giovedì 20 novembre 2008

Zaleski: un salvataggio difficile e necessario

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L’affaire Zaleski è stato probabilmente uno dei problemi maggiori del sistema finanziario italiano in questo difficile periodo di crollo delle borse. Il passato è d’obbligo perché sembra che ormai Unicredit abbia costruito l’impalcatura dell’operazione destinata a salvare il finanziere franco-polacco.

Il suo fallimento genererebbe d’altra parte un terremoto che il sistema del credito italiano non può permettersi. L’operazione sembra ormai delineata. Anche se ieri Profumo ha detto solo che i suoi colleghi “ci stanno lavorando” e fino a oggi la banca non rilascia ulteriori dichiarazioni, a breve probabilmente il mercato sarà informato degli sviluppi concreti della vicenda: troppi i dettagli ormai diffusi e comunque non smentiti dalla banca milanese.

Il primo passo sarà quello di allontanare i predatori stranieri ossia Bnp Paribas e Royal Bank of Scotland che volevano accelerare sulla richiesta dei loro crediti da 1,6-1,7 miliardi di euro. Il gruppo dei cinque big del credito italiano (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi e Bpm) che vantano insieme oltre 4 miliardi di euro di crediti nei confronti di Zaleski e della sua Carlo Tassara ha infatti deciso di tenere fuori dalla partita gli stranieri.

È necessario, anche perché il finanziere ha partecipazioni e cariche presso tutte queste stesse banche che lo stanno salvando o in importanti banche e società a loro collegate. Il 5% di Intesa Sanpaolo, il 2% di Generali, il 2% di Mediobanca, il 2% di Ubi Banca, il 10% di Edison, il 2,5% di A2A e le altre partecipazioni in Mps, Bpm, Cattolica e Mittel non possono “ballare”.

Per questo Zaleski va salvato. Fra un po’ arriveranno miliardi di prestiti dallo Stato: non possono finire in gruppi dalla dubbia governance. Fra tutti Intesa Sanpaolo (1,7 miliardi di crediti nei confronti di colui che ne controlla il 5% del capitale sociale) è quella che soprattutto deve salvare il proprio azionista a tutti i costi.

Non è tanto l’amicizia di Zaleski con il presidente di Intesa Giovanni Bazoli, quanto la necessità di salvare l’equilibrio. Il costo sarà un innalzamento delle esposizioni (non previsto per le altre banche che anzi in certi casi ricompreranno le quote tramite le fondazioni) e soprattutto una brutta figura. Necessaria però.

giovedì 17 aprile 2008

Algebris, la spina nella zampa del Leone

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Alla fine Algebris, con l’aiuto della Consob, è riuscito a mettere a segno un punto importante nella sua aperta sfida al top management del colosso assicurativo Generali. I Benetton, azionisti con il 4,75% del capitale di Mediobanca, avevano presentato una lista di candidati sindaci alternativa, fra le altre, a quella presentata dallo stesso Algebris. L’hedge fund fondato da Eric Halet e dall’italiano Davide Serra ha però contestato il conflitto d’interessi dei Benetton: in quanto soci di Mediobanca e membri del suo patto di sindacato non possono essere considerati azionisti di minoranza del gruppo Generali né far parte della lista dei soci di minoranza che ha diritto a un membro del collegio sindacale.

Un certo peso nel ritiro della lista di minoranza per i sindaci proposta da Benetton lo ha avuto anche il fatto che fra i candidati spuntava Giuseppe Pirola fratello minore di un socio di Price Waterhouse Coopers, la società di revisione di Generali. Insomma si sarebbe potuto sospettare un ulteriore conflitto di interesse.

