Banco Popolare sconta ancora i dubbi del mercato

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Sicuramente stamane il Banco Popolare ha inviato un segnale di forza virando tra i primi in territorio positivo e portandosi sopra la parità quando ancora gran parte del Ftse Mib era in rosso. Ma se si guarda al grafico si nota anche che i recuperi odierni, con il massimo intraday, a 4,22 non hanno neanche testato le resistenze in zona 4,25 il cui superamento potrebbe dare dei primi segnali tecnici di una qualche rilevanza. Dopo aver perso più del 5% venerdì un recupero frazionale dello 0,7-0,8% cambia poco le cose.

La recente acquisizione per 312,7 milioni di euro del 20,39% del capitale della Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno sicuramente però attira l’attenzione, anche se la put option che ha permesso alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca di cedere questi asset risale al 2005 e della vendita la stampa aveva già accennato durante le scorse sedute.

È importante sottolineare che la vendita non è stata interamente regolata in contanti, ma metà della somma è stata fornita con quote del Creberg (circa il 10%) sulle quale però il Banco Popolare ha la possibilità di esercitare un’opzione call agli stessi prezzi di oggi entro un anno e mezzo.

A suggerire il recupero odierno potrebbero anche aver contribuito le parole di Pier Francesco Saviotti. L’amministratore delegato dell’ex Banca popolare italiana ha infatti confermato di considerare Banca Italease sotto controllo e poi ha ricordato che la capitalizzazione della sua banca in Borsa è lo 0,24% dei suoi mezzi propri (che sono oltre gli 11 miliardi di euro) e quindi ha detto di ritenere ingenerose queste valutazioni.

In effetti fra le prime 6 banche italiane nessuna ha una capitalizzazione inferiore allo 0,33% dei mezzi propri (è il livello dell’Mps) e Intesa e Unicredit hanno un rapporto di 0,49 e 0,52 rispettivamente. In termini di core tier 1 ratio il 7,3% del Banco Popolare è anche superiore al 7,2% di Intesa Sanpaolo.

Dati positivi che, pero’, non trovano riscontro nell’andamento del titolo a Piazza Affari che si pone come terzo/quarto più contrattato tra i bancari. Non resta dunque che ipotizzare che i problemi collegati a Italease pesino ancora sulle quotazioni e che gli 1,45 miliardi di euro di Tremonti bond possano creare qualche problema (qualche analista pensa anche che serva un aumento di capitale per ripagarli).

Va ricordato, infine che i dati dell’ultima trimestrale sono stati accolti positivamente dal mercato e dagli esperti grazie a un margine di interesse positivo (+6,8%) e alla riduzione proprio delle perdite di Italease.

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Ancora incertezze nel comparto bancario europeo

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Si addensano le nubi della crisi sul futuro delle banche italiane, ma più che la manovra da 24 miliardi varata dal governo, è il ristagno dell’economia reale che rischia di appesantire le performance dei nostri istituti di credito. Nel 2009 infatti le sofferenze sono cresciute da 25 a 34 miliardi di euro e, secondo Prometeia e secondo molti altri osservatori, quest’anno potrebbero toccare un record. Con un Pil in flebile crescita dello 0,8% quest’anno d’altra parte non ci si aspettava molto di meglio e il rischio è anzi che le pmi in default si moltiplichino finendo per gravare sui bilanci bancari. Per certi versi questo contesto per gli istituti italiani che sono sopravvissuti alla crisi senza far ricorso, se non in pochissimi casi, agli aiuti dello Stato, sembra una scenario da tempesta perfetta.

I bassi tassi d’interesse comprimono infatti i margini di interesse notevolmente e segano via gran parte degli introiti delle banche. Il percorso di Basilea III, per quanto lento e tardivo, richiederà sicuramente nuovi capitali da immettere nel patrimonio primario comprimendo la redditività delle banche. Altri eventi possibili, come la Tobin Tax e la creazione di una tassa europea sulle banche, potrebbero rallentare ancora le performance del nostro sistema creditizio che già nel 2009 ha ridotto gli utili complessivi del 22,2% da 10,2 a 8 miliardi di euro.

