
Il business del secolo potrebbe essere davvero l’energia. In questo periodo ancora carico di incertezze per le borse e persino durante lo scorso difficile anno gli investimenti in energia sono cresciuti in netta controtendenza al mercato. Negli Stati Uniti, a Fremont, l’anno scorso un manipolo di fondi ha investito 286 milioni di dollari in un’industria dedita al fotovoltaico, la Solyndra. PricewaterhouseCoopers e l’Associazione nazionale americana dei fondi di venture capital hanno premiato questo investimento come il più ricco dell’anno ed effettivamente il secondo investimento della classifica non aveva racimolato neanche la metà dei fondi impiegati in Solyndra. Il primo produttore di energia da pellicola ultrasottile, la statunitense First Solar, ha incrementato il suo giro d’affari del 48% lo scorso anno e confermato le stime di crescita per quest’anno.
Sicuramente l’interesse oltre l’Atlantico per le rinnovabili deriva anche dall’incoraggiamento del governo Obama che si è tradotto in diverse forme di incentivazione. Anche nel Vecchio Continente però l’attenzione per le fonti rinnovabili è altissima e il quadro tariffario, mercato per mercato, la fa da padrone.
L’interesse per le fonti rinnovabili ha portato ben 4,09 miliardi di euro sul settore nel 2009 a livello globale, l’occasione nel frattempo si è fatta ghiotta anche per l’Italia che desta sempre più l’interesse dei grandi investitori internazionali e ha già registrato forti rialzi nel settore delle rinnovabili a Piazza Affari.
La prossima quotazione del 30% di Enel Green Power probabilmente attirerà ancora di più l’attenzione del mercato. L’evoluzione del comparto in Italia è però ben misurabile. Nel Vecchio Continente il venir meno degli incentivi pubblici ha portato a un crollo degli investimenti in Germania e nel Regno Unito, mentre nel Bel Paese, per il momento, il quadro tariffario rimane vantaggioso, a tutto vantaggio dell’industria che compirà decisivo balzo in avanti con l’avvio di uno dei più grandi impianti d’Europa per la produzione di pannelli solari a film sottile con tripla giuntura particolarmente adatti per gli impianti di medie e grandi dimensioni. Finalmente si attiverà il trascurato e avanguardistico centro M6 di Catania, i padrini del progetto sono Stmicrolectronics e Sharp. Le energie rinnovabili interessano però un po’ tutti a quarant’anni dalla fine del petrolio (o almeno della sua convenienza) e nell’epoca dei certificati verdi e del protocollo di Tokyo.
Continua a leggere: Energie rinnovabili: un settore ancora in grande fermento

Rimangono ancora incerte le prospettive globali del settore del cemento e i big di questi comparto non possono che agire sulla propria efficienza finanziaria od operativa. Grandi incognite si proiettano infatti sulla ripresa del mercato immobiliare nei vari paesi colpiti dalla crisi. Il fatturato dei produttori di cementi e calcestruzzo come Italcementi sarà sotto pressione sia sui volumi che sui prezzi di vendita. La catena dei costi rischia inoltre di risentire di un probabile rincaro dei combustibili, mentre a livello globale i vari mercati emergenti registreranno ancora pressioni competitive che metteranno a rischio i margini.
Il 2009 di Italcementi si è già chiuso con luci e ombre. I ricavi sono scesi del 13,3% a 5 miliardi di euro, gli utili hanno registrato una flessione del 22,2% a 215,3 milioni di euro (al netto del risultato attribuibile a terzi la flessione è del 50%). La cedola è stata mantenuta, ma è passata da 50/53 centesimi (ordinarie/risparmio) a 24,4/27,4 centesimi. L’ebitda margin in compenso è cresciuto dal 19,3 al 19,4% grazie al taglio dei costi di materie prime e di servizi (importante anche la gestione del magazzino che ha portato a una variazione negativa di 91,1 milioni di euro nelle rimanenze).
