
Non è da ieri che si parla di una nuova bolla internet pronta a scoppiare a breve: Luca De Biase lo ricordava il 1° marzo scorso, per esempio, sottolineando le differenze tra la vecchia bolla, quella che tormentò i mercati tra il 1998 e il 2000 e quella che secondo alcuni analisti starebbe gonfiandosi in questi anni.
Leggete il post di De Biase per farvi un’idea del tema, se non ne sapete nulla. Perché un’introduzione al pezzo di Ashlee Vance uscito su Business Week serve, e quella è perfetta. Che cosa scrive Ashlee? Che questa bolla sarebbe molto differente sia dalla precedente - quella di fine anni novanta - sia da un’altra precedente, più concentrata sull’hardware, esplosa alla fine degli anni ottanta.
Entrambe avrebbero lasciato qualcosa alle spalle su cui ricostruire, delle macerie, sì, ma non un deserto cosparso di sale. Quest’ultima bolla - seconda Ashlee - potrebbe lasciarci a mani vuote. Anzi: a mani ancora più vuote che in passato. Vediamo come in dettaglio dopo il salto.
Nella zona Euro i tassi di interesse sono fermi all’1% dal maggio del 2009 e sembra che siano destinati a rimanere tali ancora per un tempo relativamente lungo. Nell’ultima riunione della Bce, tenutasi ad inizio febbraio, è stato infatti deciso all’unanimità di mantenere il saggio di riferimento invariato e la conferenza stampa a commento di questa decisione ha chiarito che gli attuali tassi di interesse sono appropriati al contesto macroeconomico di riferimento.
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Euro debole contro dollaro nella seconda metà della settimana. La conferma da parte della BCE dei tassi di interesse all’1% era ampiamente scontata dal mercato mentre sono state le parole del presidente dello stesso Istituto, Jean Claude Trichet, a mettere pressione sulla valuta unica.
Trichet ha infatti affermato che le aspettative di inflazione nell’area Euro “restano stabili” e che dunque i tassi di interesse sono destinati a mantenersi sui livelli attuali nel medio periodo, mentre gli operatori si attendevano qualcosa di diverso soprattutto dopo che a gennaio l’inflazione aveva fatto segnare un +2,4% su base annua rispetto al +2,2% di dicembre.
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Il mondo dell’editoria è sotto i riflettori dopo che il gruppo Lagardère ha concluso un accordo con il gruppo americano Hearst per cedere i propri magazine internazionali per 651 milioni di euro. La divisione internazionale di Lagardère, cui fa capo Hachette, ha generato ricavi nel 2010 per 775 milioni di euro circa ma non aveva, secondo la proprietà, la massa critica sufficiente per proseguire l’attività con successo. Hearst ha pagato un multiplo elevato per l’acquisizione, la stampa ipotizzava una forchetta compresa tra i 500 ed i 700 milioni per l’operazione, un dato questo che ha rivitalizzato le quotazioni anche delle principali compagnie italiane come Mondadori e Rcs.
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Borsa Usa ancora al rialzo, ma quanto potra’ ancora durare? I principali indici azionari Usa sono su livelli che non venivano toccati da piu’ di due anni, lo spettro dell’ipercomprato inizia a farsi strada nella mente degli investitori.
Ma cosa dicono i grafici, confermano il potenziale proseguimento del trend rialzista in atto dai minimi del 2009? La risposta a questa domanda è positiva: lo S&P500 ha dovuto lottare per quasi un anno con la resistenza dei 1220 punti, toccata per la prima volta ad aprile 2010, poi nuovamente a novembre e superata definitivamente lo scorso dicembre, quota coincidente con il 61,8% di ritracciamento del ribasso dal top di ottobre 2007.
