
Eni ancora a caccia di barili in Africa. Il nuovo accordo per l’acquisizione del 55% del blocco Ndunda in Congo crea nuovi spunti di crescita nell’Africa Occidentale dove (tra Nigeria, Gabon, Congo Brazzaville, Angola, Ghana e Mozambico) il Cane a sei zampe produce 450 mila barili di petrolio equivalente (boe) l’anno su una produzione complessiva annuale pari a quasi 1,77 milioni di boe l’anno. Insomma questa parte d’Africa per Eni è strategica e l’incontro dell’ad Paolo Scaroni con il presidente nigeriano Jonathan Ebele Goodluck di venerdì scorso lo conferma.

Hera si trova nuove sfide davanti, nei bilanci e in Borsa. Dal punto di vista borsistico va infatti osservato che le performance del gruppo nell’ultimo anno sono molto peggiori di quelle delle altre multiutility. Il titolo negli ultimi 12 mesi ha ceduto il 15,74% del proprio valore di Borsa a fronte del -6,92% di A2A e del +4,37% di Acea (per fare due esempi). Questo ha reso relativamente conveniente il titolo che sugli utili del 2009 mostra un rapporto price/earnings di 22,46 contro il 45,67 di A2A e il 254,21 di Iren. Il rapporto tra prezzi e mezzi propri in effetti vede Hera in vantaggio su A2A, Iren e Acea, nel senso che è pari a 0,97 contro lo 0,99 di A2A, l’1,3 di Iren e l’1,5 di Acea.
A questa relativa “convenienza comparativa” del titolo corrispondono dei fattori fondamentali importanti che potrebbero già regalare un apporto positivo dalla prossima semestrale. Per esempio la crescita di oltre il 24% del business dei rifiuti nell’ultimo trimestre che ha portato il margine operativo lordo delle attività connesse a 52,2 milioni di euro su un totale di 185,1 milioni di euro. Oltretutto il termovalorizzatore di Modena ha funzionato a pieno regime per soli due mesi su tre a causa dei lavori di manutenzione.
Nel trimestre a una flessione dei ricavi del 18,2% a poco più di un miliardo di euro, il gruppo ha associato una crescita del mol dell’11,1% con un ebitda margin passato dal 12,9% di un anno prima al 17,6% dello scorso 31 marzo. Questo notevole incremento della redditività del gruppo è in gran parte attribuibile al taglio dei corsi per materie prime e materiali passati (in un confronto 1Q2009/1Q2010) da 909,9 a 643,3 milioni di euro. I due effetti opposti sul conto economico (calo dei ricavi e incremento del mol) sono però generati dalle medesime cause efficienti ossia la riduzione dell’attività di trading sull’energia e i risultati della vendita del gas che (come testimoniato dal calo dei costi delle materie prime) ha registrato un calo del prezzo parzialmente compensato dall’aumento dei volumi di vendita.
Il gas rimane comunque la prima attività del gruppo con un apporto al mol di 81,9 milioni di euro (+5,9%). Da evidenziare anche il notevole calo degli investimenti da 86 a 63,8 milioni di euro (-25,8%). Il calo generale dei prezzi dell’energia elettrica – dovuto alla minore domanda in tempi di recessione – ha impattato notevolmente sulle performance della società che potrebbe dunque approfittare in questo senso di un probabile miglioramento delle condizioni di questo mercato legato alla stagionale crescita della domanda estiva e ai primi effetti della ripresa che si sono già in parti avvertiti nella rilevazione della domanda elettrica nazionale. Dal punto di vista del leverage, il gruppo mostra un patrimonio netto da 1,75 miliardi e un debito finanziario netto di 1,91 miliardi di euro e dunque un rapporto debt/equity di poco superiore all’unità. Complessivamente, dunque, Hera pare molto ben posizionata in vista di una eventuale ripresa. Sperando che questa non tardi ancora a venire.

