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  <title>finanzablog</title>
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  <rights type="html"><![CDATA[Copyright notice for atom feeds.]]></rights>
  <updated>2010-07-31T14:44:44+00:00</updated>
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    <title type="html">Enel: risultati in crescita, ma il debito è da monitorare</title>
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    <published>1999-11-29T22:00:00+00:00</published>
    <updated>1999-11-29T22:00:00+00:00</updated>
    <dc:subject>enel</dc:subject><dc:subject>az-italia</dc:subject><dc:subject>assicurazioni</dc:subject>
    <summary type="text"><![CDATA[Una crescita dei ricavi di oltre il 20% non può che essere incoraggiante e il giro d’affari di Enel da 34,2 miliardi di euro a semestrale la rende un gruppo sempre più un peso massimo[...]]]></summary>
    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.finanzablog.it/post/4485/enel-risultati-in-crescita-ma-il-debito-e-da-monitorare"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/Enelaest_03.jpg" class="post" align="left" border="0" width="244" height="163" alt="enel conti fulvio risultati andamento debito italia estero endesa" /></p>
<p>Una crescita dei ricavi di oltre il 20% non può che essere incoraggiante e il giro d’affari di Enel da 34,2 miliardi di euro a semestrale la rende un gruppo sempre più un peso massimo dell&#8217;industria globale (per di più in un settore strategico come quello dell&#8217;energia).</p>
<p>La crescita è però in gran parte dovuta al cambiamento di metodo di consolidamento della spagnola Endesa da proporzionale a integrale. Buone anche le performance in Russia, mentre il mercato italiano si è mostrato in netto calo. Il gruppo insomma è cresciuto solo all’estero, in termini di fatturato, con una crescita dei ricavi del 107,6% in America Latina e Spagna a quota 14,8 miliardi di euro. La divisione internazionale non ha fatto meno con un apporto al giro d’affari di 3,11 miliardi di euro. La business unit mercato italiano ha ceduto il 13,8% dei ricavi portandosi a 9,14 miliardi di euro, ma l’ebitda è cresciuto del 20,6% a 193 milioni di euro. La business unit Infrastructure&#038;Network, che vanta ricavi per 3,41 miliardi di euro, ha registrato una flessione dell’1,6% in termini di ricavi e del 23,5% in termini di risultato operativo (ebit a 1,4 miliardi).</p>
<p>Da ricordare le performance della quotanda Enel Green Power che registra un rialzo dei ricavi del 12,9% a 974 milioni di euro, ma una flessione dell’ebit del 2,4% a 495 milioni. Da un punto di vista patrimoniale va evidenziata la crescita dell’equity a 49,92 miliardi di euro a fronte di un debito in crescita di oltre 5 punti percentuali a quota 53,89 miliardi di euro. Il management ha spiegato che almeno 1 miliardo di euro di debito sono da attribuire alla contabilizzazione in euro e 1,4 miliardi alla conversione in euro di prestiti in natura straniera che avviene tramite operazioni di hedging.</p>
<p>Di certo un rapporto debt/equity sopra l’unità è ancora lontano dagli obiettivi del gruppo che però ha ribadito l’intenzione di rispettare i target di una riduzione del debito a 45 miliardi entro la fine dell’anno. Il debito ha una scadenza media di 6 anni e 9 mesi e un costo medio del 5,3 per cento e sicuramente una sua riduzione sarà favorita dalla cessione da 1,41 miliardi di euro della rete di Endesa a REE, così come la quotazione di Enel Green Power che dovrebbe portare risorse notevoli nelle casse del gruppo e aiutarlo a non deludere le agenzie di rating che tengono sott’occhio il suo livello di indebitamento.</p>
<p>Certamente i prossimi risultati operativi del gruppo saranno importanti anche per rendere più fiduciosi gli investitori che vorranno scommettere sulle fonti rinnovabili di Green Power per la quale la quotazione a ottobre rimane confermata.</p>
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    <title type="html">Finmeccanica: la semestrale raffredda i prezzi</title>
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    <published>2010-07-29T11:39:38+00:00</published>
    <updated>2010-07-29T11:39:38+00:00</updated>
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    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.finanzablog.it/post/4484/finmeccanica-la-semestrale-raffredda-i-prezzi"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/finmeccanica_aggressiva_01.jpg" class="post" align="left" border="0" width="196" height="128" alt="finmeccanica risultati flussi di cassa investimento goldman sachs difesa guerra societ&Atilde;�&Acirc;&nbsp; armamenti" /></p>
<p>Nel giorno della semestrale,  Finmeccanica cede infatti quasi due punti percentuali a fronte di un mercato orientato al rialzo. Già due settimane fa, d’altra parte, Goldman Sachs aveva inserito la società guidata da Pierfrancesco Guarguaglini nella lista europea dei titoli da vendere calcolando per la fine dell’anno una crescita moderata dei ricavi e una flessione degli utili legata soprattutto alla crescita della pressione fiscale.</p>
<p>A fine 2010 il gruppo dovrebbe assorbire circa 132,1 milioni di euro euro di cassa contro i flussi positivi per 333 milioni dell’anno scorso. La debolezza complessiva del cash flow (anche se quello operativo è visto in costante crescita) sembra destinata a perdurare negli anni con flussi complessivi da appena 7,9 milioni nel 2011 e pari a zero l’anno successivo. Il raddoppio dei capex da 465 a 958 milioni di euro è fra le motivazioni più importanti di questo andamento, né aiutano dividendi in costante crescita. Ma a metà 2010 che risultati ha raggiunto la più grande società italiana della Difesa?</p>
<p>A conti fatti il semestre si chiude con un risultato di 194 milioni di euro che incorpora una flessione del 20% rispetto ai dati di un anno fa: in poche parole Finmeccanica ha perso per strada un quinto dei suoi utili. Il giro d’affari del gruppo è leggermente cresciuto a 8,65 miliardi di euro nel periodo ma l’ebita adjusted del gruppo è sceso del 3,1% a quota 586 milioni di euro a causa soprattutto del segmento Veicoli e Spazio che hanno appesantito il ramo dei trasporti del gruppo. Ancora una volta è illuminante l’analisi dei flussi di cassa: il free operating cash flow indica infatti un assorbimento di cassa per poco meno di un miliardo di euro (967 milioni) con un peggioramento di 272 milioni (-39,1%!) sul dato del 30 giugno 2009.</p>
