Banche: Cardia pone all'ordine del giorno la tutela del cliente

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Le accuse mosse dalla Consob alle maggiori banche italiane sono molto gravi, è inutile girarci attorno. Si immagini un cliente qualunque che vada in banca dal proprio consulente finanziario e gli chieda dove investire quei 5.000-10.000 euro che ha risparmiato e che non vuole lasciare immobili sul conto. A quel punto il promoter comincerà a parlare, a studiare il profilo del cliente che conosce già da tempo e gli suggerirà magari una gamma di investimenti. Il cliente penserà a dei suggerimenti fatti nel suo interesse e si alzerà contento, stringerà la mano al suo consulente e se ne andrà convinto di essere stato ascoltato e consigliato. Probabilmente non saprà mai che il consulente sapeva già cosa vendergli, che i prodotti che doveva rigirare ai mercati erano già stati studiati dalla sua banca che stila dei budget precisi e promuove campagne pubblicitarie in base ai propri obiettivi. L’interesse del cliente rischia così di sparire o di annacquarsi negli interessi miliardari di colossi come Unicredit o Intesa Sanpaolo, come Mps o Bnl. Senza considerare i casi più gravi di vendita di prodotti come i titoli di Parmalat o Cirio in cui spesso le banche hanno deliberatamente venduto roba di cui si volevano liberare.

Questo è l’argomento in cui entra la Consob con le sue ultime richieste che impongono alle prime cinque banche d’Italia un ordine del giorno che potrebbe cambiare radicalmente le loro politiche commerciali. Questa volta, ha già specificato l’Autorità di controllo guidata da Lamberto Cardia (in foto), la Consob non si accontenterà di un report o un dossier, ma andrà nelle banche per verificare l’applicazione della Mifid e delle procedure che le banche dovranno attuare. Sicuramente l’intervento viene al termine di quasi tre anni di ispezioni e controlli, di “educazione finanziaria” degli operatori al nuovo panorama che la Mifid impone, tuttavia la coincidenza con il nuovo clima internazionale di questi giorni non può apparire casuale. Proprio in questi giorni Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs ammette di avere contribuito alla crisi dei mutui subprime e subisce con il suo gruppo accuse di frode ai danni dei propri clienti. Pochi giorni fa la stessa Sec ha accusato Goldman Sachs di avere scommesso contro i prodotti che vendeva ai suoi clienti: un doppio gioco che potrebbe essersi verificato in molti casi anche in Italia.

L’approccio amichevole dell’Autorità è tipico del suo ruolo e caratterizza anche i commissari antitrust o per l’energia: adesso la palla passa alle banche. La norma del Tuf (l’articolo 7 in merito agli interventi della Banca d’Italia e della Consob sui soggetti abilitati) che permette a Cardia di imporre un ordine del giorno a Profumo e a Passera è applicata per la seconda volta (si era già presentato il caso di Banca Network e Banca Generali) a un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore. Si inserisce probabilmente in un nuovo corso della finanza nostrana che si sta ridisegnando in base alle norme europee che raccomandano la tutela dei risparmiatori e la trasparenza del ruolo degli intermediatori.

In Italia il patrimonio gestito complessivo ammontava a poco meno di 950 miliardi di euro a fine 2009, tuttavia il dibattito sulla professionalità dei gestori, sulla competitività delle regole del mercato nazionale e sulle performance dei prodotti venduti allo sportello sta vivendo solo con la Mifid una nuova stagione. Casi come quello dei bond argentini o quello dei vari crack Parmalat e Cirio hanno dimostrato che la posizione del risparmiatore rimane molto svantaggiata. La separazione tra banche e gestori che dovrebbe andare nella direzione di una riduzione del potenziale (e spesso concreto) conflitto di interessi fra la banca e il cliente fa un passo avanti anche con il progetto di quotazione di Fideuram che avvia la separazione (si spera) della rete dalla banca e quindi potenzialmente riduce quei conflitti che la stessa Consob ha appena messo in luce. Forse è meglio chiedersi ancora perché il gestore ci dà un consiglio o un altro, ma senz’altro l’intervento della Consob in questo senso è una bella notizia.