Adesso, se Algebris dovesse riuscire a ottenere un sindaco, potrà iniziare anche a contare qualcosa, sebbene poco, nell’amministrazione della compagnia. I sindaci infatti, oltre ad avere una visione accurata dell’andamento della società hanno anche il diritto di convocare il consiglio d’amministrazione e il comitato esecutivo. I rappresentanti di Algebris potrebbero, insomma, rimproverare Antoine Bernheim (presidente esecutivo), Giovanni Perissinotto (amministratore delegato) e Sergio Balbinot (ad anche lui) di essere troppi e troppo pagati rispetto alla media europea.

Algebris, che controlla appena l’1% del capitale di Generali, ha infatti ripetuto ieri le sue critiche alla governance della compagnia e più volte accusato direttamente e indirettamente proprio i tre manager succitati citando anche dei consigli di cambiamento della governance proposti da Merril Lynch e Goldman Sachs in due report dello scorso ottobre.

Secondo Algebris Generali potrebbe arrivare a valere entro 2 anni 40-44 euro se solo seguisse i suoi consigli.

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martedì 20 novembre 2007

Manovre Generali: chi difende l'onore di Bernheim

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In difesa dell’onore di Antoine Bernheim, presidente di Generali sulla graticola a causa delle critiche al suo operato da qualche mese, sono scesi in campo il Financial Times e lo stesso Stato francese. La Patria gli ha regalato la Legion d’onore alla presenza di René Caron, numero uno del Credit Agricole, e di Jean-Marie Messier, ex guida del gruppo Vivendi.

Il quotidiano britannico ha giudicato invece discutibili gli attacchi sferrati da Algebris alla struttura della corporate governance (passando per critiche all’età e alla remunerazione di Bernheim) e all’influenza di Mediobanca sulle scelte del gruppo. Questi gli argomenti del giornalista Paul Betts. Le prospettive di Bernheim nel gruppo sembrano comunque limitate perché già lui stesso ha dichiarato di non volere rinnovare il proprio mandato dopo la sua naturale scadenza, quindi la richiesta di cambiamenti entro i prossimi tre anni è sostanzialmente inutile perché già prevista. Quanto al ruolo di Mediobanca, maggiore azionista di Generali con una quota del 15,1 per cento, è possibile che una banca con un azionariato e un management tanto divisi sul futuro della banca d’affari debba essere tanto vincolata dalla gestione di un colosso come Generali? Fra l’altro lo sviluppo di quest’ultima deriva in gran parte dalle sue imprese estere e dalla sua capacità di crescere fino a combattere alla pari con i colossi europei Allianz e Axa. In quest’ottica Betts si chiede che senso abbia vincolarsi tanto a Generali.

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martedì 30 ottobre 2007

Generali: il vecchio Leone perde il pelo, ma non il vizio

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Ci è stato segnalato questo articolo su Generali che riporta delle valutazioni interessanti. Lo linkiamo con piacere, visto anche che le vicissitudini del Leone di Trieste, fra critiche e reazioni, fra strategie politiche e strategie finanziarie, è sicuramente un ever green che ha avuto nuovo lustro con i recenti attacchi del fondo Algebris.

mercoledì 11 luglio 2007

Il trampolino per l'Est di Generali

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“Con la Ceska Pojistovna riconquistiamo la leadership nell’Europa dell’Est”. Con queste parole Sergio Balbinot, amministratore delegato di Generali, ha presentato al mercato il nuovo accordo miliardario con il gruppo ceco Ppf. Si tratta della creazione di una joint venture di cui la compagnia triestina deterrà una quota del 51 per cento.

La struttura dell’operazione prevede il conferimento delle attività di Generali nell’Est europeo alla nuova società: si tratta di asset valutati 1,5 miliardi di euro a cui il Leone aggiungerà altri 1,1 miliardi di euro per raggiungere una quota di maggioranza. Gli asset conferiti da Ppf sarebbero invece valutati 3,6 miliardi di euro. Il nuovo deal fra Balbinot e Petr Kellner, patron di Ppf, regala una posizione di grande vantaggio alla compagnia triestina nei mercati emergenti. Ciò su cui mette l’accento Balbinot oggi in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera è però l’importanza che questa posizione competitiva acquisita nell’Est ha per un eventuale corsa del Leone verso altri mercati emergenti come la Russia e la Turchia. I piani di Generali sono comunque globali ed entro l’autunno dovrebbe essere emessa la prima polizza in India. Il management rivendica il suo forte attivismo che ha reso Generali sempre più attiva sui mercati internazionali negli ultimi tempi.

