
Faranno bene al titolo Mps i rialzi di oggi all’indomani della pubblicazione della trimestrale. Gli analisti di Citigroup e di Credit Suisse hanno subito promosso i risultati della banca senese da sell a hold e da undeperform a neutral. In altri termini il gruppo ritorna, secondo le due banche, alla sufficienza. Se si guardano i prezzi obiettivo posti dai due broker sono a 91 centesimi e a 1,15 euro: visto che il titolo viaggia già a 94 centesimi stamattina, quello di Citigroup rischia di essere un suggerimento di vendita, mentre le valutazioni della banca svizzera indicano che, entro una anno, il titolo dovrebbe tornare sui valori di fine aprile. Francamente in entrambi i casi la valutazione dei risultati di Mps appare un po’ ingenerosa, anche se giustamente prudente. Soprattutto se si considera l’annunciato ritorno alla cedola.
Gli utili trimestrali del gruppo Mps sono pari a 118,9 milioni di euro, contro i 31,5 del secondo trimestre del 2009: significa che sono quasi quadruplicati. Se però si guarda al saldo semestrale si nota una flessione del 21,4% nella bottom line del conto economico a quota utili 261,2 milioni di euro. Un trimestre brillante in un anno difficile? Non proprio, anzi. Il business di Mps sembra solido come non lo si vedeva da tempo. Il risultato operativo del gruppo alla fine di giugno raggiunge i 510,8 milioni di euro con un incremento dell’8,1% assolutamente lodevole in questo periodo difficile.
Come noto i margini d’interesse delle banche sono a dir poco compressi dalla politica espansiva della Bce, tuttavia Mps riesce a comprimere la flessione del margine d’interesse all’1,4% mantenendosi sopra gli 1,8 miliardi di euro. Quello che però davvero cresce a monte del conto economico senese sono le commissioni nette che raggiungono i 986,6 milioni di euro (+3,7%). Il calo delle rettifiche sui crediti da 686,7 a 590 milioni che invia un altro segnale di solidità al mercato. A valle va evidenziata la flessione degli oneri operativi (-3,5% a 1,69 miliardi) dovuta a riduzioni di costo nelle spese amministrative e nel personale. Crescono invece gli accantonamenti netti ai fondi rischi e oneri per circa 134 milioni con un impatto da 92,2 milioni di euro nel secondo trimestre che risente soprattutto dei timori possibili perdite operative collegate a una posizione in sofferenza.
Ci sono però anche fattori straordinari molto positivi, come gli utili da cessione da investimenti per 184,2 milioni legati alla vendite di 72 sportelli a Carige: se si considera che l’utile ante imposte del gruppo è di 324 milioni nell’ultimo trimestre si comprende quanto sia stata proficua questa cessione.
A guardare il business da un’altra prospettiva si può sottolineare che sono cresciuti in maniera robusta raccolta diretta (+8,8%) e raccolta indiretta (+4,2%). Che crescono gli impieghi del 7,1% con risultati notevoli nel credito al consumo (+10,8%) e nello stipulato del leasing (+23,2%). Registrati anche flussi di collocamento per ben 11,4 miliardi di euro che confermano l’intensa attività commerciale dell’area di gestione del risparmio. Sul fronte degli impieghi i nuovi mutui stipulati ammontano a 8,7 miliardi di euro con un incremento di ben il 73% sul dato del 2009.
Da evidenziare però anche la crescita per 700 milioni dei crediti deteriorati netti rispetto a marzo: i presidi a copertura sono a circa il 40%. Le sofferenze lorde pesano inoltre al 56,5% sul rettifiche di valore che, a loro volta, pesano per lo 0,6% sugli impieghi in bonis lordi. Il portafoglio degli impieghi ha però complessivamente migliorato la propria qualità abbassando di 10 pbs al 2,6% la probabilità media di default.
Per riassumere in un numero la solidità patrimoniale della banca (dai tempi dell’acquisizione di Antonveneta faccenda scottante per la banca senese) il tier 1 ratio è al 7,8%, migliora dunque di 30 bps in tre mesi e conferma quanto già rivelato dagli stress test europei in merito: la banca ormai è solida. Non fa male infatti ricordare che nello scenario più avverso immaginato dal Cebs e dopo uno shock del debito sovrano europeo Mps mantiene ancora il tier 1 al 6,2%.
