
Che cos’hanno i paesi europei che potrebbe aiutarli a superare questo momento di crisi e ottenere denaro in prestito senza tassi da rapina e senza doversi piegare a politiche restrittive che strozzino le loro economie? L’oro è la risposta, almeno secondo Neil Behrmann che sul Guardian spiega questo scenario possibile, anche se per adesso solo teorico.
I paesi europei - e l’Europa vista nel complesso - conservano nei loro forzieri alcune tra le più ingenti riserve d’oro del pianeta e, anche se in parte le hanno investite e vendute nei momenti di difficoltà, possono ancora vantare buone risorse che potrebbero utilizzare senza, però, doverle cedere.
Anche i paesi più indebitati, come Grecia Spagna e Portogallo, hanno una dote in oro su cui potrebbero fare leva per finanziarsi senza farsi strozzare dalla speculazione, anche dopo l’11 settembre 2001 quando molti paesi cedettero parte delle proprie riserve: la Grecia per esempio possiede oltre 3 milioni e mezzo di once di oro, la Spagna oltre 9 milioni e il Portogallo più di 12 milioni. Ancora più notevole il peso del metallo giallo se valutiamo l’Eurozona nella sua totalità: 347 milioni di once, che al prezzo attuale valgono oltre 600 miliardi di dollari.
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Nel crollo dei listini finanziari visto in questi ultimi giorni, è stato interessante notare come - contrariamente alle attese - l’oro non abbia guadagnato terreno, come succede di solito ai beni rifugio e abbia invece perso una parte dei guadagni dell’anno. Un segnale che forse si stava muovendo pesantemente la speculazione.
Parallelamente anche il prezzo del petrolio è sceso e chi ha ancora qualche risparmio da investire (non molti per la verità) non sa bene come muoversi. Può essere utile, in questa situazione, dare un’occhiata all’analisi presentata da Kevin McElroy su Seeking Alpha. Secondo lui il momento migliore per acquistare oro è il 1° novembre.
Basta osservare il grafico, in effetti, per farsi un’idea molto chiara: negli ultimi quarant’anni l’andamento dell’oro ha seguito un percorso pressoché identico, con un forte apprezzamento fra maggio e giugno, una correzione evidente tra settembre e ottobre e poi un’accelerazione decisa a novembre e dicembre. Nello storico gli ultimi due mesi dell’anno hanno concentrato oltre il 40% del guadagno annuale.
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Quale potrebbe essere la prossima miniera d’oro per gli investitori? Forse proprio mettere i propri soldi in azioni di miniere d’oro. Dopo la corsa all’oro degli ultimi mesi forse i prezzi del metallo giallo sono troppo alti, ma c’è un’alternativa che potrebbe dare anche maggiori soddisfazioni: investire direttamente nelle miniere d’oro.
Non è un caso che le miniere storiche della California, quelle della famosa corsa all’oro dei tempi eroici del Klondike, vengano riaperte sull’onda degli ultimi aumenti: se negli ultimi decenni cercare nuovi filoni auriferi era diventato anti-economico, viste le valutazioni del metallo giallo, adesso con un’oncia che si avvicina ai duemila dollari rimettersi a scavare può diventare un buon affare.
Dal punto di vista finanziario tutti questi cambiamenti - che ci riportano alla mente le immagini dei cercatori d’oro e dello zio Paperone - si traducono in un suggerimento molto chiaro: investire in azioni di miniere d’oro. Come consiglia MoneyMorning, è possibile scegliere un Etf che riproduce un paniere di azione, come il Market Vectors ETF Trust, con le grandi compagnie estrattive, e il Market Vectors Junior Gold Miners, che raggruppa i piccoli produttori: nelle ultime 14 settimane il primo indice è cresciuto del 28%, il secondo del 48%.
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La crisi morde, le Borse tremano, i mercati paventano l’eventuale default degli Stati Uniti e molti investitori puntano sull’oro. Il metallo giallo tocca ogni giorno nuovi record anche nei tempi attuali in cui non c’è una forte inflazione; e anche il piccolo investitore si chiede se sia o no il caso di investire sull’oro.
Altre volte abbiamo spiegato che non è più necessario comprare gioielli o addirittura lingotti per investire nell’oro. Adesso ci sono fondi specializzati indicizzati al valore dell’oro: basta comprare quote in quei fondi, gli Etc, e si può partecipare alla “corsa all’oro” senza dover possedere una cassaforte in cantina.
Detto questo, vale la pena investire adesso nell’oro? Avevamo espresso dubbi quando il metallo giallo era sotto i 1450 dollari l’oncia, adesso è volato sopra i 1600. Quindi? Nel breve periodo è possibile che le quotazioni salgano ancora, ma è davvero improbabile che ci sia spazio per rialzi importanti.
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Le quotazioni dell’oro hanno segnato un nuovo massimo storico, a 1447,4 dollari l’oncia, mentre l’argento ha raggiunto le quotazioni di oltre 30 anni fa, a 38,17 dollari l’oncia, massimo da gennaio 1980. I metalli preziosi - compreso il platino - sembrano davvero aver toccato la fascia alta della quotazione: ma quindi vale la pena di investire sperando di intercettare nuovi rialzi? oppure non è il caso di entrare ormai che i prezzi sono così alti?