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Usa: nella riforma della finanza cambiamenti epocali

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Negli Stati Uniti sono cominciati i problemi e negli Stati Uniti si intravedono le prime soluzioni concrete al collasso finanziario degli ultimi 3 anni. L’Europa al solito segue con fatica quanto si decide a Washington per Wall Street e non si è dimostrata in grado di promuovere una autonoma riforma di ampio respiro della finanza nell’Eurozona.

Certo mercati globali chiedono soluzioni globali, ma sicuramente la riforma Usa passata al Senato con “soli” 59 voti contro 39 farà da battistrada. L’argomento sicuramente più importante è quello dei derivati che negli anni sono sempre di più diventati una mina inesplosa sul cammino dell’economia globale. Sono derivati i future sul petrolio che praticamente prezzano il costo dei trasporti mondiali, sono derivati i cds che tanta parte hanno avuto nella percezione del rischio della Grecia, sono derivai i vari abs, mbs e titoli salsiccia vari che hanno fatto da innesco a questa crisi globale.

I derivati esistenti dovrebbero valere circa 615 trilioni di dollari ossia più di 10 volte il Prodotto interno lordo di tutto il mondo. Se si prendono assieme i portafogli di JP Morgan, HSBC e Citibank si ottengono derivati del valore di 4-5 volte il Pil globale. D’altra parte JP Morgan, Citigroup, Bank of America, Morgan Stanley e Goldman Sachs hanno guadagnato l’anno scorso circa 28 miliardi di dollari molti dei quali riferibili proprio a strumenti derivati.

Con il testo appena approvato si regolamenta finalmente questo gigantesco mercato e si progetta una piattaforma di scambio affidata a soggetti terzi rispetto alle banche che renderà per forza di cose più trasparenti questi mercati, portando forse un po’ di luce in cose “misteriose” come i barili di carta o le cartolarizzazioni dei mutui subprime.

Sembra ancora probabile che la posizione del Senato in merito al problema dei derivatives che, anche a detta del Fondo Monetario Internazionale, ha contribuito in maniera sostanziale ad aggravare la crisi forse sarà ammorbidita prima di passare alla Camera, ma alla fine qualcosa il Congresso dovrà tirare fuori e probabilmente le sue scelte condizioneranno la storia dei prossimi anni o anche decenni.

Sembra che ci sia persino una disposizione nel testo del Senato che potrebbe obbligare in pratica i grandi gruppi bancari a scorporare le proprie divisioni di trading sui derivati. Un forte potere di controllo sarà affidato comunque ai regolatori che il Senatore Chris Dodd, vero artefice di questo nuovo sistema di norme, ha voluto rafforzare notevolmente. Tra questi regolatori la Federal Reserve in pratica acquisirà il potere necessario a contrastare il sistema del “troppo grande per fallire” che ha permesso ai giganti della finanza di salvarsi con il denaro pubblico.

Previsti anche nuovi requisiti di capitale, limiti ai rischi che le grandi banche possono correre e controlli che fino a non molto tempo fa sembravano inimmaginabili. Un intero sistema cambia e riparte dal basso, tanto che la tutela dei consumatori occupa circa un terzo delle nuove disposizioni, anche perché il sovraccarico di debiti privati è stato fra le cause di questo patatrack. Dove ci potrebbe portare questo nuovo sistema non lo sappiamo, che serve una sterzata decisa è indubbio.

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Banco Popolare in forte progresso dopo trimestrale e upgrade

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Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo

Banco Popolare rimbalza con decisione e passa anche in asta di volatilita’ per eccesso di rialzo. Le quotazioni si sono rapidamente avvicinate ai picchi visti nella scorsa settimana poco al di sotto di 4,60 euro: una vittoria confermata in chiusura di seduta oltre detto livello determinerebbe il completamento di un doppio minimo, una formazione rialzista capace di dare il via a un’inversione del trend negativo originato dal massimo del mese scorso a 5,4250.

