
Il 2010 chiederà al management di Eni delle scelte strategiche per il futuro. Cambiamenti importanti urgono, infatti, su più fronti. L’annosa questione della proprietà di Snam e degli assetti proprietari delle reti di condutture che da diverse direzioni pompano il gas in Europa e in Italia rischia infatti di complicarsi ogni giorno di più. Il pericolo, per la società guidata da Paolo Scaroni, è quello di una maxi-sanzione fra i 500 milioni e il miliardo di euro per via del ruolo dominante nei gasdotti europei Tag, Transitgas e Tenp. L’Antitrust europeo minaccia infatti dei provvedimenti che potrebbero impattare pesantemente sui conti del cane a sei zampe.
La faccenda si interseca con quella del controllo di Snam e quindi della rete nazionale di distribuzione e di società collegate ad altre attività di “sistema” come la gestione degli stoccaggi di Stogit. Più volte il controllo della rete da parte di uno degli operatori è stato criticato da diversi osservatori, tuttavia Scaroni ha sempre ottenuto un tacito assenso dalla politica quando ha osservato in passato che sostanzialmente tutti i maggiori operatori europei controllano ancora ampie parti delle infrastrutture. Quando di recente Alessandro Ortis, numero uno dell’Autorità dell’energia, ha ricordato ancora una volta il predominio della società di San Donato nelle forniture di gas del Bel Paese, è stato facile per i giornali ricordare le annose diatribe sul caso. Di recente anche il fondo attivista Knight Vinke ha sostenuto posizioni simili, ma per motivi diversi: uno scorporo delle attività di downstream (Snam compresa) da quelle di upstream secondo il fondo liberebbe valore e favorirebbe una migliore distribuzione del debito. Scaroni ha risposto che tenere certe attività regolate insieme alle altre (il business del gas con quello del petrolio) favorisce la solidità dell’azienda, ma la crisi della domanda di gas di quest’anno mette un po’ in forse un simile assunto.
La compagnia petrolifera fondata da Enrico Mattei si confronta però in questi giorni anche con un altro caso di portata internazionale. In Uganda l’Eni ha puntato tanto, fino ad arrivare a un accordo da 1,5 miliardi di euro con Heritage per l’acquisizione del 50% dei blocchi 1 e 3A del bacino del Lago Albert controllati dalla società. Il socio di Heritage Tullow Oil, il più grande esploratore britannico nel comparto petrolifero, ha però insistito per dire la sua e ha esercitato il proprio diritto di prelazione sugli asset di Heritage in maniera da gestire in proprio il processo di sviluppo di questi giacimenti che potrebbero equivalere a riserve per 2 miliardi di barili. Si tratta comunque per Tullow di una scommessa ardita, perché gli operatori del settore sono ben consapevoli che il gruppo non ha le competenze necessarie per lo sviluppo di un progetto tanto complesso e che ha quindi bisogno urgente di partner qualificati che l’aiutino a ripagarsi gli investimenti. Il progetto domani potrebbe davvero cambiare l’Uganda e prevede la costruzione di un certo numero di infrastrutture. Eni rimane alla finestra fiduciosa in una positiva evoluzione del dossier entro il prossimo mese. Di certo però questa presa di posizione di Tullow complica le cose.

