Mps: semestre brillante, ma rimangono alcune criticità

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Faranno bene al titolo Mps i rialzi di oggi all’indomani della pubblicazione della trimestrale. Gli analisti di Citigroup e di Credit Suisse hanno subito promosso i risultati della banca senese da sell a hold e da undeperform a neutral. In altri termini il gruppo ritorna, secondo le due banche, alla sufficienza. Se si guardano i prezzi obiettivo posti dai due broker sono a 91 centesimi e a 1,15 euro: visto che il titolo viaggia già a 94 centesimi stamattina, quello di Citigroup rischia di essere un suggerimento di vendita, mentre le valutazioni della banca svizzera indicano che, entro una anno, il titolo dovrebbe tornare sui valori di fine aprile. Francamente in entrambi i casi la valutazione dei risultati di Mps appare un po’ ingenerosa, anche se giustamente prudente. Soprattutto se si considera l’annunciato ritorno alla cedola.

Gli utili trimestrali del gruppo Mps sono pari a 118,9 milioni di euro, contro i 31,5 del secondo trimestre del 2009: significa che sono quasi quadruplicati. Se però si guarda al saldo semestrale si nota una flessione del 21,4% nella bottom line del conto economico a quota utili 261,2 milioni di euro. Un trimestre brillante in un anno difficile? Non proprio, anzi. Il business di Mps sembra solido come non lo si vedeva da tempo. Il risultato operativo del gruppo alla fine di giugno raggiunge i 510,8 milioni di euro con un incremento dell’8,1% assolutamente lodevole in questo periodo difficile.

Come noto i margini d’interesse delle banche sono a dir poco compressi dalla politica espansiva della Bce, tuttavia Mps riesce a comprimere la flessione del margine d’interesse all’1,4% mantenendosi sopra gli 1,8 miliardi di euro. Quello che però davvero cresce a monte del conto economico senese sono le commissioni nette che raggiungono i 986,6 milioni di euro (+3,7%). Il calo delle rettifiche sui crediti da 686,7 a 590 milioni che invia un altro segnale di solidità al mercato. A valle va evidenziata la flessione degli oneri operativi (-3,5% a 1,69 miliardi) dovuta a riduzioni di costo nelle spese amministrative e nel personale. Crescono invece gli accantonamenti netti ai fondi rischi e oneri per circa 134 milioni con un impatto da 92,2 milioni di euro nel secondo trimestre che risente soprattutto dei timori possibili perdite operative collegate a una posizione in sofferenza.

Ci sono però anche fattori straordinari molto positivi, come gli utili da cessione da investimenti per 184,2 milioni legati alla vendite di 72 sportelli a Carige: se si considera che l’utile ante imposte del gruppo è di 324 milioni nell’ultimo trimestre si comprende quanto sia stata proficua questa cessione.

A guardare il business da un’altra prospettiva si può sottolineare che sono cresciuti in maniera robusta raccolta diretta (+8,8%) e raccolta indiretta (+4,2%). Che crescono gli impieghi del 7,1% con risultati notevoli nel credito al consumo (+10,8%) e nello stipulato del leasing (+23,2%). Registrati anche flussi di collocamento per ben 11,4 miliardi di euro che confermano l’intensa attività commerciale dell’area di gestione del risparmio. Sul fronte degli impieghi i nuovi mutui stipulati ammontano a 8,7 miliardi di euro con un incremento di ben il 73% sul dato del 2009.

Da evidenziare però anche la crescita per 700 milioni dei crediti deteriorati netti rispetto a marzo: i presidi a copertura sono a circa il 40%. Le sofferenze lorde pesano inoltre al 56,5% sul rettifiche di valore che, a loro volta, pesano per lo 0,6% sugli impieghi in bonis lordi. Il portafoglio degli impieghi ha però complessivamente migliorato la propria qualità abbassando di 10 pbs al 2,6% la probabilità media di default.

Per riassumere in un numero la solidità patrimoniale della banca (dai tempi dell’acquisizione di Antonveneta faccenda scottante per la banca senese) il tier 1 ratio è al 7,8%, migliora dunque di 30 bps in tre mesi e conferma quanto già rivelato dagli stress test europei in merito: la banca ormai è solida. Non fa male infatti ricordare che nello scenario più avverso immaginato dal Cebs e dopo uno shock del debito sovrano europeo Mps mantiene ancora il tier 1 al 6,2%.