<p>Sicuramente una certa stagionalità avrà intaccato l’equilibrio tra incassi e pagamenti commerciali, però che questo si stia confermando un anno difficile è indubitabile. La crescita del debito da 3 a 4,6 miliardi di euro conferma queste perplessità. Nelle sue previsioni il management ammette che nel medio periodo alcune aziende del gruppo potrebbero risentire della politica fiscale adottata da alcuni paesi e che questo potrebbe comprimere gli investimenti pubblici. Tuttavia per la fine dell’anno è previsto un free operating cash flow capace di produrre un avanzo di cassa da circa 200 milioni di euro. Il portafoglio ordini già copre oltre il 90% della produzione dei prossimi sei mesi e a fine anno i ricavi dovrebbero essere compresi tra 17,8 e 18,6 miliardi di euro euro con un ebita adjusted di circa 1,52-1,60 miliardi. Nel frattempo, però, occorrerà tenere duro e riposizionarsi ancora nel mercato per cogliere le occasioni migliori del mutato scenario globale.</p>
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    <title type="html">Luxottica: qualche realizzo dopo i dati semestrali, ma le performance sono solide </title>
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    <published>2010-07-27T14:55:54+00:00</published>
    <updated>2010-07-27T14:55:54+00:00</updated>
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    <summary type="text"><![CDATA[Oggi il titolo di Luxottica subisce qualche realizzo dopo il rally delle ultime sedute e la pubblicazione dei risultati trimestrali: il superamento durante la scorsa ottava degli ostacoli di area 20[...]]]></summary>
    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.finanzablog.it/post/4482/luxottica-qualche-realizzo-dopo-i-dati-semestrali-ma-le-performance-sono-solide"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/rayban_01.jpg" class="post" align="left" border="0" width="210" height="203" alt="luxottica ray ban oakley mercato finanza occhiali pwerformance risultati cambio euro dollaro wholesale retail ricavi utili debito debt equity" /></p>
<p>Oggi il titolo di Luxottica subisce qualche realizzo dopo il rally delle ultime sedute e la pubblicazione dei risultati trimestrali: il superamento durante la scorsa ottava degli ostacoli di area 20 euro ha comunque inviato un buon segnale al mercato. A guardarlo attraverso i Ray-Ban del gruppo il mondo appare estremamente coerente con le previsioni degli analisti. I ricavi del gruppo sono scesi del 20% in Grecia, gli Stati Uniti hanno mostrato una crescita dell’8% dei ricavi a 1,21 miliardi di dollari (+15% nel canale wholesale), in Europa le vendite hanno tenuto (con la cattiva performance citata della Grecia) e sono cresciute in Italia, Spagna e Portogallo. Nel Vecchio Continente la stagione estiva ha favorito una crescita delle vendite di occhiali da sole con i Ray-Ban che hanno registrato una crescita a doppia cifra. E l’Oriente? Gli investimenti hanno visto una crescita a due cifre del giro d’affari in Cina, ma ancora il break even non è stato raggiunto.</p>
<p>I ricavi da quasi 1,6 miliardi di euro (nel trimestre) sono stati il miglior fatturato trimestrale di sempre e anche al netto dell’effetto cambio che ha incoraggiato molto la società degli occhiali, la crescita del business è stata di 6,5 punti percentuali. L’utile netto ha raggiunto i 150 milioni di euro con un incremento di oltre il 30%: parlare dunque di ripresa non è affatto esagerato.</p>
 
<p>Registrano una crescita a doppia cifra su scala globale marchi come Ray-Ban e Oakley che costituiscono la spina dorsale dell’offerta di Luxottica. Anche in questo caso, come per altri canali di vendita del settore lusso e accessori, si registra una crescita del wholesale maggiore di quella del canale retail che pesa maggiormente sul fatturato, ma dà un contributo minore in termini di utile operativo dimostrando dunque una redditività inferiore. In termini di volumi il retail rimane più consistente. Nel dettaglio dal canale retail Luxottica ha ricavato nel trimestre 944 milioni di euro (+5,6% al netto dell’effetto cambi) contro i 651,1 milioni del canale wholesale (+7,8%) al netto dell’effetto cambi. In termini di apporto al reddito operativo già da tempo il canale wholesale si mostra leggermente più importante per le performance della società di Del Vecchio e cresce del 21,5% a 157,2 milioni di euro contro i 136,6 milioni di euro (+19,4%) del retail. Come visto l’effetto cambio ha avuto un peso notevole sulle performance del gruppo, un effetto che in negativo si è però ripercosso sul debito netto che è cresciuto di 224 milioni di euro a 2,64 miliardi. L&#8217;equity a disposizione del gruppo ammonta però a 3,2 miliardi di euro e dunque il rapporto tra mezzi propri e di terzi è più che equilibrato. Per comprendere l’effetto della svalutazione dell&#8217;euro su una società che ha più di un due terzi del proprio fatturato in dollari basta pensare che da un multiplo net debt/ebitda di 2,8 si passa a uno di 2,6 togliendo l’effetto del cambio.</p>
<p>Nei prossimi mesi il gruppo ha intenzione di investire più di quanto ha fatto finora (pur avendo incrementato i capex da 45 a 51 milioni 2Q09/2Q10), anche e soprattutto in pubblicità: il management ha annunciato una forte concentrazione sulla generazione di cassa che servirà a sostenere la crescita. Il free cash flow, va evidenziato, è sceso nel periodo da 240 a 160 milioni di euro, ma va sottolineato anche che dal credito di imposta di 28 milioni dello scorso anno si è passati al pagamento di tasse per 65 milioni di euro nell’ultimo trimestre. Da evidenziare anche la contrazione della variazione del circolante netto (working capital) di 29 milioni di euro e la crescita dai capex da 45 a 51 milioni.</p>
<p>Nei prossimi trimestri probabilmente vedremo dunque delle performance persino migliori di quelle appena rivelate, non solo per le politiche di riposizionamento strategico di Luxottica e per una eventuale ulteriore crescita dei ricavi, quanto anche per via dei risultati particolarmente deludenti della seconda metà del 2009 che potrebbero creare un contrasto ancora più acceso con l&#8217;attuale ripresa.</p>
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    <title type="html">Safilo pronta a cogliere la sfida, nonostante le tensioni sui prezzi</title>
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    <published>2010-07-22T13:57:48+00:00</published>
    <updated>2010-07-22T13:57:48+00:00</updated>
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    <summary type="text"><![CDATA[Safilo ci vede benissimo anche senza gli occhiali della Diesel che dal prossimo anno non sarà più in partnership con l’azienda veneta per questo prodotto. Il titolo oggi ha toccato un massimo a 8,19[...]]]></summary>
