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Della Valle Diego

Marcolin, giorni di pioggia e giorni di sole

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A quanto pare non porta troppa fortuna il Giappone a Marcolin. La disastrata compagnia degli occhiali da sole ha appena firmato con la giapponese Optec un accordo per la costituzione della joint venture Marcolin Japan. Anche se il nome della socia del Sol Levante non compare, Optec avrà della neonata impresa il 60%, contro il 40% del gruppo italiano. La strategia del gruppo di Longarone (Belluno) è chiara: il mercato giapponese è sempre più importante per il settore degli eyeswear (come Marcolin ama chiamare i suoi occhiali da sole d’alta gamma) e ci punta sopra. La scommessa viene valutata in un giro d’affari da 11 milioni di euro per la joint venture nei prossimi tre anni. Ma non porta, appunto, troppa fortuna al titolo che dopo il comunicato comincia a muoversi in territorio negativo.

Il patto di sindacato della società del bellunese vede in equilibrio le famiglie Marcolin e il nuovo azionista Della Valle e ha appena concluso un aumento di capitale che mira a riequilibrare la situazione patrimoniale del gruppo portando in cassa 29,6 milioni di euro grazie all’emissione di oltre 16,6 milioni di titoli.

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Alitalia vola in borsa, le offerte più chiaccherate

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Vola in borsa di nuovo Alitalia nella seconda giornata di contrattazione dopo l’annuncio di una nuova fase di privatizzazione. A breve potrebbe essere messa sul mercato una fetta del 25% della compagnia di bandiera attualmente nel portafoglio del ministero dell’Economia. In effetti, dopo l’annuncio del sindaco di Roma Walter Veltroni che parlava di un certo interesse da parte di importanti imprenditori italiani, già da venerdì è scoppiato il totopretendente che ha buttato nel pentolone delle ipotesi tre grossi nomi della finanza nostrana. Si è parlato innanzitutto della AirOne di Carlo Toto, che però dovrebbe ricorrere al debito per finanziare un’operazione di questo livello.

Sull’ipotesi AirOne si è espresso in una bella intervista a La Stampa il presidente della commissione Antitrust Antonio Catricalà. Un’eventuale fusione fra AirOne e Alitalia necessiterebbe di un decreto ad hoc del Governo per aggirare i tetti massimi di mercato imposti dalla legge attuale. Sarebbe un provvedimento inedito ma giustificabile, date le grandi quote che i competitor globali hanno nei rispettivi mercati nazionali. Bisognerebbe in ogni caso tenere alta la guardia perché, se in Francia e altrove certe grosse fette del mercato sono state conquistate con la qualità dei servizi offerti, in Italia si rischia di promuovere una fusione politica piuttosto che la competitività del sistema. Bisognerà in ogni caso rifare i conti in tasca anche al sistema aeroportuale che con i suoi eccessivi costi rischia di penalizzare anche i bilanci di Alitalia.

Fra i possibili prentedenti ci sono anche Roberto Colaninno, Diego Della Valle, Unicredit e Capitalia che potrebbero finanziare un prestito ponte per aiutare un partner industriale a mettere piede in Alitalia. Il nome più chiaccherato rimane però quello dell’Ingegnere, di Carlo De Benedetti. Qualunque sia il prescelto, si tratta comunque di un’operazione in grado di portare nella compagine azionaria di Alitalia un amico di Prodi dalle spalle larghe.

Così, mentre da tutte le latitudini politiche e dai sindacati si plaude a questa svolta decisionistica del Governo, non mancano i richiami all’attenzione per il piano industriale che un prossimo partner potrebbe presentare per la compagnia.

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Tod's corre, per Goldman questi prezzi non le calzano

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Corre in borsa Tod’s, la società controlla da Diego Della Valle incassa l’ok di Goldman Sach’s e guadagna in borsa più del 3% sin dall’inizio della giornata a piazza Affari. Il titolo ha perduto troppo dopo i dati poco brillanti del terzo trimestre e secondo la banca d’affari americana quel 10% di perdite accumulate dalle azioni Tod’s a partire dall’inizio di novembre è eccessivo. Il titolo, dice Goldman Sachs, viaggia anche con uno sconto del 5% rispetto ai competitor del settore.