Questo ovviamente senza considerare il probabile inasprimento dei criteri di patrimonializzazione di Basilea 3 che potrebbe spostare ancora più in là le soglie minime. Al riguardo non è forse malizioso pensare che Roberto Mussari, neo presidente dell’Abi e numero uno di Mps, potesse pensare anche alla propria banca quando qualche giorno fa dichiarava, nelle vesti di numero uno dell’Associazione delle banche italiane, che sarebbe meglio aspettare ancora un po’ con il giro di vite di Basilea. Francamente però, almeno a livello europeo, sicuramente sono altri a doversi preoccupare delle nuove norme. Almeno che poi – e questo è un dubbio purtroppo legittimo- queste non finiscano per punire i modelli bancari solidi e tradizionali come quello italiano (che non ha dovuto chiedere se non i maniera marginale aiuto allo Stato, fra i sottoscrittori di Tremonti bond figura però proprio Mps) in favore di modelli diversi e più “finanziari”. Sarebbe senz’altro una sconfitta non solo di Siena, ma di tutto il Bel Paese, questo però – forse – ci porta troppo lontano da Siena.

condividi condividi 0 commenti martedì 30 novembre 1999

Lega ancora in pressing sulle banche del Nord

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Pressioni politiche sulla Bpm. Umberto Bossi, leader della Lega, ha infatti ribadito nel fine settimana il legame del suo partito con la banca milanese. “Massimo Ponzellini lo abbiamo nominato noi”, ha affermato il politico di Cassano Magnago facendo riferimento alla recente nomina del numero uno di Impregilo anche al vertice della Bpm. Come noto il crescente successo elettorale della Lega Nord ha spinto questo movimento a esercitare una certa pressione sulle fondazioni bancarie con cui si è trovato a diretto contatto.

Quasi quotidiane le preoccupazioni del sindaco leghista di Verona Flavio Tosi (a cui spetta la nomina diretta di 4 dei 22 consiglieri della Fondazione Cariverona che controlla il 4,98% di Unicredit) sull’ascesa libica nel capitale dell’istituto di credito. “Questa mi pare una scalata”, aveva detto Tosi dopo che i due azionisti libici principali erano saliti al 7% circa del capitale di Piazza Cordusio. Contare quanto Gheddafi nella banca guidata da Profumo (lo statuto limita comunque i diritti di voto al 5%) non era insomma cosa gradita, anche se l’ingresso di Unicredit a Tripoli come prima banca straniera della nuova fase di apertura del Paese prometteva prospettive di business interessanti.

A Ponte di Legno, però, Bossi ha gettato acqua sul fuoco, affermando che la presenza libica in Unicredit non preoccupa: un’inversione di marcia bilanciata da una presa di posizione forte su un’altra banca del Ftse Mib la Bpm.

Che Ponzellini godesse dell’appoggio della Lega era cosa nota, ma che addirittura questa se ne arrogasse la nomina è sembrato eccessivo alla Uilca: il segretario del potente sindacato bancario Massimo Masi ha infatti risposto che “il presidente di una banca cooperativa come la Popolare di Milano, viene eletto dagli azionisti e non dal potere politico”. “Pur condividendo alcune posizioni della Lega sulla vicinanza delle banche ai Territori – ha aggiunto Masi - è evidente che il Presidente della BPM dovrà rapportarsi con gli azionisti di riferimento (che altro non sono che i dipendenti e le organizzazioni sindacali interne) e tutelare i loro interessi”.

In questo contesto non pare peregrino nemmeno quell’“E’ partito bene” del governatore leghista del Piemonte Roberto Cota in riferimento al nuovo presidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo Andrea Beltratti. Alla Regione Piemonte, infatti, tocca uno dei diciassette membri del Consiglio generale della Compagnia di San Paolo che a sua volta è il maggiore azionista singolo di Intesa con il 9,88% del capitale. Nel bel mezzo della crisi politica in corso la Lega dunque non rinuncia a far sentire il suo peso nel mondo finanziario, anche se, come ha sottolineato lo stesso Bossi a Ponte di Legno: “Le banche, sembrerà strano, ma funzionano a soldi: ha ragione chi ci mette i soldi”. Insomma i voti per il momento potrebbero non bastare.