Banco Popolare sta traendo vantaggio dalla revisione al rialzo della valutazione sul titolo espressa da Credit Suisse dopo la pubblicazione dei dati trimestrali, avvenuta venerdi’ scorso a mercato chiuso. Gli analisti della banca elvetica hanno cambiato radicalmente la loro opinione portandola da underperform a outperform. Proviamo quindi ad analizzare i dati al 31 marzo per scoprire il perche’ di questo improvviso miglioramento.

A prima vista la promozione di Credit Suisse sembrerebbe immotivata in quanto il risultato della gestione operativa e’ passato da 478 milioni di euro un anno fa a 316 milioni e i profitti si sono ridotti di oltre il 60% a 77 milioni. In realta’ e’ doveroso tenere presente che rispetto al primo trimestre del 2009 e’ cambiato il perimetro di consolidamento del gruppo, a seguito dell’acquisizione del controllo di Banca Italease, istituto che ha portato un contributo netto negativo per 23,3 milioni di euro.

Inoltre nel primo trimestre 2009 erano state contabilizzate componenti straordinarie per 81 milioni di euro, scese quest’anno a 12 milioni. Escludendo Italease e le poste straordinarie il risultato sarebbe stato pari a 88 milioni di euro contro i 138 di un anno fa: in peggioramento ma molto meno di quanto il dato precedente lasciava intendere. Ottima impressione ha destato poi il confronto con il quarto trimestre 2009 dato che il margine d’interesse e’ cresciuto dell’1,3% (+6,8% senza Banca Italease) e il risultato della gestione operativa del 36,2%.

Per quanto riguarda la controllata Banca Italease il management ha comunicato che proprio venerdi’ scorso e’ stato siglato un accordo quadro con il Gruppo Statuto per la ristrutturazione dell’ingente debito (circa un miliardo di euro). L’operazione rientra nel processo di riduzione del rischio di credito che pesa sulla controllata, cosi’ come la cessione, avvenuta a fine 2009, dei leasing bancari alla collegata Alba Leasing.

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Unicredit: gli utili sopra le attese accantonano le incertezze degli ultimi tempi

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Stamattina la trimestrale di Unicredit passa l’esame del mercato e il titolo registra un rialzo del 2,3% a 1,98 euro. L’utile netto da 520 milioni di euro in crescita del 16,5% su base annua ha battuto le attese del mercato e premia dunque il titolo in Borsa. Il margine d’interesse della banca di Piazza Cordusio si è dimostrato ancora debole, come per tutto il settore bancario, ed è sceso del 16,4% (a cambi e perimetri costanti) a quota 3,97 miliardi di euro. Gli utili della banca si sono invece avvantaggiati della forte crescita delle commissioni nette (a 2,16 miliardi con un incremento del 16,5%) e di un risultato della negoziazione, di coperture e fair value che torna a un saldo positivo di 560 milioni contro il rosso da 94 milioni di euro del primo trimestre del 2009.

L’attenzione degli analisti si è però concentrata anche su diversi altri dossier “contingenti”. Fra i primi dati illustrati al mercato c’è quello delle esposizioni nei confronti dei paesi dell’Europa periferica. Nel complesso Unicredit è esposta per 993 milioni di euro in titoli di Stato della Grecia e per 550 milioni di euro in titoli del debito sovrano spagnolo: aggiungendo Irlanda e Portogallo le esposizione ai titoli di stato a rischio arrivano a 1,5 miliardi di euro e si dimostrano dunque trascurabili rispetto alle esposizioni complessive in bond sovrani. Al riguardo basta evidenziare che i titoli di Stato italiani controllati dal gruppo ammontano a ben 41,5 miliardi di euro.

