano si riflette anche su Fiat. Nel caso del Lingotto, però, il rialzo da oltre quattro punti percentuali giunge il giorno prima della presentazione del piano industriale del gruppo e quindi rimane a forte rischio speculativo.
Il titolo della casa automobilistica torinese si porta a 9,9 euro con un allungo in direzione delle coriacee resistenze di area 10 euro che, in fondo, non soprende. Dallo scorso 24 marzo, infatti, i corsi di Fiat sono incastrati in un trend laterale compreso tra i 9,53 e i 10 euro: il piano industriale di domani potrebbe generare l’atteso break out.
Molto dipenderà da quello che l’amministratore delegato Sergio Marchionne dirà domani al mercato. Da diversi mesi gli analisti si interrogano su quello che resterà della domanda di automobili dopo la fine dell’effetto incentivi praticamente giunti al capolinea con questo mese. Domani il management di Fiat dovrà anche concedere qualche cosa sullo spin off dell’auto, uno di quei piani “croce e delizia” del mercato che potrebbero, però, incrementare notevolmente il valore dell’insieme. Sarà comunque importante per la società torinese una conferma degli obiettivi che prevedono nel 2014 un utile operativo di 5 miliardi di euro, un utile netto da 3,5 miliardi e reddito operativo del business dell’auto da 1,4-1,7 miliardi di euro.
I piani di Chrysler per i prossimi anni prevedono obiettivi non meno vitali e una crescita della casa americana nel bilancio del Lingotto non indifferente. In cinque anni Chrysler, che domani presenterà un consuntivo per il 2009, prevede un raddoppio dei volumi da 1,3 a 2,8 milioni di unità entro il 2014.
Per quella data l’utile netto estratto dalla casa americana dovrebbe essere almeno pari a 750 milioni di euro. Fra l’oggi e questi obiettivi si frappone, però, la ristrutturazione dell’auto in tutto il mondo. Prevedibili nuove puntate sui mercati dell’Estremo Oriente e sugli altri emergenti con il doloroso corollario del disimpegno nei mercati maturi.
Secondo diversi analisti sul mercato europeo pesa ancora una grossa sovrapproduzione: la probabile chiusura dello stabilimento Opel di Anversa, la prevista fine della produzione di auto a Termini Imerese e altri diversi dolorosi tagli indicano probabilmente un trend che accompagnerà ancora nei prossimi anni la ristrutturazione del settore in Europa. Il riposizionamento dei player globali appare dunque inevitabile e, anche se uno scatto di Daimler fa bene al Vecchio Continente, sicuramente i progetti di lungo periodo delle case automobilistiche dovranno fare i conti con lo spostamento della domanda delle quattroruote su altri mercati. Nel frattempo anche a Torino le sorprese non mancano e, secondo quanto battuto dalle agenzie di stampa, si prepara l’addio di Luca Cordero di Montezemolo alla presidenza del gruppo che potrebbe passare a John Elkann. Le indiscrezion parlano di una conferenza stampa indetta a sorpresa oggi pomeriggio alle 16 al Lingotto.
Il nuovo contratto di Landi Renzo con Toyota ieri ha davvero scaldato i corsi della società del Gpl: la chiusura delle contrattazioni ha visto il titolo a quota 3,74 euro, il 5,2% in più del prezzo di riferimento. Così gli impianti a gas della società di Cavriago (RE) monteranno sulle nuove Yaris a Aygo della casa giapponese.
Allargare la base delle vendite, la clientela, le fonti ricavo del gruppo è d’altra parte fondamentale in una fase tanto critica del settore dell’auto. Il mondo intero attende infatti l’evoluzione del mercato al termine degli incentivi già prefissato per diversi paesi. In Europa i mercati più importanti hanno preso strade diverse con la Germania e l’Italia che hanno deciso di tagliare gli incentivi al settore e la Francia che invece ha deciso di rinnovarli per il prossimo anno.
Se si considera che la crisi del 2009 ha visto pesanti cali nei mercati asiatici e ha concentrato il fatturato sull’Italia e nel Vecchio Continente, si comprende che l’attenzione a questo catalizzatore dei prezzi per tutto il comparto è fondamentale anche per la compagnia guidata da Stefano Landi. Nell’ultimo trimestre del 2009 il gruppo ha realizzato 69,5 milioni di euro di ricavi di cui ben 37 realizzati in Italia grazie agli ordini di Fiat specialmente.