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Basilea: più trasparenza e rapidità non farebbero male

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Fiducia. Operatori, investitori grandi e piccoli, istituzioni di varia natura, osservatori terzi (se è possibile che qualcuno sia “terzo” all’economia globale) sembrano tutti assediati dalla paura, l’antitesi esatta di quello che si dovrebbe vedere durante una ripresa. L’elevata volatilità dei mercati (favorita anche dalla tradizionale scarsa liquidità di questa stagione) lo conferma. Così come lo conferma l’antologia delle previsioni apocalittiche o anche, all’opposto, delle minimizzazioni eccessive. Sembra quasi che le nazioni, come le grandi banche, siano ormai tanto fragili da dover essere trattate con guanti di velluto e possibilmente con complicità e sostegno. Sicuramente qualcosa di vero c’è, visto che ancora molti colossi bancari sono alle prese con scenari difficili sia per i tassi d’interesse, che per gli asset in portafoglio, che per le molte trimestrali (industriali soprattutto) che hanno deluso le attese degli analisti. Scenari preoccupanti tornano ad agitare lo spettro del double dip ossia della crisi a W e quindi di un nuovo inasprirsi delle condizioni dei mercati.

La fiducia il bene più importante che sostiene i mercati sembra ancora fragile, nonostante i recenti stress test abbiano consolidato la trasparenza del settore bancario europeo e confermato la sua resistenza a uno scenario di discostamento del Pil Ue di ben tre punti percentuali. Forse l’ipotesi di default di uno stato dell’Eurozona si poteva anche introdurre, tuttavia sarebbe stato contraddittorio con quanto affermato finora dai vari governi dell’Eurozona e disposto con il famoso salvagente da 750 miliardi di euro. Il rischio scontato dai cds sul debito sovrano dei maggiori paesi europei è sceso notevolmente, come rileva Markit, con gli spread sui credit default swap dell’Italia passati dai 177 del 15 luglio ai 132 di ieri. Nello stesso periodo gli spread sui cds della Grecia sono scesi da 809 a 690 punti e quelli sulla Spagna da 221 a 175. Come molti hanno sottolineato oggi anche gli spread tra i titoli di stato europei e quelli tedeschi che fanno da benchmark sono scesi notevolmente. Il successo delle ultime aste spagnola e italiana di ieri ha confermato un ritorno della fiducia sui titoli di stato europei mentre le esposizioni delle banche europee ai titoli di debito dei paesi dell’Europa periferica si dimostrano ancora molto consistenti fornendo uno dei più concreti segnali di fiducia al mercato sull’impossibilità di un default.

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Stress test: le banche europee si confermano solide

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E’ andata anche troppo bene. Gran parte del giornalismo anglosassone sintetizza così il risultato degli stress test europei sul sistema bancario del Vecchio Continente, eppure è palese che i criteri utilizzati per condurre queste prove sulle banche Ue non sono stati meno duri e completi di quelli condotti sulle banche statunitensi.

Non che manchino le criticità, senza dubbio, ma tutto sommato il lavoro svolto dagli esperti del Cebs (strettamente controllati dalla Bce e dalla Commissione) è stato accurato e coerente. Certo la mancanza dell’ipotesi di default di uno stato europeo può essere considerata un vulnus alla credibilità di questo esercizio. Va però ricordato che gli Stati Uniti nel loro stress test di successo hanno conteggiato solo 19 banche contro le nostre 91 e che non hanno certo incluso nel loro scenario l’ipotesi di fallimento di uno stato interno alla federazione (per esempio la California) che pure è allo stato delle cose non meno probabile di quella del fallimento di un membro della comunità europea.

Per garantire il mercato del debito sovrano Ue e l’appoggio alla liquidità delle nazioni dell’Europa periferica Bruxelles ha buttato in acqua un salvagente da ben 750 miliardi di euro che significa molto di più di quanto l’America abbia messo finora con il piano Paulson.

Se qualcuno poi volesse parlare della dipendenza delle banche europee dai finanziamenti della Bce (dipendenza peraltro in riduzione) si potrebbero ricordare i finanziamenti del programma americano Talf, non approvati dal Congresso Usa, ossia il sostegno diretto all’economia e a certi mercati che è stato una scelta senza dubbio assai meno forte di quella di consentire alla Bce un parziale intervento in favore delle banche con crisi di liquidità.

Se si passa alla Gran Bretagna, si può ricordare che il sistema bancario britannico esiste ancora solo perché il governo UK l’ha salvato con finanziamenti più o meno trasparenti e con l’aiuto di investitori stranieri. Gli haircut, ossia le previste riduzioni di valore del debito sovrano europeo nel caso di grave inasprimento delle condizioni economiche, non sono certamente paragonabili al default di uno Stato Sovrano, d’altra parte chi crede veramente che Stati Uniti e Gran Bretagna meritino un rating da tripla A?