Un altro dossier “caldo” su cui si è soffermato il mercato è quello dei fondi di Pioneer che ad aprile hanno registrato un deflusso netto di 312,7 milioni di euro. In merito Alessandro Profumo ha specificato di avere già dato mandato per una valorizzazione di questi asset a BoA-Merrill Lynch: non si tratterà però di una vendita tout court, ma di un’operazione industriale che sembra essere diretta verso un’aggregazione di rango con un altro professionista del settore. D’altra parte il momento non sembrava dei più adatti per una cessione nell’asset management.

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Una risposta da 750 miliardi alla crisi dell'Eurozona

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Con il nuovo piano da 750 miliardi di euro per la protezione dell’economia e della moneta europee è stato fatto un passo avanti decisivo. Il rally delle borse di stamane invia un segnale di forza ai mercati (e agli stati che hanno partecipato a queste difficili scelte) che non potrà essere indebolito né dalla sconfitta elettorale della Merkel nel Nord Reno-Westfalia, né dalla defezione di Londra dal piano di salvataggio dell’euro.

Alla fine l’Europa sembra avere ritrovato una travagliata unità nella risposta alla crisi. Dopo più di undici ore di negoziati, dopo decine di accordi bilaterali e di incontri fra i ministri che guidano le economie europee, da Bruxelles è arrivato il via libera a un intervento che cambia le prospettive e i legami economici tra gli stati membri.

L’Ecofin ha varato un piano di aiuti da 500 miliardi di euro di cui 60 provenienti da fondi dell’Unione Europea e altri 440 prestati dagli stati membri. Una cifra che potrà raggiungere la metà di questo intervento, quindi circa 250 miliardi di euro, sarà messa a disposizione dal Fondo Monetario Internazionale. Si tratta di un piano più impegnativo di quello varato da Henry Paulson per gli Stati Uniti all’inizio della crisi, si tratta, soprattutto, di una svolta nei rapporti economici tra i paesi membri dell’Unione.

Istanze nuove provengono adesso da Bruxelles. Gli aiuti per la stabilizzazione dell’Eurozona sono stati varati in contemporanea all’impegno ufficiale di Spagna e Portogallo a un rafforzamento dei propri interventi in favore di un più corretto riequilibrio dei propri bilanci. I due paesi iberici dovranno ridurre di un altro 0,5% il deficit nel 2010 e di un punto percentuale nel 2011. In compenso sono già pronti 20 miliardi di euro di liquidità per traghettare la Grecia fuori dall’emergenza. Se si considera che l’unica strada che esiste per tagliare il deficit di Atene nell’immediato è quella di tagliare la spesa pubblica e che questa è composta per tre quarti da salari e spesa sociale, si comprende che la strada rimane ancora in salita. Bocciata l’ipotesi di una ristrutturazione del debito greco, si procede dunque nella direzione dell’Austerity.

Dal vertice dell’Ecofin provengono anche istanze di carattere più generale che impongono un’agenda continentale per i prossimi mesi. La regolamentazione dei mercati dei derivati e delle agenzie di rating diventa uno dei punti principali su cui si confronteranno i governanti d’Europa nell’immediato futuro. Interventi senza precedenti sono previsti anche dalla Banca Centrale Europea che acquisterà su vari mercati i titoli del debito sovrano degli stati membri in difficoltà per evitare che i relativi tassi d’interesse prendano quota indebolendo ulteriormente le economie in difficoltà (come successo alla Grecia). Si tratta di un intervento destinato a cambiare in profondità il ruolo della Bce nell’Unione europea e qualcuno dubita persino che rispetti i trattati in vigore.

Nonostante un ombrello da 750 miliardi di euro faccia riprendere fiato a tutti i listini, diversi dossier rimangono aperti. Due paesi membri dell’Unione come la Gran Bretagna e la Germania hanno spesso remato controcorrente nel mezzo di una crisi gravissima. Il Regno Unito ha deciso di non intervenire per salvare l’Eurozona dimostrando ancora una volta il proprio invitto euroscetticismo. La Germania di Angela Merkel è intervenuta troppo tardi: alla fine il governo ha perso comunque la maggioranza nella Bundesrat e dovrà fare i conti con gli elettori nel corso dei prossimi mesi. Paesi come la Francia e l’Italia si sono mostrati un po’ sottotono in momenti delicatissimi per l’intera Unione europea. I prossimi interventi per la regolamentazione dei mercati e l’implementazione dei piani di emergenza richiederanno nuove alleanze e più smarcate prese di posizione. Per molti versi si è soltanto all’alba di una nuova fase dei rapporti tra i membri dell’Unione Europea.

