
Toti punta su Gemina, ossia sulla sua controllata Aeroporti di Roma. Morgan Stanley invece punta su un forte ribasso dei titoli di Gemina. Il tutto si articola in un’operazione che vede un pacchetto da 37,93 milioni di azioni (il 10% circa del capitale) di Gemina saltare dal portafoglio di Save, la società che gestisce lo scalo aereo veneziano, a quello di Pierluigi Toti, l’immobiliarista tanto vicino ai salotti buoni della finanza e della politica romana.
L’operazione è complessa, ma merita una spiegazione. Save ha deciso di prestare il 10% di Gemina in modo da congelare fino alla metà del prossimo ottobre una partecipazione che non le sta dando molte soddisfazioni, anzi che finora è stata solo causa di conflitti con l’attuale board di Gemina. I titoli se li è fatti prestare proprio Morgan Stanley e il pacchetto è coperto da un swap che lo copre da eccessive oscillazioni dei prezzi. In questo modo Save ha anche ottenuto un prestito di denaro in pratica più conveniente di quello chiesto a una banca. Ma passiamo a Morgan Stanley.
Il colosso americano come prima cosa ha venduto a Pierluigi Toti la sua quota generando tutte quelle ipotesi sul riassesto in Gemina, la costituzione di un nuovo patto di sindacato (che sarebbe obbligato ad un’opa) e il peso crescente di Capitalia, sponsor di Toti e socio di Gemina col 2%. Fin qui tutto è chiaro, ma un dubbio rimane. A ottobre Morgan Stanley dovrà restituire questi 37,93 milioni di azioni (valore ai corsi attuali intorno ai 126,7 al netto delle opzioni di copertura, delle garanzie e delle commissioni) a Save. L’unica possibilità sembra quella di ricomprarli sul mercato. Dove sta l’affare? L’affare sta nel fatto che se il titolo scende molto il riacquisto di queste azioni si ripaga con i soldi di Toti. Morgan prende oggi da Save a dieci, vende a dieci a Toti, ricompra entro ottobre a 5 (il titolo è sceso molto nel frattempo) e restituisce i titoli a Save. In tutto Morgan ha guadagnato quei cinque di differenza meno le commissioni e le garanzie. La tipica strategia ribassista insomma. Intanto oggi il titolo Save sale del 2,29%. Chi ci guadagnerà a ottobre?

Finita una prima fase di riassestamento che ha portato alla nascita di Intesa San Paolo e a nozze più o meno pronte fra Bpi-Bpvn, Bpu-Banca Lombarda e ad altri progetti ancora, in ballo rimangono i dossier più scottanti: dalle solitarie Bpm e Mps ai casi di Capitalia e Carige, passando per la Popolare dell’Emilia Romagna. Una fila di gatte da pelare che si muovono inascoltate fra gli uffici dell’Abi e della Banca d’Italia di Mario Draghi.
Il più scottante di tutti è però il capitolo Capitalia, la promessa sposa di ignoti che, nonostante gli ottimi risultati è in attesa di un partner che le faccia fare quel salto dimensionale ormai improcrastinabile. Oggi stesso si riunirà il patto di sindacato che dovrà decidere del reintegro di Cesare Geronzi, il dominus dell’istituto capitolino allontanato ex lege dopo la condanna per il crack Italcase-Bagaglino.
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Riceviamo da Cesant e con piacere pubblichiamo
Quale sarà il futuro del sistema creditizio italiano? Chi avesse lasciato l’Italia all’inizio di tangentopoli per tornare il 1° gennaio del 2007, avrebbe trovato il mondo bancario completamente modificato. Le vecchie Casse di Risparmio delle grandi città non esistono più, rimangono solo le relative fondazioni legate tra loro nei patti di grandi istituti (basti prendere la nuova Intesa per trovarci la Cariplo, il San Paolo, la Carisbo, quella di Rovigo, Padova, Venezia, etc.).
Da più parti si sente però affermare che il processo di aggregazione è stato solo parziale e che a breve partirà la fase finale che, contrariamente alle precedenti, vedrà la presenza massiccia di “stranieri”, sempre che una banca con sede in un paese europeo possa essere considerata straniera. Le domande principali sono due come le banche rimaste per ora fuori dal gioco di fusioni che ha ridisegnato il panorama del credito italiano: che fine faranno Capitalia e Monte dei Paschi di Siena? La risposta è complessa, ma più per Capitalia che per Mps.
Mps è infatti la banca di una città fino ad oggi “chiusa” al mondo che è stata interessata da una piccola espansione a Nord verso Mantova e a Sud nel Salento. Per anni il partner è stato la Bnl finita poi ai francesi. Solo in seguito è sbocciata l’ipotesi di un matrimonio con Capitalia (già tramontata?).