Ovviamente simili dubbi non portano a niente di davvero costruttivo, ma almeno contestualizzano quanto rilevato. Il recente intervento della Cina nell’asta dei bonos ha rivelato un importante sostegno di Pechino all’euro e quindi fornito un paracadute potenziale in più. Le criticità sono emerse laddove tutti le cercavano, ossia in Spagna, Germania e Grecia. I capitali provenienti dagli aiuti di Stato sono stati inclusi nei requisiti patrimoniali del test: d’altra parte a che sarebbero serviti altrimenti? Se si conteggiano i capitali richiesti dalla tedesca Hypo Real Estate, dalla greca Ate e dalle 5 casse spagnole che non riuscirebbero a mantenere il tier 1 ratio sopra il 6% (in caso di grave crisi) si arriva alla cifra di 3,5 miliardi di euro di nuovo capitale richiesto: una cifra assai inferiore alle attese che spesso scontavano interventi ben superiori ai 30 miliardi di euro.

Fino a che punto questo risultato può davvero essere considerato una spia di un “soft test” e non un successo della finanza europea? La mina delle Landesbank non è esplosa, ma NordLB e PostBank si sono mostrate più fragili del previsto. Nessuno si nasconde certo che il sistema bancario tedesco è ancora debole (almeno in alcuni casi), nemmeno le autorità locali che, in qualche caso, stanno già correndo ai ripari. Idem per la Spagna che ha già avviato il processo di intervento nel mondo delle casse di risparmio iberiche spesso gravemente danneggiate dalla crisi immobiliare.

Quello che davvero hanno rivelato questi stress test è il forte legame tra l’economia reale e le banche europee. Irwin Stelzer, un esperto americano dell’Hudson Institute che ha pubblicato un articolo abbastanza critico sugli stress test Ue fra le pagine del Wall Street Journal, ha sottolineato che secondo Ubs e altri osservatori gli asset a rischio finanziati dalle banche spagnole non sarebbero solo il 5% ma si approssimerebbero al 14 per cento. Se è inoltre vero che il 70% dei debiti delle non quotate dell’Eurozona è stato contratto verso banche e non, come in America, sul mercato dei capitale, appare sempre più concreto il rischio che la debolezza della ripresa pesi anche sugli istituti di credito. I legami fra imprese e società da un lato e banche dall’altro raggiungono uno dei loro apici proprio nel Bel Paese dove le attività tradizionali, relativamente distanti dalla finanza internazionale, sono ancora la maggiore fonte di reddito delle banche. Questo significa in pratica un maggior legame col territorio e una maggiore ciclicità che però potrebbe tornare utile in vista di un miglioramento della congiuntura. Il prossimo importante appuntamento è quello di Basilea dove nuove regole saranno poste per tutti. La capacità di influenzare il dibattito sarà fondamentale per l’Italia che, per via di diverse sue peculiarità, rischia di trovare inadeguata e svantaggiosa la nuova veste normativa. Per questo le banche dovranno lottare ancora, per non scoprire, all’indomani di Basilea, che il modello di business che le ha salvate è diventato meno conveniente di quello delle banche meno “virtuose”.

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Accordo Prima-Anima: nasce un nuovo protagonista del risparmio gestito

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Forse indipendente è un po’ eccessivo come aggettivo, soprattutto in tempi di Volcker Rule, tuttavia di certo il nuovo gestore da 41 miliardi di euro (a fine marzo) sarà un player importante. Il nuovo grande del risparmio gestito che potrebbe ereditare il nome di Prima d’altra parte era una necessità nel contesto di concentrazione del comparto a livello non solo italiano, ma europeo. D’altra parte che questo nuovo gestore sia indipendente dalle proprie banche azioniste (Bpm e Mps) e da una società di gestione come Clessidra molto attiva nel mercato italiano è tutto da dimostrare, anche se la pressoché equa ripartizione tra i tre azionisti delle quote lascia immaginare una certa indipendenza del management che sarà chiamato alla guida del nuovo gestore.

Al momento resta la necessità di contrastare i deflussi registrati dal mercato nell’ultimo periodo, almeno sul fronte di Anima. I dati di Assogestioni a giugno parlano di un deflusso per Anima di 437,1 milioni di euro, mentre Prima riesce a mantenere le posizioni con una raccolta positiva di 59,8 milioni di euro. Si parla ovviamente soltanto delle performance di raccolta dei fondi comuni, alle quali vanno aggiunte le masse non indifferenti delle gestioni individuali. L’intervento nel settore del risparmio gestito da parte di Bpm è però tutt’altro che improvvisato.