Giornate difficili queste per presentarsi al mercato: l’azionario subisce continui scossoni e niente sembra certo, né la tenuta dell’Europa periferica, né la ripresa dell’economia statunitense. Qualche dubbio si proietta pure sulla Cina. Nonostante questo Iren, l’attesa creatura nata dalla fusione tra Iride ed Enìa ha deciso di muovere i suoi primi passi in Borsa e, nel suo secondo giorno di Borsa, sembra riuscire a vincere la sfida. Si è trattato i realtà di un ingresso condizionato, con il management che quasi da subito ha precisato che per il piano industriale bisognerà aspettare l’anno prossimo. La conferma di una ricca politica dei dividendi con la distribuzione del 70% almeno degli utili agli azionisti ha riportato un po’ di buon umore. Certo qualche accenno più corposo alle strategie avrebbe rassicurato sul raggiungimento delle sinergie da 70 milioni di euro in quattro anni attese dal mercato. Arrivare all’appuntamento con il mercato non era però affatto scontato, anzi. Dopo anni di attesa e mille intoppi e imprevisti che hanno bloccato diverse volte il merger, la nascita della prima “multiutility sovraregionale” rimane una notizia importante per tutto il mercato. Si affaccia, infatti, in Borsa un gruppo da 3,16 miliardi di euro di ricavi con 5 mila dipendenti e un ebitda di 567 milioni di euro. Soprattutto si presenta al mercato un operatore verticalmente integrato e capace di competere in tutti gli ambiti delle multiservizi tradizionali, dall’acqua all’energia passando per teleriscaldamento e ambiente. Nel teleriscaldamento Iren vanta ora il primato nazionale, ma le sfide si misurano anche nel settore dell’acqua e del gas. Nel mercato dell’energia la crescita dei volumi (Iren è già il sesto operatore nazionale) sia di vendita che di generazione e approvvigionamento è vista come una priorità. Una nuova centrale a ciclo combinato a Torino dovrebbe aiutare, così come il potenziamento del fotovoltaico e il repowering di Valle Orco. Nel ciclo idrico integrato la recente alleanza con F2i è considerata come una mossa strategica per la crescita di questa promettente attività sulla quale puntano anche molti altri competitor. A Parma è previsto adesso un Polo Ambientale Integrato che punta alla totale autonomia nello smaltimento dei rifiuti. A Parma porta anche la dorsale di collegamento prevista nell’ambito dei progetti che riguardano il teleriscaldamento. Gli enti pubblici che controllano la nuova Iren dovranno trovare la quadra all’interno del consiglio di amministrazione con 13 membri e dimostrare di potere lavorare insieme a questo nuovo e imponente progetto. Già da oggi Iren si pone come polo di aggregazione proiettato verso tutti i centri compresi tra Parma e Torino. Come noto in questo settore le sinergie di scala e la contiguità territoriale rappresentano una forte spinta al merger dunque riuscire a portare dentro Iren nuovi municipi significa dare una continuità alla stessa idea che ha sostenuto le fusioni più recenti (prima di Torino con Genova e dunque di Iride con Enìa). La crescente competizione nel settore e la crescente presenza di stranieri dalle spalle larghe in svariati rami di attività impongono d’altronde una massa critica adeguata. Qualche spunto in più sulle prossime mosse, sarebbe comunque stato utile a valutare meglio questa sofferta fusione.

Già due settimane fa Paolo Scaroni ha negato ogni interesse per gli asset di BP con cui pure collabora a importanti progetti africani. Se dunque il gigante del petrolio affondato da una falla disastrosa nel Golfo del Messico dovesse procedere a una serie di cessioni a vantaggio dei concorrenti, probabilmente non sarebbe la società del cane a sei zampe ad avvantaggiarsene. L’estrema volatilità dei prezzi del greggio ha invece scosso un po’ tutto il settore e le incertezze su un giro di vite alle autorizzazioni esplorative e agli standard di sicurezza negli impianti hanno compresso i corsi di molte big del settore.