A valle del margine operativo lordo crescono ammortamenti e rettifiche sul valore delle immobilizzazioni e pesano sul risultato operativo portando l’ebit margin all’8,8% contro il 10,5 per cento. Gli oneri finanziari scendono invece da 180 a 131 milioni di euro in contemporanea al calo del debito finanziario netto da 2,67 a 2,41 miliardi di euro. Il patrimonio netto del gruppo Italcementi (4,69 miliardi di euro di cui 3,35 attribuibili al gruppo) è in ogni caso ampiamente sufficiente.
L’attenzione a una corretta gestione del debito e della liquidità del gruppo appare comunque evidente da diversi elementi. L’emissione di bond non convertibili per due miliardi di euro appena annunciata e messa al servizio del riscadenziamento del debito si inserisce in un più vasto programma di riprogettazione della gestione finanziaria della società. Italcementi Finance SA, assistita dalla Spa controllante, sembra il cuore di questo intervento nella finanza del gruppo.
In questo contesto si inserisce anche il rifinanziamento di una parte notevole dell’indebitamento di Ciments Francais e un’offerta su delle obbligazioni emesse negli Stati Uniti nel 2002 e nel 2006 e sulle quali si offrono 1.065 dollari per ogni 1.000 di valore nominale fino al prossimo 24 marzo. La controllata francese ha un peso specifico notevole nel bilancio del gruppo, basta pensare che copre da sola 4,21 miliardi di euro di ricavi (quasi l’85% del giro d’affari complessivo) e realizza anche più utili dell’intero consolidato (337,3 milioni contro i 215,3 dell’intero gruppo). Non stupisce in questo senso che il suo dividendo sia rimasto invariato a 3 euro contro i 27,4 centesimi del gruppo Italcementi. La controllata ha però anche un debito da 1,56 miliardi di euro che sarà bene gestire insieme al resto del gruppo: un qualche accentramento in tal senso potrebbe rivelarsi conveniente. Sui mercati internazionali Italcementi ha registrato performance discontinue subendo comunque l’indebolimento di Europa e Stati Uniti. Qualche spunto positivo in Egitto e Marocco è stato bilanciato da cattive performance in Bulgaria e Turchia. La crescita in Cina e i volumi di vendita in loco rimangono trascurabili nel complesso: molto meglio, forse, concentrarsi sull’India e sulla Thailandia.

Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Prysmian a fine mattinata torna sopra la parita’ dopo un avvio debole. Il titolo nella parte iniziale della seduta era stato penalizzato dalla notizia della vendita della quota del 16,8% in mano a Goldman Sachs, gran parte della quale detenuta tramite il veicolo denominato Prysmian (Lux) II S.à r.l.
Si tratta dell’ultima tranche della partecipazione di maggioranza detenuta da Goldman Sachs, partecipazione che e’ stata progressivamente ridotta dopo l’approdo in borsa della ex divisione Pirelli Cavi. Le azioni sono state cedute a investitori qualificati attraverso un’offerta gestita da Goldman Sachs International e Banca IMI S.p.A. in qualità di Joint Bookrunner.
Nonostante l’iniziale sbandamento (secondo i rumor il prezzo di vendita sarebbe stato di 12,75 euro, contro i 13,20 della chiusura di ieri) la notizia e’ da considerarsi positiva in quanto le azioni sono finite direttamente nei portafogli di investitori istituzionali senza passare per il mercato, circostanza che ha evitato il riversarsi delle azioni in borsa con conseguente deprezzamento del titolo.
Da notare che 1,5 milioni di azioni sugli oltre 30 milioni venduti da Goldman Sachs sono stati acquistati dall’amministratore delegato di Prysmian Valerio Battista, con un investimento vicino ai 20 milioni di euro. Il manager, che deteneva gia’ una quota dello 0,4% e’ cosi’ salito all’1,2%. Si tratta in sostanza di una evidente dimostrazione di fiducia nelle prospettive della societa’.