Nel Bel Paese in generale la crescita del giro d’affari è stata del 138% a fronte di un 4% guadagnato nel resto dell’Europa: la prevista contrazione delle vendite ad aprile potrebbe dunque portare cattivi risultati a Landi Renzo incidendo più che in passato sul suo fatturato. Non mancano possibilità alternative, dai nuovi contratti Toyota ai kit per la trasformazione in bi-fuel dei diesel ai nuovi contratti in Francia e Germania con Renault e Opel, i timori per la sovraesposizione recente al mercato italiano in concomitanza con il taglio degli incentivi, lasciano comunque perplessi.
D’altra parte la società a fine gennaio ha avviato una nuova attività negli Stati Uniti dove il mercato ha problemi assai minori di sovraccapacità produttiva e gli incentivi dell’amministrazione Obama alle energie pulite promettono ulteriori vantaggi. Le pressioni sulla situazione patrimoniale poste dalla politica di forti investimenti attuata nel corso del 2009 rimangono per il momento assolutamente sostenibili: la posizione finanziaria netta positiva al 30 settembre 2008 per 57,29 milioni di euro, lo scorso 30 settembre era negativa per 61,7 milioni di euro, ma il patrimonio netto da oltre 126 milioni di euro è ampiamente sufficiente.
La forte politica di crescita del gruppo sembra insomma coperta da mezzi propri più che sufficienti, mentre le performance del conto economico appaiono deludenti con un ebitda che ha perso il 39,1% nei primi nove mesi del 2009 rispetto allo stesso intervallo del 2008. Il tutto è avvenuto in presenza di una crescita dei ricavi del 10% che non è detto si replichi quest’anno per i suddetti motivi. Sicuramente gli investimenti promettono molto, ma un intervento sulla catena dei costi forse a questo punto diventa prioritario.
La deitalianizzazione di Fiat è probabilmente una scelta industriale difficile da contestare. L’auto in Italia ha probabilmente fatto il suo tempo e il centro della produzione e della vendita di autovetture si è spostato nel tempo su altri mercati. Fa bene Repubblica a evidenziarlo ieri, fa bene la comunità finanziaria a parlarne, farebbe bene la politica a tentare un nuovo approccio al problema dopo quello degli incentivi.
Sia chiaro il problema della sovraccapacità produttiva riguarda tutta l’Europa, in Germania è probabilmente più grave che in Italia (si pensi che lì vengono prodotti 3 milioni di auto e ne viene comprato solo un milione). In Francia per evitare il probabile tracollo dell’auto alla fine degli incentivi hanno deciso di rinnovarli per tutto l’anno. E qui? Nel Bel Paese qualcuno calcola un calo del 50% fra l’aprile 2009 e l’aprile 2010 – perché solo quel mese cesseranno gli strascichi e l’inevaso degli incentivi 2009 – e del 16% anno su anno.
I problemi strutturali rimarranno però sul tappeto. Per avere un’idea l’ebit margin medio europeo è tra il 3 e il 3,5% per quel che riguarda il settore auto: le attese per il dato corrispettivo negli Stati Uniti parlano di un 7 per cento. Ok si tratta di un obiettivo da realizzare, ma anche di un obiettivo doppio rispetto a quanto avviene oggi in Europa. Ma come la centralità dell’Italia per Fiat? Tutti sanno che è finita da un pezzo: il primo paese di vendita e produzione del Lingotto è il Brasile dove la quota di mercato è del 25% e il gruppo ha una presenza consolidata.
Presenze strategiche sono in Cina e in Russia, mentre gli effetti sul conto economico di Chrysler potranno vedersi solo in futuro perché al momento nel conto economico del gruppo l’americana ha il valore di una partecipazione finanziaria. In Italia il concreto rischio di produrre in perdita a fronte delle dimensioni di un mercato che non è più in grado di assorbire la produzione nostrana minaccia l’occupazione e in fondo la nostra storia industriale. L’incentivo rischia di diventare un palliativo, una droga alla quale forse è stato opportuno dire di no.
