
Il sistema delle nuove regole della finanza globale, quelle che dovranno proteggerci in futuro da crisi come questa, sembra ormai ridotto a una querelle sul sesso degli angeli o peggio a un incontro del G8 o del G20.
Sarà che nella politica fra stati la sovranità nazionale vince sempre sulle esigenze comuni, sarà che la questione sul debito delle banche o sul mercato dei derivati è molto tecnica, ma il dibattito sembra anche oggi stantio.
Il sospetto che il recupero dei listini abbia allentato la pressione sulle regole è vivacissimo. D’altra parte il glossario della finanza globale è ormai un’enciclopedia sconfinata di contratti spesso non sottoposti a nessuna regola nazionale o globale. I Cds contro cui ora Mario Draghi tuona, in qualità di numero uno del Financial Stability Forum, sono diventati uno strumento imprescindibile per la valutazione dei titoli delle banche e del debito delle nazioni, eppure sono sostanzialmente poco regolati, poco trasparenti e per giunta poco liquidi. In fondo è come se quattro persone giocassero a carte e al posto dei semi avessero il destino di nazioni o grandi industrie.
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Da tempo Mediobanca è al centro di indiscrezioni sul riassetto manageriale proprio e della principale controllata Generali (Mediobanca ne possiede circa il 14,7%). In attesa che la situazione maturi può valere la pena di investigare il contesto grafico all’interno del quale si muovono i due titoli. Per entrambi sono stati raggiunti infatti livelli tecnici significativi.
Continua a leggere: Prospettive grafiche per Mediobanca e Generali

Il 2009 di Bpm è terminato con utile netto di 123 milioni di euro a fronte di un utile da 75,3 milioni di euro realizzato nel 2008. Certo questo non era stato un anno facile e la ripresa dei mercati nel 2009 ha sicuramente incoraggiato le performance della banca meneghina, tuttavia la Bpm è ancora ben lontana dal potersi definire in una situazione stabile e, nel bene e nel male, ha senz’altro diverse sfide davanti.
La Popolare di Milano, per esempio, risente dei bassi tassi d’interesse che hanno compresso il margine corrispondente come per tutto il comparto bancario, la sua esposizione nei confronti delle piccole e medie imprese rappresenta inoltre un punto importante sul quale il management si concentra nel mezzo di grandi manovre che stanno ampliando il perimetro delle attività del gruppo. Il tutto in un momento in cui la tensione su una corretta patrimonializzazione è massima, come dimostra anche l’utilizzo di Tremonti bond per 500 milioni di euro.
Va evidenziato che nell’ultimo trimestre il gruppo ha dovuto sostenere degli investimenti una tantum che hanno penalizzato la redditività immediata dell’istituto: 140 milioni di euro connessi al Fondo di Solidarietà e le manovre su Anima hanno condizionato i risultati passati da 184 milioni di euro nei primi nove mesi a 123 a fine anno. L’impegno nel settore del risparmio gestito ha portato però in pancia alla banca Anima che già gestisce 23,2 miliardi di euro di asset e sicuramente acquista un peso sempre maggiore nel quadro delle attività di Bpm. Il nuovo piano prevede la massa gestita arrivi a 29 miliardi di euro entro il 2012 (+7,8%) e dunque nuove sfide per Anima.
A fine anno proprio le sottoscrizioni del Tesoro sembra che abbiano portato il peso del capitale primario sugli Rwa al 7,9% entro il 2012, però, il piano industriale annunciato prevede una riduzione di questo indicatore al 7,2%, anche se per quella data l’utile del gruppo dovrebbe crescere del 45,5% su quello dell’ultimo esercizio e il costo del credito scendere di 30 punti base allo 0,75 per cento. Molto prima del 2012, ma probabilmente non prima della fine dell’estate, il gruppo dovrebbe riuscire a trovare il nuovo partner assicurativo dopo lo scioglimento della partnership su Bipiemme Vita con Fondiaria Sai: i nomi che circolano sono quelli di Generali, di Cattolica, Allianz e Axa.