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I principali indici azionari domestici inviano segnali positivi, che seppure ancora in attesa di ulteriori conferme per il medio periodo, iniziano a far pensare che almeno la prima parte dell’anno appena iniziato possa dare nuove soddisfazioni ai risparmiatori. Anche l’indice settoriale delle banche, uno tra quelli con il maggior peso specifico per Piazza Affari, sembra andare nella stessa direzione di quello generale, con il grafico che proprio di recente ha superato ostacoli rilevanti. Il settoriale si è lasciato infatti alle spalle nell’ultima settimana la linea di tendenza tracciata dai massimi dell’aprile 2010, linea lavorata a lungo nella parte terminale del mese di gennaio (passante attualmente a 19780 punti circa), dopo aver superato in successione nella prima parte dell’anno le medie mobili a 100 e 200 giorni, orientate al ribasso da più di un anno. Questi segnali potrebbero anticipare il test di area 21350/450, resistenza dimostratasi tenace a settembre ed ottobre dello scorso anno, quota oltre la quale diverrebbe possibile il test del picco di agosto 2010 a 22888. Sarebbe poi proprio il superamento di questo livello, eventualità probabilmente ancora non imminente ma non improbabile, a completare l’ampio doppio minimo, per ora solo potenziale, disegnato tra giugno 2010 e gennaio 2011 in area 16500 punti, con conseguente drastico miglioramento anche del quadro prospettico di medio lungo periodo, che vedrebbe spostarsi il target fino sui 24000 punti almeno. Nel breve una fase temporanea di ripiegamento non è da escludere, il classico “return move” che segue la rottura di livelli di resistenza importanti, tuttavia solo discese sotto area 19000 potrebbero fare temere una revisione peggiorativa delle attese, con rischio di nuovo test dei 16500/7000 punti.
L’ultima stagione delle trimestrali Usa ha confermato l’impressione che, almeno a livello microeconomico, la crisi sia ormai alle spalle. Più dei due terzi delle società che compongono il paniere S&P500, tra quelle che hanno presentato i conti, ha battuto le stime sugli utili che per una buona percentuale di queste sono cresciuti nell’ultimo trimestre del 2010 di un 30% o più. Il quadro che è possibile comporre a questo punto per l’intero 2010 è decisamente positivo, forse addirittura troppo: gli utili delle società quotate che entrano a far parte dello S&P500 sono aumentati nell’anno appena concluso del 30% circa archiviando così il miglior risultato dal 1995. Il problema è che sarà probabilmente difficile ripetere questa performance nel 2011, per il quale gli osservatori ipotizzano infatti una crescita dimezzata sull’anno precedente.
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La decisione dell’Agenzia Standard & Poor’s di declassare il rating del Giappone da “AA” ad “AA-” (quarto miglior rating su una scala di 22, al pari di quello della Cina ma addirittura peggiore di quello della Spagna) è stata giustificata dalla scarsa coerenza da parte delle autorità governative nipponiche nell’azione di risanamento dei conti pubblici.
La decisione ha avuto l’effetto immediato di penalizzare l’andamento dello yen nei confronti sia del dollaro che dell’euro, sebbene già nella giornata successiva, quella di venerdì 28 gennaio, a tale evento la valuta nipponica abbia dato segnali di ripresa. Probabilmente dopo una prima fase di sorpresa il mercato ha metabolizzato l’idea che una sorte analoga possa toccare anche ad altri paesi industrializzati, riducendo la portata stessa della misura.
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Il settore della pubblica utilità ha cercato di mettersi in evidenza in borsa nell’ultima ottava. Il mercato azionario nel suo complesso non è apparso particolarmente brillante, probabilmente anche a causa della revisione al ribasso per le stime di crescita dell’Italia da parte del Fondo monetario internazionale per il 2012 (1,3% invece del precedente 1,4%, un valore che mette il nostro paese in fondo alla classifica della crescita per i principali Paesi industrializzati e partner europei) e dei commenti del centro studi Confindustria che nella congiuntura flash ha evidenziato come l’Italia non tenga il passo rispetto ad una ripresa globale “tornata vigorosa”. A fronte di queste prospettive è normale che gli investitori rivolgano la propria attenzione a temi tipicamente difensivi come quello appunto delle utility.
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I dati sull’inflazione cinese relativa al mese di dicembre hanno fatto salire la tensione sui mercati azionari dell’area. A preoccupare non è tanto il dato globale, che ha registrato un incremento del 4,6%, quanto quello di alcune sue componenti, in particolare le cibarie. Nell’intero 2010 l’aumento dei prezzi è stato del 3,3%, ben al di sopra del 2% “desiderato”, con gli alimentari cresciuti del 7,2%.
Il governo di Pechino è molto attento ad evitare che l’aumento dei prezzi possa tradursi in malcontento da parte della popolazione ed agisce con decisione, ormai da molti mesi, sia sui tassi di interesse sia sulle riserve delle banche per tenere sotto controllo la crescita dell’inflazione. I mercati temono tuttavia che gli interventi restrittivi di politica monetaria possano non essersi ancora esauriti e quindi che l’effetto di freno che questa potrebbe avere sull’economia e sulla borsa possa non si siano ancora manifestati appieno.