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S&P’s: le banche italiane rischiano una crescita al rallentatore

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Gioie e dolori dell’essere italiane. Le banche del Bel Paese si sono mantenute ben capitalizzate nel mezzo della crisi grazie alla scarsa esposizione agli strumenti finanziari globali più sofisticati, ma ora potrebbero pagare il proprio radicamento sul territorio. Nessuna novità, invero, ma gli ultimi report di Standard & Poor’s che valutano le prospettive del credito nazionale in questa seconda parte della crisi rivelano che la crescita del rischio potrebbe colpire come un boomerang in nostri istituti.

Secondo gli analisti guidati da Renato Panichi la nostra economia rimarrà “frenata” nei prossimi anni e questo inevitabilmente si rifletterà sui bilanci delle nostre banche che sono estremamente connesse al nostro sistema di piccole e medie imprese tramite le proprie esposizioni.

In base a quanto calcolato da Standard&Poor’s la qualità degli asset gestiti dalle banche italiane potrebbe tornare sui livelli dei primi anni ’90 e le perdite sui crediti nel comparto bancario potrebbero anche raggiungere il 3,8% dei prestiti alla clientela entro il 2011. In soldoni significherebbe perdite da 59 miliardi di euro sui crediti nel periodo 2009-2011 e quindi una ripresa alla moviola per tutto il comparto.

Sicuramente le situazioni sono diverse da banca a banca e non mancano elementi positivi nel contesto italiano, tanto che in generale il settore bancario dovrebbe rimanere in utile sia nel 2010 che nel 2011: il quadro generale non è, però, brillante.

Il rating complessivo del comparto bancario italiano passa da AA- ad A+ e diversi istituti potrebbero finire in passivo temporaneamente per coprire le perdite sui crediti che potranno emergere.

Fra i grandi gruppi bancari, solo Unicredit e Monte dei Paschi mantengono il proprio rating di lungo periodo (A e A- rispettivamente), però si pongono al di sotto della media del settore. Il downgrade di Intesa Sanpaolo da AA- ad A+ è esemplare sotto questo punto di vista. S&P’s lo giustifica con la forte esposizione di questa “banca di sistema” alla debolezza della ripresa italiana: “il 66% dei debitori di Intesa sono italiani”, evidenzia il report di Renato Panichi. Il Pil italiano, secondo l’agenzia di rating, crescerà dello 0,5% quest’anno e dell’1% l’anno prossimo: in queste condizioni le performance di Intesa e delle sue colleghe non potranno essere brillanti. Una patrimonializzazione adeguata e una liquidità che dimostratasi resistente agli attacchi della crisi potranno forse aiutare la banca guidata da Corrado Passera a mantenersi profittevole, ma non potranno fare molto di più.

Interessanti anche le considerazioni svolte da Standard & Poor’s su Ubi Banca che, pur passando in outlook negativo, ha registrato un deterioramento dei propri asset inferiore alla media delle altre banche italiane. L’Unione delle banche italiane si è mostrata più resistente di altre anche grazie alle sue minori esposizioni al settore del real estate.

Il sistema creditizio dello Stivale si mostra dunque ancora robusto, ma i contraccolpi della crisi sulle aziende esposte con le nostre banche sembrano destinati a farsi sentire ancora per un paio d’anni. Così si moltiplica il rischio di una ripresina che potrebbe lasciare al palo anche le nostre banche.

