
Riceviamo da Gentle Shark e con piacere pubblichiamo
Venerdì scorso il cda di Atlantia ha approvato il budget relativo agli investimenti che il Gruppo effettuerà il prossimo anno, pari a 1,4 miliardi di euro. Si tratta di investimenti che mirano a potenziare la rete di Autostrade per l’Italia e delle altre concessionarie controllate.
Poco chiara è tuttavia risultata la situazione relativa all’approvazione della Convenzione Unica di Autostrade per l’Italia, prevista dalla nuova normativa di settore (legge 286/2006) e firmata con l’Anas, attorno alla quale “permane una quadro di incertezza” con riflessi anche sul regime tariffario applicabile per il 2008.
Il Nars (Nucleo di Attuazione e Regolazione dei Servizi di Pubblica Utilità), organismo del Cipe, aveva fatto alcuni rilievi riguardo al metodo di calcolo delle tariffe previsto dalla nuova convenzione. Il presidente dell’Anas Pietro Ciucci ha però precisato che si sta “lavorando e approfondendo le osservazioni”, anche se si tratta di “una procedura complessa e articolata che ha anche un aspetto negoziale”.
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“Devono portare 3 miliardi sono debitori e non creditori, ma tutte le mattine incassano i pedaggi e questa è un’ingiustizia che deve essere riparata: dove hanno messo i 3 miliardi?”. Il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro gela così l’ottimismo di Gilberto Benetton su un alleggerimento della posizioni del Governo in fatto di concessioni e tariffe. Fino a stamattina l’amministratore e azionista di Autostrade aveva dichiarato: “Sembra che Palazzo Chigi stia rivedendo le proprie posizioni.
Quello che si legge sui giornali è in linea con la situazione, Autostrade sta parlando con il ministero e l’Anas, ma non siamo stati contattati ufficialmente”. La palla però adesso sembra tornata al centro e le pressioni dei concessionari sul governo sembrano essere cadute nel vuoto, mentre le banche d’affari a turno – l’ultima è stata Credit Suisse First Boston – continuano a giudicare, alle nuove condizioni, l’azienda sopravvalutata da piazza Affari. Si parla di qualcosa come tre miliardi di euro di capitalizzazione di borsa da sottrarre che significano una perdita del titolo intorno al 18% del valore corrente.
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Oggi il titolo Autostrade recupera circa mezzo punto percentuale dopo le vendite di ieri che lo avevano appesantito dell’1,1% trascinandolo a quota 22,45 euro. In effetti le incertezze sul futuro della compagnia controllata dai Benetton tramite la holding Schema28 (al 52% del capitale) sono molteplici e riguardano soprattutto gli impatti sui ricavi delle nuove normative stabilite dal Governo. Dopo una lotta non troppo sotterranea alla fine i Benetton pare abbiano ottenuto il via libera a un aumento delle tariffe anche quest’anno.
I maligni mormorano che si tratterebbe di un ammorbidimento della linea dura di Di Pietro dopo le proteste dell’Unione europea. Quest’ultima ha infatti accusato più volte il governo italiano, contro il quale hanno avviato una procedura formale, di avere infranto le norme sulla concorrenza sabotando le nozze fra l’italiana Autostrade e la spagnola Abertis. Proprio oggi il governo dovrebbe incontrare i rappresentanti di Bruxelles per esporre le proprie motivazioni.

Per essere una giornata di crisi di governo piazza Affari non se la passa tanto male. A poco più di un’ora dall’apertura i principali indici sono tutti in attivo. L’S&P/Mib guadagna lo 0,42 per cento, il Mibtel porta a casa lo 0,34 per cento, e anche il TechStar viaggia in terreno positivo per lo 0,33 per cento.
