Battesimo difficile in borsa per Intesa Sanpaolo: già il primo giorno delle contrattazioni non era andato bene e il titolo aveva perso qualche decimo di punto percentuale al suo debutto a piazza Affari. Ieri poi c’era stata una piccola rimonta (chiusura a quota 5,86 euro, +0,48%) che però aveva visto fra scambi impetuosi passare di mano l’1,25% del capitale circa. Oggi ritornano le perdite e il titolo va in rosso di oltre l’1,7% a metà seduta portandosi sotto i 5,8 euro per azione.
Dopo l’infornata di nomine ai vertici della superbanca, il mercato tiene gli occhi puntati sugli assetti azionari del nuovo gruppo ed è anche probabile che gran parte dei movimenti del titolo in questi giorni derivino da acquisti e vendite di soci forti e di istituzionali. Il nocciolo duro delle fondazioni, che hanno da poco costituito un patto di stabilità col 20,1% del capitale e cementato l’accordo con la clausola del diritto di prelazione, potrebbe vedere qualche piccola variazione. Ieri aveva avuto un certo seguito l’idea che i grandi soci di intesa Sanpaolo arrotondassero le loro quote con le previste cessioni del Santander, che è intenzionato a defilarsi gradualmente da un tavolo dove non ha più peso. Oggi tuttavia le mire sul pacchetto spagnolo da parte delle fondazioni sono state smentite dalla stessa Cariplo (la fondazione è il secondo maggiore azionista del nuovo gruppo con il 4,68% del capitale che dovrebbe portare al 5,6-5,7% comprando dal Credit Agricole le azioni di Cariparma). “La nostra quota è invariata”, ha detto il presidente della fondazione Cariplo, Giuseppe Guazzetti a chi gli chiedeva del Santander.
Anche la Compagnia di San Paolo, primo azionista di Intesa Sanpaolo, ha dichiarato in passato l’intenzione di arrotondare la sua quota del 7,6% all’8%. Insomma il patto che presto sarà diretto da Franzo Grande Stevens e al quale si affiancherà un secondo patto di sindacato con gli azionisti minori dichiara di volere comprare ma il titolo scende. Si tratterà di una ripicca spagnola? Difficile da dire.
Continua a leggere: Intesa Sanpaolo, battesimo difficile a piazza Affari

Mps alle grandi manovre. Secondo il Sole 24 Ore l’istituto di credito senese ha deciso di concentrare la sua attenzione sul core business e dismettere le partecipazioni non pertinenti.
Si tratta di una riorganizzazione funzionale alla prossima scelta strategica di un partner europeo. Già individuati sette pretendenti dagli advisor Jp Morgan e Mediobanca, a gennaio si terranno le riunioni. Si tratta di Aegon, Fortis, Axa, Cnp, Predica, Talanx e Zurich. Cedere qualche importante partecipazione in questa prospettiva non potrebbe che far comodo.
Perciò, dopo l’uscita di scena da Generali con una vendita a termine del suo 1,58% di capitale (ma tenendo per sé il diritto di voto), Mps vuole rimettere ordine anche nel suo ruolo dentro Finsoe e Hopa.

Quest’oggi Intesa e San Paolo aprono le contrattazioni con un sorriso nonostante il via libera alla fusione dell’Antitrust ieri sera abbia imposto condizioni severe per la nascita della più grande banca italiana. Il problema sta tutto in questo aggettivo: “italiano”. L’unico difetto che si può per ora contestare alla creatura di Giovanni Bazoli è infatti la sua posizione di leadership nel mercato nazionale in diversi settori e territori. Per questo motivo Antonio Catricalà, il garante per la Concorrenza, ha comunicato che per lui la fusione va benissimo, ma bisognerà dire addio ai francesi del Credit Agricole, che dovranno ridurre le loro quote nella Santa Intesa e dovranno anche distribuire prodotti diversi da quelli dei francesi nella loro rete, senza considerare lo scioglimento dei legami nell’asset management (Caam-Nextra) e l’imposto stop a ogni interferenza francese nel board dualistico della Santa Intesa.
In realtà quella dell’Antitrust sembra da questo punto di vista poco più di una ratifica di quanto già ben calcolato da Intesa San Paolo. Confermata quindi la nascita del nuovo branch italiano del Credit Agricole da 645 sportelli derivati da Cariparma, Friuladria e da altri 193 sportelli avanzati alla Santa Intesa. Quest’ultima dovrà mettere sul mercato altri 197 sportelli.
Anche il rapporto con Generali sarà intaccato dalle scelte dell’Authority: le polizze vita prodotte da Intesa Vita ma anche quelle di Generali non potranno essere distribuite attraverso gli sportelli bancari facenti capo al gruppo San Paolo e le polizze prodotte da Eurizon Vita non saranno distribuite attraverso gli sportelli ante-fusione di Banca Intesa. I 1133 sportelli del nuovo colosso bancario non saranno aperti a Generali, ma dovranno distribuire polizze di un altro soggetto. La Santa Intesa avrà Eurizon e Intesa Vita dalla sua parte e Generali dovrà essere un concorrente nonostante le sue partecipazioni nel nuovo gruppo. Insomma Catricalà chiede più concorrenza a un sistema bancassicurativo italiano sempre più consolidato e la strada ora per Generali come per San Paolo non sembra che essere quella di puntare sui mercati esteri dove non si rischia il monopolio.