    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.finanzablog.it/post/4479/safilo-pronta-a-cogliere-la-sfida-nonostante-le-tensioni-sui-prezzi"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/SafilO_02.jpg" class="post" align="left" border="0" width="233" height="213" alt="safilo made in italy licenziamenti mercato finanza tabacchi vittorio famiglia sal risultati andamento" /></p>
<p>Safilo ci vede benissimo anche senza gli occhiali della Diesel che dal prossimo anno non sarà più in partnership con l’azienda veneta per questo prodotto. Il titolo oggi ha toccato un massimo a 8,19 euro e potrebbe anche tentare un allungo, nelle prossime settimane oltre gli 8,5 euro. La perdita del marchio della Diesel riduce a 28 i marchi in licenza ai quali vanno comunque aggiunti 5 marchi di proprietà.</p>
<p>Se però si guarda all’ultima trimestrale, magari in attesa dei dati semestrali del prossimo 2 agosto, si nota che il business finora si è mostrato molto resistente, nonostante la società sia passata per fenomeni tumultuosi con il disimpegno dei Tabacchi, oggi scesi al 10% del capitale del gruppo, e l’ascesa nella compagine proprietaria del gruppo di Hal, grande distributore internazionale oggi al 37,2% del capitale. </p>
<p>Il conto economico del gruppo mostra praticamente risultati invariati con vendite a 286 milioni contro i 287,9 del primo trimestre del 2009 e un ebitda in crescita a 34,6 milioni contro i 30,2 milioni di un anno prima. L’utile del gruppo rimane invariato a 1,7 milioni per via di imposte cresciute da 2,6 a 3,9 milioni di euro e per svalutazioni di imposte differite per 4,8 milioni di euro. Il fatto che però nel conto economico l’utile operativo cresca da 19,1 a 24,1 milioni di euro lascia sperare per il trimestre in corso e per i prossimi in un forte miglioramento della reddittività del gruppo.</p>
<p>Tutto l’anno sarà influenzato dalla cessione del business retail a fine 2009 (vendute la catena spagnola e quella australiana con la riduzione dei punti vendita a 219 dai 221 precedenti) che modifica il perimetro della società ma sembra anche eliminare degli asset in perdita. Il calo dei prezzi degli occhiali pone sotto pressione i margini dei grandi gruppi e potrebbe avere effetti anche su Safilo che, in quanto produttrice, vuole cogliere le occasioni che il riposizionamento di grandi marchi con la creazione di linee più a basso costo offre ai vari produttori.</p>
<p>La buona redditività industriale e la solida generazione di cassa incoraggiano la ripresa dell’azienda. La posizione finanziaria netta, infine passa da un saldo negativo di 588 a uno di 315 milioni di euro con un patrimonio netto di 763,1 milioni di euro. La solidità patrimoniale del gruppo è dunque molto rafforzata. </p>
<p>Il rapporto conflittuale con gli storici soci della famiglia Tabacchi non sembra però essersi del tutto rasserenato. Circa un anno fa un impianto di Safilo a Precenicco (impianto oggi dismesso) era risultato irregolare: sembra che venissero trasformati in oggetti in made in Italy degli occhiali provenienti dalla Cina. Alla fine, riporta il Messaggero Veneto di qualche giorno fa, Vittorio Tabacchi, attualmente presidente onorario della Safilo, ha patteggiato una pena di 6 mesi di reclusione convertiti in 6.840 euro di ammenda.</p>
<p>Un’ammenda tanto ridotta da fare infuriare i sindacati della Cgil, della Cisl e i lavoratori che presidiano i cancelli dell’azienda e da fargli chiedere a gran voce una nuova legge sulla difesa del made in Italy. All’imprenditore in effetti è bastato cancellare il marchio “made in Italy” per ottenere il dissequestro della merce. In realtà Safilo, gigante mondiale delle montature per occhiali da sole e da vista non ha mai avuto gravissimi problemi industriali, a monte, però, i Tabacchi hanno rischiato di essere soffocati dai debiti tanto da dover cedere alla fine il controllo della società. Adesso i nuovi soci potrebbero avviare un nuovo corso in contemporanea a una ripresa che sembra incoraggiata dal recupero dell&#8217;export tricolore. Forse il ribasso dell’euro potrà incoraggiare una maggiore attenzione per la produzione italiana, di certo il gruppo ha i numeri per competere nello scenario attuale su tutti i mercati principali.</p>
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    <title type="html">Accordo Prima-Anima: nasce un nuovo protagonista del risparmio gestito</title>
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    <dc:subject>banche</dc:subject><dc:subject>az-italia</dc:subject>
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    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.finanzablog.it/post/4478/accordo-prima-anima-nasce-un-nuovo-protagonista-del-risparmio-gestito"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/born_to_buy_lg_03.jpg" class="post" align="left" border="0" width="208" height="210" alt="monte dei paschi di siena banca popolare di milano clessidra bpm mps mercato finanza andamento risultati" /></p>
<p>Forse indipendente è un po’ eccessivo come aggettivo, soprattutto in tempi di Volcker Rule, tuttavia di certo il nuovo gestore da 41 miliardi di euro (a fine marzo) sarà un player importante. Il nuovo grande del risparmio gestito che potrebbe ereditare il nome di Prima d’altra parte era una necessità nel contesto di concentrazione del comparto a livello non solo italiano, ma europeo. D’altra parte che questo nuovo gestore sia indipendente dalle proprie banche azioniste (Bpm e Mps) e da una società di gestione come Clessidra molto attiva nel mercato italiano è tutto da dimostrare, anche se la pressoché equa ripartizione tra i tre azionisti delle quote lascia immaginare una certa indipendenza del management che sarà chiamato alla guida del nuovo gestore.</p>
<p>Al momento resta la necessità di contrastare i deflussi registrati dal mercato nell’ultimo periodo, almeno sul fronte di Anima. I dati di Assogestioni a giugno parlano di un deflusso per Anima di 437,1 milioni di euro, mentre Prima riesce a mantenere le posizioni con una raccolta positiva di 59,8 milioni di euro. Si parla ovviamente soltanto delle performance di raccolta dei fondi comuni, alle quali vanno aggiunte le masse non indifferenti delle gestioni individuali. L’intervento nel settore del risparmio gestito da parte di Bpm è però tutt’altro che improvvisato.</p>