Ligresti mette un piede in San Paolo. Fonsai, la società controllata dall’imprenditore siciliano, conquista l’1% del capitale di San Paolo Imi. Considerando la sua partecipazione dello 0,73% in Banca Intesa, diventa di fatto uno dei principali soci privati del nuovo soggetto Intesa San Paolo. Facendo i conti sul concambio di 3,115 azioni Intesa contro una di San Paolo Ligresti si ritrova in tasca lo 0,82% del nuovo colosso del credito italiano.
L’operazione di Salvatore Ligresti si gioca sullo stesso tavolo dal quale Mps si è defilata vendendo la sua partecipazione in Generali. Il nocciolo della questione sembra essere sempre là: a Trieste. Ligresti, infatti, si butta con questa mossa sulla cordata Intesa San Paolo contrapposta a Mediobanca, che nei prossimi mesi si giocheranno il dominio di Generali.
Continua a leggere: Ligresti dentro San Paolo verso un futuro incerto

Monte dei Paschi di Siena è uscita dal capitale di Generali. La decisione è arrivata ieri in serata dall’assemblea ordinaria dell’istituto di credito senese. L’operazione riguarda l’1,58% del capitale del gruppo assicurativo, pari a 663 milioni di euro.
I senesi però hanno deciso di tenersi i diritti di voto per altri tre anni e di cedere solo la proprietà, disfacendosi delle azioni ad un prezzo abbastanza basso: 32,86 euro contro un valore di mercato che alla chiusura di ieri si è attestato sui 33,90 euro. Il pacchetto da 20 milioni di azioni circa è passato ai blocchi e sembra probabile che le azioni vengano messe sul mercato retail in un secondo momento. Un premio di un euro per titolo fa certamente gola ai piccoli azionisti interessati più ad un guadagno sicuro che al diritto di voto. Intanto oggi Generali viaggia sui 34,19 euro, in guadagno dell’1,94%. Il passaggio, avvenuto sul mercato dei blocchi e fuori mercato, ha portato a Mps una plusvalenza da 68 milioni di euro.
Continua a leggere: Generali, Mps esce ma si tiene il diritto di voto

Con una spesa di “poco oltre 40 milioni di euro” la fondazione Crt sarebbe entrata nel capitale di Mediobanca con lo 0,5% del capitale. Lo scrive Il Messaggero, specificando che l’ente torinese sarebbe “pronto a crescere ancora, almeno fino all’1%”.
L’uomo forte dietro l’operazione sarebbe Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredito (Crt è secondo azionista di Unicredito col 4,9%) e consigliere di Mediobanca. Secondo Il Messaggero, poi, hanno pesato gli ottimi rapporti tra il presidente di Mediobanca Gabriele Galateri di Genola e la fondazione torinese: Galateri infatti è consigliere della Cassa di Savigliano, controllata proprio dalla fondazione Crt.
Sullo sfondo i movimenti delle banche di quest’ultimo periodo: l’avvicinamento di Capitalia e Unicredit, i due maggiori azionisti di Mediobanca, che qualche voce vedrebbe orientate ad una possibile fusione, potrebbe rappresentare un asse anti Intesa-San Paolo e interessato alla bancassurance di Generali. L’eventuale nuovo soggetto naturalmente sarebbe appoggiato da Mediobanca, che ne sarebbe sostanzialmente controllata. Tanto più che il patto di piazzetta Cuccia, governato poi sostanzialmente dal primo gruppo (in tutto ci sono tre gruppi) che controlla il 21,7% (oltre Capitalia e Unicredit che insieme arrivano al 18%, ci sono anche Mediolanum e Commerzbank), scadrà il primo luglio 2007. Un merge di capitalia e Unicredit butterebbe nel mucchio un pesante monolito, in grado di attirare nella sua orbita parecchie altre realtà bancarie. Vista in questa luce la mossa di Crt potrebbe significare un posizionamento strategico in vista del prossimo scenario.
Continua a leggere: Crt adottata da Unicredit-Capitalia dentro Mediobanca