Già nel 2007 si parlava di ingresso in Anima, l’anno scorso si è conclusa con successo l’opa sulle minority della Sgr, di recente Anima ha concluso l’acquisizione di Etruria management fund aggiungendo alle proprie masse 318,2 milioni di euro (Banca Etruria ha una quota di poco inferiore al 3% di Anima) e dunque ora si procede a una fusione che garantisce una crescita delle masse gestite. Insomma lo sviluppo di queste attività è stato graduale ma deciso. Né nel frattempo Prima Sgr è rimasta con le mani in mano: l’ingresso nel gruppo di quattro nuovi manager a dicembre, seguito all’assegnazione della carica di vicedirettore generale e responsabile per il commerciale di Cristiano Busnardo lasciava già intravedere aria di cambiamento. Un cambiamento naturale in una società nata soltanto nel maggio del 2009 con un accordo tra Clessidra (al 67% del capitale) ed Mps.

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Europa: l'elevata volatilità dei mercati richiede una trasparenza ancora maggiore

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L’Unione europea cerca con molta fatica di tracciare un cammino verso la trasparenza e la costituzione di una stanza di monitoraggio finanziario di livello comunitario. Sia chiaro il livello di una autentica cabina di regia economica europea, prospettato più volte da molti osservatori nelle fasi più buie della crisi, appare molto lontano, tuttavia qualche passo in direzione della coordinazione è comunque innegabile. Difficile distinguere a una decina di giorni dagli attesi risultati degli stress test i tanto decantati provvedimenti in favore della trasparenza. Gli stress test sulle banche sono ancora vaghissimi e, nonostante diversi osservatori esterni si siano anche cimentati in scenari fatti in casa anche con notevole professionalità, dei criteri ufficiali, precisi e trasparenti latitano in sede Ue. Cosa si sa oggi degli stress test europei per esempio?

Si sa che coprono 91 banche e il 65% del settore bancario europeo. Si sa che, come nel caso dello stress test condotto dagli Stati Uniti su appena 19 istituzioni finanziarie, sono previsti due scenari macroeconomici. Nel caso delle prove europee, si sa che il primo scenario (quello “conservativo”) è basato su un’evoluzione del Pil, della disoccupazione, dell’inflazione e di altri macroindicatori in linea con le attese di Bruxelles. Nel secondo caso si presuppone invece una situazione assai meno rosea con una deviazione pari anche a tre punti percentuali in termini di Pil rispetto alle stime di oggi. In Germania saranno testate 14 banche tra le quali colossi come Deutsche bank o Commerzbank, ma anche le varie Landesbank che rischiano di impensierire gli osservatori. In Spagna finiranno sotto esame altri 27 istituti, mentre in Italia le banche testate saranno solo 5.

Nel caso degli Stati Uniti le caratteristiche del capitale primario, e del suo rapporto con gli asset ponderati per il rischio, ebbero un ruolo importante, ma non è ancora chiaro in Europa questo indicatore (core tier 1 e core tier 1 ratio) che peso avrà. Gli stress test pubblicheranno anche i dati relativi ai rischi di default di stati sovrani. Il metodo utilizzato non è stato, però, pubblicato nei dettagli particolari, anzi rimangono diverse aree di indeterminazione motivate anche da opposte visioni fra alcuni membri dell’Eurozona.

Di recente le autorità europee hanno anche evidenziato la necessità di una regolamentazione degli hedge fund, dei prodotti derivati, delle vendite allo scoperto dei credit default swap e sui sistemi di garanzia dei depositi bancari. Per quel che riguarda quest’ultima voce va ricordato l’aumento a 100 mila euro della copertura garantita ai correntisti Ue in caso di default della banca depositaria. I veti incrociati paralizzano però ancora il processo decisionale.

Ancora vivo anche il dibattito sulle modifiche eventuali al patto di stabilità e di crescita, ma è probabile che, a differenza degli stress test, tutte queste nuove regole vengano nel tardo autunno o anche oltre. Dopo i recenti terremoti del mercato dei credit default swap sui debiti sovrani, la Commissione sembra avere sottolineato (maggiormente) l’importanza di un riassetto di questo mercato finanziario. Né sarebbe stata accantonata la questione delle agenzie di rating per le quali è prevista una particolare autorizzazione e forse anche l’incentivo allo sviluppo di nuovi concorrenti nel comparto attualmente dominato da Standard& Poor’s, Moody’s e Fitch. E’ comunque palese che le nuove regole non diverranno efficaci quest’anno e forse neanche l’anno prossimo. Basilea impone infine un ulteriore coordinamento all’interno della selva di istituzioni che stanno affrontando il tema in contemporanea.