<p>Già nel 2007 si parlava di ingresso in Anima, l’anno scorso si è conclusa con successo l’opa sulle minority della Sgr, di recente Anima ha concluso l’acquisizione di Etruria management fund aggiungendo alle proprie masse 318,2 milioni di euro (Banca Etruria ha una quota di poco inferiore al 3% di Anima) e dunque ora si procede a una fusione che garantisce una crescita delle masse gestite. Insomma lo sviluppo di queste attività è stato graduale ma deciso. Né nel frattempo Prima Sgr è rimasta con le mani in mano: l’ingresso nel gruppo di quattro nuovi manager a dicembre, seguito all’assegnazione della carica di vicedirettore generale e responsabile per il commerciale di Cristiano Busnardo lasciava già intravedere aria di cambiamento. Un cambiamento naturale in una società nata soltanto nel maggio del 2009 con un accordo tra Clessidra (al 67% del capitale) ed Mps.</p>
 
<p> La nuova operazione prevede che Anima sia ceduta per 400 milioni di euro a Prima Holding, di questa somma saranno riversati da Bpm altri 200 milioni alla stessa Prima Holding per la partecipazione a un aumento di capitale che permetterà alla banca meneghina di entrare nel nuovo aggregato. Verosimilmente al termine dell’operazione l’azionariato sarà equamente diviso fra i nuovi azionisti, con vantaggi non trascurabili per Bpm che dall’operazione trae un saldo positivo di 200 milioni e porta il tier 1 ratio in prossimità del 9 per cento.</p>
<p>L’operazione come evidenziava giustamente stamane il quotidiano La Stampa in un’intervista al presidente di Bpm Massimo Ponzellini permette il deconsolidamento di Anima dal gruppo. La nuova Prima (ma il nome definitivo non è ancora stato scelto) avrà numerose sfide innanzi a sé e, secondo i rumor, il nuovo presidente del gruppo dovrebbe essere Giuseppe Zadra, attuale presidente di Prima Sgr. Per 18 mesi, comunque, le due aggregande sono destinate a viaggiare in parallelo testando i gli approcci migliori alla piena integrazione operativa. </p>
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    <title type="html">Danieli firma un contratto in Camerun, ma il settore dell&#039;acciaio rimane in affanno</title>
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    <published>2010-07-20T12:39:20+00:00</published>
    <updated>2010-07-20T12:39:20+00:00</updated>
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<p>La missione in Camerun di Adolfo Urso al fianco di 50 imprese italiane raccoglie già i suoi primi successi. Ieri, secondo quanto riportato da diversi giornali Danieli si sarebbe aggiudicata un contratto per la realizzazione di un’acciaieria da circa 35 milioni di euro. Per la Repubblica dell’Africa equatoriale si tratta di un salto di qualità che, con il nuovo impianto siderurgico potrebbe passare dalla semplice esportazione delle grandi quantità di minerali ferrosi di cui dispone, alla loro trasformazione industriale. Questo potrebbe porre le basi per lo sviluppo di un’altra economia capace di trattenere il valore aggiunto della lavorazione.</p>
<p>Si tratta però di un contratto importante anche per Danieli che subisce da diverso tempo la cattiva intonazione delle borse e le incertezze del settore dell’acciaio che sconta il rallentamento sostanziale della ripresa. Soltanto lo scorso 12 luglio Goldman Sachs ha declassato il titolo da buy a neutral alzando le proprie stime sull’utile e sull’ebitda del gruppo, ma esprimendo preoccupazioni sul mercato dell’acciaio in generale e sulla tenuta dei corsi della società italiana. Nel primo trimestre del 2010 il giro d’affari di Danieli è sceso da 2,29 a 1,66 miliardi di euro (-27%), ma i margini sono cresciuti tanto da portare l’utile (a confronto con il primo trimestre del 2009) a una crescita del 56 per cento. Nel periodo il carico ordini è cresciuto oltre i 3,49 miliardi di euro e il cda prevede per i prossimi due anni investimenti da circa 200 milioni di euro ma anche un calo medio del settore del plant making del 20/25 per cento. Condizioni di mercato difficili che potrebbero stressare i prezzi e dunque i margini di questa attività.<!--more--/></p>
<p>Né si può rinunciare alla tecnologia in un comparto in cui proprio le competenze e l’efficienza della produzione da tempo fanno la differenza. Con la consapevolezza che i livelli del 2007 rimangono ancora lontanissimi. Nelle stime riportate dalla prima trimestrale di Danieli si prevede una crescita del 15-20% del mercato dell’acciaio quest’anno, ma anche che a fine periodo il mercato varrà comunque quasi un terzo in meno di quello del 2007.</p>
<p>La concorrenza dei player cinesi su tutti i mercati complica inoltre la vita di molti operatori. Si dice che anche i cinesi concorressero per questo contratto in Camerun, forti delle posizioni di dominio raggiunte in Africa. Di recente anche negli Stati Uniti è scoppiata un’accesa polemica sui progetti di acquisizione della SDC da parte dalla cinese Anshan Iron&#038;Steel. Secondo il Metall Bulletin nelle mire di Anshan (che comunque punterebbe al momento a una quota di minoranza) ci sarebbe proprio la tecnologia di Danieli impiegata in un impianto che dovrebbe sorgere ad Amory Mississippi. Una tecnologia che dunque rappresenta soprattutto oggi l’irrinunciabile punto di forza del gruppo italiano.</p>
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    <title type="html">Hera in assetto strategico in vista della ripresa</title>
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    <published>2010-07-19T14:11:03+00:00</published>
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    <dc:subject>utilities</dc:subject><dc:subject>az-italia</dc:subject><dc:subject>energy</dc:subject>
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    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.finanzablog.it/post/4475/hera-in-assetto-strategico-in-vista-della-ripresa"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/scacchigrande_03.jpg" class="post" align="left" border="0" width="227" height="148" alt="hera multiutility borsa finanza titolo analisi trading mercato hera hera andamento acea iren " /></p>
<p>Hera si trova nuove sfide davanti, nei bilanci e in Borsa. Dal punto di vista borsistico va infatti osservato che le performance del gruppo nell’ultimo anno sono molto peggiori di quelle delle altre multiutility. Il titolo negli ultimi 12 mesi ha ceduto il 15,74% del proprio valore di Borsa a fronte del -6,92% di A2A e del +4,37% di Acea (per fare due esempi). Questo ha reso relativamente conveniente il titolo che sugli utili del 2009 mostra un rapporto price/earnings di 22,46 contro il 45,67 di A2A e il 254,21 di Iren. Il rapporto tra prezzi e mezzi propri in effetti vede Hera in vantaggio su A2A, Iren e Acea, nel senso che è pari a 0,97 contro lo 0,99 di A2A, l’1,3 di Iren e l’1,5 di Acea. </p>