Prysmian ha da poco presentato i risultati 2009. Ricavi e profitti sono scesi rispettivamente del 17,4 e del 37,9 per cento su base annua, ma l’Ebitda adjusted ha superato, seppur di poco, le stime di consensus. Il dividendo e’ stato confermato a 0,417 euro per azione. Nonostante le incertezze

Il quadro di Fastweb rimane fluido in attesa delle decisioni della magistratura. In queste ore il titolo cede ancora qualcosa a Piazza Affari, il consiglio di amministrazione ha deciso di chiedere l’isolamento della divisione Wholesale che controlla le attività incriminate. Una figura di garanzia potrebbe governare questa business unit dal peso ormai ridotto, lasciando integre, però, le altre attività. Una soluzione simile sembra pronta anche per Telecom Italia Sparkle, ma, di fronte alla gravità delle accuse, ancora tutto rimane incerto.
Quarantotto ore per il rinvio della decisione sul commissariamento rischiano di essere troppo poche e si diffondono le prime preoccupanti voci sugli effetti di questa pesante inchiesta sull’operatività della compagnia telefonica. Alcuni grandi clienti avrebbero già congelato il rinnovo dei contratti con Fastweb e ora corrono rischi i rapporti con le pubbliche amministrazioni che fino a ieri erano un fiore all’occhiello tra le attività della società della fibra ottica. Se la sfiducia si allargasse al retail, la situazione potrebbe davvero aggravarsi.
Il nuovo contratto di Landi Renzo con Toyota ieri ha davvero scaldato i corsi della società del Gpl: la chiusura delle contrattazioni ha visto il titolo a quota 3,74 euro, il 5,2% in più del prezzo di riferimento. Così gli impianti a gas della società di Cavriago (RE) monteranno sulle nuove Yaris a Aygo della casa giapponese.
Allargare la base delle vendite, la clientela, le fonti ricavo del gruppo è d’altra parte fondamentale in una fase tanto critica del settore dell’auto. Il mondo intero attende infatti l’evoluzione del mercato al termine degli incentivi già prefissato per diversi paesi. In Europa i mercati più importanti hanno preso strade diverse con la Germania e l’Italia che hanno deciso di tagliare gli incentivi al settore e la Francia che invece ha deciso di rinnovarli per il prossimo anno.
Se si considera che la crisi del 2009 ha visto pesanti cali nei mercati asiatici e ha concentrato il fatturato sull’Italia e nel Vecchio Continente, si comprende che l’attenzione a questo catalizzatore dei prezzi per tutto il comparto è fondamentale anche per la compagnia guidata da Stefano Landi. Nell’ultimo trimestre del 2009 il gruppo ha realizzato 69,5 milioni di euro di ricavi di cui ben 37 realizzati in Italia grazie agli ordini di Fiat specialmente.
Nel Bel Paese in generale la crescita del giro d’affari è stata del 138% a fronte di un 4% guadagnato nel resto dell’Europa: la prevista contrazione delle vendite ad aprile potrebbe dunque portare cattivi risultati a Landi Renzo incidendo più che in passato sul suo fatturato. Non mancano possibilità alternative, dai nuovi contratti Toyota ai kit per la trasformazione in bi-fuel dei diesel ai nuovi contratti in Francia e Germania con Renault e Opel, i timori per la sovraesposizione recente al mercato italiano in concomitanza con il taglio degli incentivi, lasciano comunque perplessi.
D’altra parte la società a fine gennaio ha avviato una nuova attività negli Stati Uniti dove il mercato ha problemi assai minori di sovraccapacità produttiva e gli incentivi dell’amministrazione Obama alle energie pulite promettono ulteriori vantaggi. Le pressioni sulla situazione patrimoniale poste dalla politica di forti investimenti attuata nel corso del 2009 rimangono per il momento assolutamente sostenibili: la posizione finanziaria netta positiva al 30 settembre 2008 per 57,29 milioni di euro, lo scorso 30 settembre era negativa per 61,7 milioni di euro, ma il patrimonio netto da oltre 126 milioni di euro è ampiamente sufficiente.