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Banche italiane? Sono le più solide d'Europa

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E’ molto difficile non rimproverare all’agenzia Moody’s una certa superficialità (per essere gentili) che ieri ha favorito vendite speculative sul nostro mercato. E’ inaccettabile che alle 9.20 si dica che il “robusto” sistema bancario italiano rischia comunque un contagio della crisi greca e solo alle 17.20 (praticamente a mercato chiuso) si sottolinei che l’outlook dell’Italia è stabile e non c’è bisogno di revisioni. Viene davvero da pensare che si sia voluto sottoporre Piazza Affari a un attacco feroce dei mercati.

Francamente in queste condizioni sembra difficile non dare ragione ai governi europei quando dicono che le agenzie di rating hanno perso credibilità. Probabilmente però è bene tornare ai fondamentali per analizzare una situazione che comunque ha le sue incertezze parzialmente anche per l’Italia.

In Italia il debito pubblico è di 1,4 trilioni di euro di cui quasi un quinto verso la Francia: si tratta del 115,8% del nostro Pil. Ieri il ministro dell’economia Giulio Tremonti ha detto che serve una “manovrina” da 25 miliardi in due anni per mantenere gli impegni europei e gli obiettivi del governo. La notizia è ambivalente. Il nostro rapporto debito/Pil è salito di ben 9,7 punti percentuali in un anno perché da un lato è cresciuto lo stock di debito dipendente dal fabbisogno di cassa del settore pubblico (in crescita del 5,8%), dall’altro il Pil nominale è sceso del 3 per cento. Al riguardo è interessante osservare che l’acquisto di bond bancari dedicati (i Tremonti bond) ha pesato solamente per lo 0,3 per cento del nostro Pil: meno della metà dell’impatto dovuto all’incremento della liquidità del Tesoro (0,8% del Pil) fatta per motivi precauzionali.

Il peso dell’intervento del governo italiano nel settore bancario ci permette di evidenziare la relativa solidità del sistema creditizio nazionale. Il governo ha investito meno di un punto del Pil nelle proprie banche mentre nel resto d’Europa è stato investito in media il 13% del Prodotto interno lordo: in Gran Bretagna si è investito circa il 29% del Pil per salvare le banche, in Germania l’11% e in Francia il 7 per cento.

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Agenzie di rating? Nuove regole da subito in Europa

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Ha ragione Michel Barnier, commissario europeo ai servizi finanziari, nel dire che bisogna agire subito sulle regole finanziarie europee. Non basta aspettare le riforme americane, serve un’azione autonoma europea che metta sotto controllo anche le agenzie di rating oltre al mercato dei derivati. L’impianto Ue andrà senz’altro coordinato con le norme statunintesi e internazionali, ma il sistema finanziario europeo deve dimostrare la propria autonomia. Non perché Mody’s abbia appena messo sotto osservazione il debito del Portogallo o perché Standard & Poor’s abbia appena tracciato le linee di un “contagio” europeo della crisi greca, ma perché troppo spesso le agenzie di rating hanno sbagliato e perché alcuni dogmi come il rating da tripla A della Gran Bretagna e degli Stati Uniti oggi non sono più accettabili. A Washington si discute infatti da tempo della trasparenza di questi giudici privati dei bilanci di colossi finanziari e di nazioni e fra le proposte in campo c’è quella di sottoporre il loro operato alla vigilanza della Sec, la Consob americana.