Ancora una giornata da record per Generali eppure il mistero s’infittisce. Un +2,21% che porta il titolo del Leone a quota 35,12 euro, insomma le prese sono forti e gli acquisti più o meno anonimi continuano. Si è anche saputo che la stessa Mediobanca, l’azionista principale di Generali, ha arricchito la propria quota di uno 0,4% del capitale della compagnia triestina comprando già a novembre 525 mila azioni a 31,64 euro cadauna. Oggi Matteo Arpe, nuovo numero uno de facto grazie alla sentenza di un tribunale di Capitalia e quindi amministratore di un 3% abbondante di Generali e titolare di una posizione strategica in una delle battaglie più importanti della finanza italiana.
Un articolo pubblicato su Repubblica riconduce ad una battaglia interna il terremoto che riscalda le azioni del cuore della finanza italiana – come lo ha definito D’Alema – e che gli ha fatto guadagnare più del 6% in una settimana. Al centro ancora una volta il prossimo rinnovo del cda e soprattutto il potere che il Leone di Trieste incarna così bene. Da un lato Mediobanca regina della compagnia da un pezzo; dall’altro Giovanni Bazoli e la sua San Intesa che sgomitano e potrebbero anche essere avvantaggiate da un improbabile aiuto di Unicredit.
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Si aprono nuovi scenari per Capitalia, anzi no. A quanto pare la sospensione del presidente Cesare Geronzi e del consigliere Roberto Colaninno dopo le sentenze per il crack Italcase-Bargaglino non smuove più di tanto le acque. Certo qualcuno puntava su nuove strategie degli olandesi di Abn Amro, primo azionista della banca capitolina con il 7,7% circa, ma è una strada densa di pettegolezzi e di contraddizioni e povera di fatti concreti.
Allo stato delle cose, Paolo Savona neo presidente dopo la sospensione di Cesare Geronzi, avrà diverse sfide da affrontare e sembra prontissimo ad affrontarle. “Se le cose vanno come è stato detto, assumerò la reggenza. Il mio primo compito è quello di ricostituire gli organi societari”, ha dichiarato l’agguerrito ex vicepresidente vicario. Gli dà forza senz’altro l’appoggio degli azionisti olandesi che hanno ribadito, dopo aver presentato i buoni risultati e gli ambiziosi progetti di Antonveneta, la loro fiducia nel management e il loro interesse alla crescita di Capitalia di cui rimangono azionisti fedeli e soddisfatti.
“Non abbiamo mai proposto una fusione a Capitalia” ha spiegato Huibert Boumeester, membro del board di Abn Amro, contraddicendo quanto detto dallo stesso Cesare Geronzi qualche tempo fa. Adesso però, secondo diversi analisti, si apre una nuova fase per la banca di via Minghetti che potrebbe essere indebolita dall’assenza del suo grande vecchio.
“Non possiamo pensare che il cuore finanziario dell’Italia lo prenda qualcun altro”. Dunque Generali deve rimanere italiana? “Penso proprio di sì”.
Massimo D’Alema, vicepremier e ministro degli Esteri, in una bella intervista al Sole 24 Ore in cui espone il suo punto di vista sulle più accese partite della finanza del Belpaese, non ha dubbi: il Leone deve rimanere italiano.
Pericoli di un attacco straniero sul Leone dunque. Altrimenti perché parlare di interessi strategici del Paese? La calda notte nella savana densa di rumors e predatori è però appena cominciata. Sul fortino rimangono le tre banche del patto appena prorogato al prossimo settembre 2007: Unicredit, Mps e Capitalia che controllano circa l’8,4% di Generali. In trincea sono scesi anche la De Agostini, che ha fatto sapere di aver comprato una quota rilevante di oltre il 2% (Cesare Geronzi pensa che si tratti di un corollario della vendita di Toro assicurazioni al Leone), e Giampiero Pesenti, che ha ereditato un pezzettino di quello 0,4% del capitale che era in mano a Consortium e che non ha per ora intenzione di vendere.

Tutti pazzi per Generali. In questi giorni i pettegolezzi sul Leone di Trieste e soprattutto gli acquisti importanti si sono moltiplicati e rendono lampante che qualcosa di grosso e indefinito intorno a big Bernheim si muove. Così mentre Cesare Geronzi, presidente di Capitalia e vicepresidente di Mediobanca, ribadisce che il suo Antoine Bernheim “sta bene dove sta”. Attualmente quindi il presidente di Generali rimane al vertice della compagnia, oltretutto di certo il francese non è sgradito all’asse Intesa-San Paolo che lo ha da poco nominato alla vicepresidenza. Insomma lo scontro fra Mediobanca-Capitalia-Unicredit da un lato e Intesa-San Paolo dall’altro lo fortifica anziché indebolirlo.
Il bello è che qualcuno da questa guerra di posizione per il gigante delle assicurazioni a cui tutte le banche si vorrebbero appaiarsi trae la conclusione che Unicredit e Capitalia si avvicineranno sempre di più, magari fino a fondersi in vista di un’ulteriore matrimonio con Generali. Un’ipotesi niente affatto peregrina e neanche nuova, che però nel fermento dell’era Draghi rimane sempre interessante.
Intanto la corsa alle azioni del Leone appare inarrestabile.