Questo ovviamente senza considerare il probabile inasprimento dei criteri di patrimonializzazione di Basilea 3 che potrebbe spostare ancora più in là le soglie minime. Al riguardo non è forse malizioso pensare che Roberto Mussari, neo presidente dell’Abi e numero uno di Mps, potesse pensare anche alla propria banca quando qualche giorno fa dichiarava, nelle vesti di numero uno dell’Associazione delle banche italiane, che sarebbe meglio aspettare ancora un po’ con il giro di vite di Basilea. Francamente però, almeno a livello europeo, sicuramente sono altri a doversi preoccupare delle nuove norme. Almeno che poi – e questo è un dubbio purtroppo legittimo- queste non finiscano per punire i modelli bancari solidi e tradizionali come quello italiano (che non ha dovuto chiedere se non i maniera marginale aiuto allo Stato, fra i sottoscrittori di Tremonti bond figura però proprio Mps) in favore di modelli diversi e più “finanziari”. Sarebbe senz’altro una sconfitta non solo di Siena, ma di tutto il Bel Paese, questo però – forse – ci porta troppo lontano da Siena.

Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
A fine mattinata Generali oscilla poco sopra la parita’. Il quadro grafico di breve termine e’ dominato dalla secca flessione vista nelle ultime 2/3 settimane. L’eventuale violazione di 13,90 euro confermerebbe la solidita’ del ribasso e preannuncerebbe un test del minimo annuale a 13,53. Affidabili indicazioni rialziste giungerebbero a seguito del superamento di area 15 per l’obiettivo a quota 16. Negli ultimi due giorni i vertici della compagnia triestina hanno parlato delle possibilita’ di crescita in Asia. L’a.d. Sergio Balbinot in una intervista al quotidiano francese La Tribune ha dichiarato che Generali guarda con attenzione a eventuali opportunita’ di crescita nei paesi dove e’ presente (Cina, India, Tailandia, Filippine, Indonesia, Giappone, Hong Kong e prossimamente Vietnam). Non si trattera’, pero’, di un’offensiva in grande stile ma di un potenziamento delle attività caratterizzato dalla selettivita’ al fine di non disperdere le energie. Il concetto e’ stato poi ribadito e precisato dal presidente Cesare Geronzi. Quest’ultimo ha affermato, nel corso del meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, che l’Asia interessa moltissimo, ma anche che questo non si tradurra’ in una campagna di acquisizioni a tappeto. Lo shopping riguardera’ solo obiettivi funzionali al raggiungimento degli obiettivi di Generali, obiettivi per i quali al momento non vi sono peraltro proposte concrete. Geronzi ha citato tra i mercati di maggiore interesse l’India e il Vietnam: in questo ultimo paese Generali ha ottenuto l’anno scorso una licenza per l’apertura di un ufficio di rappresentanza e ora attende il rilascio di una licenza operativa da parte delle autorita’ vietnamite. Intanto ieri la controllata israeliana Migdal Insurance and Financial Holdings (di cui Generali detiene il 70% del capitale) nel secondo trimestre 2010 ha visto praticamente azzerarsi gli utili a causa delle svalutazioni degli investimenti in seguito al calo delle quotazioni sui mercati finanziari.