Le tensioni sui prezzi del petrolio e l’impatto notevole della crisi hanno creato un bel po’ di problemi alle più grandi compagnie petrolifere del mondo, tuttavia all’appuntamento con l’altalena dei corsi del greggio non tutti gli attori del mercato si sono presentati allo stesso modo.
Se io, approfittando dei prezzi da record dell’oro nero, faccio investimenti pesanti in sabbie bituminose e petrolio non convenzionale, un crollo dei corsi da 150 a 50 dollari rischia di mandarmi e gambe all’aria e di farmi sbattere la porta in faccia dalle banche: il futuro a volte rischia di essere troppo caro, se non si ha il fiato lungo.
Eni nel contesto globale mostra, però, di avere le spalle larghe e si mantiene ben posizionata in un contesto assai difficile come quello attuale. Il gruppo guidato da Paolo Scaroni ha un gearing (ossia una leva sul debito) superiore in media agli altri concorrenti, la compresenza nella società di attività tipiche delle compagnie petrolifere tradizionali e di attività da utility che a volte confondono gli osservatori. La separazione che alcuni analisti o piccoli azionisti chiedono di attività come la rete del gas dal resto sembra però ben lontana per ora.
Continua a leggere: Eni: il portafoglio resta uno dei più solidi del settore
Eni continua a far parlare di sé e oggi registra un buon rialzo di oltre 1,3 punti percentuali dopo aver raggiunto un accordo con la britannica Heritage Oil che a Londra registra un rialzo del 2,76 per cento. È ancora il sole africano che scalda le quotazioni di questi big petroliferi e con il nuovo deal Eni ha ottenuto la possibilità di avere un ruolo di primo piano in alcuni giacimenti dell’Uganda (blocchi 1 e 3A).
I numeri in campo sono estremamente interessanti: i giacimenti in questione si trovano, infatti, nel lago Albert al quale sono attribuite risorse per 1 miliardo di barili di petrolio equivalente di cui circa 700 milioni già scoperti. Per la società guidata da Paolo Scaroni l’Africa non è ovviamente una novità e rappresenta senz’altro un’area importante per le prospettive del gruppo. Egitto, Nigeria, Libia, Congo, Ghana rappresentano paesi importanti sia allo stato delle cose che in prospettiva, ma presentano anche difficoltà e contesti diversi che spaziano dalle problematiche ambientali e sociali della Nigeria (che hanno già pesato notevolmente sulle performance di tutta la società durante il 2008 e il 2009), alle difficoltà tecniche del Congo, dove il petrolio dovrà in molti casi essere estratto dalle sabbie bituminose, alle trattative “politiche” in Egitto o in Libia.
Un puzzle di contesti reso più complicato dalle vere e proprie gare fra vari competitor internazionali spinti verso l’Africa dalla forte volatilità del greggio sui mercati internazionali. Il crescente ruolo degli operatori cinesi anche in Africa è solo uno degli esempi più noti della gara per l’approvvigionamento energetico nel contesto internazionale. Lo scacchiere africano è però solo uno dei tanti in cui si trova operare la più grande società italiana.
Continua a leggere: Eni: successi in Angola, ma il dossier austriaco resta caldo

Ieri l’Italia ha fatto un importante passo in direzione del Kazakhstan. Alcune delle maggiori imprese pubbliche hanno infatti siglato un importante protocollo d’intesa con corrispettive società pubbliche kazake. Gli accordi hanno un valore di diversi miliardi di dollari (sarebbero circa 6 quelli stimati da MF) e permettono a Eni di mettere in piedi nuovi progetti nel Paese guidato da Nursultan Nazarbayev dopo le difficoltà riscontrate in passato sul progetto del Kashagan, di cui comunque Eni rimane uno dei principali attori anche oggi. Grazie anche all’appoggio dell’Italia per la presidenza kazaka dell’Osce l’Eni potrà ora partecipare, insieme alla sua corrispettiva kazaka KazMunayGas, alle esplorazioni delle aree di Isatay e Shagala nel Mar Caspio.
Contributi importanti del cane a sei zampe verranno anche per il miglioramento dello sfruttamento del gas kazako. È infatti previsto che vengano promosse la costruzione di un impianto di generazione a turbogas, di un cantiere navale e che sia promosso l’upgrading della raffineria di Pavlodar, di cui KasMunaiGas possiede una quota di maggioranza.
Prevista anche una forte collaborazione fra Finmeccanica e Ferrovie dello Stato da un lato e la società locale Temir Zholy nel settore ferroviario del Paese. Ai nuovi progetti in questo campo parteciperà anche Ansaldo. Il ruolo di Finmeccanica comprende però anche accordi fra KazEngineering e Selex Galileo che vedrà applicati i propri sistemi elettro-ottici nell’ammodernamento dei tank corazzati T72 dell’eserciro kazako. Altre collaborazioni potrebbero poi riguardare l’elicotteristica civile e una joint venture per l’assemblaggio in Kazakhstan degli autobus a gas naturale della BredaMenarinibus (Finmeccanica).

L’ultimo trimestre di Eni è stato accolto dal mercato decisamente male. Il titolo cede in apertura circa 3 punti percentuali e sconta probabilmente il calo dell’utile netto a 1,24 miliardi (-57,8%) e dei ricavi della gestione caratteristica del 32% a 19,1 miliardi di euro. In realtà se si guarda alle variazioni trimestre su trimestre la società ha registrato un miglioramento generale in tutte le voci del conto economico. Luminosa eccezione l’andamento del più profittevole tra i settori di cui Eni si occupa ossia quello della Exploration and Production che scende, in termini di utili a 943 milioni di euro dal miliardo circa dello scorso trimestre (in un rapporto annuale invece l’utile della E&P è praticamente dimezzato).
Nella spiegazione data dal cane a sei zampe di questa performance si legge un po’ un riassunto dell’andamento generale del settore petrolifero mondiale nei tre mesi: caduta dei prezzi del petrolio e del gas, nonché dei margini di raffinazione, che poi sono il margine unitario che un raffinatore ottiene da ogni barile di greggio che compra e trasforma nei vari prodotti (dalla benzina, al gasolio all’etilene).
Continua a leggere: Eni: scarsa domanda e margini in calo comprino gli utili