La forte politica di crescita del gruppo sembra insomma coperta da mezzi propri più che sufficienti, mentre le performance del conto economico appaiono deludenti con un ebitda che ha perso il 39,1% nei primi nove mesi del 2009 rispetto allo stesso intervallo del 2008. Il tutto è avvenuto in presenza di una crescita dei ricavi del 10% che non è detto si replichi quest’anno per i suddetti motivi. Sicuramente gli investimenti promettono molto, ma un intervento sulla catena dei costi forse a questo punto diventa prioritario.
La deitalianizzazione di Fiat è probabilmente una scelta industriale difficile da contestare. L’auto in Italia ha probabilmente fatto il suo tempo e il centro della produzione e della vendita di autovetture si è spostato nel tempo su altri mercati. Fa bene Repubblica a evidenziarlo ieri, fa bene la comunità finanziaria a parlarne, farebbe bene la politica a tentare un nuovo approccio al problema dopo quello degli incentivi.
Sia chiaro il problema della sovraccapacità produttiva riguarda tutta l’Europa, in Germania è probabilmente più grave che in Italia (si pensi che lì vengono prodotti 3 milioni di auto e ne viene comprato solo un milione). In Francia per evitare il probabile tracollo dell’auto alla fine degli incentivi hanno deciso di rinnovarli per tutto l’anno. E qui? Nel Bel Paese qualcuno calcola un calo del 50% fra l’aprile 2009 e l’aprile 2010 – perché solo quel mese cesseranno gli strascichi e l’inevaso degli incentivi 2009 – e del 16% anno su anno.
I problemi strutturali rimarranno però sul tappeto. Per avere un’idea l’ebit margin medio europeo è tra il 3 e il 3,5% per quel che riguarda il settore auto: le attese per il dato corrispettivo negli Stati Uniti parlano di un 7 per cento. Ok si tratta di un obiettivo da realizzare, ma anche di un obiettivo doppio rispetto a quanto avviene oggi in Europa. Ma come la centralità dell’Italia per Fiat? Tutti sanno che è finita da un pezzo: il primo paese di vendita e produzione del Lingotto è il Brasile dove la quota di mercato è del 25% e il gruppo ha una presenza consolidata.
Presenze strategiche sono in Cina e in Russia, mentre gli effetti sul conto economico di Chrysler potranno vedersi solo in futuro perché al momento nel conto economico del gruppo l’americana ha il valore di una partecipazione finanziaria. In Italia il concreto rischio di produrre in perdita a fronte delle dimensioni di un mercato che non è più in grado di assorbire la produzione nostrana minaccia l’occupazione e in fondo la nostra storia industriale. L’incentivo rischia di diventare un palliativo, una droga alla quale forse è stato opportuno dire di no.
La Fiat di oggi deve competere con giganti agguerriti su scala globale: la partnership in Russia con Sollers, le puntate in Messico e gli impianti polacchi, l’alleanza con Tata in India e i truck in Cina rappresentano il vero futuro del gruppo. La chiusura di Termini Imerese e il potenziamento forzoso della produzione di Melfi con la Panda non risolveranno certo una sovraccapacità di produttiva che è cresciuta negli anni e che ora concentra il capitale umano sulla ricerca e lo sviluppo (che per fortuna per ora rimangono in Italia).
E l’operaio? A chi conta quelli di trent’anni fa e gli 80 mila lavoratori di Fiat di oggi bisognerebbe ricordare che una volta su una linea produttiva stavano 20 persone oggi 2 e che quindi la tecnologia ha fatto dei passi avanti da cui non si torna indietro.
Sperare di affrontare problemi nuovi con vecchie soluzioni sarebbe inutile e sciocco. Serve senz’altro qualcosa di diverso, forse ne vedremo un anticipo al Salone di Ginevra. A questo punto pare infatti chiaro che l’Italia è sempre più un mercato come gli altri per Fiat e che quindi il Lingotto (o le altre case automobilistiche) dovranno essere attirate dalla politica con proposte industriali concrete perché la logica globale in cui è inserito non gli dà possibilità di errore.