Il premio Nobel dell’Economia Paul Krugmann ha ricordato recentemente sulle colonne del New York Times che il 93% delle Mbs (titoli che avevano come sottostante dei mutui cartolarizzati) che avevano ricevuto un bel AAA dalle agenzie di rating nel 2006 oggi sono ridotte a titoli spazzatura.

Il senatore statunitense Carl Levin, che guida una commissione d’inchiesta in merito, ha portato delle mail interne di molti operatori delle agenzie che secondo lui confermano “i peggiori sospetti” sia sui conflitti di interessi con le banche che sulla superficialità di molti rating.

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Banche: Cardia pone all'ordine del giorno la tutela del cliente

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Le accuse mosse dalla Consob alle maggiori banche italiane sono molto gravi, è inutile girarci attorno. Si immagini un cliente qualunque che vada in banca dal proprio consulente finanziario e gli chieda dove investire quei 5.000-10.000 euro che ha risparmiato e che non vuole lasciare immobili sul conto. A quel punto il promoter comincerà a parlare, a studiare il profilo del cliente che conosce già da tempo e gli suggerirà magari una gamma di investimenti. Il cliente penserà a dei suggerimenti fatti nel suo interesse e si alzerà contento, stringerà la mano al suo consulente e se ne andrà convinto di essere stato ascoltato e consigliato. Probabilmente non saprà mai che il consulente sapeva già cosa vendergli, che i prodotti che doveva rigirare ai mercati erano già stati studiati dalla sua banca che stila dei budget precisi e promuove campagne pubblicitarie in base ai propri obiettivi. L’interesse del cliente rischia così di sparire o di annacquarsi negli interessi miliardari di colossi come Unicredit o Intesa Sanpaolo, come Mps o Bnl. Senza considerare i casi più gravi di vendita di prodotti come i titoli di Parmalat o Cirio in cui spesso le banche hanno deliberatamente venduto roba di cui si volevano liberare.

Questo è l’argomento in cui entra la Consob con le sue ultime richieste che impongono alle prime cinque banche d’Italia un ordine del giorno che potrebbe cambiare radicalmente le loro politiche commerciali. Questa volta, ha già specificato l’Autorità di controllo guidata da Lamberto Cardia (in foto), la Consob non si accontenterà di un report o un dossier, ma andrà nelle banche per verificare l’applicazione della Mifid e delle procedure che le banche dovranno attuare. Sicuramente l’intervento viene al termine di quasi tre anni di ispezioni e controlli, di “educazione finanziaria” degli operatori al nuovo panorama che la Mifid impone, tuttavia la coincidenza con il nuovo clima internazionale di questi giorni non può apparire casuale. Proprio in questi giorni Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs ammette di avere contribuito alla crisi dei mutui subprime e subisce con il suo gruppo accuse di frode ai danni dei propri clienti. Pochi giorni fa la stessa Sec ha accusato Goldman Sachs di avere scommesso contro i prodotti che vendeva ai suoi clienti: un doppio gioco che potrebbe essersi verificato in molti casi anche in Italia.

L’approccio amichevole dell’Autorità è tipico del suo ruolo e caratterizza anche i commissari antitrust o per l’energia: adesso la palla passa alle banche. La norma del Tuf (l’articolo 7 in merito agli interventi della Banca d’Italia e della Consob sui soggetti abilitati) che permette a Cardia di imporre un ordine del giorno a Profumo e a Passera è applicata per la seconda volta (si era già presentato il caso di Banca Network e Banca Generali) a un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore. Si inserisce probabilmente in un nuovo corso della finanza nostrana che si sta ridisegnando in base alle norme europee che raccomandano la tutela dei risparmiatori e la trasparenza del ruolo degli intermediatori.