Mattinata all’insegna della debolezza per Fiat. Il titolo anche oggi sta mettendo sotto pressione il minimo del 12 agosto a 9,28 euro. Una chiusura di seduta inferiore a detto livello determinerebbe la ripresa del movimento ribassista partito a inizio mese con target a 8,8450 almeno. Concrete indicazioni di forza giungerebbero a seguito del superamento di 9,89, prologo al ritorno sui recenti massimi a 10,50. Fiat sta vivendo un momento complicato a causa dell’irrigidimento delle posizioni riguardo alla vicenda dei tre operai dello stabilimento di Melfi reintegrati dal giudice del lavoro, ma invitati dalla casa torinese a non presentarsi in fabbrica pur garantendo loro lo stipendio. Critiche a questa iniziativa sono giunte non solo dalla Fiom-Cgil, la sigla sindacale piu’ battagliera, ma anche dal segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, e dal sottosegretario allo Sviluppo Economico, Stefano Saglia. La Fiom Basilicata ha denunciato in sede penale la Fiat per mancata esecuzione della sentenza di reintegro. Buone notizie invece per quanto riguarda i rapporti tra Fiat e i sindacati americani. Ieri l’a.d. Sergio Marchionne ha ringraziato lo United Auto Workers per il contributo al rilancio di Chrysler. Il manager ha parlato in un’assemblea presso lo stabilimento Toledo Assembly Plant in Ohio di fronte a 800 iscritti al sindacato e al vicepresidente USA, Joe Biden. Marchionne si e’ detto soddisfatto delle performance realizzate dalla casa americana, ma ha ribadito che difficilmente quest’ultima potra’ tornare in utile nel 2010. L’appuntamento con un’eventuale miglioramento delle stime interne e’ fissato dopo la pubblicazione dei dati del terzo trimestre dell’esercizio. Il manager italocanadese ha parlato anche di Alfa Romeo, anticipando il ritorno del prestigioso marchio negli USA e la possibilita’ che per la commercializzazione vengano utilizzati gli stessi punti vendita di Fiat. Ieri un portavoce ha smentito l’ipotesi di vendita di Alfa Romeo alla Volkswagen, dopo le indiscrezioni della stampa tedesca.
Il titolo di Unicredit rimane incerto anche oggi a Milano, con performance lievemente sotto la parità e concreti pericoli di ritorni in zona 1,80-1,85 e di ulteriori affondi. D’altra parte agosto è un mese di volumi ridotti e i dossier che aspettano a Piazza Cordusio di essere chiusi sono numerosi. Il più discusso in questi giorni è probabilmente quello di Pioneer, l’ala risparmio del gruppo che gestisce oltre 185 miliardi di euro con un’offerta di 180 fondi e circa 2 mila persone al suo servizio. Si tratta di un asset che negli ultimi mesi il gruppo ha deciso di vendere o dare in gestione, possibilmente per intero, in maniera da rafforzarsi patrimonialmente.
Alessandro Profumo in merito è stato abbastanza chiaro: le dimensioni al momento non sono adeguate perché il futuro è di piccole boutique dell’eccellenza o di giganti globali e Pioneer si trova nel mezzo. Dare in gestione a qualcuno (a un leader del settore) quanto c’è in Pioneer è comunque un’opzione assai più industriale di una cessione tout court. Oltre e più che la valorizzazione degli asset (gli analisti calcolano in 3-4 miliardi di euro l’ammontare dell’operazione) quello che sembra interessare al manager è una prospettiva che renda il gruppo più competitivo grazie a un partner di rango. Questo consentirebbe in seconda battuta alla clientela globale di Unicredit di essere “ben servita” in un settore strategico come quello del risparmio gestito dove la competizione è ogni giorno più difficile.
Diversi fattori influenzeranno notevolmente ogni valutazione di prezzo. Intanto bisognerà capire cosa vuol cedere Unicredit: si parla di minorities, di quote anche di controllo o dell’intero pacchetto? Ci sarà uno spezzatino come ipotizzato da MF stamane? Una simile ipotesi sembra suggerire che alcuni investitori siano interessati ai soli asset americani (ma questo potrebbe non piacere a Piazza Cordusio).
Altro importante discorso riguarda la distribuzione: se Unicredit, come sembra, chiederà delle garanzie sulla distribuzione con dei vincoli pluriennali alla propria rete, allora il valore di Pioneer scenderà. Tutto rimane in forse e ieri il management ha precisato che nessuna decisione è ancora stata presa. Solo da settembre, come detto a maggio, si tornerà ad essere più operativi in merito a questa cessione o partnership che sia. Al momento comunque non c’è fretta, anche perché la congiuntura attuale non incoraggia particolarmente la cessione di questo genere di attività.