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Unicredit: manovre su Seb, nonostante le pressioni della Lega sulla territorialità

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Chissà se a Roma si stanno già organizzando, sicuramente a Piazza Cordusio ci pensano. In questi mesi la discussione sulle regole ha messo a rischio non poco le banche italiane. Mario Draghi, in occasione del recente incontro dell’Eurogruppo e dell’Ecofin di Madrid, ha sottolineato che i pericoli delle nuove regole bancarie per il sistema creditizio italiano sono notevoli e bisogna conciliarle con l’esigenza della ripresa. Il timore in Italia è, infatti, vivo perché il Fondo Monetario Internazionale sembra ora orientato a una tassa che vada a una sorta di fondo anticrisi per le banche e a un’altra imposta che invece sia di matrice reddituale e penalizzi profitti, dividendi e bonus anche suggerendo un ritorno delle banche a una corretta patrimonializzazione.

Le banche italiane, che si sono dimostrate tra le più virtuose del mondo e hanno fatto appena marginalmente ricorso ad aiuti pubblici, corrono quindi il rischio di pagare una sorta di “multa immeritata”: colossi come Unicredit e Intesa Sanpaolo potrebbero risentirne notevolmente. A questo andrebbe aggiunto che il nostro sistema fiscale impone che gli accantonamenti sulle svalutazioni sui crediti siano esentasse per gli istituti di credito fino a una certa soglia. In parole povere, oltre un certo livello di svalutazioni correlate ai fallimenti delle imprese, le nostre banche rischiano di pagare tasse salate a Roma che le colleghe europee non hanno e questo proprio a causa dei prestiti che hanno concesso alle imprese. Bisogna stare attenti insomma.

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Banche Usa: il mercato chiede maggiore affidabilità

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Una primavera piena di incertezze quella del 2010 per i giganti della finanza globale. Si è arrivati al punto di vedere Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs, mancare alla presentazione di una buona trimestrale del gruppo probabilmente per evitare le scomode domande dei giornalisti sulle nuove indagini della Sec. Un inquietante articolo odierno di Bloomberg lancia, però, un salvagente al mondo delle banche di Wall Street ancora tanto odiate sulle due sponde dell’Atlantico. Il salvagente porta la scritta latina del caveat emptor dietro la quale si nasconde forse l’intera linea difensiva delle big bank chiamate in causa in questi mesi: coloro che compravano sapevano quel che facevano.

Il principio è quello in base al quale se uno perde una scommessa non può ricorrere al giudice. In un certo senso l’idea è quella di ribaltare il browniano “moral hazard” delle grandi banche d’affari sul pubblico dei clienti che di loro, in qualche maniera si è fidato. I confini a questo punto scivolano facilmente nella nebbia e l’appello al caso per caso diventa forse d’obbligo. Io compro una cosa rischiosa da una banca e la banca si assicura contro il fallimento di questa cosa; la sua assicurazione (cds o total return swap o altri strumenti di questo tipo) cresce di valore se la cosa si svaluta: come decido se la banca si sta proteggendo o se sta scommettendo contro di me?

L’idea che però questo treno guidato dai big della finanza strutturata e dei prodotti over the counter vada sempre e solo in una direzione è tanto potente da essere arrivata persino a Washington (almeno apparentemente) e molti ipotizzano che dietro le accuse della Sec possano celarsi i piani della Casa Bianca per un ritorno bucolico alla Main Street, la strada “sana” della industrie di Detroit e Chicago che in fondo è un altro mito dell’”industria vera” in quest’epoca di delocalizzazione produttiva (leggasi la Pastorale Americana di Philip Roth per esempio).

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Il caso Goldman Sachs fa tremare di nuovo Wall Street

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Il duro attacco della Sec a Goldman Sachs ha generato un vero e proprio terremoto. D’altra parte un’accusa di truffa da parte della Consob statunitense a uno dei maggiori centri del potere economico e finanziario globale non poteva che ripercuotersi su tutti i mercati. Le accuse sono gravissime e riguardano argomenti centrali per la crisi che negli ultimi anni ha messo in ginocchio l’economia mondiale.