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martedì 22 maggio 2007

Tutti in fila per Generali

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Brutta giornata per Generali in borsa. Non solo il titolo del Leone di Trieste è stato sospeso per eccesso di ribasso (perdeva più del 9%), ma in queste ore le vendite lo portano di quasi un punto e mezzo percentuale sotto l’apertura. La sospensione al ribasso potrebbe essere stata dettata da un errore tecnico nell’operato di qualche trader, ma bisogna dire anche che i volumi elevati di oggi costituiscono un motivo di dubbio sulla contemporanea presenza di ben altre manovre. Di certo non si tratta di manovre russe, visto che il rumor che riguardava l’acquisto di una quota fino al 40% della banca russa Igosstrakh è stato smentito dalla compagnia presieduta da Antoine Bernheim.

Più probabile che le parole di Giovanni Bazoli sull’autonomia di Mediobanca (e quindi di Generali che ha il suo maggiore azionista proprio in piazzetta Cuccia) abbiano un po’ disorientato chi puntava sulla coppiata Unicredit-Generali battezzata da Cesare Geronzi. Una tensione uscita allo scoperto con le parole dello stesso Bazoli, che, in quanto presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, ha sottolineato in un’intervista rilasciata al direttore del Sole 24 Ore Ferruccio de Bortoli, la necessità di mantenere indipendenti sia Mediobanca che la stessa Generali.

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lunedì 30 aprile 2007

Tutti quelli che hanno pagato l'italianità di Telecom

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“Il dottor Padoa-Schioppa mi ha telefonato come ha fatto con tutte le società interessate alla vicenda Telecom per sapere qual era la nostra posizione. Non ci sono state pressioni per un nostro intervento”. Bernheim ha tirato il sasso nello stagno e ritirato la mano, oppure i giornalisti hanno forzato le sue parole. Di certo ormai la questione è irrilevante, anche se forse non è solo un caso che proprio Generali, di cui Antoine Bernheim è presidente, è anche la società che sta appoggiando di più il cambio di proprietà di Telecom Italia con una cifra di 1,37 miliardi di euro a fronte di impegni minori della propria controllante Mediobanca e di Intesa Sanpaolo.

Proprio queste due banche sulla carta tirano fuori ciascuna 522 milioni per pagare a 2,82 euro per ogni azione Telecom e salvarne l’italianità. Ciò dimostra che i due contrastanti big della finanza nazionale Geronzi, vicepresidente di Mediobanca (e presidente di Capitalia suo maggiore azionista), e Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo, possano e sappiano andare d’accordo. Il sistema ha reagito insomma, e ha espulso Tronchetti perché, sono parole sue, “non organico”.

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mercoledì 07 febbraio 2007

Capitalia olandese? Ecco la risposta di Bolloré e Botin (ma soprattutto di Geronzi)

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Gli unici che non hanno parlato sono gli olandesi di Abn Amro e il silenzio si addice all’azione. Capitalia stamane, dopo un inizio così così a Piazza Affari ritorna in territorio positivo e guadagna qualche decimo di punto percentuale dopo i ritracciamenti di ieri verso quota 7,14 euro. Mediobanca d’altra parte corre e guadagna oltre un punto percentuale a piazza Affari. Il trait d’union fra questo silenzio e i due movimenti di borsa sta tutto, oltre che negli intrecci azionari, nelle parole di ieri di Vincent Bolloré. Ieri il finanziere francese, che ha in portafoglio il 5% di Mediobanca e rappresenta il lato parigino di piazzetta Cuccia, stava tra sorrisi e strette di mano tenendo a battesimo la sua nuova creatura, l’inserto quotidiano gratuito Matin Plus a cui ha lavorato insieme a Le Monde, e fra le risposte qualcuna sull’Italia non ha temuto di darla.