Succede così che in un secondo momento gli analisti inizino a rivalutare i titoli del comparto “troppo depressi” e che anche Eni riprenda la via del rialzo. L’italiana guidata da Paolo Scaroni avrebbe subito troppo il peso di un dossier, come quello di BP, che la riguarda relativamente poco. Di certo il titolo nel corso delle ultime due ottave ha mostrato una certa solidità di impostazione che lo ha riportato a contatto con gli ostacoli di area 16,3 euro, ma vanno anche ricordati i riapprezzamenti del greggio che hanno giocato un ruolo non marginale nei recuperi. Gli ammorbidimenti di Pechino in tema valutario lasciano ben sperare in tal senso anche per il futuro. Nuove e più dure norme sull’off-shore potrebbero comunque comprimere i margini dei big occidentali a danno dei produttori fuori dall’Opec: la morsa delle materie prime potrebbe insomma stringersi di nuovo. Né in patria la situazione rimane stabile.
Il leader del partito democratico Pier Luigi Bersani ha riproposto delle misure per la liberalizzazione del mercato italiano che chiamano direttamente in causa la stessa Eni. La prima proposta prevede che le reti di distribuzione possano avere accesso a tutti i fornitori per abbattere i prezzi del carburante alla pompa. La seconda proposta riguarda invece la separazione della stessa Eni dalla sua controllata Snam Rete Gas e la creazione dunque di una rete veramente terza rispetto agli operatori. Per una società verticalmente integrata come Eni, un gruppo che opera indifferentemente nell’esplorazione e nel retail, si tratta di proposte dirompenti, sebbene non nuove.
Ovviamente, però, il passaggio di una proposta come quella di Snam dal livello del dibattito tra analisti e azionisti di minoranza a proposta attiva del maggiore partito politico di opposizione non può che preoccupare un manager come Scaroni che alla separazione di Snam si è sempre opposto adducendo motivi di interesse nazionale. D’altra parte in un momento in cui un alleato storico come la russa Gazprom comincia ad accedere sempre più direttamente al nostro mercato (rifornendo anche varie multiutility) sicuramente le mosse dei nostri policy maker devono essere molto accorte, anche perché va ricordato che in pratica Gazprom opera da monopolista di Mosca sui mercati internazionali del gas e dunque gode di un ruolo privilegiato che agli operatori europei non è consentito.
Il ruolo di Gazprom nelle forniture europee tramite Nord e South Stream diventa sempre più importante per l’Europa del XXI secolo e il recente ingresso di EdF nella condotta meridionale potrebbe portare una spinta comunitaria anche a questo progetto. In questo contesto la promozione di una rete unica europea del gas potrebbe acquistare un nuovo significato e rilanciare davvero il ruolo dell’Italia quale hub del gas mondiale in arrivo in Europa.
Il nostro Paese dipende più degli altri dal gas e dunque non può aspettare che le politiche comunitarie in tal senso vengano dall’alto (anche perché non gli sarebbero favorevoli) ma deve collaborare a una gestione attiva del settore a Bruxelles in modo da contribuire alla creazione di un sistema che risponda alle nostre esigenze dei prossimi decenni. Eni in questo senso ha le competenze e l’autorevolezza necessarie a promuovere un discorso sistemico nelle sedi opportune, l’appoggio del governo in tal senso sarebbe fondamentale. All’interno di un quadro realmente europeo, allora, le questioni della “rete terza” e della competizione energetica nel nostro mercato acquisterebbero un respiro davvero sostenibile. Senza considerare che i finanziamenti sempre più importanti chiesti dal comparto potrebbero diventare meno “ingombranti” se spalleggiati da una platea più ampia di investitori.
Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Mattinata a dir poco movimentata per Actelios. Il titolo in avvio di seduta e’ balzato verso il massimo di aprile a 3,89 euro, ostacolo oltre il quale si creerebbero le premesse per un allungo verso il top di ottobre a 4,4375, con target intermedio a 4,04. I prezzi hanno poi bruscamente invertito la rotta scivolando sotto gli importanti sostegni a 3,30: una chiusura di seduta inferiore a questo ultimo riferimento causerebbe un approfondimento sui 3,05, con il rischio concreto di assistere al ritorno sul bottom di marzo a 2,46.