Il più gettonato ovviamente è Mediaset che porta a casa quasi un punto percentuale, attestandosi a 9,23 euro, dopo aver guadagnato altrettanto dalla giornata di ieri. Se Prodi e i suoi andassero a casa infatti cadrebbero automaticamente i progetti di riforma del sistema radiotelevisivo avanzati dal ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni. L’effetto dell’ipotetico tetto del 45% alla raccolta pubblicitaria ipotizzata da palazzo Chigi costerebbe alla società, secondo Fedele Confalonieri, 600 milioni. Per il presidente di Mediaset si aggiungerebbero altri 200 milioni di euro di mancati incassi per l’inserimento delle telepromozioni nell’indice di affollamento pubblicitario, più altri 300 legati alla riduzione sotto il 2% dell’affollamento orario degli spot, più ancora altri 400 legati al trasferimento di Rete 4 sul digitale terrestre. Insomma una Caporetto per l’impero televisivo di Berlusconi. Ora, dal momento che nei primi nove mesi del 2006 Mediaset ha fatturato 2,67 miliardi e che quindi a spanne ci possiamo aspettare un giro d’affari complessivo per l’intero esercizio intorno ai 3,5 miliardi di euro, le stime di Confalonieri ipotizzano un danno pari a quasi metà del giro d’affari, il che sembra un po’ eccessivo. Detto questo, rimane evidente che dal progetto del governo Prodi Mediaset ha tutto da perdere.
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Nuova conclusione preliminare della Commissione europea nella infinita soap opera Autostrade-Abertis. L’Ue tira ancora le orecchie a Roma, questa volta per bocca della commissaria alla Concorrenza Neelie Kroes (una delle due punte della squadra di Bruxelles - l’altra è il commissario al Mercato interno Charlie McCreevy - che continua a spingere Roma in difesa). La questione al solito riguarda la “compatibilità tra l’articolo 21 del trattato Ue e il comportamento delle autorità italiane, che non hanno fissato in anticipo e in modo sufficientemente chiaro i presunti criteri di interesse pubblico per l’applicazione della procedura di autorizzazione”. In poche parole a Bruxelles continuano a non piacere gli ostacoli posti da Di Pietro alla fusione Autostrade-Abertis, Roma non avrebbe rispettato in questa vicenda le norme sulla concorrenza e il libero mercato europei.
Ora il Governo ha 15 giorni per muovere le sue osservazioni all’indirizzo della Commissione. Quindici giorni non sono molti (ma farà fede il timbro postale o la missiva dovrà già essere arrivata tra quindici giorni?) e questa volta il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro, ormai sfinito da questo tormentone, ha detto che “è ora che su questa richiesta si esprima il presidente del Consiglio Romano Prodi: sarà lui a dare le risposte all’Ue e all’opinione pubblica”.
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“In questo momento il nostro obiettivo prioritario è quello, d’intesa con l’Anas e sotto la guida del Governo, di pervenire il più rapidamente possibile a un quadro nitido dei nuovi rapporti concessori, nell’ambito della nuova regolazione. Senza non si possono fare progetti”. Il presidente di Autostrade Gian Maria Gros Pietro mette da parte l’ascia di guerra e riparte, dopo gli strali lanciati la settimana scorsa dal ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro.
“Il ministro - ha aggiunto Gros Pietro - aveva promesso che le concessionarie sarebbero state ascoltate e immagino che ascolti, per tutte, il presidente dell’Aiscat”, riferendosi alla convocazione di Fabrizio Palenzona da parte di Di Pietro.
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Giornata mossa in borsa per i titoli dell’autostrada. Il gruppo di Gavio, articolato a piazza Affari in Autostrade Torino Milano e Sias, ha appena comunicato al mercato le linee guida di una riorganizzazione profonda della sua struttura. A cose fatte ci saranno sempre due società quotate, ossia Astm e Sias, ma la prima sarà concentrata sulle infrastrutture e la seconda sulle concessioni autostradali. Di fatto Sias che nella nuova società sarà una controllata di Astm assorbe gran parte delle società del gruppo Gavio. Questo passa da una struttura bipartita (fra la stessa Sias e Astm) ad una struttura piramidale in cui Sias diviene una controllata di Astm. Le reazioni in borsa penalizzano Autostrada Torino Milano, che perde qualche decimo di punto percentuale, mentre avvantaggiano Sias, che guadagna quasi il 3%.