Bpm ha pagato 121 milioni di euro ai Ligresti per il 51% della jointventure nella bancassurance e appare verosimile dunque che voglia ottenere il più possibile dal nuovo partner: questo suggerisce al management di vagliare con attenzione le varie offerte. D’altra parte il nuovo piano industriale della banca prevede una raccolta da premi vita a 873 milioni di euro entro il 2012 con un cagr del 15% che sarà un obiettivo sfidante al quale si dovrà lavorare da subito con il nuovo partner.
I cambiamenti sono anche meno rumorosi a Milano come avvenuto per l’assorbimento della divisione private nella capogruppo o nelle operazioni su Webank divenuta banca e concentrasi sul gestito che è cresciuto (in termini di raccolta) nel 2009 del 15 per cento. Il mercato del credito al consumo dovrebbe inoltre fornire ulteriori spunti con Pro Family e proiettare anche la banca meneghina su questo business. Di certo fra tante novità sarà difficile non incontrare qualche problema; di certo, tenuta della patrimonializzazione e ripresa del mercato dei mutui e dei prestiti alle imprese (vero core business del gruppo) saranno ancora le stelle polari di questo prossimo impegnativo triennio.

Alla fine un pezzo di carta dall’Agricole, l’Antitrust lo ha avuto. Questa volta infatti il processo di cessione delle quote di Intesa Sanpaolo in pancia al gigante francese è stato rigidamente regolamentato. Il mercato ne esce vincitore, l’Agricole incassa un ulteriore successo, perché a latere a questo accordo con l’Authority si impegna a comprare altri 150-200 sportelli da Intesa e quindi a estendere fino a 900 filiali la sua rete italiana.
Dopo il caso di Bnp Paribas-Bnl un altro gigante francese diventa di dimensioni nazionali nel Bel Paese: ma il mercato bancario d’Oltralpe è tanto liberalizzato? La domanda sorge spontanea, ma sarebbe difficile non vedere anche lo scarso interesse dimostrato dai nostri gruppi finanziari nella penetrazione del retail dei mercati maturi: gruppi come Intesa, Unicredit ed Mps sono praticamente inesistenti in Francia.
L’accordo preso con l’Antitrust stabilisce comunque una soluzione condivisa per un problema che si trascinava dalla fusione fra Intesa e Sanpaolo Imi. Prevista la creazione di un trust guidato da uno o più monitor trustee di gradimento dell’Authority che vigileranno sulla gestione delle quote di Intesa in pancia al concorrente francese Agricole.
La Banque Verte dovrà entro l’anno cedere lo 0,8% del capitale di Intesa e quindi cedere entro luglio dell’anno prossimo un altro 3% riportandosi al massimo al 2% del capitale di Intesa. Nel consiglio di sorveglianza saranno eletti pro quota un candidato e un sostituto indipendenti e di chiara fama. La cessione del 3% del capitale di Intesa dall’anno prossimo dovrà però avvenire a un prezzo minimo già fissato, ma non reso pubblico (qualcuno parla di 4 euro per azione contro i 2,6 euro a cui il titolo scambia attualmente). Se questa operazione di cessione non andasse in porto, le quote sarebbero affidate a una banca d’affari terza e i corrispondenti diritti di voto sterilizzati. Sulla carta il conflitto di interessi dovrebbe essere stato risolto, i francesi, grazie al nuovo trust, non saranno tenuti a svalutare le proprie quote e riusciranno anzi a crescere con l’acquisto di nuove filiali. Ci sono voluti più di tre anni per ottenere queste garanzie, forse davvero troppo.

Un lustro difficile quello del Banco Popolare. Il gruppo nasce nel 2007 con la fusione della Popolare di Verona e Novara con la Bpi prima guidata da Gianpiero Fiorani. Dopo anni di difficile riassetto dei conti scoppia il caso Italease che rimette a rischio i bilanci del gruppo e impone degli esborsi miliardari. Oggi il gruppo guidato da Carlo Fratta Pasini e Pier Francesco Saviotti è alle prese con nuovi riassestamenti.