<p>A questa relativa “convenienza comparativa” del titolo corrispondono dei fattori fondamentali importanti che potrebbero già regalare un apporto positivo dalla prossima semestrale. Per esempio la crescita di oltre il 24% del business dei rifiuti nell’ultimo trimestre che ha portato il margine operativo lordo delle attività connesse a 52,2 milioni di euro su un totale di 185,1 milioni di euro. Oltretutto il termovalorizzatore di Modena ha funzionato a pieno regime per soli due mesi su tre a causa dei lavori di manutenzione.</p>
<p>Nel trimestre a una flessione dei ricavi del 18,2% a poco più di un miliardo di euro, il gruppo ha associato una crescita del mol dell’11,1% con un ebitda margin passato dal 12,9% di un anno prima al 17,6% dello scorso 31 marzo. Questo notevole incremento della redditività del gruppo è in gran parte attribuibile al taglio dei corsi per materie prime e materiali passati (in un confronto 1Q2009/1Q2010) da 909,9 a 643,3 milioni di euro. I due effetti opposti sul conto economico (calo dei ricavi e incremento del mol) sono però generati dalle medesime cause efficienti ossia la riduzione dell’attività di trading sull’energia e i risultati della vendita del gas che (come testimoniato dal calo dei costi delle materie prime) ha registrato un calo del prezzo parzialmente compensato dall’aumento dei volumi di vendita.</p>
<p>Il gas rimane comunque la prima attività del gruppo con un apporto al mol di 81,9 milioni di euro (+5,9%). Da evidenziare anche il notevole calo degli investimenti da 86 a 63,8 milioni di euro (-25,8%). Il calo generale dei prezzi dell’energia elettrica – dovuto alla minore domanda in tempi di recessione – ha impattato notevolmente sulle performance della società che potrebbe dunque approfittare in questo senso di un probabile miglioramento delle condizioni di questo mercato legato alla stagionale crescita della domanda estiva e ai primi effetti della ripresa che si sono già in parti avvertiti nella rilevazione della domanda elettrica nazionale. Dal punto di vista del leverage, il gruppo mostra un patrimonio netto da 1,75 miliardi e un debito finanziario netto di 1,91 miliardi di euro e dunque un rapporto debt/equity di poco superiore all’unità. Complessivamente, dunque, Hera pare molto ben posizionata in vista di una eventuale ripresa. Sperando che questa non tardi ancora a venire.</p>
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    <title type="html">Saipem: il rigassificatore polacco conferma gli investimenti nel settore</title>
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    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.finanzablog.it/post/4473/saipem-il-rigassificatore-polacco-conferma-gli-investimenti-nel-settore"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/petrolio6_02.jpg" class="post" align="left" border="0" width="220" height="221" alt="saipem petrolio tenaris polonia rifassificazione gas andamento domanda globale iea settore energia techint volatilit&Atilde;�&Acirc;&nbsp;" /></p>
<p>Entro il 2014 nella città polacca di Swinoujscie, al confine con la Germania, dovrebbe sorgere un rigassificatore che potrà acquisire fino a 7,5 miliardi di metri cubi di gas via mare. In pratica si tratta di circa la metà dell’intero consumo di gas della Polonia, il nuovo terminal permetterà inoltre a Varsavia di attuare un contratto già siglato con il Qatar. Un’altra via del gas si apre dunque in Europa.</p>
<p>Questo progetto avrà, però, una forte impronta italiana, infatti del consorzio che realizzerà gli impianti del nuovo rigassificatore polacco fanno parte le società Saipem e Techint, ramo engineering del gruppo cui appartiene anche la quotata Tenaris. Da un punto di vista strettamente economico, va sottolineato che la commessa ha un valore di ben 714 milioni di euro e prevede la messa in esercizio di due giganteschi serbatoi di stoccaggio del gas liquido da 160 mila metri cubi ciascuno. La società polacca PBG partecipa al consorzio che è coordinato dal gestore della rete gas polacca Gaz.system, una sorta di omologo della nostra Snam.</p>
<p>Per gli italiani è un altro riconoscimento delle grandi competenze in questo settore strategico dal quale dipende la bilancia energetica italiana. D’altra parte, nonostante la tragedia ambientale di BP al largo delle coste della Louisiana, gli investimenti nel settore degli idrocarburi non sembrano essersi affatto fermati, anche se devono contrastare la elevata volatilità dei prezzi.</p>
<p>Il più recente report della Iea (International Energy Agency) ipotizza una crescita media della domanda globale di greggio dell’1,6% l’anno fino al 2011, ma sottolinea che lo sviluppo del settore sarà quasi interamente affidato ai paesi non-Opec. In Europa la domanda sarà in calo ancora per diverso tempo e questo porterà senza dubbio molti colossi dell’impiantistica come appunto Saipem e Techint a cercare contratti in Cina o in Sudamerica.</p>
<p>L’attività di esplorazione però non conosce soste. Soltanto lo scorso 8 luglio il gruppo Saipem ha annunciato nuovi contratti off-shore per oltre un miliardo di euro con importanti commesse in Kazakhstan (un’estensione dell’odiato e amato contratto sul Kashagan) e in Brasile. Di recente negli Stati Uniti il gruppo Saipem è stato condannato dal Dipartimento di Giustizia nell’ambito di un’inchiesta per corruzione dei processi di costruzione degli impianti di rigassificazione nigeriani di Bonny Island. Si tratta di pratiche del 2004 che coinvolgono Eni e Snamprogetti, ma che escludono ogni responsabilità economica e legale di Saipem in base agli accordi presi sul caso in passato.</p>
<p>Probabilmente, in questo momento, per la società dell’impiantistica e della ricerca petrolifera i prezzi degli idrocarburi e la loro capacità di sostenere gli ingenti investimenti attesi dal settore per i prossimi anni sono molto più importanti. Il quadro grafico di Saipem, d’altra parte, appare ancora incoraggiante e, nonostante un evidente rallentamento del trend rialzista, il titolo viaggia sui livelli del giugno 2008 e un positivo test degli ostacoli compresi tra i 27,6 e i 28,1 euro, potrebbe suggerire nuovi allunghi oltre quota 30 euro. Un panorama tecnico dunque incoraggiante per tutto il settore, come dimostra anche una impostazione grafica simile del titolo Tenaris.</p>
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    <title type="html">Media: pubblicità in lenta ripresa, ma il 2008 è lontano</title>
