Il rimbalzo visto nelle ultime sedute, dai minimi di area 1,2950, non ha mutato il quadro grafico dell’euro dollaro, ancora orientato con decisione al ribasso. Dai massimi di inizio novembre a 1,4275 circa il ritracciamento e’ stato infatti di 1/3 circa, troppo poco per poter parlare di inversione al rialzo. La soglia del 50% di ritracciamento, ostacolo oltre il quale un cambiamento dei rapporti di forza cambierebbe, è ancora lontano. E dal momento che l’impressione è che in questo momento sia forse più corretto parlare di debolezza di euro che di forza di dollaro, se il cambio dovesse proseguire nella sua marcia al ribasso la causa sarebbe da ricercare nei problemi dell’Europa.
I listini di Hong Kong e Shanghai hanno denunciato da alcune settimane segnali di debolezza iniziando a scontare un mutamento di politica monetaria da parte delle autorità cinesi che sembrano determinate in questa fase a lottare contro i rischi di inflazione a scapito della crescita dell’economia.
Mentre l’attenzione dei media, e probabilmente di molti investitori, è concentrata sul fronte dei Pigs, sia che si utilizzi la versione dell’acronimo con una sola lettera i o con due (con o senza l’Italia insomma), c’è un altro fattore capace di condizionare in modo almeno altrettanto pesante i destini delle borse al quale non viene dedicata forse tutta l’attenzione che merita, ovvero quello del brusco risveglio dell’inflazione cinese.
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Osservando il grafico dell’indice Nasdaq, rappresentativo del comparto tecnologico della borsa Usa, salta subito all’occhio un fatto importante: i massimi del 2000, toccati a 5132 punti, sono lontanissimi dai valori attuali e nemmeno il top del 2007, a 2860 circa, è riuscito ad avvicinarli. Nel caso dello S&P500, indice maggiormente difensivo, nel 2007 sono stati invece raggiunti e superati i record del 2000. E’ quindi probabilmente corretto considerare il rialzo visto tra il 2002 ed il 2007 come facente parte della correzione iniziata con i massimi del 2000 e non come un vero e proprio tentativo di ripresa dell’uptrend di lungo termine, correzione che potrebbe tuttavia essere terminata a seguito del ribasso subito dal 2007 al 2009.
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Entro il 2014 nella città polacca di Swinoujscie, al confine con la Germania, dovrebbe sorgere un rigassificatore che potrà acquisire fino a 7,5 miliardi di metri cubi di gas via mare. In pratica si tratta di circa la metà dell’intero consumo di gas della Polonia, il nuovo terminal permetterà inoltre a Varsavia di attuare un contratto già siglato con il Qatar. Un’altra via del gas si apre dunque in Europa.
Questo progetto avrà, però, una forte impronta italiana, infatti del consorzio che realizzerà gli impianti del nuovo rigassificatore polacco fanno parte le società Saipem e Techint, ramo engineering del gruppo cui appartiene anche la quotata Tenaris. Da un punto di vista strettamente economico, va sottolineato che la commessa ha un valore di ben 714 milioni di euro e prevede la messa in esercizio di due giganteschi serbatoi di stoccaggio del gas liquido da 160 mila metri cubi ciascuno. La società polacca PBG partecipa al consorzio che è coordinato dal gestore della rete gas polacca Gaz.system, una sorta di omologo della nostra Snam.
Per gli italiani è un altro riconoscimento delle grandi competenze in questo settore strategico dal quale dipende la bilancia energetica italiana. D’altra parte, nonostante la tragedia ambientale di BP al largo delle coste della Louisiana, gli investimenti nel settore degli idrocarburi non sembrano essersi affatto fermati, anche se devono contrastare la elevata volatilità dei prezzi.
Il più recente report della Iea (International Energy Agency) ipotizza una crescita media della domanda globale di greggio dell’1,6% l’anno fino al 2011, ma sottolinea che lo sviluppo del settore sarà quasi interamente affidato ai paesi non-Opec. In Europa la domanda sarà in calo ancora per diverso tempo e questo porterà senza dubbio molti colossi dell’impiantistica come appunto Saipem e Techint a cercare contratti in Cina o in Sudamerica.