Secondo il blogger Investorjunkie, l’argento è un’ottima alternativa all’oro sia per i prezzi competitivi sia per gli usi industriali che lo rendono appetibile sia in epoca di crisi sia quando l’economia riprende a correre. Ma i rialzi delle ultime settimane hanno più un carattere speculativo che reale, dal momento che la produzione mineraria mondiale coprirà la domanda: il punto è che moltissimi investitori vogliono puntare sui beni rifugio. Secondo Metalli-Preziosi.it, comunque, c’è spazio per ulteriori rialzi.
In effetti a sostenere le quotazioni dei preziosi arrivano nuovi Etc (Exchange traded commodities), fondi che replicano le quotazioni delle commodities, come Etc Physical Silver di Etf Securities e Etf Silver Trust di iShares: proprio iShares sta per lanciare nuovi Etc basati su metalli fisici e, se dovesse comprarne ancora per creare una dotazione iniziale darebbe un ulteriore contributo alla spinta rialzista.
Gli Etc sono lo strumento più agevole per chi vuole investire in metalli preziosi senza sobbarcarsi il costo per la custodia fisica dei lingotti o la difficoltà di rivendere gli oggetti d’oro o d’argento: basta comprare azioni di una delle società che seguono l’andamento delle quotazioni.
Diversi osservatori e analisti credono a un boom che porterebbe l’argento fino a 50 dollari l’oncia e l’oro a superare i 1500. Attenzione però: negli ultimi anni, come dicevamo, i prezzi sono saliti in modo importante, dunque potrebbero arrivare alcune correzioni; in più bisogna considerare che l’investimento in argento, come in oro platino o diamanti, non genera reddito - al contrario di obbligazioni o immobili - e dunque è puramente speculativo. Può andar bene per chi vuole diversificare un portafogli di investimenti già vario e soprattutto chi è disposto a un investimento di medio/lungo periodo.
Il destino dell’economia globale potrebbe dipendere da un aumento del petrolio estratto dal più grande produttore del mondo, l’Arabia Saudita. Peccato non sia chiaro se queste riserve esistano davvero. Il prezzo del petrolio è schizzato verso l’alto martedì, al culmine degli scontri in Libia: rendendo concreta la prospettiva che il 18° produttore mondiale potesse bloccare l’estrazione.
Una brutta notizia: ma non certo una sorpresa. L’OPEC ha cercato subito di calmare le acque, promettendo che nuove riserve sarebbero state sfruttate da subito e che la produzione in caso di necessità sarebbe stata aumentata, mentre la IEA ribadiva che sempre quella produzione “in questa situazione non era ancora necessario aumentarla”.
In ogni caso, gli investitori attendono un intervento più deciso da parte dell’OPEC, affinché eviti un’ulteriore lievitazione dei prezzi. I Futures sono arrivati, sempre martedì, a 98$ a Londra e a 107$ a New York, il livello più alto dal 2008. Il prezzo della benzina è in salita, e sta passando rapidamente da poco più di 3 $, verso la soglia dei 3.50$.
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Il rialzo messo a segno dal dollaro nelle ultime ore ha avuto un impatto negativo sulle commodities, tuttavia l’impressione che si ricava guardando il grafico dell’indice Crb e’ che quella attuale possa dimostrarsi solo una correzione temporanea.
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Lo studio del grafico del petrolio Wti prospetta il proseguimento del rialzo. Dopo una fase di relativa stabilità durata da fine 2009 al novembre 2010, vissuta al di sotto della resistenza chiave degli 88 dollari, quota coincidente con il 50% di ritracciamento del ribasso dal picco di luglio 2008, a dicembre si è registrata una veloce impennata oltre l’ostacolo.
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Uno dei fenomeni in maggiore evidenza sui mercati finanziari nell’ultimo scorcio del 2010 è stato il rialzo del prezzo del greggio e delle materie prime in generale. Il petrolio ha superato nella seconda metà di dicembre la soglia dei 90 dollari al barile, livelli che non venivano più toccati da due anni circa. La crescita delle quotazioni non è un fenomeno recente, il prezzo del greggio sale infatti in modo costante dai minimi di dicembre 2008 a 31 dollari circa (petrolio Wti), il che significa che in 2 anni si è verificata una rivalutazione del 190% circa.
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Il vertice dei paesi esportatori di petrolio riunitosi recentemente a Quito, in Ecuador, ha deciso di non modificare i tetti di produzione, fermi ormai dalla fine del 2008. I mercati non si attendevano nulla di diverso, nonostante le pressioni al rialzo registrate sui prezzi del greggio nelle ultime settimane. Una decisione meno scontata è stata invece quella di programmare la prossima riunione dell’Opec solo per giugno 2011, un modo per dire ai mercati che un ulteriore rialzo dei prezzi del greggio è accettabile, forse anche proprio verso quei 100 dollari al barile che il Venezuela considera una quotazione adeguata.
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