Negli Usa il comparto tecnologico sta attraversando una fase positiva: il Nasdaq Composite dai minimi di febbraio è salito del 10% circa contro il 7% circa dello S&P500. La maggiore reattività dell’indice tecnologico rispetto a quello della “corporate America”, sia nelle fasi positive sia in quelle negative, è cosa nota ed il comportamento delle ultime settimane non deve quindi stupire. La buona propensione al rialzo del Nasdaq, che si è lasciato alle spalle anche un piccolo testa spalle rialzista superando area 1115 (figura disegnata a partire dai minimi del 29 gennaio), depone comunque in favore di una buona salute dei mercati azionari nel loro complesso, e permette di considerare come possibile un prossimo test dei massimi di gennaio.
Continua a leggere: Buone prospettive per i chip, Stm e Eems sotto analisi
Mettendo a confronto il grafico del Bund future, il derivato sul titolo di stato decennale tedesco, e quello dell’indice azionario Eurostoxx 50, anche un osservatore distratto noterebbe un andamento sostanzialmente speculare, almeno negli ultimi 10 anni circa, con l’eccezione del biennio 2003-2004. Questa evidenza, anche se solo qualitativa, viene resa ancora più chiara invertendo la scala relativa al future obbligazionario, in questo modo è facile realizzare come la borsa tenda ad apprezzarsi in presenza di prezzi al ribasso, e quindi di rendimenti in crescita, da parte del Bund e viceversa tenda a flettere quando le quotazioni dei titoli governativi salgono ed i rendimenti scendono. Il fatto che il Bund future abbia toccato recentemente nuovi massimi storici in area 124,50 è quindi un indizio preoccupante per chi investe in azioni: se la relazione di fondo tra i due mercati, che sembrano essere uniti da vasi comunicanti, per cui i flussi in uscita da uno dirigono sull’altro e viceversa, verrà rispettata anche in futuro, ad un segnale graficamente positivo per i prezzi delle obbligazioni rischia di corrisponderne uno negativo per le azioni. Ma è ragionevole pensare che le quotazioni del Bund possano spingersi ancora al rialzo con una contestuale ulteriore compressione dei rendimenti?
Continua a leggere: Bund future ai massimi storici. Quali gli effetti sulle borse?
Da tempo Mediobanca è al centro di indiscrezioni sul riassetto manageriale proprio e della principale controllata Generali (Mediobanca ne possiede circa il 14,7%). In attesa che la situazione maturi può valere la pena di investigare il contesto grafico all’interno del quale si muovono i due titoli. Per entrambi sono stati raggiunti infatti livelli tecnici significativi.
Continua a leggere: Prospettive grafiche per Mediobanca e Generali
I prezzi delle commodities sono correlati in modo inversamente proporzionale al valore della moneta in cui sono espressi: quando il dollaro si apprezza (ovvero quando il grafico dell’euro dollaro scende) l’indice Crb, il benchmark utilizzato come riferimento del mondo delle merci, si deprezza, viceversa quando il dollaro perde di valore (quando il grafico sale) il Crb guadagna, questo almeno è quello che è successo di recente. Il legame tra i due strumenti è molto elevato: l’indice di correlazione calcolato su base annua negli ultimi due anni si è mantenuto, eccettuato un breve periodo tra agosto ed ottobre 2009, al di sopra della soglia di 0,8, molto vicino quindi al valore massimo teorico possibile di 1,0.
Continua a leggere: Dollaro forte, quale prospettive per le commodities?
La decisione della Federal Reserve di alzare il tasso di sconto, quello applicato ai prestiti alle banche commerciali, dello 0,25% allo 0,75% ha preso di sorpresa i mercati finanziari, che tuttavia sembrano aver retto bene il colpo. La banca centrale Usa ha infatti chiarito che questa misura deve essere intesa come un primo passo verso la implementazione della “exit strategy” dalle politiche monetarie straordinarie e non come un segnale di cambiamento della politica monetaria, che rimane quindi accomodante.
Continua a leggere: Dollaro forte, una strada ormai segnata o solo una fase temporanea?
Nel corso della settimana appena conclusa i principali indici di Piazza Affari hanno inviato segnali di ripresa convincenti. In particolare il ritorno del Ftse Italia All Share al di sopra dei 22000 punti può rappresentare un primo indizio di mutamento di scenario favorevole al rialzo.
Nel caso dello S&P500, indice che sostiene sulle proprie spalle la responsabilità di rappresentare il meglio della borsa Usa, il supporto critico è posizionato in area 1035/40, dove si registra la coincidenza tra il primo dei ritracciamenti di Fibonacci, il 23,6%, relativi al rialzo dai minimi di marzo, ed il secondo, sempre della serie di Fibonacci, quindi il 38,2%, relativo alla sola porzione di rialzo vista dal minimo di luglio. A difendere la tenuta dell’uptrend dell’ultimo anno circa collabora anche da area 1025 la media mobile a 200 sedute.
Nonostante tutte le bordate che vengono sparate in quella direzione le borse principali si mantengono tenacemente attaccate all’idea del rialzo. E dire che di motivazioni per vederle precipitare nelle ultime settimane ne sono emerse diverse
Continua a leggere: Le borse digeriscono tutti i bocconi avvelenati, è il momento di comprare?
Il comparto bancario è quello che ha sofferto più di altri nel corso della fase ribassista iniziata dal top dello scorso ottobre. Il settoriale domestico ha lasciato sul terreno dal massimo del 15 ottobre fino ai recenti minimi di febbraio il 25% circa, molto di più del 16% circa perso dal mercato nel suo complesso. Nel corso delle ultime due settimane si è modificata tuttavia la situazione della forza relativa che vede messe in rapporto le serie storiche dei principali rappresentanti del settore bancario, Unicredit ed Intesa Sanpaolo, e il Ftse All Share.
Le difficoltà della Grecia e più in generale dei paesi del Club Med, il circolo altrimenti definito con un acronimo non certo edificante P.I.I.G.S, ovvero Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, hanno rovinato la festa alle borse. I mercati azionari sembravano infatti pronti a riprendere, dopo alcune settimane di pausa, la corsa al rialzo che aveva contraddistinto la seconda metà del 2009, quando le tensioni sui conti pubblici dei paesi dell’area mediterranea hanno fatto loro un clamoroso sgambetto. Che l’ostacolo sia percepito come di difficile superamento, nonostante le dichiarazioni tranquillizzanti, ma non ci si poteva attendere diversamente, degli organismi internazionali, lo testimonia la rapidità con la quale i listini azionari sono scesi e l’entità dei volumi che hanno accompagnato questi cali.
Continua a leggere: La crisi della Grecia non e' da sottovalutare, meglio aumentare la liquidita'