L’obiettivo è il rafforzamento patrimoniale è in parte stato raggiunto con la sottoscrizione di Tremonti Bond per oltre 1,4 miliardi di euro e sarà corroborato con la prossima emissione di bond convertibili per oltre un miliardo di euro. Già si è sotto il 7% di Tier 1, ma questo ancora non basta, specialmente in vista di possibili restrizioni sui criteri di patrimonializzazione che potrebbero venire dalle nuove regole di Basilea III.
Gli accordi di inizio febbraio con il gruppo di Statuto hanno però coinvolto esposizioni per ben 1 miliardo di euro che dovrebbero ora scendere a circa 700 milioni di euro se tutto andrà in porto come previsto. In particolare le posizioni a rischio riguardano 21 leasing di cui 20 nel settore immobiliare e per ora tutto sembra promettere un alleggerimento del rischio per il Banco, sebbene diverse condizioni vincolino ancora la sigla di un accordo definitivo previsto entro marzo. Italease è anche in questo caso strettamente coinvolta nelle manovre del Banco che ha spalmato questo debito da 1 miliardo quasi tutto sulla bad bank Release lasciando a Italease 147 milioni di euro di esposizioni. Le pesanti manovre di ricapitalizzazione dettate in gran parte proprio dal dossier Italease hanno inoltre suggerito delle cessioni di asset fra le quali spiccano Factorit e la Cassa di Risparmio di Pescara che potrebbe valere sui 200 milioni e interessare diversi player del settore.
Nulla di definitivo sarebbe stato deciso in proposito, mentre si attendono novità su un recente fascicolo appena apertosi: quello del controllo della Cassa di Risparmio di Lucca che diventa totalitario con l’esercizio da parte della Fondazione della opzione put sul 20% del capitale ancora in suo possesso. Si parla di una quota del valore di 324 milioni di euro per la quale sembra ormai certo un risarcimento misto fra titoli del Credito Bergamasco e cash. Il calendario conferma per la fine di marzo l’uscita del bilancio 2009. Per quella data probabilmente altri dossier ancora (come quella dell’offerta sulle polizze emesse da Bipielle) troveranno una soluzione, si spera anche che si inizino a intravedere i segni di una ripresa dell’economia reale che sicuramente serve anche al Banco.

Eolo si sarebbe preso i pedaggi aeroportuali, mentre ad Arianna sarebbero toccati i ricavi della lotteria nazionale. L’ultima inchiesta del New York Times sul ruolo di Goldman Sachs e JP Morgan nel mascheramento del debito greco chiama però in causa anche l’Italia che nel 1996 avrebbe firmato un swap su valuta con JP Morgan per ottenere più fondi e una spinta importante per l’ingresso in Europa.
Il vantaggio dei derivati che i giganti di Wall Street vendevano a paesi come la Grecia e l’Italia per abbellire i propri bilanci era che non figuravano come nuovo debito, ma semplicemente come cessioni. Per questo Roma e Atene, nonostante un debito superiore al 100% del proprio Pil, sarebbero riuscite a promuovere manovre di peso sul deficit senza incrementare il debito pubblico. Con un po’ d’ironia i derivati che alleggerivano il deficit greco prendevano nomi mitici come Eolo o Arianna.
La tesi del New York Times segue da poco un articolo firmato da Beat Balzli su Der Spiegel che sosteneva in pratica le stesse teorie: la banche d’affari americane aiutarono i paesi deboli d’Europa nel maquillage dei conti pubblici a base di derivati che furono contrabbandati per semplici cessioni. In pratica con swap su valute e flussi di cassa paesi come Italia e Grecia avrebbero ottenuto denaro fresco senza intaccare il debito, ma avrebbero anche appesantito i propri bilanci futuri con degli impegni via via più gravosi. In pratica, sottolinea il New York Times, il meccanismo dei mutui subprime che prestavano soldi a chi non aveva garanzie sufficienti in cambio di oneri crescenti nel tempo, sarebbe stato applicato anche a stati sovrani dell’unione monetaria del Vecchio Continente.
Continua a leggere: Il maquillage greco potrebbe essere stato progettato a Wall Street

Ancora grandi manovre in Intesa Sanpaolo. Grandi soci del gruppo come la Compagnia di Sanpaolo (9,88%) o la Fondazione Cariplo (4,68%), come la Cassa di risparmio di Padova e Rovigo (4,1%) o la Carisbo (2,1%) sembrano avere approvato unanimemente l’elezione di Marco Morelli a direttore generale vicario del gruppo e guida della Banca dei Territori.
