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Draghi Mario

Capitalia e Carige, il risiko riparte dalle fondazioni

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Finita una prima fase di riassestamento che ha portato alla nascita di Intesa San Paolo e a nozze più o meno pronte fra Bpi-Bpvn, Bpu-Banca Lombarda e ad altri progetti ancora, in ballo rimangono i dossier più scottanti: dalle solitarie Bpm e Mps ai casi di Capitalia e Carige, passando per la Popolare dell’Emilia Romagna. Una fila di gatte da pelare che si muovono inascoltate fra gli uffici dell’Abi e della Banca d’Italia di Mario Draghi.

Il più scottante di tutti è però il capitolo Capitalia, la promessa sposa di ignoti che, nonostante gli ottimi risultati è in attesa di un partner che le faccia fare quel salto dimensionale ormai improcrastinabile. Oggi stesso si riunirà il patto di sindacato che dovrà decidere del reintegro di Cesare Geronzi, il dominus dell’istituto capitolino allontanato ex lege dopo la condanna per il crack Italcase-Bagaglino.

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Bpu-Bielle, dalla Lombarda in dote un concambio da 0,83

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Nozze cooperative in Lombardia. Le banche popolari unite sono riuscite a trascinare nel magnifico mondo della cooperazione bancaria la Banca Lombarda che, per il 46% della quarta banca italiana per sportelli e la quinta per raccolta diretta, paga il dazio di un concambio un po’ inferiore alle attese e ai suoi corsi di borsa. Si è, infatti, scelto di valutare ogni azione della Banca Lombarda 0,83 azioni della Bpu.

Qualcuno oggi sulla stampa mormorava che ci deve essere voluta tutta l’influenza di Giovanni Bazoli (vice presidente della Lombarda) per accettare un concambio che oggi fa perdere a Bielle oltre il 4,8% in apertura e che ancora probabilmente le farà perdere un bel po’ prima di allinearla a quel rapporto di 0,83. C’è però da dire che la Lombarda era reduce da un rally in borsa che ne aveva gonfiato il titolo di oltre il 17%: un effetto speculativo dovuto alle scommesse su ricche offerte straniere. Alla fine il gruppo ha deciso di fare una navigazione di cabotaggio: si approda vicino, ma si ha quasi la metà di una banca che capitalizza 13,5 miliardi di euro e sforna utili (al 30 settembre) da 745 milioni.

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Hedge Fund Italia: 24 miliardi di patrimonio gestito, ma Saccomanni dice "state attenti"

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Quello degli hedge fund è un mondo in rapida evoluzione, anche in Italia, paese tradizionalmente estraneo per questi complessi rapaci del mercato. In Italia infatti la soglia d’ingresso è alta – ci vogliono 500 mila euro almeno di investimento – e, anche per la rischiosità di un investimento in questo tipo di strumento finanziario, spesso capita che questi prodotti non vengano distribuiti o pubblicizzati molto.

Tuttavia, questa è la novità di oggi: Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, ha ricordato alla convention dell’Abi (associazione banche italiane) che oramai si è arrivati a quota 24 miliardi di dollari gestiti dagli hedge. In realtà, nonostante un notevole sviluppo nel Belpaese di questo strumento d’investimento rispetto al passato, ancora l’Italia rimane indietro rispetto ai colleghi stranieri in questo segmento.

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Il risiko bancario è un romanzo popolare

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Ondata di ritorno per l’effetto Draghi. L’ex Goldman Sachs di via Nazionale ha dato una bella scossa al settore bancario con parole che hanno subito avuto conseguenze a piazza Affari: nel sistema bancario “altre significative aggregazioni si prospettano in questi giorni”, ha dichiarato il numero uno della Banca d’Italia aggiungendo che il suo istituto “incoraggia le banche a proseguire sulla strada del consolidamento, sulla base di progetti decisi autonomamente dal mercato”.

La spintarella si è subito sentita con una serie di rialzi che hanno fatto parlare di un nuovo slancio per il risiko bancario. Ieri, complice anche una giornata festiva di scambi ridotti, la Bpm, il caso più discusso fra le popolari di palazzo Mezzanotte, ha incassato più del 6,7% con volumi accesissimi. Oggi la popolare guidata dal politico-banchiere Roberto Mazzotta ritraccia solo lievemente con perdite dell’1%. A (ri)accendere l’interesse sulla Popolare di Milano un turbine di ipotesi già in parte circolate sul mercato. La Bpm ha fallito il suo approccio alla Popolare Italiana di Divo Gronchi, tagliato i ponti con la Popolare dell’Emilia Romagna e sembra fuori dai piani di Bpu, in trattative con Verona. Il rumor su un’interesse di Unicredit per la banca di Mazzotta sembra poi, per il momento, soltanto una voce buttata lì. Così si fa sempre più consistente l’ipotesi che alla fine il predatore si trasformi in preda, magari di un gruppo straniero interessato al retail bancario in Lombardia. Un semplice teorema che è bastato a scaldare le quotazioni nei giorni scorsi.