L’attività di esplorazione però non conosce soste. Soltanto lo scorso 8 luglio il gruppo Saipem ha annunciato nuovi contratti off-shore per oltre un miliardo di euro con importanti commesse in Kazakhstan (un’estensione dell’odiato e amato contratto sul Kashagan) e in Brasile. Di recente negli Stati Uniti il gruppo Saipem è stato condannato dal Dipartimento di Giustizia nell’ambito di un’inchiesta per corruzione dei processi di costruzione degli impianti di rigassificazione nigeriani di Bonny Island. Si tratta di pratiche del 2004 che coinvolgono Eni e Snamprogetti, ma che escludono ogni responsabilità economica e legale di Saipem in base agli accordi presi sul caso in passato.
Probabilmente, in questo momento, per la società dell’impiantistica e della ricerca petrolifera i prezzi degli idrocarburi e la loro capacità di sostenere gli ingenti investimenti attesi dal settore per i prossimi anni sono molto più importanti. Il quadro grafico di Saipem, d’altra parte, appare ancora incoraggiante e, nonostante un evidente rallentamento del trend rialzista, il titolo viaggia sui livelli del giugno 2008 e un positivo test degli ostacoli compresi tra i 27,6 e i 28,1 euro, potrebbe suggerire nuovi allunghi oltre quota 30 euro. Un panorama tecnico dunque incoraggiante per tutto il settore, come dimostra anche una impostazione grafica simile del titolo Tenaris.
Il 2010 di Prysmian sarà un anno faticoso. La crisi globale dell’economia ancora si sente e i prezzi elevati delle materie prime sembrano volere comprimere sempre di più margini. I progetti, quando ci sono, hanno un ampio respiro, tuttavia il business è ancora in una fase di stabilizzazione.
Di recente la ex Pirelli Cavi ha messo a segno un buon colpo con l’ingresso in Transgreen, il maxiprogetto europeo che dovrebbe traghettare l’energia da fonti rinnovabili prodotta in Africa nel Vecchio Continente europeo. Esattamente 12 i partner che collaborano all’iniziativa, ma ancora ignote le cifre esatte di questo progetto che prevede una rete di 5 GW di capacità e investimenti di lungo periodo.
D’altra parte in Europa, come nel mondo, Prysmian gioca un ruolo primario nel settore dei cavi per l’energia e in parte per le telecomunicazioni. Nel Nord Europa la società è impegnata nell’eolico off shore e partecipa ad alcuni dei progetti più importanti in questo campo con la forza della propria leadership globale nel settore dei cavi sottomarini. In tutto il Vecchio Continente Prysmian promuove lo sviluppo delle energie pulite che offre nuove occasioni di business nei collegamenti alle reti europee.
Alla fine del primo trimestre la società ha registrato anche un notevole miglioramento della propria posizione finanziaria netta che è scesa a 596 milioni di euro contro i 641 del marzo 2009. L’alleggerimento delle posizioni debitorie si è avvantaggiato delle acquisizioni in Russia e India (due mercati strategici nei progetti del gruppo) e del Forward Start Agreement sottoscritto a gennaio con un pool di banche per il rafforzamento della propria struttura finanziaria. Il business dei cavi, nonostante i piani di rafforzamento infrastrutturale in paesi come la Russia e la Cina, registra ancora a inizio anno una domanda sostanzialmente stabile e l’attesa crescita dei volumi dovrà confrontarsi comunque con condizioni di mercato assai sfidanti, tanto che a fine 2010 il gruppo non si attende un ebitda rettificato superiore ai 350-400 milioni di euro.
Più che l’evoluzione del giro d’affari è, infatti, la redditività la vera chiave di volta dei risultati della società. I prezzi in continua crescita delle materie prime mettono sotto forte pressione i margini: per esempio, alla fine del primo trimestre il free cash flow della società era negativo per 89 milioni di euro contro il rosso da 53 milioni di un anno prima, e proprio a causa dei prezzi dei metalli. Alla fine di marzo l’utile netto della società mostrava una flessione del 31,1% a 31 milioni di euro quanto meno allarmante.