Natixis si è comunque detta interessata, altri concorrenti potrebbero essere Amundi e diverse sgr americane, le proposte sarebbero insomma numerose. Comunque sia, gli offerenti sono ancora ben lontani da offerte vincolanti o due diligence. Ma come sta Pioneer?
I dati ufficiali più aggiornati sono quelli della prima trimestrale di Unicredit che, però, si possono integrare con le rilevazioni mensili di Assogestioni che rivelano consistenti deflussi negli ultimi mesi, ma anche una crescita del patrimonio: si tratta di dati che misurano solo una parte limitata, anche se importante delle attività dell’asset manager: quella italiana che pesa per circa il 50% sul totale.
In effetti i dati complessivi di Pioneer del primo trimestre indicano, a perimetro completo, afflussi positivi per 2 miliardi di euro soltanto in Italia e una raccolta da 2,7 miliardi in totale. Il patrimonio da 185 miliardi a fine giugno risulta sostanzialmente invariato rispetto al dato di marzo consultabile sul sito della società. Nel primo trimestre il rapporto cost/income è in miglioramento e con esso la redditività. Di certo, visto il preponderante peso dell’Italia, l’allargamento della compagine sociale a un gruppo straniero potrebbe portare benefici anche alla clientela di Unicredit che è di fatto internazionale.
Fondata nel 1928 da Philip Carret Pioneer è stata la prima società di gestione a proporre fondi comuni di investimento in Italia, entrata nel perimetro di Unicredit nel 2000, adesso si trova davanti nuove sfide. Comunque vada è probabile che passino ancora per Piazza Cordusio per qualche anno almeno.

Eni ancora a caccia di barili in Africa. Il nuovo accordo per l’acquisizione del 55% del blocco Ndunda in Congo crea nuovi spunti di crescita nell’Africa Occidentale dove (tra Nigeria, Gabon, Congo Brazzaville, Angola, Ghana e Mozambico) il Cane a sei zampe produce 450 mila barili di petrolio equivalente (boe) l’anno su una produzione complessiva annuale pari a quasi 1,77 milioni di boe l’anno. Insomma questa parte d’Africa per Eni è strategica e l’incontro dell’ad Paolo Scaroni con il presidente nigeriano Jonathan Ebele Goodluck di venerdì scorso lo conferma.

Pressioni politiche sulla Bpm. Umberto Bossi, leader della Lega, ha infatti ribadito nel fine settimana il legame del suo partito con la banca milanese. “Massimo Ponzellini lo abbiamo nominato noi”, ha affermato il politico di Cassano Magnago facendo riferimento alla recente nomina del numero uno di Impregilo anche al vertice della Bpm. Come noto il crescente successo elettorale della Lega Nord ha spinto questo movimento a esercitare una certa pressione sulle fondazioni bancarie con cui si è trovato a diretto contatto.
Quasi quotidiane le preoccupazioni del sindaco leghista di Verona Flavio Tosi (a cui spetta la nomina diretta di 4 dei 22 consiglieri della Fondazione Cariverona che controlla il 4,98% di Unicredit) sull’ascesa libica nel capitale dell’istituto di credito. “Questa mi pare una scalata”, aveva detto Tosi dopo che i due azionisti libici principali erano saliti al 7% circa del capitale di Piazza Cordusio. Contare quanto Gheddafi nella banca guidata da Profumo (lo statuto limita comunque i diritti di voto al 5%) non era insomma cosa gradita, anche se l’ingresso di Unicredit a Tripoli come prima banca straniera della nuova fase di apertura del Paese prometteva prospettive di business interessanti.
A Ponte di Legno, però, Bossi ha gettato acqua sul fuoco, affermando che la presenza libica in Unicredit non preoccupa: un’inversione di marcia bilanciata da una presa di posizione forte su un’altra banca del Ftse Mib la Bpm.