La causa dell’estrema volatilita’ evidenziata nelle ultime ore e’ l’annuncio della controllante Falck di voler concentrare tutti gli asset riguardanti le energie rinnovabili del gruppo in Actelios. L’operazione prevede un aumento di capitale in natura mediante conferimento ad Actelios dell’81% di Falck Renewables Plc (attiva nel settore eolico), compresi 44 milioni di euro di debito verso Falck, contro l’emissione di azioni che portera’ Falck vicina al 75% contro l’attuale 69% circa del capitale di Actelios. Successivamente sarà varato un aumento di capitale cash da 130 milioni di euro volto a rafforzare la solidita’ patrimoniale di Actelios e quindi a sostenere lo sviluppo del piano industriale della societa’. Falck non partecipera’ totalmente all’aumento, limitandosi il suo apporto al mantenimento della propria partecipazione almeno al 60%. L’operazione dovrebbe concludersi entro fine anno con l’aggiunta del nome Falck al nome della newco. Quest’ultima, in base ai dati pro forma 2009, avrebbe ricavi pari a 185 milioni di euro e un EBITDA di 95 milioni, collocandosi al primo posto in Italia e tra i primi in Europa nel settore dell’energia da fonti rinnovabili.

Il greggio e le altre materie prime hanno risentito duramente delle incertezze sulla tenuta della ripresa europea. I recenti salvataggi spagnoli hanno infatti ravvivato i timori di un possibile contagio della Penisola Iberica e i forti ribassi dell’euro sulle altre valute hanno inevitabilmente reso più onerosa la domanda di energia da parte dei paesi europei che potrebbero anche dovere affrontare degli scenari deflazionistici nel prossimo futuro. Da questo sono derivati i ribassi del greggio e delle materie prime degli ultimi giorni (solo parzialmente recuperati oggi) mentre produttori e distributori corrono ai ripari cercando di riposizionarsi al meglio nel nuovo contesto.
Eni, in particolare, sta cercando di arginare gli effetti deleteri del recente downgrade di Standard & Poor’s da AA- ad A+ a causa della permanenza del debito al di sopra dei 23 miliardi di euro: la società guidata da Paolo Scaroni ha senza dubbio liquidità sufficiente a sopperire a ogni necessità, ma le incertezze portate dal contesto globale forse rendono meno chiare le prospettive di reddito future.
Nel frattempo l’italiana ha annunciato la cessione del 25% di Greenstream alla libica Noc: con Tripoli, adesso, si gestisce alla pari l’infrastruttura che trasporta il gas libico a Gela. Forse per rassicurare il mercato il management ha annunciato che la produzione di petrolio dal pozzo iracheno di Zubair dovrà raggiungere i 250 mila barili di petrolio al giorno dai 180 mila attuali.
Continua a leggere: Nuove sfide per i big del petrolio, a partire da Eni

Qualcuno spieghi a Giuliano Zuccoli che sul caso Edison si è infilato in un vicolo cieco, e per di più stucchevole. Sono anni ormai che il numero uno di A2A simula un velleitario confronto con i francesi di EdF senza cavare un ragno dal buco. In pratica la municipalizzata che per non essere conquistata da Asm ha dovuto vendere la rete in fibra ottica di Milano e comprare i rifiuti di Amsa è costretta da tempo in una guerra di trincea nella quale, lentamente si sta logorando.
D’altra parte è chiaro che gli altri azionisti di Delmi, la holding finanziaria che consente ad A2A pesare quanto i francesi in Transalpina (61% del capitale di Edison) e dunque di parlare ancora di una Edison franco-italiana, non vogliono vendere. A questi prezzi non gli conviene. Se si considera che poi i francesi fuori da Transalpina controllano un altro 20% quasi del capitale di Edison si capisce perché in foro Bonaparte si parli sempre più francese. E dove è Foro Buonaparte? Proprio a un passo dal Castello Sforzesco, ai margini di un progetto napoleonico mai realizzato a Milano, ma che questa volta potrebbe invece essere il cavallo di Troia dell’espansione francese nel mondo dell’energia italiana.