In particolare Goldman Sachs, in combutta con il fondo Paulson & Co, avrebbe da un lato creato degli strumenti finanziari collegati ai mutui subprime che avrebbe poi rivenduto ai suoi clienti; dall’altro avrebbe permesso che il fondo di John Paulson puntasse al ribasso contro quegli stessi strumenti, facendo in pratica il doppio gioco. Il danno sarebbe di circa un miliardo di euro, ma Goldman Sachs ha annunciato di volere difendere strenuamente la propria posizione e la propria immagine, ricordando di aver perduto circa 90 milioni di dollari nell’operazione.

Sembra troppo poco per l’agguerrita Sec di Mary Schapiro e di Robert Khuzami. Secondo molti si sarebbe scatenato uno scontro che indicherebbe una ulteriore fase della lotta del presidente Barack Obama agli eccessi di Wall Street. In quest’ottica l’avvio delle inchieste sulla banca guidata da Lloyd Blankfein potrebbe portare a un giro di vite che coinvolgerebbe molti altri colossi della finanza globale.

Il caso di Goldman Sachs, che in molti accusano di aver creato prodotti di finanza strutturata ai danni dei propri clienti e di avere agito troppo spesso nella direzione opposta di quella consigliata al pubblico, è un attacco simbolico di grande importanza. Il premier britannico Gordon Brown, all’indomani delle accuse della Sec, ha condannato duramente la “bancarotta morale” di Goldman Sachs e annunciato una inchiesta speciale sul comportamento della banca Usa e del suo ex dirigente di Londra Fabrice Tourre. Dure accuse da parte della Germania che si prepara ad avviare azioni legali confermano la creazione di un fronte europeo sul caso di Goldman Sachs.

Persino l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton ha ammesso di avere sbagliato a non regolamentare il mercato dei derivati, a seguire i consigli di Robert Rubin e Larry Summers. Insomma un vero e proprio ciclone rischia di abbattersi su Wall Street e gli effetti rimbalzano già sui mercati europei e asiatici che temono sempre di più un altro tsunami finanziario alla Lehman Brothers, ma si rendono conto sempre di più che urge un cambiamento.

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Banco Popolare: ritorno all’utile, ma la patrimonializzazione appare ancora debole

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Ritorno all’utile per il Banco Popolare. Nonostante le enormi difficoltà con cui si è confrontato e si confronta il gruppo guidato Pier Francesco Saviotti sembra riuscire a ottenere risultati importanti al termine di un anno decisamente difficile. Molte sfide rimangono all’orizzonte ma il raggiungimento di un utile di 267 milioni di euro contro perdite da 333 milioni registrate nel 2008 è un bel segnale. Gli azionisti vengono premiati con una cedola di 8 centesimi dal forte valore simbolico.

Le masse in un anno sono cresciute notevolmente e questo è un segnale importante del core business del gruppo che merita il giusto rilievo. Gli impieghi lordi del gruppo in un anno sono cresciuti del 6,1% in media a 99,5 miliardi di euro, la raccolta diretta è cresciuta del 5% circa a 105,2 miliardi e quella indiretta del 2,8% a 77,2 miliardi.

Sono da registrare il turnaround della Banca Popolare di Lodi che segna un utile netto a 31 milioni di euro e la forte concentrazione su Italease sulla quale proseguono le trattative per la riduzione del portafoglio “non performing”, ossia per la soluzione dei problemi concentrati nella bad bank.

Non mancano però gli impatti diretti della crisi anche nel bilancio del Banco Popolare che ha registrato una flessione del margine di interesse del 12,8% a 1,99 miliardi di euro e del margine finanziario del 7,6% a 2 miliardi. In calo del 5,8% i proventi operativi mentre gli oneri operativi crescono del 2,7 per cento con un picco delle spese amministrative (al netto del personale) che crescono dell’11% a 746 milioni. La gestione operativa scende complessivamente del 19,7% a quota 1,23 miliardi di euro e bisognerà fare qualcosa, anche se diverse componenti straordinarie influenzano i risultati del gruppo e i bassi tassi d’interesse comprimono il margine finanziario.