La macchina del petrolio iracheno, una delle più inceppate del mondo da sempre, sembra essersi riavviata. Dopo l’aggiudicazione di Rumaila da parte del consorzio partecipato da Bp e dalla cinese Cnooc, questa volta è toccato ad Eni che in Iraq si è aggiudicata una fetta del 40% di Zubair: un giacimento che potrebbe passare da 195 mila a 1,125 milioni di barili al giorno nel corso dei prossimi 7 anni.
“Un bel boccone” l’ha definito Eni, anche se sarà un boccone che comporterà 10 miliardi di euro in investimenti nei prossimi 7 anni e una quota di 2 dollari soltanto di remunerazione aggiuntiva al barile contro i 4,8 chiesti in passato dalla società del cane a sei zampe. In merito lo stesso amministratore delegato Paolo Scaroni ha precisato che le condizioni sono migliorate sotto diversi altri aspetti e che per questo oggi il gruppo può accettare i nuovi contratti: sui dettagli però la società mantiene il massimo riserbo.
Di certo si sa che la cinese Sinopec è stata bocciata da Governo iracheno per i suoi progetti nell’avversato Kurdistan, Paese che da qualche tempo ha riavviato in proprio la produzione di petrolio anche per via delle lungaggini irachene nel campo dello sviluppo dei giacimenti. Qualche numero sui grandi giacimenti del Paese si può cominciare a tirarlo.

Sicuramente Eni è sotto pressione internazionale. La più grande società italiana che da sola copre circa un quinto della capitalizzazione di Piazza Affari e che garantisce la sicurezza energetica nazionale è, infatti, oggetto di spinte, pressioni e consigli interessati da parte di soggetti di tutti i tipi.
Alcune pressioni vengono da testate internazionali (non sempre vicine agli interessi italiani) come il Financial Times o da fondi di investimento come Kvma che hanno di recente rilanciato l’ipotesi di uno scorporo dell’upstream di Eni, ossia delle attività di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti di gas o petrolio, da quelle del downstream, ossia dalla distribuzione.
Queste ultime sono quasi tutte affidate a Snam Rete Gas che controlla praticamente tutta la rete del gas italiano accessi inclusi e con le eccezioni (destinate però a crescere nel tempo) di nascenti progetti di altri gruppi come Edison e in generale delle multiutility italiane. In poche parole Knight Vinke Asset Management, un fondo diretto da Eric Raimondo Knight suggerisce di separare le attività di Exploration e Production che sono poi quelle con le quali Eni ricerca, estrae e produce gas e petrolio, dal resto della società (le due business unit di commercializzazione e di raffinazione e marketing, ossia Agip).
Continua a leggere: Eni: c'è chi dice di dividerla e chi chiede un'alleanza

Il ruolo dell’Italia nel panorama energetico mondiale ed europeo è cosa che dovrebbe stare a cuore un po’ a tutti noi. È inevitabile però che la complessità del mondo dell’energia allontani l’uomo comune dalla comprensione delle dinamiche internazionali che regolano i rapporti di forza tra i vari soggetti. Solo in casi estremi, come durante la disputa del 2006 fra Russia e Ucraina ci accorgiamo di come l’Italia sia ancora fragile nel contesto di un’epoca che vede il lento declino del petrolio e si interroga sul futuro dell’energia mentre giganteschi acquirenti come la Cina e le altre nazioni emergenti sconvolgono gli assetti del mercato.
L’Italia compra energia per sopravvivere e quindi la volatilità dei prezzi del petrolio e la connessa volatilità dei mercati energetici la costringono a progettare soluzioni per il futuro. In questo ambito si inseriscono i progetti realizzati o ancora incompiuti dei gasdotti Galsi, Itgi, Green Stream e South Stream che cercheranno nei prossimi anni di soddisfare la nostra crescente domanda di gas (noi dipendiamo fortemente da questa risorsa).
A questi progetti sul gas si affianca il ritorno dell’Italia nel nucleare tramite Enel e a valle si pongono anche gli investimenti nelle energie rinnovabili. La fame di gas però accomuna tutta l’Europa e il progetto South Stream ha valenze geopolitiche non trascurabili. A Nord dell’Europa passerà il Nord Stream che aggirerà l’Ucraina e consentirà alla Germania di avere accesso a forniture per 55 miliardi di metri cubi l’anno senza il pericolo di alcuna Rivoluzione Arancione e con la faccia amica di Gerard Schroeder a contrattare per conto di Gazprom. A Sud invece, dove sarebbe l’Italia a dirigere i lavori scoppiano le critiche, con il “nostro” South Stream (50% Eni e 50% Gazprom) che potrebbe portare fino a 61 miliardi di metri cubi all’anno non solo a noi, ma anche alla Grecia, all’Austria e a buona parte dell’Europa Meridionale in prospettiva.
Continua a leggere: EdF appoggia South Stream: un punto per Eni e per l'Italia