Lo scacchiere di riferimento va, infatti, molto oltre l’alleato bresciano di A2A (la storica Asm che spesso recalcitra) e si estende a Roma dove più volte lo stesso Giuliano Zuccoli ha protestato contro il ruolo di monopolista del nucleare assegnato d’imperio dall’ex ministro Claudio Scajola alla nazionale Enel. Ora le carte, con la caduta del ministro a seguito delle note vicende giudiziarie, potrebbero essere rimescolate, ma sul fronte di Edison lo scenario è tutt’altro che incoraggiante.
Se si guarda alle capitalizzazioni di ieri si scopre che Edison vale in Borsa più di un miliardo di euro in più di A2A (4,7 contro 3,6). Se si guarda ai dati della prima parte del 2010 si vede che il giro d’affari di Edison è cresciuto da 2,81 a 2,87 miliardi di euro mentre quello di A2A è sceso da 1,77 a 1,66. In termini di mol Edison è passata da 295 a 321 milioni di euro e A2A invece ha segnato il passo riducendo il proprio margine operativo lordo di un quarto a circa 151 milioni di euro. Questo significa che l’ebitda margin di Edison nel trimestre è all’11,16% contro il 9,05% di A2A. Guarda guarda Edison è diventata non solo più grande, ma anche più redditizia.
Se poi Umberto Quadrino, l’ad di Foro Buonaparte scelto dai francesi, dichiara che vuole raggiungere il milione di bollette entro l’anno, sicuramente ad A2A il nervosismo cresce. Oltretutto la cessione di Alpiq che dovrebbe fruttare sui 389 milioni di euro non sembra procedere in modo particolarmente celere. Il piano industriale prevede in complesso 500 milioni di euro di incassi dalle cessioni degli asset non core, ma le manovre sembrano ancora in fase interlocutoria.
Qualche consolazione balcanica forse verrà dal Montenegro dove A2A ha investito 192 milioni di euro e ne potrebbe investire altri 115 milioni in futuro per diventare in pratica il maggiore operatore energetico locale. Qualche altro incasso verrà probabilmente dalla centrale di Acerra di cui il gruppo ha preso la gestione in attesa di sviluppare ulteriormente la capacita degli impianti di cogenerazione di Milano e Bergamo. Con Edison, però, la partita sembra ancora molto lunga.
Periodo critico per Tenaris: la società dei Rocca specializzata nella produzione di tubi per l’industria petrolifera ha chiuso i primi tre mesi del 2010 con il più basso giro d’affari degli ultimi tre anni. Già le stime degli analisti si erano allineate su una stima di ricavi trimestrali di circa 1,9 miliardi di dollari che implicava una flessione di oltre venti punti percentuali: i risultati di Tenaris, però, sono stati peggiori e i ricavi sono scesi del 33% a 1,638 miliardi di euro.
Il core business dei “tubular products” ha perso il 33% dei propri ricavi fermandosi a 1,41 miliardi di dollari con volumi di vendita in calo del 12% e prezzi medi di vendita in flessione di 23 punti percentuali. Le tensioni sui prezzi delle materie prime impattano sui margini del gruppo che evidenzia la forte crescita dei materiali in acciaio e in particolare il rincaro dei minerali ferrosi.
Tenaris confida, però, nella ripresa delle vendite di tubi nei prossimi trimestre in Nord America (dove già si è registrata una reazione positiva alla crisi), nel Medioriente e in Africa. La competizione sui prezzi assai serrata in diversi mercati rende difficile risollevare i margini anche se qualche risultato in termini di efficienza operativa e di taglio dei costi è stato già raggiunto.
Il conto economico trimestrale indica una flessione dell’utile operativo del 55% a 309,3 milioni di dollari. In un anno l’ebitda è sceso del 46% a 435,4 milioni di dollari e l’ebitda margin ha mostrato un calo dal 33 al 27% ma su base trimestrale ha mostrato un miglioramento.