Insomma bisogna comprare anche perché Tod’s deve ancora dare il meglio di sé in Asia e si avvantaggia pure di una minore esposizione al dollaro rispetto ai concorrenti. Recentemente il gruppo ha ingaggiato il designer statunitense Michael Kors come direttore creativo del brand.

Goldman Sach’s per la fine dell’anno attende un fatturato per la società da 575,1 milioni di euro e un utile da 78,1 milioni di euro. I margini della società di fine 2006 dovrebbero mostrare un miglioramento rispetto al 2005. Il rapporto debt/equity dovrebbe ancora migliorare portandosi a -25,1%. Entro dicembre milogiorare anche l’earning per share da 1,76 a 2,26 euro.

Geox, decolla in borsa la scarpa che respira

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Geox corre in borsa. La società trevigiana di calzature ha infatti appena pubblicato dei dati semestrali col botto incassando in borsa un rialzo dell’1,2%. Una bella festa che comincia dai ricavi: 305,5 milioni che sono il 24% in più dell’anno prima. La marginalità è notevole e l’Ebitda è cresciuto del 24%, mentre l’Ebit è cresciuto del 27%. L’utile netto ha raggiunto a fine giugno i 47,4 milioni con un incremento dell’8%.

Generato un free cash flow di 39,7 milioni e anche la posizione finanziaria netta è notevolmente migliorata rispetto allo stesso periodo del 2005 (da 48,4 milioni a 62,2 milioni). Insomma è abbastanza difficile rimproverare qualcosa alla gestione di questa società. Forse l’unica è una cosa che la accomuna a una concorrente, la Tod’s di Della Valle. Come il gruppo marchigiano che ha dichiarato venerdì scorso ricavi in crescita del 14,8 % (e oggi incassa un rialzo dell’1% circa), anche la Geox, fondata e ancora guidata da Mario Moretti Polegato, ha una produzione eccessivamente rivolta al mercato italiano. Anche se dei timidi passi in questa direzione sono già stati fatti e se coglie qualche frutto, forse sarebbe il caso di incentivare la presenza su altri mercati. Possibile che la nostra gloriosa industria calzaturiera non riesca a mettere più saldamente un piedino di là dalle Alpi?

M&C. Intervista a Pierantonio Nebuloni

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Oggi si è conclusa l’offerta in opzione di 570 milioni di azioni avviata lo scorso 19 giugno da Management & Capitali. L’offerta sottoscritta all’81,75% ha lasciato inoptate circa 104 milioni di azioni derivanti dall’offerta agli azionisti di Cdb Web Tech. la quota non asseganta, si legge nel comunicato, sarà probabilmente rigirato agli investitori che avevano chiesto quote maggiori di quelle che poi gli sono state assegnate. Intanto però l’offerta finalizzata alla raccolta di 570 milioni di euro lascia inoptato un capitale di circa 104 milioni di euro. L’operazione ci ha offerto una scusa per fare due chiacchere con Pierantonio Nebuloni, vicepresidente del Consiglio di Gestione, ossia il numero due del board di M&C.

D. Dottor Nebuloni l’offerta è stata sottoscritta solo per l’81,75%: come mai secondo lei ne è rimasta inoptata una parte?

R. Parte delle azioni oggetto dell’offerta non sono state sottoscritte, è vero, ma si tratta di quel pacchetto azionario che si riferiva agli azionisti di Cdb Web Tech. Era in parte prevedibile ed in ogni caso troveremo facilmente degli investitori presso gli istituzionali che avevano richiesto un maggior numero di azioni rispetto a quelle che poi gli sono state assegnate.

D. Management & Capitali è una matricola nata da uno spin off di Cdb Web Tech e quotata in borsa dalla metà di giugno. Il pubblico sa relativamente poco di questa società di partecipazionio che ha l’obiettivo di finanziare la rinascita o la crescita di medie e grandi imprese. Prima c’era stato un aggancio a I Viaggi del Ventaglio, poi si è parlato di Saiag… novità?

R. Beh nel caso de I Viaggi del Ventaglio noi avevamo fatto un’offerta che proponeva un immediato intervento nel capitale e a livello manageriale e non comportava cessioni di asset o affini. Constatata la volontà del management di procedere diversamente (con la vendita di villaggi turistici e simili), si è deciso di guardare altrove. Con Saiag ci sono tutt’ora dei contatti in corso, così come con altre società, ma per il momento sarebbe precoce dire di più.