I risultati del 2009 hanno avuto effetti opposti sulle performance di Saras e Geox. La prima ha chiuso la scorsa seduta con un ribasso del 6,39%, la seconda ha invece guadagnato il 9,43% al termine delle contrattazioni di venerdì scorso: difficile non attribuire ai fondamentali delle due società questi balzi in direzioni opposte.
Il gruppo Saras, la società dei Moratti che si occupa di raffinazione, ha aperto la sua prima seduta del 18 maggio 2006 a quota 5,4 euro, ma oggi vale circa 1,7 euro: ancora a inizio febbraio i Moratti sono stati ascoltati dal pm di Milano Luigi Orsi in merito alla vicenda che vede coinvolti JP Morgan, Morgan Stanley e Caboto nel "collocamento sospetto". Il prezzo per l’ipo di Saras era stato addirittura fissato a 6 euro e da quattro anni ormai si inseguono accuse di falso in prospetto e aggiottaggio.
L’ultima Caporetto di Borsa è però dettata dai risultati del 2009: l’esercizio si è chiuso con un calo dei ricavi del 39% a 5,3 miliardi di euro e una perdita da 54,5 milioni di euro. Non ha sorpreso dunque la decisione di non distribuire alcun dividendo e il conseguente calo del titolo in Borsa. Il calo della domanda di greggio come noto ha colpito i margini di tutti i raffinatori e solo una ripresa più decisa dell’economia potrà risollevare le sorti del settore. Sul piano grafico, l’attacco al supporto di quota 1,84 euro aveva già portato alla violazione di questo livello giovedì scorso; l’affondo a 1,66 euro con gap down in apertura durante l’ultima seduta della scorsa ottava ha solo aggravato una crisi già presente.
In direzione opposta si è invece mossa Geox che ha chiuso la seduta di venerdì scorso con un balzo del 9,43 per cento. La casa delle scarpe che respirano guidata da Mario Moretti Polegato ha chiuso il 2009 con ricavi in calo del 3% a 865 milioni di euro e con un utile rettificato in calo da 124 a 84,2 milioni di euro: se una società riporta però in un anno difficile il free cash flow da un saldo negativo per 10,7 milioni di euro a uno positivo per 120,6 milioni non può che suggerire una prossima forte ripresa del business. Il dividendo da 0,20 euro (contro gli 0,24 del 2008) conferma. Dal punto di vista grafico il titolo ha superato la soglia psicologica dei 5,00 euro che ospitava anche i massimi di fine 2009, nuovi allunghi potrebbero a questo punto impostare un doppio minimo in zona 4,3 euro con target in area 5,7: serviranno però nuove conferme in questa direzione.
Una cosa è certa, invece: Saras a Geox a inizio 2009 hanno preso strade decisamente diverse.
Stamattina Telecom Italia non partecipa ai recuperi di Piazza Affari e lascia sul parterre di Borsa Italiana circa un punto percentuale del proprio valore dopo i tre punti e oltre di ieri. A Fastweb va ancora peggio, perché oggi il titolo della compagnia della fibra ottica perde il 3,62% contro i 9 punti di ieri. Nel frattempo le cifre delle Phun Card, le carte a pagamento per l’accesso a siti di carattere erotico che venivano utilizzate per frodare il fisco e rimpolpare i conti delle due compagnie telefoniche, si fanno impietose: il numero degli indagati è salito a 85 dopo i 56 arresti dei giorni scorsi, la truffa si inserisce in un sistema di conti correnti e asset spalmati su 24 paesi dal Delaware ad Hong Kong, dalle Isole vergini britanniche agli Emirati Arabi Uniti. Ieri, come era prevedibile l’approvazione dei conti di Telecom Italia è passata in secondo piano, prima è stato necessario parlare di Telecom Italia Sparkle, la controllata a cui sono stati sequestrati 300 milioni di euro.