Ligresti mette un piede in San Paolo. Fonsai, la società controllata dall’imprenditore siciliano, conquista l’1% del capitale di San Paolo Imi. Considerando la sua partecipazione dello 0,73% in Banca Intesa, diventa di fatto uno dei principali soci privati del nuovo soggetto Intesa San Paolo. Facendo i conti sul concambio di 3,115 azioni Intesa contro una di San Paolo Ligresti si ritrova in tasca lo 0,82% del nuovo colosso del credito italiano.
L’operazione di Salvatore Ligresti si gioca sullo stesso tavolo dal quale Mps si è defilata vendendo la sua partecipazione in Generali. Il nocciolo della questione sembra essere sempre là: a Trieste. Ligresti, infatti, si butta con questa mossa sulla cordata Intesa San Paolo contrapposta a Mediobanca, che nei prossimi mesi si giocheranno il dominio di Generali.
Continua a leggere: Ligresti dentro San Paolo verso un futuro incerto

Ancora una giornata da record per Generali eppure il mistero s’infittisce. Un +2,21% che porta il titolo del Leone a quota 35,12 euro, insomma le prese sono forti e gli acquisti più o meno anonimi continuano. Si è anche saputo che la stessa Mediobanca, l’azionista principale di Generali, ha arricchito la propria quota di uno 0,4% del capitale della compagnia triestina comprando già a novembre 525 mila azioni a 31,64 euro cadauna. Oggi Matteo Arpe, nuovo numero uno de facto grazie alla sentenza di un tribunale di Capitalia e quindi amministratore di un 3% abbondante di Generali e titolare di una posizione strategica in una delle battaglie più importanti della finanza italiana.
Un articolo pubblicato su Repubblica riconduce ad una battaglia interna il terremoto che riscalda le azioni del cuore della finanza italiana – come lo ha definito D’Alema – e che gli ha fatto guadagnare più del 6% in una settimana. Al centro ancora una volta il prossimo rinnovo del cda e soprattutto il potere che il Leone di Trieste incarna così bene. Da un lato Mediobanca regina della compagnia da un pezzo; dall’altro Giovanni Bazoli e la sua San Intesa che sgomitano e potrebbero anche essere avvantaggiate da un improbabile aiuto di Unicredit.
Continua a leggere: Generali, prove di un Macbeth all'italiana

Speravano forse in un aumento di capitale gli azionisti di Generali che oggi penalizzano il titolo con qualche perdita. Eppure Antoine Bernheim, numero uno di Generali, in un’intervista uscita oggi sul Sole 24 Ore è stato molto deciso, se non addirittura aggressivo. Generali mira a crescere per vie interne ed esterne e l’aumento di capitale che per ora non è previsto potrebbe riproporsi in caso di occasioni interessanti all’estero. Quanto al caso Nuova Tirrena, la compagnia del gruppo che l’antitrust ha suggerito di vendere in caso di completamento dell’acquisizione di Toro, Bernheim ha ribadito di – come noto – non essere d’accordo.
“Quando l’Antitrust chiede di dismettere Nuova Tirrena - ha dichiarato il presidente del Leone di Trieste - questa rappresenta una decisione assolutamente contraria alla nostra strategia”. Un secco disappunto che Bernheim rinforza spiegando che “non possiamo prendere in considerazione la vendita di Nuova Tirrena. Se dovessimo essere costretti a tanto, dovremmo scambiarla con una società estera e ciò potrebbe non essere facile”. Sullo sfondo lo spauracchio dei gruppi stranieri e dei fondi di private equity: “Quando vedo che Blackstone acquisisce Equity Office Properties, un colosso immobiliare da 36 miliardi, vengo preso da angoscia”. A puntello rimane la ribadita fedeltà alla causa dell’italianità di Generali, che sembra un appoggio al D’Alema pensiero e sembra voler coprire la predominanza sul nostro mercato con l’incapacità di crescere all’estero. Certo il timore che giganti come Axa o gli americani di Aig possano colpire il gigante tristino delle assicurazioni rimane; tuttavia le manovre di arrocco che porteranno Bernheim a ricoprire la seconda sedia di Intesa-San Paolo e che vedono una nutrita schiera di cavalieri bianchi accorrere alla difesa dell’italianità di Generali con acquisti sul titolo, non potranno difendere a lungo il Leone dal mercato, italiano o estero che sia.
“Non possiamo pensare che il cuore finanziario dell’Italia lo prenda qualcun altro”. Dunque Generali deve rimanere italiana? “Penso proprio di sì”.
Massimo D’Alema, vicepremier e ministro degli Esteri, in una bella intervista al Sole 24 Ore in cui espone il suo punto di vista sulle più accese partite della finanza del Belpaese, non ha dubbi: il Leone deve rimanere italiano.
Pericoli di un attacco straniero sul Leone dunque. Altrimenti perché parlare di interessi strategici del Paese? La calda notte nella savana densa di rumors e predatori è però appena cominciata. Sul fortino rimangono le tre banche del patto appena prorogato al prossimo settembre 2007: Unicredit, Mps e Capitalia che controllano circa l’8,4% di Generali. In trincea sono scesi anche la De Agostini, che ha fatto sapere di aver comprato una quota rilevante di oltre il 2% (Cesare Geronzi pensa che si tratti di un corollario della vendita di Toro assicurazioni al Leone), e Giampiero Pesenti, che ha ereditato un pezzettino di quello 0,4% del capitale che era in mano a Consortium e che non ha per ora intenzione di vendere.