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Capitalia delle mie brame

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Nessun progetto di opa su Capitalia, non sono previste acquisizioni in Spagna o all’estero per il momento. Il portavoce del Santander ha così messo uno stop alle indiscrezioni uscite sulla nostra stampa nazionale che davano per prossima un’offerta della banca iberica sull’istituto di via Minghetti. L’effetto è quello di perdite vicine all’1% per il Bsch a Madrid e guadagni superiori all1% con volumi sopra la media per Capitalia in una giornata di fiacchezza per i titoli bancari di piazza Affari.

In poche parole, secondo diversi analisti, la banca guidata da Cesare Geronzi con le ultime voci rimbalzate rapidamente anche sulla stampa spagnola ha riconfermato il suo appeal per il mercato e il suo ruolo di preda fra le più interessanti d’Europa.

Ai rumors sull’interesse del Santader aveva contribuito la brama di rivincita dell’istituto presieduto da Emilio Botin dopo l’uscita dai giochi di Intesa San Paolo non ancora compensata da un concambio più favorevole o da qualche regalo finanziario. Circa un mese fa Cesare Geronzi aveva già detto no alle proposte olandesi di Rijkman Groenink (numero uno di Abn Amro che ha in portafoglio l’8,6% di Capitalia ed è reduce dalla conquista di Antonveneta), che ora potrebbe meditare un piano alternativo a quello degli spagnoli. Oggi si parlava già di incontri a breve del Santander con Mario Draghi per discutere la questione e progettare un’offerta. A questo punto la palla ritorna al centro.

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Mario Draghi, io la penso così

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Ha parlato di tutto a Firenze Mario Draghi. Il Governatore della Banca d’Italia in una lezione all’università Cesare Alfieri di Firenze è riuscito parlare del ruolo del Fondo monetario internazionale e dei prezzi del petrolio, di hedge fund e di volatilità dei mercati. L’ex Goldman Sachs ha però glissato sull’argomento più atteso: il suo giudizio sulla nuova manovra finanziaria. L’uomo di via Nazionale ha infatti tralasciato di commentare una manovra su cui ha in passato espresso grandi speranze. Possibile che dopo la retromarcia su Tfr e stanziamenti ai Comuni tema che una nuova giravolta del Governo renda inutili i suoi commenti?

In compenso il drago di Bankitalia ha detto cose molto interessanti sul fatto che il Fondo monetario internazionale è in “crisi d’identità”: lo stock di prestiti concesso dall’Fmi è sceso infatti in valore assoluto ai livelli di vent’anni fa, mentre i paesi emergenti hanno continuato ad accumulare riserve in valuta estera che “oggi superano di dieci volte la dimensione finanziaria del Fondo”. Se questo fenomeno si rivelasse strutturale l’Fmi dovrebbe ridisegnare il proprio ruolo e i no global i propri cartelli. Sull’oil Mario Draghi ha invece ripetuto ciò che gli analisti affermano da tempo: che l’aumento dei prezzi dipende della domanda e non dall’offerta e che perciò è da considerare stabile sul breve e medio periodo. Saggio e distinto il commento sul fatto che paradossalmente in tempi di strette monetarie delle banche centrali e di limitata liquidità il ricorso sempre più frequente a strumenti finanziari complessi come i derivati per ottenere margini maggiori rischia di esporre ad una crisi tutto il sistema. In questo panorama anche gli hedge fund che pure contribuiscono ad aumentare la liquidità dei mercati hanno una qualche responsabilità.

Sarebbe stato interessante chiedere al Governatore della Banca d’Italia qualcosa sul ruolo delle banche d’affari internazionali nell’epoca delle fusioni bancarie.

Ma conviene comprare una banca?

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Veramente buffo aprire il giornale (F&M) una mattina d’agosto e accorgersi che tre studiosi della Banca d’Italia a maggio avevano già detto che no, che si è scherzato, che le fusioni fra le banche non convengono agli azionisti. Ma come, la Banca d’Italia non era quella capeggiata dall’ex-Goldman Sachs Mario Draghi che si è tanto prodigato a diffondere il verbo dell’andate e fondetevi ai riottosi piccoli istituti di credito della Penisola?