La Fiat di oggi deve competere con giganti agguerriti su scala globale: la partnership in Russia con Sollers, le puntate in Messico e gli impianti polacchi, l’alleanza con Tata in India e i truck in Cina rappresentano il vero futuro del gruppo. La chiusura di Termini Imerese e il potenziamento forzoso della produzione di Melfi con la Panda non risolveranno certo una sovraccapacità di produttiva che è cresciuta negli anni e che ora concentra il capitale umano sulla ricerca e lo sviluppo (che per fortuna per ora rimangono in Italia).
E l’operaio? A chi conta quelli di trent’anni fa e gli 80 mila lavoratori di Fiat di oggi bisognerebbe ricordare che una volta su una linea produttiva stavano 20 persone oggi 2 e che quindi la tecnologia ha fatto dei passi avanti da cui non si torna indietro.
Sperare di affrontare problemi nuovi con vecchie soluzioni sarebbe inutile e sciocco. Serve senz’altro qualcosa di diverso, forse ne vedremo un anticipo al Salone di Ginevra. A questo punto pare infatti chiaro che l’Italia è sempre più un mercato come gli altri per Fiat e che quindi il Lingotto (o le altre case automobilistiche) dovranno essere attirate dalla politica con proposte industriali concrete perché la logica globale in cui è inserito non gli dà possibilità di errore.

Con il via libera della Banca europea degli investimenti si pongono le basi per una più stretta maglia di collegamenti tra l’Italia e la Francia. Ieri la Bei ha infatti approvato finanziamenti complessivi per 500 milioni di euro per diversi progetti autostradali portati avanti dal gruppo dei Gavio, i signori delle autostrade piemontesi e i secondi concessionari italiani alle spalle dei Benetton.
Nel dettaglio la Bei ha approvato un finanziamento da 350 milioni di euro per il completamento dell’autostrada tra Greggio (Vercelli) e Milano nell’ambito dell’Autostrada Torino-Milano: il costo totale del progetto è di circa 1,1 miliardi di euro e i 57 chilometri da completare dovranno essere pronti in quattro anni. Già nel 2002, ricorda la Bei, il primo tratto Torino-Greggio era stato finanziato con 150 milioni di euro interamente ripagati. Ai 350 milioni di euro che andranno al gruppo Sias, si sommano poi altri finanziamenti per 150 milioni di euro che saranno invece investiti in altre tratte autostradali gestite dalla famiglia tortonese sulla Torino-Ivrea e sulla Torino-Piacenza, sulla Ventimiglia-Savona, sulla tratta Liguria-Toscana e in Valle d’Aosta.
Il gruppo Gavio attraverso le holding Argo Finanziaria e Aurelia controlla un puzzle di attività che spaziano dalla logistica portuale (a Genova), alle concessioni autostradali (Sias, Autostrada Torino-Milano, quote in Milano Serravalle), alle costruzioni e agli aeroporti (Impregilo), ai trasporti (quote in Ferrovie Nord Milano) al nuovo importantissimo ramo dell’energia (Cie). Un impero che accoglie anche quote nello storico alleato Mediobanca, ma che è messo a dura prova dalla recente scomparsa del fondatore Marcellino Gavio e dalla divisione delle quote della holding Aurelia fra i figli e nipoti con il ruolo di successore designato a Beniamino Gavio.
Gli ultimi finanziamenti giungono dunque al momento opportuno, mentre si deve costruire una nuova strategia generale che regali al mercato un’immagine di compattezza in parte andata perduta. Le sfide sui mercati appaiono notevoli, qualcuno ha persino ipotizzato che gli spagnoli di Abertis, dopo il fallimento della fusione con Atlantia-Autostrade per l’Italia, potessero nutrire delle mire per il polo autostradale piemontese. Equilibrio finanziario e crescita potranno essere sostenuti nei prossimi mesi soltanto con una strategia unitaria, chiara e lungimirante. Il rapporto con le banche, con Unicredit e la sua partecipata Mediobanca in primis, non sarà meno importante, sebbene anche da lì c’è il rischio che provenga qualche insidia.

Toccherà a Fondiaria-Sai e a Milano assicurazioni accollarsi l’aumento di capitale da 12 milioni di euro di Atahotels, il gruppo alberghiero acquisito un anno fa da Sinergia, la holding di Salvatore Ligresti.
La catena alberghiera infatti si sarebbe trovata a metter mano al capitale sociale portandolo da 28 milioni ad appena 5 milioni di euro in seguito a perdite per 23 milioni di euro.