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    <dc:subject>media</dc:subject><dc:subject>az-italia</dc:subject><dc:subject>rcs</dc:subject><dc:subject>cairo</dc:subject>
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    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.finanzablog.it/post/4472/media-pubblicita-in-lenta-ripresa-ma-il-2008-e-lontano"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/giornalebagnato_03.jpg" class="post" align="left" border="0" width="199" height="250" alt="media gionrali tv mercato finanza radio stampa editoria vendite pubblicit&Atilde;�&Acirc;&nbsp; nielsen andamento settore congiuntura crisi" /></p>
<p>Fra scricchiolii dovuti in parte all’età e in parte all’attrito la ruota dell’editoria sembra essersi rimessa lentamente in moto. I primi cinque mesi dell’anno fotografato da Nielsen rivelano una crescita complessiva del mercato pubblicitario del 3,8% circa e, si sa, dall’advertising dipende ormai quasi tutto che si parli di televisione o di internet, di radio o di carta stampata. Complessivamente fra gennaio e maggio gli inserzionisti hanno investito 3,8 miliardi di euro in pubblicità, circa 140 milioni di euro in più rispetto al 2009 e comunque molto meno che nel 2008. </p>
<p>Eppur si muove, direbbe Galileo vedendo le performance delle quotate del settore. Mediaset ha archiviato nell’ultimo anno un recupero del 22,8% ed Rcs del 17% circa. In Borsa hanno brillato soprattutto l’Espresso che ha guadagnato il 45,8% per cento e Poligrafici Editoriale, quella de Il Giorno e Il Resto del Carlino, che ha guadagnato il 26,7 per cento. Più timide le performance di Caltagirone Editore (quello de Il Mattino e Il Messaggero) che nell’ultimo anno ha recuperato solo il 4,7% mentre per Il Sole 24 Ore sono mesi da dimenticare con un ribasso complessivo del 33,6% che deprime il titolo.</p>
<p>Il taglio degli investimenti pubblicitari che ha accompagnato la crisi ha forzato diverse tendenze già vistesi in passato: con una certa rapidità il mondo dell’editoria si adatta a mutazioni profonde che scuotono ancora il settore. Nuove tendenze emergono con vigore. Il panorama televisivo, che assorbe di gran lunga la maggior parte delle risorse pubblicitarie, ha in realtà registrato negli ultimi anni l’exploit di Sky Italia che nel 2009 è stato il secondo gruppo per fatturato dopo la Rai con 2,71 miliardi di euro e una crescita del 2,7 per cento. La pubblicità, però, in questo caso non c’entra, perché Sky ricava 2,4 miliardi dalle offerte pay.</p>
<p>Mediaset, che dipende dalla pubblicità che le fornisce 1,9 miliardi di euro su un giro d’affari di 2,5 miliardi, ha puntato anche sull’offerta Premium nel settore della pay-tv. Di recente la guerra tra i due colossi ha portato a un taglio delle offerte dei concorrenti che rischia di penalizzare i margini di tutta la televisione.</p>
<p>Per completezza andrebbe aggiunto che la prima televisione italiana, la Rai, deve 1,6 miliardi di euro (su un fatturato complessivo di 2,7 mld) al canone e poco più di 900 milioni alla pubblicità.</p>
<p>Il canale di trasmissione che però ha meglio contrasto la crisi non è quello televisivo, bensì quello della radio e, in seconda battuta, quello di internet. Secondo le ultime rilevazioni sull’etere nei primi 5 mesi del 2010 la radio ha registrato una crescita della raccolta pubblicitaria del 14,6% mentre Internet ha saputo incrementare le risorse dall’advertising dell’11,6 per cento.</p>
<p>Non è un caso che i principali quotidiani stiano concentrando risorse crescenti sui propri siti web, anche se il peso in valore assoluto di questo canale rimane ancora marginale rispetto a quelli tradizionali. Nei primi 5 mesi i quotidiani hanno registrato un calo dello 0,2% negli investimenti in pubblicità commerciale nazionale, mentre la free press e i periodici hanno ancora una volta pagato il conto più salato con una flessione del 6,7 e del 9,3% rispettivamente. Lo spostamento di notevoli investimenti provenienti dal settore dell’abbigliamento dai periodici ai quotidiani ha aggravato al crisi dei primi e reso la moda il primo finanziatore pubblicitario della stampa giornaliera.</p>
<p>Nel settore della carta stampata i tagli all’editoria, e in particolare dei fondi per il ripristino del diritto soggettivo per il 2010 e il 2011, mettono a rischio l’esistenza di tantissime piccole testate dal Manifesto a Europa. Il numero dei giornali rischia dunque di diminuire drasticamente, anche a causa dell’Austherity decisa dal ministero dell’Economia. Difficile dire se ci siano dietro queste manovre intendimenti politici o semplicemente un adattamento dei mercati (e dei fondi pubblici) alla difficile congiuntura, né le due cose si escludono. In ogni caso i grandi quotidiani e i grandi periodici potrebbero guadagnare le quote dei concorrenti in difficoltà. Sotterranea e multiforme la ripresa del settore pubblicitario sembra però riemergere in attesa, come il resto dell’economia, di un po&#8217; più di fiducia.</p>
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    <title type="html">Europa: l&#039;elevata volatilità dei mercati richiede una trasparenza ancora maggiore</title>
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    <published>2010-07-14T14:09:47+00:00</published>
    <updated>2010-07-14T14:09:47+00:00</updated>
    <dc:subject>obbligazionario</dc:subject><dc:subject>banche</dc:subject><dc:subject>az-italia</dc:subject><dc:subject>politica</dc:subject>
    <summary type="text"><![CDATA[L’Unione europea cerca con molta fatica di tracciare un cammino verso la trasparenza e la costituzione di una stanza di monitoraggio finanziario di livello comunitario. Sia chiaro il livello di una[...]]]></summary>
    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.finanzablog.it/post/4471/europa-lelevata-volatilita-dei-mercati-richiede-una-trasparenza-ancora-maggiore"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/Eurosottopressione.jpg" class="post" align="left" border="0" width="240" height="320" alt="europa finanza regole bruxelles cebs core tier 1 banche requisiti dibattito trasparenza stress test banche" /></p>
<p>L’Unione europea cerca con molta fatica di tracciare un cammino verso la trasparenza e la costituzione di una stanza di monitoraggio finanziario di livello comunitario. Sia chiaro il livello di una autentica cabina di regia economica europea, prospettato più volte da molti osservatori nelle fasi più buie della crisi, appare molto lontano, tuttavia qualche passo in direzione della coordinazione è comunque innegabile. Difficile distinguere a una decina di giorni dagli attesi risultati degli stress test i tanto decantati provvedimenti in favore della trasparenza. Gli stress test sulle banche sono ancora vaghissimi e, nonostante diversi osservatori esterni si siano anche cimentati in scenari fatti in casa anche con notevole professionalità, dei criteri ufficiali, precisi e trasparenti latitano in sede Ue. Cosa si sa oggi degli stress test europei per esempio?</p>