Morelli si affianca così a Gaetano Miccichè che continua a guidare il corporate e investment banking, entrambi fanno capo a Corrado Passera, ceo del gruppo. Secondo indiscrezioni di stampa, Angelo Benessia, numero uno della torinese Compagnia di Sanpaolo, e Giuseppe Guzzetti, presidente della Cariplo, avrebbero contattato in prima persona Morelli, già cfo e vice-direttore generale di Mps, per proporgli la candidatura. Non può dunque sorprendere questa generale aria di convergenza che, però, ha lasciato freddi il Comune di Torino e la Regione Piemonte in un gelido no comment.
Le manovre devono ancora concludersi con il rinnovo delle cariche al consiglio di gestione e la riconferma o meno al suo vertice del “torinese” Enrico Salza, quindi si gioca ancora su più tavoli, ma l’impressione generale è che l’atteso blitz torinese, dopo la crescita della Compagnia Sanpaolo al 9,88% del gruppo, non ci sia stato.
Qualche altro spunto potrebbe venire dalla vicepresidenza del consiglio di sorveglianza per cui concorrerebbero Elsa Fornero e Alfonso Iozzo come rappresentanti dell’ala “torinese”. In definitiva molti hanno letto le ultime nomine come una vittoria del tandem Giovanni Bazoli-Corrado Passera, che sarebbero riusciti a fare quadrato sulla Banca dei Territori.
Continua a leggere: Intesa Sanpaolo: soci in manovra fra equilibri difficili

Sono giornate frenetiche per la finanza e per la politica globale. Stasera il presidente Barack Obama dovrà tenere un importante discorso dal quale potrebbe dipendere il suo futuro politico dopo la perdita nel Massachusetts di un seggio chiave al Senato. Dovrà ritrovare quella scintilla in cui sperano molti dei suoi sostenitori, ricucire i rapporti con il ceto medio e rilanciare le riforme chiave della sanità e della finanza globale alle quali in questi giorni rimane appeso il suo destino politico.
Proprio sulla finanza si gioca una delle partite più importanti, non solo per Washington, ma per il mondo intero. Seguendo i consigli di Paul Volcker il presidente americano ha infatti lanciato nuove proposte contro i “too big to fail”, quei colossi finanziari come Aig o Bank of America che non possono fallire, perché metterebbero in ginocchio tutto il sistema, e finiscono per pesare sui contribuenti nei periodi di crisi.
Continua a leggere: Il nuovo assetto della finanza globale appeso al discorso di Obama
Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Non sembra accennare a rallentare la corsa all’emissione di obbligazioni. Nelle ultime settimane molte importanti societa’ italiane hanno fatto ricorso al mercato dei bond, o hanno deliberato l’intenzione di farlo entro breve tempo.
Tra le prime possiamo citare Intesa San Paolo che ha recentemente emesso un bond in due tranche con scadenze a 2 (tasso variabile) e 5 anni (tasso fisso) per un ammontare complessivo di ben 2,5 miliardi di euro.
Tra le seconde troviamo Edison, che a fine dicembre ha autorizzato l’amministratore delegato a lanciare obbligazioni per 500 milioni di euro entro il 30 giugno 2010. Foro Bonaparte a luglio aveva emesso un altro bond a 5 anni da 700 milioni.
Continua a leggere: Euribor ai minimi storici: cresce il ricorso al bond
Mentre la rivale Unicredit festeggia l’annuncio del prezzo cui verranno emesse le nuove azioni nell’ambito dell’aumento di capitale da 4 miliardi di euro, Intesa Sanpaolo perde terreno, andando ad occupare una delle ultime posizioni nella classifica delle performance giornaliere tra le blue chip.
Il titolo della banca guidata da Corrado Passera viene penalizzato dalle indiscrezioni di stampa relative al procedimento avviato dall’Antitrust nei confronti di Intesa a causa del patto di consultazione siglato tra gli azionisti Credit Agricole e Generali.
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