Diversi altri fattori pesano negativamente sulle performance della società e sull’intero settore petrolifero. La recrudescenza della crisi greca e i forti ribassi dell’euro che è scivolato fino a un cambio di 1,27 sul dollaro hanno infatti incoraggiato una flessione dei prezzi del greggio. Secondo alcuni osservatori i fondamentali delle industrie non sostengono a sufficienza le quotazioni oltre gli 80 dollari delle sedute degli ultimi mesi e l’abbondanza delle scorte confermata dai dati statunitensi settimanali di ieri suggerisce una pausa nella corsa dell’oro nero. Rapidamente il greggio ha perso il 7% in due giorni e ha così portato un cattivo sentiment anche su tutto il comparto petrolifero. In anticipo su dati trimestrali abbastanza deludenti, Tenaris ha così segnato ieri un pericoloso minimo a 14,56 euro.
Le ultime due sedute hanno visto il quadro grafico deteriorarsi notevolmente con la decisa violazione della trendline rialzista in forza dal marzo 2009 e l’affondo al di sotto del supporto statico opposto dai minimi del 25 febbraio scorso. Diventa probabile, a questo punto un ripiegamento in zona 14,0-14,3 euro. Dal difficile contesto macroeconomico dovranno giungere segnali di maggiore stabilità al mercato e il settore petrolifero dovrà registrare una ripresa ulteriore della domanda e un miglioramento dei margini perché anche Tenaris possa tornare a correre.

Il governo del Bel Paese si concentra nuovamente sull’atomo. Il premier Silvio Berlusconi parteciperà, infatti, agli incontri di Washington sulla sicurezza nucleare. Già venerdì scorso l’incontro del presidente francese Nicolas Sarkozy a Parigi nell’ambito di un summit aveva visto un accordo Enel e Ansaldo Finmeccanica da un lato ed EdF e Areva dall’altro. Così, mentre Obama cerca di portare la Cina dalla propria parte nel braccio di ferro per le sanzioni all’Iran, il legame a cavallo delle Alpi sul nucleare si stringe. I protocolli di intesa siglati venerdì scorso a Parigi prevedono un impegno comune di almeno cinque anni e coinvolgono gran parte della filiera dell’atomo che il governo del Pdl sta cercando di ricostruire in Italia. Non a caso l’evento, per quanto in gran parte previsto, è finito sulle principali testate giornalistiche internazionali. D’altra parte i patti prevedono non solo una nuova alleanza fra Enel ed EdF che collaborano da tempo in questo settore, ma implicano a cascata, per esempio, una serie di accordi fra ricercatori universitari italiani e francesi e fra Andra e Sogin, le due società che dovranno gestire le scorie radioattive prodotte dagli impianti.
Nel contesto italiano l’ingresso nel progetto di Ansaldo Energia, società del gruppo Finmeccanica in via di quotazione, isola ancora di più la milanese A2A che pure preme da tempo per ricavarsi un ruolo nella rinascita nucleare del Bel Paese. Il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, uno dei maggiori “sponsor” di un’alleanza nucleare con Parigi, ha sottolineato la crescita del ruolo italiano nel nuovo Epr, il reattore di terza generazione già in fase di realizzazione in Finlandia e nella francese Flamanville. Di quest’ultimo impianto Enel già controlla una quota, a Flamanville lavorano inoltre decine di imprese italiane. Le aspirazioni nucleari italiani– è importante sottolinearlo – rimangono aperte, però, anche alle tecnologie concorrenti come quella della Westinghouse, almeno ufficialmente. Per Areva, il più grande costruttore mondiale di centrali, la stretta di mano italiana è importante dopo le critiche per i rincari e i ritardi dell’Epr finlandese e dopo lo smacco subito ad Abu Dhabi con la vittoria della tecnologia sudcoreana per un progetto da 20 miliardi di dollari.
Continua a leggere: Il governo rispolvera l'"agenda nucleare"

C’è poco da girarci attorno: il 2009 di Acea si è chiuso con un rosso da 52,5 milioni di euro e il management non ha potuto che tagliare la cedola. Sicuramente pesano gli effetti straordinari e iniqui della “moratoria fiscale” ossia 78,8 milioni di euro che le società dei servizi pagano per l’avere approfittato di regole poste dal nostro governo e poi rinnegate dall’Unione Europea. Oggi le pesanti perdite del titolo, però, riflettono anche diverse altre “pecche” che forse si potevano evitare e che soprattutto proiettano incertezze notevoli sul futuro del gruppo.