Per questo motivo Prysmian adesso punta su progetti a elevata tecnologia, sui mercati più promettenti, su una forte azione sui costi e razionalizzazione della struttura. Le oggettive incertezze sui prezzi delle materie prime nei prossimi mesi rendono, però, difficile ogni previsione: per questo il management preferisce mantenersi cauto. Forse però i dati del secondo trimestre potrebbero portare a breve qualche nota di ottimismo.
L’andamento dello spread tra i bond governativi di un paese di quelli dell’Unione europea e quelli della Germania è divenuto ormai un indicatore anche della forza relativa tra i rispettivi indici azionari. Non solo le borse dei cosiddetti Pigs (in questo caso la i dell’acronimo indica l’Italia) soffrono rispetto a quella tedesca, anche un mercato sulla carta al di sopra di ogni sospetto come quello francese ha visto nelle ultime settimane peggiorare il suo rapporto di forza con il Dax di pari passo con l’ampliarsi dello spread esistente tra i titoli di stato dei due paesi, ormai ai massimi da più di una anno a questa parte (anche se ancora molto distante dai valori raggiunti dal debito dei paesi dell’area mediterranea e dal Portogallo).
Recentemente gli analisti di Nomura hanno rivisto il proprio giudizio sul comparto petrolifero europeo alzandolo da “neutral” a “overweight”, ovvero “sovrapesare”. Secondo lo studio della banca giapponese i prezzi dei titoli del settore sono diminuiti eccessivamente nel recente passato ed adesso è tornato il momento di acquistare. Le prospettive di crescita per il comparto sono in media del 30% circa: le quotazioni attuali incorporano infatti un prezzo del greggio di 55 dollari al barile mentre il petrolio è risalito oltre area 75 e secondo gli esperti di Nomura nel secondo semestre del 2010 dovrebbe fare registrare un prezzo medio di 88 dollari. Positivo in particolare il giudizio su Eni
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Il greggio e le altre materie prime hanno risentito duramente delle incertezze sulla tenuta della ripresa europea. I recenti salvataggi spagnoli hanno infatti ravvivato i timori di un possibile contagio della Penisola Iberica e i forti ribassi dell’euro sulle altre valute hanno inevitabilmente reso più onerosa la domanda di energia da parte dei paesi europei che potrebbero anche dovere affrontare degli scenari deflazionistici nel prossimo futuro. Da questo sono derivati i ribassi del greggio e delle materie prime degli ultimi giorni (solo parzialmente recuperati oggi) mentre produttori e distributori corrono ai ripari cercando di riposizionarsi al meglio nel nuovo contesto.
Eni, in particolare, sta cercando di arginare gli effetti deleteri del recente downgrade di Standard & Poor’s da AA- ad A+ a causa della permanenza del debito al di sopra dei 23 miliardi di euro: la società guidata da Paolo Scaroni ha senza dubbio liquidità sufficiente a sopperire a ogni necessità, ma le incertezze portate dal contesto globale forse rendono meno chiare le prospettive di reddito future.
Nel frattempo l’italiana ha annunciato la cessione del 25% di Greenstream alla libica Noc: con Tripoli, adesso, si gestisce alla pari l’infrastruttura che trasporta il gas libico a Gela. Forse per rassicurare il mercato il management ha annunciato che la produzione di petrolio dal pozzo iracheno di Zubair dovrà raggiungere i 250 mila barili di petrolio al giorno dai 180 mila attuali.
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I segnali inviati dall’andamento del grafico del prezzo del greggio sono decisamente rialzisti: dopo essersi mosso per vie laterali per circa 5 mesi oscillando all’interno di una fascia compresa tra i 70 ed gli 83 dollari il Wti ha superato con una evidente accelerazione il limite superiore di questo intervallo riportandosi su valori che non venivano più toccati dalla prima decade dell’ottobre 2008. Ed il modo con il quale è stato superato l’ostacolo degli 83 dollari fa pensare che anche la prossima resistenza chiave, posta a 88,50 circa, il 50% di ritracciamento del ribasso dal top di metà 2008, possa essere superata senza troppe difficoltà.
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