Franco Bernabè, l’attuale amministratore delegato del gruppo, ha sottolineato che il management di Sparkle di allora non lavora più in Telecom Italia, che Riccardo Ruggiero e Stefano Mazzitelli, insomma, non toccano più i bilanci. La situazione, però, appare ancora critica e il management di oggi ha chiesto tempo per valutare correttamente l’ordinanza ricevuta da Sparkle.
Nel frattempo i risultati preliminari anticipati da Telecom Italia confermano gli obiettivi proposti dal gruppo, anche se lasciano qualche perplessità su taluni aspetti. Il fatto che il comunicato sul bilancio del gruppo cominci con l’ebitda – in calo di 44 milioni a 11,3 miliardi di euro, ma con una marginalità sui ricavi in crescita di 2,2 punti percentuali al 41,7% - ribadisce il focus di Telecom Italia sulla redditività della società. Il debito si è ulteriormente ridotto a 34 miliardi di euro.
Continua a leggere: Telecom Italia: le Phun Card congelano il dibattito sui conti

La guerra di Sagrate continua. Si sono riaccesi nella prima udienza dell’appello i contrasti legali tra Fininvest e Cir in merito al Lodo Mondadori e al risarcimento da 750 milioni di euro che nel primo appello è stato riconosciuto alla società di De Benedetti. I legali del gruppo del biscione hanno presentato una nuova perizia in cui si sostiene che le operazioni compiute non hanno portato a un danno per le società di De Benedetti ma a un guadagno di 30 miliardi. La perizia è stata curata dai professori Roberto Poli e Paolo Colombo ma i legali di Cir hanno contestato nel merito e nel metodo le conclusioni dei due consulenti sostenendo che avrebbero falsato la realtà del caso e che le azioni Mondadori oggetto del lodo furono valutate in modo arbitrario. La decisione del giudice in merito, come comprensibile, è molto attesa dall’intera comunità finanziaria.
La guerra che ha costretto il gruppo Fininvest a una fidejussione da 806 milioni di euro non è però l’unico problema legale che assilla l’impero economico di casa Berlusconi e il capostipite Silvio attende oggi l’approdo in Cassazione, l’ultima “chance” per un’assoluzione del caso Mills. Come noto l’avvocato David Mills è stato condannato in primo e secondo grado a 4 anni e mezzo di carcere per corruzione giudiziaria. In particolare la Fininvest avrebbe pagato a Mills 600 mila dollari per non parlare in tribunale del proprio coinvolgimento nella struttura di conti esteri e società off shore che avrebbero coperto delle tangenti alla Guardia di Finanza e dei falsi in bilancio emersi nei filoni di indagine su All Iberian. Se i giudici della Cassazione rimandassero la decisione sul caso Mills alla corte di Appello, probabilmente scatterebbe la prescrizione che a cascata influenzerebbe la posizione di Silvio Berlusconi.
Nel frattempo ipotesi di stampa ipotizzano l’utilizzo dei trust (la cui introduzione in Italia è ancora allo studio) per la salvaguardia del patrimonio del premier e soprattutto dell’unità dell’impero che ruota intorno a Fininvest (Mondadori, Mediaset, Telecinco e vari altri asset ancora) che potrebbe essere messo a dura prova dalla separazione di Berlusconi da Veronica Lario e da possibili divergenze tra i vari figli del premier. Le sette holding di Casa Berlusconi (prima, seconda, terza, quarta, quinta, ottava e quattordicesima) sarebbero dotate di liquidità per 420 milioni di euro a cui sarebbero da aggiungere riserve per 890 milioni di euro e la liquidità detenuta a valle da Fininvest. Se la primavera dovesse portare qualche cattiva novità il gruppo, almeno finanziariamente, rimane attrezzato.