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M&C, brillante debutto per la matricola che si prende cura delle Pmi

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Nell’asta di apertura ha ragginto un rialzo anche dell’11,1% sfiorando quota 1,11 euro per azione. Parliamo di M&C, la società ammessa oggi alle contrattazioni di Piazza Affari che segna un buon debutto. Farà bene alla Borsa che, ultimamente, ha spesso spaventato le matricole, anche se al momento Cdb Web Tech, altro fondo che fa capo a Carlo De Benedetti da cui è stato effettuato lo spin off di M&C, paga dazio a Piazza Affari con perdite del 16,89% che portano il titolo a quota 3,62 euro per azione.

Facendo un rapido calcolo, chi aveva due azioni Cdb Web Tech (è stato previsto un concambio di due a uno con quelle di M&C) pari ad un valore totale venerdì sera di 7,246 euro, alla fine ci ha perso. Infatti anche se si considera il valore di 1,11 euro per azione e diritti di opzione di circa 0,15 euro per ogni titolo di M&C, le due azioni Cdb Web Tech, quella di M&C e il diritto di opzione raggiungono circa 6,46 euro per azione. Significa una perdita di circa il 10%.

Intanto M&C ha comunque incassato la fiducia del mercato e come prima società del segmento MTF classe 3 (del Mercato Telematico Azionario) ha aperto bene le danze di questo mercato dedicato da Borsa italiana alle Investment companies.

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Prime pene chieste per Consorte, che parla di complotto

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Avete visto le pene chieste dal pm Eugenio Fusco per Consorte, Sacchetti e Gnutti? Il pubblico ministero ha chiesto una detenzione “moderata” di sei mesi, perché l’insider trading è grave, ma si è visto di peggio. Fusco ha però chiesto il massimo possibile di pena pecuniaria (nel caso 300.000 euro) perché gli imputati “i soldi ce li hanno”.

L’accusa riguarda solo un aspetto marginale delle vicende che l’estate scorsa hanno visto un assalto parallelo di Unipol a Bnl e di Bpl (oggi Bpi) alla Antonveneta. Si parla infatti di sandun prestito obbligazionario da 100.000 euro che risale al 2002. Secondo Fusco, anche se non agivano sempre insieme, Gnutti e Consorte (Hopa e Unipol) erano amici e in qualche caso hanno progettato assieme alcune delle loro operazioni. Uomini dell’alta finanza che si conoscono e guidano alcuni importanti gruppi industriali. Da questo l’accesso ad informazioni privilegiate e il loro uso per fini distorti.

Intanto Consorte ha pubblicato il suo memoriale difensivo (“per evitare distorsioni”) che denuncia l’esistenza di un complotto.

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Rcs, chi ha visto quelle azioni?

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Il tempo passa e i pezzi del puzzle finiscono al loro posto. Il Corrierone, re del gossip e delle brame dei furbetti torna in mani sicure. L’operazione, come tutti avevano capito subito, è un accordo fuori da Piazza Affari. Il collocamento all’asta di quel 14,8% circa di Rcs è avvenuto ieri al prezzo di 4,51 euro per azione. Come scrive La Repubblica oggi, di solito il collocamento di azioni avviene in questi casi a prezzi scontati rispetto alle quotazioni di borsa, ma ieri il titolo Rcs ballava intorno i 4,3 euro per azione: come a dire non vi avvicinate. In ballo c’erano poi oltre 108,8 milioni di titoli, ma Piazza Affari ne ha visti solo 5,2 milioni, né ci sono stati passaggi ai blocchi. Gli investitori che si erano messi in coda per i titoli presso Credit Suisse hanno capito subito che Rcs era zona off limits.

Ma chi sono questi amici che si sono presi il pacchettone del giornale di Paolo Mieli? Gente gradita ovviamente. Le new entry di via Solferino sono, infatti, i Benetton, come si mormorava già qualche mese fa, e Pierluigi Toti, un costruttore azionista di Capitalia. A loro va una quota di circa il 5% a testa. Anche la Banca Popolare Italiana ha deciso di riprendersi un 4,53% del gruppo editoriale.

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