Che Ponzellini godesse dell’appoggio della Lega era cosa nota, ma che addirittura questa se ne arrogasse la nomina è sembrato eccessivo alla Uilca: il segretario del potente sindacato bancario Massimo Masi ha infatti risposto che “il presidente di una banca cooperativa come la Popolare di Milano, viene eletto dagli azionisti e non dal potere politico”. “Pur condividendo alcune posizioni della Lega sulla vicinanza delle banche ai Territori – ha aggiunto Masi - è evidente che il Presidente della BPM dovrà rapportarsi con gli azionisti di riferimento (che altro non sono che i dipendenti e le organizzazioni sindacali interne) e tutelare i loro interessi”.
In questo contesto non pare peregrino nemmeno quell’“E’ partito bene” del governatore leghista del Piemonte Roberto Cota in riferimento al nuovo presidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo Andrea Beltratti. Alla Regione Piemonte, infatti, tocca uno dei diciassette membri del Consiglio generale della Compagnia di San Paolo che a sua volta è il maggiore azionista singolo di Intesa con il 9,88% del capitale. Nel bel mezzo della crisi politica in corso la Lega dunque non rinuncia a far sentire il suo peso nel mondo finanziario, anche se, come ha sottolineato lo stesso Bossi a Ponte di Legno: “Le banche, sembrerà strano, ma funzionano a soldi: ha ragione chi ci mette i soldi”. Insomma i voti per il momento potrebbero non bastare.

Una crescita dei ricavi di oltre il 20% non può che essere incoraggiante e il giro d’affari di Enel da 34,2 miliardi di euro a semestrale la rende un gruppo sempre più un peso massimo dell’industria globale (per di più in un settore strategico come quello dell’energia).
La crescita è però in gran parte dovuta al cambiamento di metodo di consolidamento della spagnola Endesa da proporzionale a integrale. Buone anche le performance in Russia, mentre il mercato italiano si è mostrato in netto calo. Il gruppo insomma è cresciuto solo all’estero, in termini di fatturato, con una crescita dei ricavi del 107,6% in America Latina e Spagna a quota 14,8 miliardi di euro. La divisione internazionale non ha fatto meno con un apporto al giro d’affari di 3,11 miliardi di euro. La business unit mercato italiano ha ceduto il 13,8% dei ricavi portandosi a 9,14 miliardi di euro, ma l’ebitda è cresciuto del 20,6% a 193 milioni di euro. La business unit Infrastructure&Network, che vanta ricavi per 3,41 miliardi di euro, ha registrato una flessione dell’1,6% in termini di ricavi e del 23,5% in termini di risultato operativo (ebit a 1,4 miliardi).
Da ricordare le performance della quotanda Enel Green Power che registra un rialzo dei ricavi del 12,9% a 974 milioni di euro, ma una flessione dell’ebit del 2,4% a 495 milioni. Da un punto di vista patrimoniale va evidenziata la crescita dell’equity a 49,92 miliardi di euro a fronte di un debito in crescita di oltre 5 punti percentuali a quota 53,89 miliardi di euro. Il management ha spiegato che almeno 1 miliardo di euro di debito sono da attribuire alla contabilizzazione in euro e 1,4 miliardi alla conversione in euro di prestiti in natura straniera che avviene tramite operazioni di hedging.
Di certo un rapporto debt/equity sopra l’unità è ancora lontano dagli obiettivi del gruppo che però ha ribadito l’intenzione di rispettare i target di una riduzione del debito a 45 miliardi entro la fine dell’anno. Il debito ha una scadenza media di 6 anni e 9 mesi e un costo medio del 5,3 per cento e sicuramente una sua riduzione sarà favorita dalla cessione da 1,41 miliardi di euro della rete di Endesa a REE, così come la quotazione di Enel Green Power che dovrebbe portare risorse notevoli nelle casse del gruppo e aiutarlo a non deludere le agenzie di rating che tengono sott’occhio il suo livello di indebitamento.
Certamente i prossimi risultati operativi del gruppo saranno importanti anche per rendere più fiduciosi gli investitori che vorranno scommettere sulle fonti rinnovabili di Green Power per la quale la quotazione a ottobre rimane confermata.