Il mercato, però, non attende e valuta su tempi assai più brevi di quelli della politica europea. Reagisce così ai rating delle agenzie, alle aste dei titoli del debito sovrano, persino ai rapporti tra la Bce e le varie banche centrali del Vecchio Continente. La situazione non è per niente stabile, anzi. Il successo della recente asta di bonos spagnoli, le prospettive di crescita del Fondo Monetario internazionale, l’implementazione dei piani previsti per Atene e i segnali di ripresa (sebbene timida) dell’economia reale hanno temporaneamente rafforzato quei barlumi di fiducia di cui il mercato ha un esasperato bisogno: è bastata però la notizia della notevole crescita delle esposizioni delle banche spagnole a giugno nei confronti della Bce per rimandare le perdite del Ftse Mib e dell’Ibex 35 sopra il punto percentuale. Qualche rallentamento dopo la crescita delle ultime sedute era comunque prevedibile, anche se ogni giorno di più pare chiaro che i mercati azionari in questo periodo sono quanto mai insidiosi e che il dibattito a Bruxelles e al G20 sulle nuove regole non è riuscito in tanti mesi a portare la necessaria trasparenza e stabilità nella comunità finanziaria. Ancora una volta, come mostra palesemente il confronto con gli Stati Uniti che in qualche maniera sono già molto avanti nella ricostruzione di un più sostenibile mercato finanziario, la divisione dell’Europa non può che apparire colpevole e controproducente insieme.

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Riforma finanzaria Usa: un fragile compromesso è meglio di niente

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Un passettino avanti nella nuova finanza del dopo-crisi il mondo lo ha fatto con il via libera della Camera degli Stati Uniti alla riforma finanziaria. Si tratta però ancora di un passettino per diverse ragioni. La prima deriva dal fatto che, anche se gli Stati Uniti sono tra i maggiori protagonisti della finanza globale, certo una riforma nel loro mercato soltanto ha bisogno di ulteriore coordinazione con gli altri grandi e piccoli mercati.

In fondo se si critica il divieto dello short selling (ma dei soli cds naked) applicato dalla Merkel in Germania perché troppo locale, non si può pensare che una riforma degli Stati Uniti soltanto possa davvero cambiare le cose: se c’è una certezza in questo autunno della crisi è che la finanza si muove su scala globale e necessita dunque di soluzioni coordinate.

Sembra meno banale in questi giorni in cui si alternano prese di posizione e distinguo in sede europea e nel più largo consesso del G20, con il solito vorremmo, vedremo, faremo che in pratica lascia le cose invariate.

Sono passati quasi tre anni dall’inizio della crisi e ancora le grandi riforme dei mercati latitano. Oggi Washington, prima imputata di questa crisi senza fine, sembra voler voltare pagina. Circa 615 trilioni di derivati contrattati annualmente sui mercati non regolamentati OTC dovrebbero ora passare su piattaforme regolamentate.

In parte sarà applicata anche la Volcker Rule per la quale però sarebbe a questo punto più adeguato trovare un altro nome visto che, secondo quanto riportato da Bloomberg, la legge che dovrebbe separare il trading dalle altre attività delle banche evitando loro rischi troppo eccessivi sarebbe stata troppo diluita. Con un compromesso dell’ultima ora le banche ora potranno investire fino al 3% del proprio capitale in fondi di private equity e in hedge fund.

A molti è parso che questa riforma chiave sia stata alla fine troppo indebolita dalle pressioni repubblicane guidate dal senatore Scott Brown. In pratica si volevano evitare casi come quello di State Street che avendo corso troppi rischi con prodotti derivati legati ai mutui ha spostato i capitali dalle attività sane mettendo a rischio la propria sopravvivenza e imponendo allo stato un salvataggio oneroso.

In compenso è stato previsto per gli hedge fund un apposito registro con relativa autorizzazione e in generale sarà messo in piedi un monitoraggio dell’intero sistema finanziario e non dei suoi singoli componenti soltanto e sono stati attribuiti forti poteri di controllo e intervento alla Federal Reserve. Una legge di intervento particolare nei casi di crisi di grandi aziende del settore dovrebbe scongiurare salvataggi costosissimi come quello di AIG o fallimenti disastrosi come quello di Lehman Brothers. Il consumatore di prodotti finanziari avrà nuovi strumenti di informazione e la Fed regolerà i mercati dei mutui e delle carte di credito (non quelli dei finanziamenti per le auto).