Ancora una volta è proprio l’incertezza sui rapporti con Suez GdF che lascia spaesato il mercato, oltre a performance davvero deludenti dovute sicuramente anche a fattori congiunturali, ma non solo. Le ultime novità ufficiali sui rapporti con la francese GdF, che con una quota del 9,9 per cento è la seconda azionista di Acea dopo il Comune capitolino (al 51%), indicano che già dal 17 febbraio la questione è stata rimessa al presidente e all’amministratore delegato (Giancarlo Cremonesi e Marco Staderini) che hanno avviato la remissione delle procedure a un Arbitrato internazionale. Insomma si va per le lunghe, come se i mesi di stagnazione di queste “composizioni” non fossero sufficienti.
La cosa in fondo ricorda un po’ il caso di A2A, dove altri francesi, quelli di EdF, si trovano in conflitto con gli azionisti italiani di Edison sulle strategie. A Parigi non hanno di questi problemi vista la nostra scarsa presenza sul mercato d’Oltralpe dell’Energia (e come arrivarci senza nucleare e con le tradizionali politiche dell’Eliseo?).
Di certo questo bilancio di Acea sostiene molti progetti con poche risorse. Quest’anno ha infatti portato poco fieno in cascina e i ricavi sono scesi da 3,05 a 2,88 miliardi di euro a causa soprattutto del “risultato delle attività della Joint Venture con Gas de France Suez che hanno scontato anche la riduzione delle quantità di energia prodotta per indisponibilità tecnica degli impianti e la flessione dei consumi di energia elettrica e del prezzo dell’energia”.
Ancora peggiori le performance del risultato operativo che scivola da 385 a 185 milioni di euro anche a causa dell’incremento di 100,8 milioni di euro degli investimenti che sono arrivati a 518,1 milioni di euro (concentrati soprattutto in Reti e Idrico). Gli ammortamenti legati a questa importante voce del conto economico crescono così di 21,6 milioni, ma alla flessione del risultato operativo contribuiscono anche maggiori svalutazioni su crediti per 15,9 milioni e maggiori accantonamenti per una corretta valutazione dei rischi fiscali e legali connessi a fattori non prevedibili (in particolare ben 36 milioni di euro deriverebbero dalla verifica fiscale per gli anni 2005 e 2006 mentre altri 39 milioni di euro sarebbero collegati ad altri rischi).
Il profilo patrimoniale del gruppo non desta però meno preoccupazioni di quello reddituale che pure ha subito gli effetti di diverse poste straordinarie. In particolare la posizione finanziaria netta indica un saldo negativo di oltre 2,1 miliardi contro gli 1,6 miliardi di euro di fine 2008. Il gearing (debito finanziario netto su capitale investito) sale cosi di quasi 10 punti percentuali al 62,8 per cento, il debt/ebitda passa da 2,62 a 3,86. Il patrimonio netto in calo a 1,28 miliardi conferma un cattivo rapporto tra mezzi propri e di terzi (debt/equity a quasi 1,7): in altre parole i debiti a fine 2009 sono troppi.
La posizione finanziaria di breve termine è passata da un saldo positivo di 44,4 milioni a fine 2008 a uno negativo per ben 357,6 milioni di euro, l’indebitamento a breve verso le banche è più che triplicato da 200 a oltre 650 milioni di euro, servono insomma interventi di rafforzamento della base di capitale proprio del gruppo.
Né l’azionariato appare unito nel sostegno del gruppo in questo momento difficile. I piccoli azionisti, secondo quanto riportava stamane MF, si sarebbero orientati verso l’impugnazione presso il Tar e la Consob delle delibere che, modificando l’articolo 15 dello Statuto, hanno introdotto il sistema dei quozienti per l’elezione dei membri del cda in vista della prossima assemblea del 29 aprile. In soldoni i soci di minoranza temono di essere scavalcati in vista delle decisioni importanti sulla cessione il 21% del capitale in mano al Comune e la riorganizzazione del ciclo idrico integrato. Tutte le strade portano a Roma, si dice, ma forse adesso è necessario a Roma si cambi strada.