Nel giorno della semestrale, Finmeccanica cede infatti quasi due punti percentuali a fronte di un mercato orientato al rialzo. Già due settimane fa, d’altra parte, Goldman Sachs aveva inserito la società guidata da Pierfrancesco Guarguaglini nella lista europea dei titoli da vendere calcolando per la fine dell’anno una crescita moderata dei ricavi e una flessione degli utili legata soprattutto alla crescita della pressione fiscale.
A fine 2010 il gruppo dovrebbe assorbire circa 132,1 milioni di euro euro di cassa contro i flussi positivi per 333 milioni dell’anno scorso. La debolezza complessiva del cash flow (anche se quello operativo è visto in costante crescita) sembra destinata a perdurare negli anni con flussi complessivi da appena 7,9 milioni nel 2011 e pari a zero l’anno successivo. Il raddoppio dei capex da 465 a 958 milioni di euro è fra le motivazioni più importanti di questo andamento, né aiutano dividendi in costante crescita. Ma a metà 2010 che risultati ha raggiunto la più grande società italiana della Difesa?
A conti fatti il semestre si chiude con un risultato di 194 milioni di euro che incorpora una flessione del 20% rispetto ai dati di un anno fa: in poche parole Finmeccanica ha perso per strada un quinto dei suoi utili. Il giro d’affari del gruppo è leggermente cresciuto a 8,65 miliardi di euro nel periodo ma l’ebita adjusted del gruppo è sceso del 3,1% a quota 586 milioni di euro a causa soprattutto del segmento Veicoli e Spazio che hanno appesantito il ramo dei trasporti del gruppo. Ancora una volta è illuminante l’analisi dei flussi di cassa: il free operating cash flow indica infatti un assorbimento di cassa per poco meno di un miliardo di euro (967 milioni) con un peggioramento di 272 milioni (-39,1%!) sul dato del 30 giugno 2009.
Sicuramente una certa stagionalità avrà intaccato l’equilibrio tra incassi e pagamenti commerciali, però che questo si stia confermando un anno difficile è indubitabile. La crescita del debito da 3 a 4,6 miliardi di euro conferma queste perplessità. Nelle sue previsioni il management ammette che nel medio periodo alcune aziende del gruppo potrebbero risentire della politica fiscale adottata da alcuni paesi e che questo potrebbe comprimere gli investimenti pubblici. Tuttavia per la fine dell’anno è previsto un free operating cash flow capace di produrre un avanzo di cassa da circa 200 milioni di euro. Il portafoglio ordini già copre oltre il 90% della produzione dei prossimi sei mesi e a fine anno i ricavi dovrebbero essere compresi tra 17,8 e 18,6 miliardi di euro euro con un ebita adjusted di circa 1,52-1,60 miliardi. Nel frattempo, però, occorrerà tenere duro e riposizionarsi ancora nel mercato per cogliere le occasioni migliori del mutato scenario globale.

Oggi il titolo di Luxottica subisce qualche realizzo dopo il rally delle ultime sedute e la pubblicazione dei risultati trimestrali: il superamento durante la scorsa ottava degli ostacoli di area 20 euro ha comunque inviato un buon segnale al mercato. A guardarlo attraverso i Ray-Ban del gruppo il mondo appare estremamente coerente con le previsioni degli analisti. I ricavi del gruppo sono scesi del 20% in Grecia, gli Stati Uniti hanno mostrato una crescita dell’8% dei ricavi a 1,21 miliardi di dollari (+15% nel canale wholesale), in Europa le vendite hanno tenuto (con la cattiva performance citata della Grecia) e sono cresciute in Italia, Spagna e Portogallo. Nel Vecchio Continente la stagione estiva ha favorito una crescita delle vendite di occhiali da sole con i Ray-Ban che hanno registrato una crescita a doppia cifra. E l’Oriente? Gli investimenti hanno visto una crescita a due cifre del giro d’affari in Cina, ma ancora il break even non è stato raggiunto.
I ricavi da quasi 1,6 miliardi di euro (nel trimestre) sono stati il miglior fatturato trimestrale di sempre e anche al netto dell’effetto cambio che ha incoraggiato molto la società degli occhiali, la crescita del business è stata di 6,5 punti percentuali. L’utile netto ha raggiunto i 150 milioni di euro con un incremento di oltre il 30%: parlare dunque di ripresa non è affatto esagerato.