Eppure no, la ricerca di Alessio De Vincenzo, Claudio Dora e Carmelo Salleo sostiene il contrario: “I risultati di numerosi studi sulle acquisizioni e sulle fusioni bancarie sembrano suggerire che, in media, queste operazioni non generano benefici rilevanti per gli azionisti”. Il complesso e utile lavoro dei tre studiosi sostiene anche che le economie di scala e di scopo non sono particolarmente rilevanti per gli azionisti. Il prezzo pagato da un big per comprare una banca più piccola sarebbe in molti casi troppo caro. La ricerca, infatti, “smonta” le motivazioni che spingono a comprare e che condizionano il prezzo: alla fine sembra l’offerta per la banca target dipenda più dalla voglia di grandeur di un manager anziano o dalla capacità di fuoco della banca cacciatrice, che da una reale valutazione dei vantaggi industriali. A naso ci sembra un lavoro serio e soprattutto tanto sorprendente da lasciarci un po’ incuriositi. Vista la posizione eterodossa dei ricercatori rispetto al vertice dell’istituto ci viene da applaudire alla libera ricerca. È vero che la loro non è una posizione ufficiale di Bankitalia, fa però piacere sentire un’opinione diversa… tanto diversa da lasciare un po’ perplessi.

Draghi bacchetta i banchieri: "bisogna crescere"

pubblicato da Ferry Boat in: Varie !!! Banche Draghi Mario Profumo Alessandro

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Ma sarà vero che il nuovo eroe delle banche italiane Mario Draghi ha dato la scossa ad un sistema imbolsito e pigro? Oggi sui giornali, all’indomani della prima relazione del “drago” di via Nazionale, si legge di tutto. Massimo Giannini in un fondo su La Repubblica si è lanciato in uno sperticato plauso al nuovo eroico governatore confrontandolo a Lindbergh, il primo trasvolatore dell’Atlantico a bordo del famoso “Spirit of Saint Louis”. Secondo Giannini l’ex Goldman Sachs che ha preso il posto dell’uomo di Alvito ha portato nelle polverose stanze della Banca d’Italia un’aria nuova, lo “spirito della Britannia”. Con tanto di espressioni come governance, compliance e private equity che dovrebbero spronare i sonnacchiosi “signori del credito alla competizione globale”. Parla come Arpe questo qui, avrà pensato qualcuno in platea.

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Lo yo yo di Intra, lettera su Creval dopo l'offerta

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Anche in una giornata di rimbalzo come queste ci sono oscillazioni di rilievo. Qualcuna lascia pure perplessi ed alludiamo a quello strappo al rialzo che porta la Banca di Intra a un rialzo del 7,8%: che scatto per la banca di Verbania. Che è successo? Semplice: Giovanni De Censi ha annunciato che a giorni presenterà un’offerta vincolante per rilevare il malandato Istituto.

La cosa non ha portato molta fortuna al Creval che, in un settore come quello bancario che oggi incassa a Piazza Affari alcuni tra i rialzi maggiori, che tiene a stento il prezzo di apertura. Poca roba, ma significativa. Noi immaginiamo già una schiera di azionisti che mormorerà a De Censi: “Ma chi te lo fa fare?”. In realtà non sono ancora escluse le altre candidature e in particolare quella della banca Popolare di Vicenza che sta ancora valutando. Il presidente Gianni Zonin dell’istituto vicentino che ha già una quota del 4,9% circa di Intra ha pronunciato un attendista “Vedremo”, ma non si tratta di una grande attesa perché il termine per le offerte vincolanti è fra 12 giorni.

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Tra Berlusoni e Prodi vince....Mario Draghi

pubblicato da AleOne in: Fatti del giorno Draghi Mario

Nel Bollettino Economico di marzo n° 46 di Banca di Italia sono lucidamente esposti i problemi del nostro paese e proposte le strade da percorrere per risolverli. Vale la pena di dare una lettura a questo pezzo lungo ma molto istruttivo.

Ricondurre rapidamente i conti pubblici su un sentiero coerente con la stabile riduzione del rapporto tra debito e PIL è una priorità della politica economica, anche in vista del fine più generale: trarre l’economia italiana dal ristagno.

I due obiettivi sono complementari. Lo sviluppo economico del Paese nel corso dell’ultimo decennio ha rallentato sino ad arrestarsi, indipendentemente dallo svolgersi del ciclo mondiale. A fermarlo sono stati i nodi strutturali che riducono la capacità del nostro sistema produttivo di trarre beneficio dalle opportunità insite nei nuovi assetti del commercio internazionale e nelle tecnologie innovative affermatesi nel mondo.

Allentare, sciogliere quei nodi può far ritrovare alle imprese italiane la capacità di incrementare la produttività quanto e più dei concorrenti, in modo da competere efficacemente su tutti i mercati. I segnali di ripresa congiunturale descritti non delineano ancora un superamento del divario di crescita di cui l’economia italiana soffre, non solo rispetto alle aree più dinamiche del mondo, ma anche rispetto agli stessi grandi paesi dell’area dell’euro, pure attardati nel confronto internazionale.

Per questo occorrono azioni di lunga lena volte a modificare incisivamente la struttura produttiva e l’ambiente regolamentare e di mercato in cui essa opera.

Nel 2005 l’economia italiana ha ristagnato, ampliando ulteriormente il divario negativo di crescita rispetto agli altri paesi dell’area.

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