Molte cose insomma dovrebbero cambiare, forse meno di quanto si sperava, ma comunque a sufficienza da inviare un segnale anche in Europa dove già la Germania ha compiuto dei passi autonomi e dove Berlino e Francia premono ancora per una nuova tassa sulle banche e sulle transazioni internazionali. Come per Washington però, senza una piattaforma globale (come quella di Basilea) gli effetti delle nuove norme rimangono ancora troppo parziali.

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Banche italiane? Si potrebbe anche tornare ai fondamentali

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L’ultimo report di Credit Suisse ha ribadito la solidità del sistema finanziario italiano e delle nostre banche. La forza del nostro sistema creditizio è basata, come noto, sul risparmio privato (non certo sul risparmio pubblico che, come altrettanto noto, latita da decenni), ma i nostri titoli bancari sono stati pesantemente influenzati dalla reviviscenza della crisi dell’Eurozona dettata un po’ da nuove speculazioni sui cds greci, spagnoli e italiani e un po’ dai timori sulla liquidità delle banche europee.

Il termine speculazione sui cds non è usato impropriamente in quanto, come noto, il mercato dei credit default swap sul debito sovrano è quanto meno poco trasparente e troppo concentrato nelle mani di pochi ossia è facilmente manipolabile dai suoi principali operatori (le grandi banche Usa come JP Morgan e Morgan Stanley). In realtà il panico diffusosi ieri sui principali mercati e i ribassi ancora assai consistenti dei mercati si sono dimostrati immotivati dopo l’asta della Bce di oggi che piazzando soltanto 131,9 miliardi di euro contro attese tra i 250 e i 300 miliardi di euro. Il mercato temeva, infatti, una corsa al finanziamento della Banca centrale europea in vista della scadenza di domani del maxiprestito da 442 miliardi di euro spalmato dalla Bce sul sistema creditizio nel giugno del 2009.

Le scarse adesioni mostrano invece una situazione di liquidità sufficiente, nonostante la Bce di oggi non sia più quella di un anno fa e concorra a tenere a galla il sistema creditizio spagnolo (ma solo in parte) e i bond dell’Europa periferica per evitare crisi sistemiche dell’Eurozona.

Di nuovo c’è relativamente poco in realtà, almeno per la banche italiane che in termini di liquidità e probabilmente anche di multipli sembrano molto avvantaggiate rispetto ai concorrenti. In effetti dopo Nomura, Deutsche Bank, Citigroup e l’ultimo report di ieri di Credit Suisse sembra ormai assodato che molti dei nostri istituti di credito siano troppo poco valorizzati in Borsa. Anche perché non solo la patrimonializzazione delle nostre più grandi banche sembra più che adeguata in questo periodo, almeno a confronto con altre banche europee, ma anche perché il risparmio privato di cui sopra rappresenta un canale di raccolta formidabile e probabilmente senza eguali in Europa. Il recente warning di Cardia sulla crescita dei bond bancari nel mercato del risparmio nazionale in fondo, e in negativo, lo conferma.

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Consob: molte le sfide per il successore di Cardia

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Nella sua ultima relazione da numero uno della Consob Lamberto Cardia ha toccato temi, come il peso degli azionisti italiani in Borsa Italiana o la diffusione anomala delle obbligazioni bancarie, che forse andavano affrontati prima. Grandi banchieri e industriali hanno approvato la sua relazione di addio dopo un’attività di vigilanza pluriennale. L’Adusbef (Associazione difesa consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi) ha invece definito quella di Cardia la peggiore gestione di tutti i tempi ricordando i diversi crack finanziari di questi anni, ma anche una dura sanzione comminatale e poi annullata da un tribunale.

Di certo il tema del calo della partecipazione italiana dal 28 al 18% del London Stock’s Exchange impone una riflessione sul ruolo italiano nel mercato finanziario: secondo Cardia su Piazza Affari dovremmo pesare di più se non vogliamo essere estromessi. La trasparenza dei mercati è ancora lontana, nonostante la Mifid e altri provvedimenti che dovrebbero incoraggiarla.

Forse il fatto che in tutto il 2009 la Consob abbia comminato sanzioni per irregolarità per soli 21 milioni (sebbene in aumento) ha il suo peso. Si stenta a comprendere come gruppi da miliardi di euro di fatturato possano essere danneggiati da multe da qualche centinaio di migliaia di euro.