Oggi la stampa parla anche di Autostrade per l’Italia. La società che fa capo alla famiglia Benetton ha dimostrato ancora una volta la sua disponibilità a passare alla linea morbida con il Governo sulle trattative per la fusione con gli spagnoli di Abertis. I risultato non si vede, ma ora sembrano tutti d’accordo (spagnoli compresi) a intavolare una discussione costruttiva e forse questo fa anche bene al titolo che guadagna in borsa circa l’1,4%. Ancora però il contestato articolo 12 è in attesa della bozza di direttiva del ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro che dovrà definire il quadro delle sue applicazioni al settore autostradale. Probabilmente i diversi gestori che la nuova normativa vincola a un più stretto controllo dello Stato stanno incrociando le dita.

In una giornata in cui la borsa viaggia in rosso per qualche decimo di punto percentuale, l’impero dei Benetton segna rialzi sui suoi titoli più importanti. A metà seduta Benetton guadagna quasi l’1%, ma anche Autostrade incassa un +0.3% come Autogrill. Insomma in controtendenza sul Mibtel la famiglia di Ponzano Veneto in borsa sale oggi sugli scudi. La cosa che più muove alla fiducia gli investitori è forse l’articolo di Lorenzo Dilena, uscito oggi sul Finanza & Mercati.
La tesi è che i Benetton dopo le battaglie e le sconfitte sulle nozze di Autostrade con Abertis, abbia deciso alla fine di invertire la marcia. Niente più scontri con palazzo Chigi o con il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, ma una linea più conciliante per alleggerire l’impatto delle nuove norme e gli attriti con la politica. La scelta potrebbe anche essere quella di uscire dal business delle autostrade dopo che gli affari nel settore si sono fatti più rischiosi e onerosi con la nuova finanziaria, ma il way out risulta al momento improponibile.

L’assemblea di Autostrade ha bloccato la distribuzione di un dividendo straordinario da 3,75 euro per azione, ipotizzato quale premio per gli azionisti in vista delle sinergie previste grazie all’operazione di fusione. La proposta, che andava oggi in discussione, è stata lasciata cadere dall’assemblea, che “ha deliberato - si legge nella nota - di non assumere alcuna deliberazione sulla predetta proposta, in quanto sono sopravvenute insuperabili, allo stato, circostanze ostative all’attuazione della predetta operazione di fusione”.
Più che uno sciopero della fame per lanciare un messaggio all’indirizzo del ministro delle Infrastrutture, sembra una vera e propria rinuncia generale al progetto, tanto che chi ha esercitato il recesso tornerà automaticamente in possesso delle azioni: “il diritto di recesso esercitato dagli azionisti di Autostrade” deliberato il 30 giugno in vista della fusione “sarà inefficace e pertanto le azioni per le quali tale diritto sia stato esercitato ritorneranno senza indugio nella libera disponibilità dei medesimi azionisti”, mentre contemporaneamente “le somme necessarie per il pagamento del valore di liquidazione delle azioni oggetto di recesso assegnate nell’ambito dell’offerta in opzione promossa da Autostrade saranno rimesse nella libera disponibilità degli assegnatari”. Insomma a chi le aveva prenotate saranno restituiti i soldi già anticipati.
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Insomma forse alla fine non se ne farà niente. Dopo conferme e smentite continue tra colpi di scena, dichiarazioni di guerra, ipotesi di accordo e correttivi legislativi, l’intera faccenda sembra giunta al capolinea.
Autostrade ha confermato stamane di aver ricevuto l’atto di citazione davanti al Tribunale di Roma a riguardo di “accertamenti e asserite pretese risarcitorie concernenti la ritenuta non tempestiva realizzazione di investimenti in base alle previsioni di convenzione e al piano finanziario”, azioni risarcitorie quantificate intorno ai due miliardi di euro.