<p>Si sa che coprono 91 banche e il 65% del settore bancario europeo. Si sa che, come nel caso dello stress test condotto dagli Stati Uniti su appena 19 istituzioni finanziarie, sono previsti due scenari macroeconomici. Nel caso delle prove europee, si sa che il primo scenario (quello “conservativo”) è basato su un’evoluzione del Pil, della disoccupazione, dell’inflazione e di altri macroindicatori in linea con le attese di Bruxelles. Nel secondo caso si presuppone invece una situazione assai meno rosea con una deviazione pari anche a tre punti percentuali in termini di Pil rispetto alle stime di oggi. In Germania saranno testate 14 banche tra le quali colossi come Deutsche bank o Commerzbank, ma anche le varie Landesbank che rischiano di impensierire gli osservatori. In Spagna finiranno sotto esame altri 27 istituti, mentre in Italia le banche testate saranno solo 5. </p>
<p>Nel caso degli Stati Uniti le caratteristiche del capitale primario, e del suo rapporto con gli asset ponderati per il rischio, ebbero un ruolo importante, ma non è ancora chiaro in Europa questo indicatore (core tier 1 e core tier 1 ratio) che peso avrà. Gli stress test pubblicheranno anche i dati relativi ai rischi di default di stati sovrani. Il metodo utilizzato non è stato, però, pubblicato nei dettagli particolari, anzi rimangono diverse aree di indeterminazione motivate anche da opposte visioni fra alcuni membri dell’Eurozona.</p>
<p>Di recente le autorità europee hanno anche evidenziato la necessità di una regolamentazione degli hedge fund, dei prodotti derivati, delle vendite allo scoperto dei credit default swap e sui sistemi di garanzia dei depositi bancari. Per quel che riguarda quest’ultima voce va ricordato l’aumento a 100 mila euro della copertura garantita ai correntisti Ue in caso di default della banca depositaria. I veti incrociati paralizzano però ancora il processo decisionale.</p>
<p>Ancora vivo anche il dibattito sulle modifiche eventuali al patto di stabilità e di crescita, ma è probabile che, a differenza degli stress test, tutte queste nuove regole vengano nel tardo autunno o anche oltre. Dopo i recenti terremoti del mercato dei credit default swap sui debiti sovrani, la Commissione sembra avere sottolineato (maggiormente) l’importanza di un riassetto di questo mercato finanziario. Né sarebbe stata accantonata la questione delle agenzie di rating per le quali è prevista una particolare autorizzazione e forse anche l’incentivo allo sviluppo di nuovi concorrenti nel comparto attualmente dominato da Standard&#038; Poor’s, Moody’s e Fitch. E’ comunque palese che le nuove regole non diverranno efficaci quest’anno e forse neanche l’anno prossimo. Basilea impone infine un ulteriore coordinamento all’interno della selva di istituzioni che stanno affrontando il tema in contemporanea.</p>
<p>Il mercato, però, non attende e valuta su tempi assai più brevi di quelli della politica europea. Reagisce così ai rating delle agenzie, alle aste dei titoli del debito sovrano, persino ai rapporti tra la Bce e le varie banche centrali del Vecchio Continente. La situazione non è per niente stabile, anzi. Il successo della recente asta di bonos spagnoli, le prospettive di crescita del Fondo Monetario internazionale, l’implementazione dei piani previsti per Atene e i segnali di ripresa (sebbene timida) dell’economia reale hanno temporaneamente rafforzato quei barlumi di fiducia di cui il mercato ha un esasperato bisogno: è bastata però la notizia della notevole crescita delle esposizioni delle banche spagnole a giugno nei confronti della Bce per rimandare le perdite del Ftse Mib e dell’Ibex 35 sopra il punto percentuale. Qualche rallentamento dopo la crescita delle ultime sedute era comunque prevedibile, anche se ogni giorno di più pare chiaro che i mercati azionari in questo periodo sono quanto mai insidiosi e che il dibattito a Bruxelles e al G20 sulle nuove regole non è riuscito in tanti mesi a portare la necessaria trasparenza e stabilità nella comunità finanziaria. Ancora una volta, come mostra palesemente il confronto con gli Stati Uniti che in qualche maniera sono già molto avanti nella ricostruzione di un più sostenibile mercato finanziario, la divisione dell’Europa non può che apparire colpevole e controproducente insieme.</p>
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    <title type="html">Prysmian: nuovi progetti, ma con materie prime così care serve a poco</title>
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    <published>2010-07-12T11:29:03+00:00</published>
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    <summary type="text"><![CDATA[Il 2010 di Prysmian sarà un anno faticoso. La crisi globale dell’economia ancora si sente e i prezzi elevati delle materie prime sembrano volere comprimere sempre di più margini. I progetti, quando[...]]]></summary>
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<p>Il 2010 di Prysmian sarà un anno faticoso. La crisi globale dell’economia ancora si sente e i prezzi elevati delle materie prime sembrano volere comprimere sempre di più margini. I progetti, quando ci sono, hanno un ampio respiro, tuttavia il business è ancora in una fase di stabilizzazione.</p>
<p>Di recente la ex Pirelli Cavi ha messo a segno un buon colpo con l’ingresso in Transgreen, il maxiprogetto europeo che dovrebbe traghettare l’energia da fonti rinnovabili prodotta in Africa nel Vecchio Continente europeo. Esattamente 12 i partner che collaborano all’iniziativa, ma ancora ignote le cifre esatte di questo progetto che prevede una rete di 5 GW di capacità e investimenti di lungo periodo.</p>
<p>D’altra parte in Europa, come nel mondo, Prysmian gioca un ruolo primario nel settore dei cavi per l’energia e in parte per le telecomunicazioni. Nel Nord Europa la società è impegnata nell’eolico off shore e partecipa ad alcuni dei progetti più importanti in questo campo con la forza della propria leadership globale nel settore dei cavi sottomarini. In tutto il Vecchio Continente Prysmian promuove lo sviluppo delle energie pulite che offre nuove occasioni di business nei collegamenti alle reti europee.</p>