Rivendicando un ruolo di primo piano nella recente crisi che attraversa l’asse che da Capitalia arriva a Generali attraverso Mediobanca ha dichiarato: “Dopo la fusione Intesa-Sanpaolo, Botin [numero uno del Santander Ndr.] voleva andarsene dall’Italia io l’ho convinto a restare”. Ma le parole di Bolloré - il cui gruppo fra trasporti, media ed energia ha un giro d’affari che sfiora i 6 miliardi di euro - sono andate ben oltre questa dichiarazione. “Capitalia deve restare indipendente e italiana per mantenere gli equilibri necessari all’indipendenza di Mediobanca”, ha dichiarato il vecchio amico di Geronzi, Botin e Bernheim e il panorama si è chiarito definitivamente. Se si aggiunge che oggi indiscrezioni sul Sole 24 ore parlano di strumenti finanziari e partecipazioni in tasca a Vincent Bolloré che potenzialmente arrivano al 10% di Capitalia, si capisce che Mediobanca non gradisce l’incursione di Abn Amro nella banca capitolina.

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martedì 06 febbraio 2007

Santander fra quegli anti-Bazoli di Geronzi e Profumo

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Per diversi secoli in Italia regnucoli e principati si sono combattuti per il dominio di questo o quel fazzoletto di terra a suon di invocazioni d’aiuto allo straniero. Inevitabilmente l’aiuto interessato finiva per diventare un’oppressione non minore di quella temuta dal proprio vicino. Solo di rado un delicato equilibrio fra gli interessi delle parti contrapposte riusciva a lasciare un po’ di libertà a questo o quel principato. Si tratta di una storia secolare a cui sembra ispirarsi da tempo Cesare Geronzi, il presidente di Capitalia e vicepresidente di Mediobanca, che si trova al centro di una delle più grosse bufere della finanza italiana degli ultimi tempi.

Capitalia è da tempo una delle protagoniste più gettonate del gossip finanziario che le ha in diverse occasioni attribuito dei flirt con Intesa, Unicredit, Monte dei Paschi e soprattutto con l’azionista olandese Abn Amro. Una direzione quella di Amsterdam che a Geronzi non piace: meglio la Madrid e il Santander di Emilio Botin se si deve finire in mani straniere.

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lunedì 05 febbraio 2007

Colpa di quell'Intesa se il Leone è sempre più in gabbia

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A essere onesti chi abbia seguito un po’ da vicino la nascita del colosso Intesa Sanpaolo, non può avere dubitato del fatto che il senso dell’operazione era quello di creare un gigante che potesse competere con Unicredit in casa e che fosse impossibile da comprare dopo casi allarmanti (per molti uomini forti della finanza italiana) come Antonveneta e Bnl. In effetti gli analisti avevano avvertito da subito che le sovrapposizione erano tante e che di posti ne sarebbero saltati diversi. Questo senza considerare le cessioni obbligate che hanno dato Cariparma e Friuladria in pasto al Credit Agricole e che ancora sono tutt’altro che finite.

La scorsa settimana si era arrabbiato anche Giovanni Perissinotto. L’ad di Generali, la compagnia assicurativa che tanto ha contribuito a questa fusione, aveva infatti lamentato la durezza dei vincoli posti dall’Antritrust. Come se si trattasse di novità e osservatori di tutte le latitudini politiche e finanziarie non avessero già messo in guardia da un pezzo su quelle rinunce inevitabili per le regole attuali sulla concorrenza…

Ora però rischia di esplodere un’altra bomba a orologeria che tutti sanno essere innescata da tempo, quella dei posti di in esubero.

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