Tutti pazzi per Generali. In questi giorni i pettegolezzi sul Leone di Trieste e soprattutto gli acquisti importanti si sono moltiplicati e rendono lampante che qualcosa di grosso e indefinito intorno a big Bernheim si muove. Così mentre Cesare Geronzi, presidente di Capitalia e vicepresidente di Mediobanca, ribadisce che il suo Antoine Bernheim “sta bene dove sta”. Attualmente quindi il presidente di Generali rimane al vertice della compagnia, oltretutto di certo il francese non è sgradito all’asse Intesa-San Paolo che lo ha da poco nominato alla vicepresidenza. Insomma lo scontro fra Mediobanca-Capitalia-Unicredit da un lato e Intesa-San Paolo dall’altro lo fortifica anziché indebolirlo.
Il bello è che qualcuno da questa guerra di posizione per il gigante delle assicurazioni a cui tutte le banche si vorrebbero appaiarsi trae la conclusione che Unicredit e Capitalia si avvicineranno sempre di più, magari fino a fondersi in vista di un’ulteriore matrimonio con Generali. Un’ipotesi niente affatto peregrina e neanche nuova, che però nel fermento dell’era Draghi rimane sempre interessante.
Intanto la corsa alle azioni del Leone appare inarrestabile.

Giornata senza spunti in borsa per Generali che rimane al palo in apertura di seduta. Pure sono molte le partite che si giocano intorno al Leone di Trieste a partire dall’ultimo “suggerimento” dell’Antitrust che sottolinea come Toro e Nuova Tirrena insieme non vadano d’accordo: meglio vendere la compagnia da 751 milioni di euro di raccolta fra ramo danni (soprattutto) e ramo vita, se si vuole salvare la neoconquistata Toro.
Non solo, ma per vendere Nuova Tirrena sarà necessario anche fare attenzione a evitare gruppi collegati ad amici come Fonsai e Mediobanca. L’intreccio azionario e le politiche gestionali che portano Generali e il gruppo dei Ligresti ad avere un 15% di costo in più sulle polizze rispetto alla media di settore (anche Toro ormai “costa” il 10% in più rispetto alla media secondo le rilevazioni dell’Isvap) non sono piaciute all’autorità per la Concorrenza. Insomma Antonio Catricalà, presidente dell’Autorità, un giro di vite l’ha dato ed in un momento per di più molto delicato per Generali.
Continua a leggere: Generali, Nuova Tirrena verso nuovi lidi?

Giornata grigia con perdite dell’1,5% per Generali. A quanto pare il nuovo Consortium non piace poi tanto al mercato, anche se bisogna dire che il solido trend rialzista in cui il titolo Generali è inserito non sembra essere a rischio. Intanto nel calderone della più grande compagnia assicurativa italiana bollono numerose questioni che presto o tardi Antoine Bernheim, la storica guida del leone di Trieste, dovrà impiattare per il mercato.
Innanzitutto bisogna dire che, secondo quanto riferisce un quotidiano finanziario oggi, questa nuova Consortium potrebbe essere dotata anche del 2,7% e potrebbe portarsi sopra la quota di altri azionisti eccellenti come Premafin o Romain Zaleski e a ridosso di quel 3 e 3,7% in mano rispettivamente a Capitalia e a Unicredit. La dotazione della nuova scatola potrebbe infatti superare il mezzo miliardo e intanto il Leone affila gli artigli.
Continua a leggere: Generali, una frugatina nei cassetti di Bernheim