In Italia il patrimonio gestito complessivo ammontava a poco meno di 950 miliardi di euro a fine 2009, tuttavia il dibattito sulla professionalità dei gestori, sulla competitività delle regole del mercato nazionale e sulle performance dei prodotti venduti allo sportello sta vivendo solo con la Mifid una nuova stagione. Casi come quello dei bond argentini o quello dei vari crack Parmalat e Cirio hanno dimostrato che la posizione del risparmiatore rimane molto svantaggiata. La separazione tra banche e gestori che dovrebbe andare nella direzione di una riduzione del potenziale (e spesso concreto) conflitto di interessi fra la banca e il cliente fa un passo avanti anche con il progetto di quotazione di Fideuram che avvia la separazione (si spera) della rete dalla banca e quindi potenzialmente riduce quei conflitti che la stessa Consob ha appena messo in luce. Forse è meglio chiedersi ancora perché il gestore ci dà un consiglio o un altro, ma senz’altro l’intervento della Consob in questo senso è una bella notizia.

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S&P’s: le banche italiane rischiano una crescita al rallentatore

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Gioie e dolori dell’essere italiane. Le banche del Bel Paese si sono mantenute ben capitalizzate nel mezzo della crisi grazie alla scarsa esposizione agli strumenti finanziari globali più sofisticati, ma ora potrebbero pagare il proprio radicamento sul territorio. Nessuna novità, invero, ma gli ultimi report di Standard & Poor’s che valutano le prospettive del credito nazionale in questa seconda parte della crisi rivelano che la crescita del rischio potrebbe colpire come un boomerang in nostri istituti.

Secondo gli analisti guidati da Renato Panichi la nostra economia rimarrà “frenata” nei prossimi anni e questo inevitabilmente si rifletterà sui bilanci delle nostre banche che sono estremamente connesse al nostro sistema di piccole e medie imprese tramite le proprie esposizioni.

In base a quanto calcolato da Standard&Poor’s la qualità degli asset gestiti dalle banche italiane potrebbe tornare sui livelli dei primi anni ’90 e le perdite sui crediti nel comparto bancario potrebbero anche raggiungere il 3,8% dei prestiti alla clientela entro il 2011. In soldoni significherebbe perdite da 59 miliardi di euro sui crediti nel periodo 2009-2011 e quindi una ripresa alla moviola per tutto il comparto.

Sicuramente le situazioni sono diverse da banca a banca e non mancano elementi positivi nel contesto italiano, tanto che in generale il settore bancario dovrebbe rimanere in utile sia nel 2010 che nel 2011: il quadro generale non è, però, brillante.

Il rating complessivo del comparto bancario italiano passa da AA- ad A+ e diversi istituti potrebbero finire in passivo temporaneamente per coprire le perdite sui crediti che potranno emergere.

Fra i grandi gruppi bancari, solo Unicredit e Monte dei Paschi mantengono il proprio rating di lungo periodo (A e A- rispettivamente), però si pongono al di sotto della media del settore. Il downgrade di Intesa Sanpaolo da AA- ad A+ è esemplare sotto questo punto di vista. S&P’s lo giustifica con la forte esposizione di questa “banca di sistema” alla debolezza della ripresa italiana: “il 66% dei debitori di Intesa sono italiani”, evidenzia il report di Renato Panichi. Il Pil italiano, secondo l’agenzia di rating, crescerà dello 0,5% quest’anno e dell’1% l’anno prossimo: in queste condizioni le performance di Intesa e delle sue colleghe non potranno essere brillanti. Una patrimonializzazione adeguata e una liquidità che dimostratasi resistente agli attacchi della crisi potranno forse aiutare la banca guidata da Corrado Passera a mantenersi profittevole, ma non potranno fare molto di più.

Interessanti anche le considerazioni svolte da Standard & Poor’s su Ubi Banca che, pur passando in outlook negativo, ha registrato un deterioramento dei propri asset inferiore alla media delle altre banche italiane. L’Unione delle banche italiane si è mostrata più resistente di altre anche grazie alle sue minori esposizioni al settore del real estate.

Il sistema creditizio dello Stivale si mostra dunque ancora robusto, ma i contraccolpi della crisi sulle aziende esposte con le nostre banche sembrano destinati a farsi sentire ancora per un paio d’anni. Così si moltiplica il rischio di una ripresina che potrebbe lasciare al palo anche le nostre banche.

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