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Generali: sulla presidenza vorrà dire la sua anche BlackRock?

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La presidenza di Assicurazioni Generali è sicuramente una delle cariche più importanti d’Italia e d’Europa. Una presidenza per Geronzi o per Perissinotto potrebbe cambiare infatti molte cose negli equilibri del potere finanziario nazionale e internazionale. Il Leone di Trieste è una compagnia assicurativa che macina denaro da un secolo e mezzo, che produce utili da 1,3 miliardi di euro e ha un giro d’affari da oltre 90,6 miliardi.

Generali ha anche il più grande patrimonio immobiliare d’Italia dopo quello dello Stato e rappresenta una vera e propria cassaforte dei risparmi italiani. Alla Repubblica è molto concretamente legata dal suo portafoglio di titoli di Stato, ma anche dalla partecipazione di peso (il 4,46%) della Banca d’Italia.

Si tratta ovviamente solo dei primi esempi che vengono in mente, perché la terza compagnia assicurativa d’Europa e la quinta del mondo, pur essendo una compagnia assicurativa privata, ha per la sua natura e per le sue dimensioni, un ruolo sistemico fondamentale in Italia e in Europa.

Nelle zone di influenza di Generali si distinguono aree tedesche che provengono a monte da Unicredit (partecipata al 2% da Allianz) che in Germania e in Europa dell’Est è un gruppo di peso. A valle le partecipazioni di Generali in Commerzbank (il Leone di Trieste ha il 5% della tedesca che però ha una quota in Mediobanca) e nell’1% della tedesca Munich Re. I legami con l’Est europeo, la cultura e la storia mitteleuropea di Trieste e della stessa Compagnia Generali rinsaldano rapporti storici non trascurabili con Berlino.

L’anima francese ha forse un peso anche maggiore come dimostra il ruolo chiave di Vincent Bolloré nella partita per la presidenza del Leone e il fatto che la presidenza del gruppo triestina sia del francese Antoine Bernheim, un vecchio amico di Nicolas Sarkozy. In pratica fra azioni dirette di Bolloré e del francese Groupama si arriva a circa il 10% di Mediobanca, la banca italiana che sostanzialmente controlla Generali con una quota del 14,7 per cento. Va sicuramente ricordata, in questo contesto, la cessione di Nuova Tirrena a Groupama. Sono cose che si vedono anche nel bilancio: la raccolta netta vita di Generali in Francia è di 5,8 miliardi, in Germania di 4 miliardi e in Italia di 1,18 miliardi.

D’altra parte il peso degli azionisti stranieri nel salotto buono della finanza italiana è in crescita da tempo. Pochi per esempio hanno evidenziato l’intervento di BlackRock, uno dei più importanti hedge fund del mondo con legami importanti con Merrill Lynch (Bank of America) e Barclays, nel gotha della finanza italiana. Attualmente BlackRock ha il 3,8% circa di Unicredit, il 3% circa di Mediobanca e un altro 3% di Generali (più dei Drago della De Agostini e di Caltagirone): sicuramente dice la sua anche lei.

Se poi si vuole tornare in Italia, è difficile trovare dei grandi gruppi industriali o finanziari che con il tandem Mediobanca-Generali non abbiano rapporti importanti o addirittura imprescindibili. Basti ricordare che le due in pratica controllano Telecom tramite Telco, che in Atlantia Generali ha una partecipazione del 3,3% che le partecipazioni in Rcs di Mediobanca e del Leone in pratica assicurano il controllo del Corrierone a questo blocco finanziario.

Si potrebbero citare ancora i casi di Pirelli, di Gemina, di Impregilo e molti altri ancora. Generali poi si trova nella situazione di essere controllata indirettamente da Unicredit e di essere azionista importante di Intesa Sanpaolo, agisce dunque (per il momento) da cerniera tra le due maggiori banche d’Italia.