Safilo ci vede benissimo anche senza gli occhiali della Diesel che dal prossimo anno non sarà più in partnership con l’azienda veneta per questo prodotto. Il titolo oggi ha toccato un massimo a 8,19 euro e potrebbe anche tentare un allungo, nelle prossime settimane oltre gli 8,5 euro. La perdita del marchio della Diesel riduce a 28 i marchi in licenza ai quali vanno comunque aggiunti 5 marchi di proprietà.
Se però si guarda all’ultima trimestrale, magari in attesa dei dati semestrali del prossimo 2 agosto, si nota che il business finora si è mostrato molto resistente, nonostante la società sia passata per fenomeni tumultuosi con il disimpegno dei Tabacchi, oggi scesi al 10% del capitale del gruppo, e l’ascesa nella compagine proprietaria del gruppo di Hal, grande distributore internazionale oggi al 37,2% del capitale.
Il conto economico del gruppo mostra praticamente risultati invariati con vendite a 286 milioni contro i 287,9 del primo trimestre del 2009 e un ebitda in crescita a 34,6 milioni contro i 30,2 milioni di un anno prima. L’utile del gruppo rimane invariato a 1,7 milioni per via di imposte cresciute da 2,6 a 3,9 milioni di euro e per svalutazioni di imposte differite per 4,8 milioni di euro. Il fatto che però nel conto economico l’utile operativo cresca da 19,1 a 24,1 milioni di euro lascia sperare per il trimestre in corso e per i prossimi in un forte miglioramento della reddittività del gruppo.
Tutto l’anno sarà influenzato dalla cessione del business retail a fine 2009 (vendute la catena spagnola e quella australiana con la riduzione dei punti vendita a 219 dai 221 precedenti) che modifica il perimetro della società ma sembra anche eliminare degli asset in perdita. Il calo dei prezzi degli occhiali pone sotto pressione i margini dei grandi gruppi e potrebbe avere effetti anche su Safilo che, in quanto produttrice, vuole cogliere le occasioni che il riposizionamento di grandi marchi con la creazione di linee più a basso costo offre ai vari produttori.
La buona redditività industriale e la solida generazione di cassa incoraggiano la ripresa dell’azienda. La posizione finanziaria netta, infine passa da un saldo negativo di 588 a uno di 315 milioni di euro con un patrimonio netto di 763,1 milioni di euro. La solidità patrimoniale del gruppo è dunque molto rafforzata.
Il rapporto conflittuale con gli storici soci della famiglia Tabacchi non sembra però essersi del tutto rasserenato. Circa un anno fa un impianto di Safilo a Precenicco (impianto oggi dismesso) era risultato irregolare: sembra che venissero trasformati in oggetti in made in Italy degli occhiali provenienti dalla Cina. Alla fine, riporta il Messaggero Veneto di qualche giorno fa, Vittorio Tabacchi, attualmente presidente onorario della Safilo, ha patteggiato una pena di 6 mesi di reclusione convertiti in 6.840 euro di ammenda.
Un’ammenda tanto ridotta da fare infuriare i sindacati della Cgil, della Cisl e i lavoratori che presidiano i cancelli dell’azienda e da fargli chiedere a gran voce una nuova legge sulla difesa del made in Italy. All’imprenditore in effetti è bastato cancellare il marchio “made in Italy” per ottenere il dissequestro della merce. In realtà Safilo, gigante mondiale delle montature per occhiali da sole e da vista non ha mai avuto gravissimi problemi industriali, a monte, però, i Tabacchi hanno rischiato di essere soffocati dai debiti tanto da dover cedere alla fine il controllo della società. Adesso i nuovi soci potrebbero avviare un nuovo corso in contemporanea a una ripresa che sembra incoraggiata dal recupero dell’export tricolore. Forse il ribasso dell’euro potrà incoraggiare una maggiore attenzione per la produzione italiana, di certo il gruppo ha i numeri per competere nello scenario attuale su tutti i mercati principali.