<p>Alla fine del primo trimestre la società ha registrato anche un notevole miglioramento della propria posizione finanziaria netta che è scesa a 596 milioni di euro contro i 641 del marzo 2009. L’alleggerimento delle posizioni debitorie si è avvantaggiato delle acquisizioni in Russia e India (due mercati strategici nei progetti del gruppo) e del Forward Start Agreement sottoscritto a gennaio con un pool di banche per il rafforzamento della propria struttura finanziaria. Il business dei cavi, nonostante i piani di rafforzamento infrastrutturale in paesi come la Russia e la Cina, registra ancora a inizio anno una domanda sostanzialmente stabile e l’attesa crescita dei volumi dovrà confrontarsi comunque con condizioni di mercato assai sfidanti, tanto che a fine 2010 il gruppo non si attende un ebitda rettificato superiore ai 350-400 milioni di euro.</p>
<p>Più che l’evoluzione del giro d’affari è, infatti, la redditività la vera chiave di volta dei risultati della società. I prezzi in continua crescita delle materie prime mettono sotto forte pressione i margini: per esempio, alla fine del primo trimestre il free cash flow della società era negativo per 89 milioni di euro contro il rosso da 53 milioni di un anno prima, e proprio a causa dei prezzi dei metalli. Alla fine di marzo l’utile netto della società mostrava una flessione del 31,1% a 31 milioni di euro quanto meno allarmante.</p>
<p>Per questo motivo Prysmian adesso punta su progetti a elevata tecnologia, sui mercati più promettenti, su una forte azione sui costi e razionalizzazione della struttura. Le oggettive incertezze sui prezzi delle materie prime nei prossimi mesi rendono, però, difficile ogni previsione: per questo il management preferisce mantenersi cauto. Forse però i dati del secondo trimestre potrebbero portare a breve qualche nota di ottimismo.</p>
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    <title type="html">Indesit: proteste contro il nuovo piano, ma la congiuntura è difficile</title>
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    <published>2010-07-08T13:44:36+00:00</published>
    <updated>2010-07-08T13:44:36+00:00</updated>
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    <summary type="text"><![CDATA[Il Piano Italia di Indesit decide una profonda ristrutturazione della produzione italiana. Non senza una decisa opposizione dei sindacati con cui le trattative sono ancora in corso. Ieri ad Albacina, in[...]]]></summary>
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<p>Il Piano Italia di Indesit decide una profonda ristrutturazione della produzione italiana. Non senza una decisa opposizione dei sindacati con cui le trattative sono ancora in corso. Ieri ad Albacina, in provincia di Ancona, circa 200 operai hanno protestato davanti a uno stabilimento e domani è previsto un altro sciopero a Fabriano. Si tratta di due stabilimenti che non rischiano la chiusura, anzi, ma che si oppongono al recente Piano Italia del gruppo un po’ come quando Mirafiori sciopera contro gli accordi per Pomigliano. Il Piano Italia di Indesit in realtà progetta un investimento da 120 milioni di euro in tre anni nel Bel Paese e punta a potenziare Fabriano (la sede in Provincia di Ancona della società) e Teverola (Caserta). Sul resto però manca visibilità e, come detto, le trattative con i sindacati sono ancora in corso.</p>
<p>Lo sanno i circa 800 lavoratori di Refrantolo in provincia di Treviso e gli ancor più numerosi dipendenti di Brembate (Bergamo): due stabilimenti destinati dal management alla chiusura. Eppure Brembate si occupa di una produzione di alta gamma e quindi dovrebbe difendere quella nicchia di mercato nel quale le pmi italiane dicono di eccellere e poter competere sui mercati globali. Le pressioni del mercato sul settore degli elettrodomestici appaiono però assai potenti. Il fatturato di Indesit è passato da circa 3,4 miliardi a 2,6 miliardi di euro in tre anni e quindi la società, a causa della crisi generale dei consumi e del comparto degli elettrodomestici, ha bruciato 800 milioni di euro di giro d’affari. Le stime per il settore degli elettrodomestici, a livello globale, indicano che difficilmente si tornerà ai livelli pre-crisi nel prossimo triennio.</p>
<p>Lo stabilimento di None (in provincia di Torino), salvato negli anni addietro grazie a un deciso intervento della politica, ora registra un investimento di 10 milioni di euro, ma anche una cassa integrazione a rotazione prevista per due anni complessivi dagli ultimi accordi. Per il dopo bisognerà attendere l’evoluzione del mercato e delle trattative fra le parti sociali.</p>
<p>In generale si potrebbe ricordare che la produzione di tutta la Indesit, un colosso globale degli elettrodomestici che ha fatto la storia dell’industria italiana avviene per il 40% in Italia contro il 15-17% della vendita di prodotti Indesit nel Bel Paese. In altre parole, a differenza di molti altri gruppi, la società di Fabriano produce in Italia più di quanto da noi non venda.</p>
<p>I rapporti con la politica sono però altalenanti. Autentici scontri con successivi riavvicinamenti si sono avuti in passato sul caso di None e alla Lega ha creato qualche imbarazzo la presenza di 430 addetti dell’impianto di Brembate (che rischia di essere chiuso) all’incontro di Pontida dello scorso 20 giugno. Ai lavoratori di Indesit non andava che gli investimenti fossero spostati a Caserta o a Fabriano mentre l’impianto a una trentina chilometri da Pontida rischiava di chiudere.</p>
<p>In realtà il governo ha varato degli incentivi per il settore degli elettrodomestici che, tra le quotate, vanta diversi gruppi come De’Longhi ed Elica. Nel caso di Indesit, però, le somme ottenute sono comunque minime nell’economia di un gruppo delle sue dimensioni e i meccanismi di incentivazione si sono dimostrati in passato troppo complessi.</p>
<p>Oltretutto guardare solo all’Italia per un colosso globale da 2,5-3 miliardi di euro come Indesit è piuttosto riduttivo. Di certo da tempo gli impianti europei del gruppo hanno subito un ridimensionamento. Indesit ha chiuso impianti in Cina, in Portogallo, in Francia: in Gran Bretagna ha tagliato tre stabilimenti riducendo a una fabbrica (e ai servizi al cliente molto importanti sul suolo britannico) la propria presenza nel Regno Unito. In compenso la Polonia, la Russia e la Turchia diventano sempre più strategiche. Forse qualche spunto verrà dalla debolezza dell’euro, sicuramente i prossimi anni saranno decisivi un po’ per tutti i produttori di elettrodomestici.</p>
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