Lo stretto legame del gruppo con Mediobanca è parte integrale del ruolo di arbitro che questa ha nella finanza italica, non a caso tra Piazzetta Cuccia, Piazza Cordusio e Piazza Duca degli Abruzzi (ivi la sede triestina del Leone) rimpallano manager come Ligresti, Tronchetti Provera, Caltagirone, Marco Drago e molti altri ancora.

Adesso, fresco di proscioglimento per il caso Eurolat, Cesare Geronzi si presenta per la carica di presidente. L’alternativa ancora solida è quella di un manager più “industriale” e meno “relazionale” alla Perissinotto. Il tavolo di un accordo sembra ancora ampio, anche se probabilmente i giochi sono già fatti e, meglio di un George Duroy dell’Alta Finanza, l’ex numero uno del Banco di Roma che salvò Mediaset dal fallimento potrebbe volare nell’Empireo del potere vero. Con qualche soddisfazione per chi fa della sua italianità un discrimine importante.

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Ubi Banca: l'utile vola ma diverse sfide attendono ancora il management

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Lavori in corso a Piazza Vittorio Veneto. Nella sede bergamasca del gruppo Ubi Banca si lavora alacremente al futuro di una delle prime banche italiane e qualche risultato al mercato lo si regala già. L’utile netto del gruppo ha infatti registrato una vera e propria impennata dai 69 milioni di euro del 2008 ai 270,1 milioni di euro di fine 2009.

Sicuramente diversi elementi congiunturali e, per così dire, sistemici influenzano fortemente questi dati, ma è innegabile che un risultato del genere non può che apparire lusinghiero, anche se le diverse operazioni straordinarie compiute dal gruppo rendono di non immediata lettura l’andamento del core business.

Il conto economico della banca guidata da Victor Massiah rivela diverse cose. Il margine di interesse ha subito, come in tutte le banche, il pesante effetto delle attuali condizioni dei mercati e dei tassi d’interesse particolarmente bassi registrando una flessione da 2,99 a 2,49 miliardi di euro. Crescono invece le commissioni nette che passano da 1,18 a 1,13 miliardi di euro.

Nel calcolo del margine di intermediazione della banca si nota che i dividendi e proventi assimilabili sono scesi da 71 a 10,6 milioni di euro: su questo dato pesa come un macigno il venir meno di 55,1 milioni di euro di cedole usualmente elargite da Intesa Sanpaolo. Nella banca guidata da Corrado Passera il gruppo Ubi Banca vanta una partecipazione dell’1,2% che, secondo indiscrezioni di stampa, potrebbe essere messo in vendita nel medio periodo. È un po’ buffo notare che se la concorrente fosse andata meglio e avesse premiato gli azionisti il risultato sul conto economico di Ubi Banca si sarebbe visto.

Va notato che i proventi operativi del gruppo si avvantaggiano di un buon risultato della finanza (risultato netto di negoziazione, copertura, di cessione/riacquisto di attività/passività finanziarie e delle attività/passività valutate al fair value) che nel 2008 era negativo per 242,3 milioni di euro a fine 2009 è positivo per 126,8 milioni di euro.

Come dire che il recupero dei listini azionari si vede, sebbene questi risultati finanziari di Ubi si avvantaggino di 60,5 milioni lordi di plusvalenza ottenuta con l’ops sulle preferred shares e sui titoli lower tier II dello scorso anno. Altre plusvalenze da 37,4 milioni di euro sono derivano dalla cessione del portafoglio attività finanziarie detenute fino a scadenza ritenuto non più strategico. Al riguardo fa bene anche il riapprezzamento del titolo Intesa Sanpaolo.