Il cane a sei zampe appare oggi un po’ azzoppato da dati non proprio esaltanti e cede in Borsa il 6% circa. Certo gli utili del gruppo hanno perso il 75,8% e sono precipitati così a quota 832 milioni di euro. Due cifre però rendono bene tutto quanto: nel secondo trimestre del 2008 il Brent valeva in media 121,38 dollari, nel secondo trimestre del 2009 il prezzo medio del petrolio europeo era invece di 58,79 dollari al barile. Cosa ci si poteva aspettare se non un crollo della redditività? La conseguente decisione di tagliare l’acconto del dividendo semestrale da 65 a 50 centesimi non ha certo incoraggiato il mercato.
D’altra parte il panorama è confermato da tutte le maggiori compagnie petrolifere che hanno pubblicato i risultati del trimestre negli ultimi tempi. Gli utili di Exxon sono crollati nel trimestre del 66% rispetto al dato del 2008, quelli di BP sono passati dai 9,47 miliardi di dollari del secondo trimestre del 2008 ai 4,42 miliardi dello scorso 30 giugno. In caduta libera anche gli utili del colosso francese Total che cedono il 54% sul secondo trimestre del 2008 e si portano a 1,7 miliardi di euro (2,3 miliardi di dollari, -60%).
Ci sono però anche fattori specifici che hanno influenzato l’andamento di Eni come l’incremento nel trimestre (2009/2008) dell’incidenza delle imposte (tax rate) dal 40,5 al 57,2 per cento.
Di segno diverso anche gli impatti di alcuni delle più grandi manovre della società. Da ricordare il raddoppio della capacità di trasporto di South Stream (la condotta del gas che unisce il Medio Oriente e la Russia all’Europa) che, come la recente acquisizione di Distrigas, rappresenta un investimento destinato a ripagarsi nel tempo, ma per ora di impatto sul bilancio. I nuovi accordi quadro in Egitto, le operazioni in Russia sono altre novità di questo trimestre.
Continua a leggere: Eni: dati in calo, come i prezzi del greggio

Massimo Ghini ha avuto successo anche come promotore. Il celebre attore italiano, dopo avere interpretato Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, in una pellicola di Giorgio Capitani ha deciso anche di promuovere la nuova emissione obbligazionaria del Cane a sei zampe. Sicuramente non è soltanto la sua pubblicità a incoraggiare il mercato ad acquistare i nuovi bond di Eni.
La più grande società italiana ha, infatti, dalla sua un’offerta incoraggiante: da 85 a 135 punti base sul mid swap a 6 anni per il tasso fisso. Se si considera che il tasso mid swap a 6 anni si aggira in questi giorni sul 3,6% si capisce che il rendimento di questi titoli in periodo di incertezza dei mercati è considerato interessante. Già circa 1,8 miliardi di obbligazioni sono state richieste e probabilmente l’offerta sarà chiusa anticipatamente. In giornata il gruppo ha confermato l’incremento delle emissioni a un ammontare complessivo di 2 miliardi di euro.
D’altra parte la solidità patrimoniale della società è fuori discussione visto che a un debito finanziario netto in discesa a 16,52 miliardi di euro (dati del 31 marzo scorso), corrisponde un patrimonio netto di 48,91 miliardi di euro. La redditività dell’azienda nell’ultimo trimestre ha mostrato una flessione e anche il giro d’affari si è ridotto notevolmente. Nel primo trimestre del 2009 infatti i ricavi del gruppo guidato da Paolo Scaroni si sono attestati a 23,74 miliardi di euro contro gli oltre 28,3 miliardi del primo trimestre del 2008 (-16,1%) e l’utile netto della società è sceso da 3,3 a 1,9 miliardi (-42,7%). Il dato ha comunque battuto le attese del mercato.