La diffusione crescente delle obbligazioni bancarie fra i risparmiatori nostrani potrebbe essere sintomatica di questo a volte asimmetrico rapporto fra operatori e clienti. Come è possibile – si chiede Cardia – che nel 1995 le famiglie italiane investissero il 2% dei propri risparmi in bond delle banche e che nel 2009 la percentuale si sia posta al 10,4% nonostante rendimenti in molti casi inferiori ai corrispettivi titoli di Stato e una liquidità spesso assai ridotta? Il peso di questi titoli nei portafogli italiani pare eccessivo rispetto agli altri paesi europei.

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Mps: il mercato chiede più certezze sul patrimonio, ma la vera sfida è il riposizionamento

pubblicato da riva

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Mps ancora al vaglio dei mercati in questo scorcio di crisi: la banca senese ha appena fatto il suo debutto nel mercato delle obbligazioni bancarie garantite con un’emissione da oltre 1 miliardo di euro a tasso fisso con scadenza quinquennale. Sui grafici però si nota ancora l’importanza di una corretta patrimonializzazione dei gruppi bancari. Bpm ed Mps hanno un grafico peggiore delle altre quotate con una patrimonializzazione migliore e confermano come il tier 1 e gli altri criteri utili a valutare la solidità di una banca siano ancora oggi assai influenti anche sui corsi di borsa. I ribassi che in questi due casi hanno quasi riportato i corsi sui minimi del marzo 2009 vanno dunque di pari passo alla richiesta dei Tremonti Bond con l’apparente eccezione del Banco Popolare che sembra messo un po’ meglio, ma ha registrato per via delle varie vicende collegate a Italease una volatilità assai maggiore delle altre banche del Ftse Mib.

Tornando alla banca senese va sottolineato, come ha fatto in un’intervista al Giornale il direttore Antonio Vigni, che una banca molto orientata al retail non ha poi bisogno di un capitale primario troppo elevato. I recenti report di Citigroup e di Deutsche Bank sulla solida liquidità delle banche italiane grazie alla forte componente del funding costituita dai depositi lo confermano, anche se indicano proprio in Mps uno dei gruppi in maggiore difficoltà di fronte all’ipotesi di una crisi continentale di liquidità da bilanciare con i depositi. Qualche incertezza su Mps però rimane soprattutto alla luce dei nuovi criteri di Basilea che incombono un po’ su tutto il settore bancario come una spada di Damocle. Nuove imposte al comparto così come una tassazione delle transazioni internazionali potrebbero creare incertezze ulteriori.

Di certo Mps non è rimasta con le mani in mano dall’acquisto di Antonveneta che parve gravoso da subito e gravosissimo nei mesi successivi. Circa 9 miliardi di euro con 6 milioni a sportello sono un investimento che però non può che essere valutato nel tempo, anche perché la crescita dimensionale del gruppo evidentemente dovrà misurarsi anche fuori da questa difficile crisi. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata, è stata stretta un’importante alleanza con Axa, il gruppo ha condotto una forte azione di taglio dei costi (anche tramite una riduzione del personale): comprendendo i Tremonti bond e l’importante cessione di immobili strumentali per 1,7 miliardi di euro la banca dovrebbe arrivare a un tier 1 dell’8-9 per cento e allontanare i timori che ancora persistono sulla sua solidità patrimoniale.

Sarà però sulla redditività del gruppo che si articoleranno i prossimi mesi: sul potenziamento dei servizi corporate e anche sulle performance di Prima nel risparmio gestito. Sulle nozze tra Prima (sgr partecipata insieme a Clessidra) con Anima non trapelano se non voci, anche se una crescita dimensionale del comparto del risparmio gestito sembra ormai inevitabile per tutti coloro che vogliono sopravvivere in questo settore. Di certo molte cose sono cambiate, di certo molte ne cambieranno. Le incertezze del mercato mantengono un po’ tutto il comparto in forse fra prezzi estremamente volatili. Oggi il titolo ha ritestato senza successo le resistenze di area 1 euro, se avesse superato questo livello e magari i massimi dell’altro ieri a 1,03 euro circa, il quadro grafico avrebbe suggerito almeno un rallentamento del trend ribassista in forza dallo scorso agosto: i minimi testati in queste ore a 9,55 euro suggeriscono però che questa tendenza si sia riattivata con decisione dopo la fine di un temporaneo movimento secondario. I minimi del marzo 2009 a 80 centesimi rischiano di riavvicinarsi pericolosamente.

condividi condividi 0 commenti mercoledì 23 giugno 2010
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