Quello che coinvolge Fastweb e Telecom è già un caso di dimensioni internazionali, ma rischia di avere conseguenze economiche e politiche di primo piano per il Bel Paese, nonostante la svizzera Swisscom sia da tempo il socio di controllo della compagnia della fibra ottica. Le dimensioni inevitabilmente politiche di quanto sta emergendo dalle indagini si possono riportare non solo all’arresto di Nicola di Girolamo, senatore Pdl già accusato di avere utilizzato l’appoggio della famiglia calabrese della ‘Ndrangheta Arena per essere rieletto nei seggi esteri e in particolare dalla città di Strasburgo, ma perché rischia di entrare nell’inchiesta anche il nome di Riccardo Ruggiero, ex presidente di Telecom Italia Sparkle e figlio dell’ex ministro degli esteri del Pdl Renato Ruggiero. A legami con ambienti politici riportano anche le frequentazioni di Gennaro Mokbel, misterioso personaggio che avrebbe collegato Nicola Di Girolamo alla famiglia degli Arena e che avrebbe gestito la complessa rete di cartiere in cui confluivano i fondi neri ingenti creati con il sistema del carosello.
In pratica un sistema di fatturazioni false avrebbe permesso di evadere imposte per oltre 365 milioni di euro e di creare veri e propri tesoretti esteri non dichiarati. Un mandato di cattura è stato emesso anche nei confronti di Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb (ai tempi e.Biscom) che si trovava in Sudamerica, ed è indagato pure Stefano Parisi, altro storico manager di Fastweb e attuale amministratore delegato del gruppo. Arrestato anche Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle.
Il sistema utilizzato per creare credito d’imposta in Italia e fondi neri all’estero attraverso delle “cartiere” era quello del “carosello”, una delle frodi fiscali più diffuse. Soltanto nel primo semestre del 2009 sono stati scoperti e denunciati in Italia giri di fatture false con evasioni d’Iva per 1,5 miliardi di euro. I fondi neri creati tramite catene societarie in Italia e all’estero (fra queste ci sarebbero Acumen, I Globe, Telefox e Broker Management) rimpallavano tra i paradisi fiscali di mezzo mondo e sparivano.
Da dove venivano questi soldi? Da Iva che in realtà spariva all’estero mentre le società accumulavano crediti di imposta immotivati. Le cifre sono appunto enormi e adesso Fastweb e Tim Sparkle rischiano il commissariamento che è già stato chiesto dal pubblico ministero. Le due società controllano migliaia di chilometri di fibra ottica in giro per l’Italia e per il mondo: in gioco ci sono asset di primo piano della telefonia italiana.
Sia Fastweb che Telecom Italia si sono dichiarati parte lesa in questi procedimenti, né è del tutto nuova la notizia di queste indagini su un giro di fatture false: la stessa Swisscom ha ammesso di essere a conoscenza di queste inchieste quando rilevò il gruppo, qualche altra notizia in merito in passato era stata pubblicata. Adesso Swisscom chiede un chiarimento, con lei il mercato. Nuovi appaiono invece i possibili legami di personaggi coinvolti nella gestione dei fondi neri esteri di Telecom Italia Sparkle e Fastweb con la ‘Ndrangheta e nuova sembra anche l’entità degli importi dovuti allo Stato.
In attesa di un chiarimento Fastweb, la seconda compagnia telefonica italiana, cede in Borsa l’1,66 per cento. Telecom Italia e la sua controllata Telecom Italia Media cedono invece l’1,48 e l’1,82% a Piazza Affari. Ancora una volta la telefonia made in Italy è al centro di uno scandalo. I tempi della giustizia italiana lasciano ipotizzare lunghe attese ed esiti incerti e rendono di dubbia efficacia una sospensione dei titoli dalle contrattazioni: l’operatività dei gruppi interessati, d’altra parte, non pare ancora a rischio (specialmente nel caso di Telecom Italia). Detto questo non si può non osservare che il turbine di privatizzazioni e intercettazioni è finito persino in Carosello e che ancora una volta il futuro dei servizi di telefonia in Italia passa per un tribunale.