Fa molto bene anche la gestione assicurativa della banca che si avvantaggia dell’alleanza con Fortis-Bnp Paribas: il risultato della gestione assicurativa triplica a 31 milioni di euro, ma dal prossimo anno la cessione del 50%+1 di Ubi Assicurazioni Danni al partner strategico comporterà il deconsolidamento di queste attività e un apporto solo “pro quota” agli utili. Entro quest’anno la banca conta di perfezionare la partnership con RBC-Dexia nelle attività di Banca Depositaria.

Le manovre più attente sono però rivolte al consolidamento patrimoniale dell’istituto. A fine 2009 il gruppo registra un core tier I ratio al 7,43% (7,09% a fine 2008) e i coefficienti patrimoniali potrebbero guadagnare altri 70 punti base in caso di conversione del prestito convertibile emesso nel luglio 2009 e realizzabile a partire dal gennaio 2011. Per migliorare la qualità del proprio patrimonio il gruppo ha anche lanciato un’ops sugli strumenti ibridi e lower tier II in circolazione.

D’altra parte una adeguata patrimonializzazione e un corretto bilanciamento tra fonti di raccolta e impiego appare necessaria in questo momento. Non solo crescono gli impieghi dell’1,7% a 98 miliardi di euro, ma si attendono criteri di patrimonializzazione più rigidi da Basilea. Senza considerare che la crisi dell’economia reale si sente come si vede dalla crescita delle rettifiche nette di valore per deterioramento dei crediti che passano da 566,2 milioni a 865,2 milioni di euro con un costo del credito che passa dallo 0,59 allo 0,88 per cento. Da sola Burani con la svalutazione di 56,5 milioni di euro che ha comportato alza il costo del credito dallo 0,83 allo 0,88 per cento.

Il peggio in Borsa sembra passato, ma moltissimi prestiti alle imprese sono ancora a rischio e nel frattempo Ubi Banca preferisce attrezzarsi patrimonialmente per ogni evenienza. La ripresa nel 2010 appare ancora al gruppo molto lenta, ma una certa azione di contenimento dei costi già avviata in passato e destinata a continuare dovrebbe permettere di sfruttare al meglio quello che la congiuntura offrirà. Su questo una forte concentrazione sul contatto con i clienti è già in atto come dimostra il progetto Ascolto che prevede 150 mila interviste in un anno per tastare il polso della base clienti e altre iniziative di potenziamento dell’acquisizione clienti.

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I Cds ripropongono la negletta questione delle regole

pubblicato da riva

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Il sistema delle nuove regole della finanza globale, quelle che dovranno proteggerci in futuro da crisi come questa, sembra ormai ridotto a una querelle sul sesso degli angeli o peggio a un incontro del G8 o del G20.

Sarà che nella politica fra stati la sovranità nazionale vince sempre sulle esigenze comuni, sarà che la questione sul debito delle banche o sul mercato dei derivati è molto tecnica, ma il dibattito sembra anche oggi stantio.

Il sospetto che il recupero dei listini abbia allentato la pressione sulle regole è vivacissimo. D’altra parte il glossario della finanza globale è ormai un’enciclopedia sconfinata di contratti spesso non sottoposti a nessuna regola nazionale o globale. I Cds contro cui ora Mario Draghi tuona, in qualità di numero uno del Financial Stability Forum, sono diventati uno strumento imprescindibile per la valutazione dei titoli delle banche e del debito delle nazioni, eppure sono sostanzialmente poco regolati, poco trasparenti e per giunta poco liquidi. In fondo è come se quattro persone giocassero a carte e al posto dei semi avessero il destino di nazioni o grandi industrie.

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Prospettive grafiche per Mediobanca e Generali

pubblicato da AleOne

Da tempo Mediobanca è al centro di indiscrezioni sul riassetto manageriale proprio e della principale controllata Generali (Mediobanca ne possiede circa il 14,7%). In attesa che la situazione maturi può valere la pena di investigare il contesto grafico all’interno del quale si muovono i due titoli. Per entrambi sono stati raggiunti infatti livelli tecnici significativi.

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