La crisi finanziaria sembra essersi abbattuta in maniera decisa sul gruppo tanto da tramutare un’opportunità, tale infatti era stata definita l’acquisizione da Fon-Sai e Milano assicurazioni che detengono rispettivamente il 51% e il 49% del capitale sociale, in uno svantaggio.
E’ da considerare che il target di Atahotels è principalmente rappresentato da grandi aziende e istituzioni che, presso le strutture della catena, trovano ampi spazi dedicati ai congressi e alle conferenze. La conseguenza diretta della crisi in cui si trova ora il gruppo sembra perciò essere strettamente correlata alla recessione. Nei primi sei mesi Atahotels ha infatti perso oltre 20 milioni di euro rispetto ai 5,6 milioni persi nell’intero arco del 2008.

Tempi duri per Fiat che si trova ancora nel pieno di un difficile clima politico e di scelte impegnative che condizioneranno il futuro di un gruppo sospeso tra storia nazionale e prospettive globali.
Che la casa automobilistica torinese sia un pezzo della storia d’Italia nessuno lo può e lo vuole negare. Che però la produzione nel Bel Paese negli ultimi dieci anni si sia più che dimezzata è un dato di fatto che fa riflettere la politica sull’utilità di nuovi incentivi. Se si considera che poi l’indotto automobilistico moltiplica per 5 gli addetti del settore il problema occupazionale diventa davvero scottante.
Oggi circa 600-650 mila veicoli sono prodotti da Fiat in Italia e Scajola ne vorrebbe invece prodotti più di 900 mila l’anno; d’altra parte la scelta sugli incentivi è un’arma formidabile. Nel mezzo si mette la crisi di molti impianti nel Sud, o almeno i disinvestimenti della Fiat negli impianti di Pomigliano e Termini Imerese (ma anche nell’Alfa Romeo di Arese).
Stanotte alcuni lavoratori dello stabilimento campano di Pomigliano d’Arco hanno trascorso la notte nell’aula consiliare del Comune dopo avere protestato ieri contro il mancato rinnovo di 40 contratti dei lavoro da parte del gruppo. In realtà gli impianti italiani di Fiat hanno ridotto notevolmente la produzione durante dicembre e solo a fine gennaio si tornerà in catena di montaggio a ritmi più sostenuti.
Continua a leggere: Fiat: spunta anche l'ipotesi Tata per Termini Imerese

Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Piaggio a fine mattinata si mette in evidenza con un buon rialzo, muovendosi quindi in controtendenza rispetto ai principali indici del mercato azionario italiano. Il titolo oscilla al di sopra dei primi ostacolo a 1,80 euro circa, circostanza che, se confermata in chiusura di seduta, potrebbe anticipare un recupero in direzione dei traguardi a 1,91 e quindi sul massimo annuale a 1,97.
Il titolo approfitta dei buoni dati riguardanti le immatricolazioni di veicoli a due ruote a novembre, con una quota di mercato che nel mese scorso ha toccato il 31,9%, in rialzo dell’1,8% a/a. Analizzando i dati si scopre che la performance migliore e’ stata ottenuta nel settore scooter con cilindrata superiore a 50cc dove la quota di mercato e’ salita al 33,2%, in crescita del 2,4% a/a.
Ieri la societa’ di Pontedera ha anche reso noti i risultati dell’emissione rivolta a investitori istituzionali del bond ad alto rendimento da 150 milioni di euro e scadenza a 7 anni. L’obbligazione ha cedola fissa pari al 7% e ha ricevuto richieste per 700 milioni di euro di controvalore.
L’operazione permettera’ a Piaggio di migliorare il costo del proprio debito e di allungarne la scadenza. I proventi dell’emissione verranno infatti utilizzati per rimborsare finanziamenti a breve e un bond in scadenza nel 2012 avente cedola del 10%.
Il trend evidenziato nel terzo trimestre nel 2009 (ricavi in calo del 3% a/a contro il -9% a/a nei primi nove mesi, ebitda a +26%) lascia ben sperare in una chiusura di esercizio migliore delle attese. Il direttore generale Michele Pallottini in occasione della pubblicazione della trimestrale aveva prospettato la possibilita’ che il target per l’ebitda margin possa essere rivisto al rialzo.