
Autunno caldo per le telecomunicazioni. La nascita del quinto operatore telefonico globale con la fusione Wind-Vimpelcom si è infatti inserita nel contesto assai dinamico delle tlc italiane. L’annosa questione della rete di nuova generazione impantanatasi nel Comitato NGN che in passato aveva sofferto di una irriducibile contrapposizione tra Telecom Italia da un lato e gli operatori alternativi come Fastweb, Tiscali, Vodafone e Wind stessa, è stata esacerbata dagli incrementi tariffari previsti da nuove normative.
Da ultimo ieri un incontro fra Luigi Gubitosi (Wind) e Paolo Bertoluzzo (Vodafone) con il commissario alla Concorrenza europea Neelie Kroes ha confermato le pressioni contro i recenti provvedimenti sull’aumento delle tariffe per l’unbundling. Entro il prossimo 21 ottobre è prevista una pronuncia dell’Ente europeo per la concorrenza, dopo il via libera ai rincari da parte dell’Antitrust italiana. Il gioco della concorrenza nel settore delle telecomunicazioni in Italia appare dunque ancora una volta molto vivace, probabilmente a causa del mercato del Bel Paese che si presenta, per tutti gli operatori, assai goloso. Non mancano gli smarcamenti da parte dei singoli operatori alternativi.
Wind con la nuova maxifusione con i russi di Vimpelcom si presenta al mercato in nuove vesti e con altro profilo finanziario. Già Moody’s e Fitch hanno manifestato parere positivo sulla fusione, grazie ai nuovi ratio patrimoniali espressi dal neonato colosso della telefonia. Con gli altri operatori alternativi a Telecom sviluppa progetti per il broadband nelle maggiori aree urbane italiane, quelle che, secondo tutte le proiezioni, ripagano subito l’investimento di chi impianti una rete tlc.
Proprio in queste ore Tiscali ha parzialmente confermato quanto rivelato dal quotidiano MF stamane: il gruppo sardo è in trattativa con la società cinese ZTE per la creazione di un nuovo network a banda ultra-larga. Il quotidiano di via Burigozzo si spingeva però molto oltre parlando di un progetto di rete in fibra ottica da promuovere a Cagliari e dunque in tutta la Sardegna. Lavori in corso nella rete per il gas abbatterebbero drasticamente i costi per l’investimento e la proprietà della nuova rete sarda consentirebbe dunque a Renato Soru di agire nell’Isola come fa Telecom Italia nel resto d’Italia per la rete in rame concedendo in unbundling il collegamento alla rete in fibra agli altri operatori. Una prospettiva che al giro di boa regala 7,4 punti percentuali e un ruolo da protagonista al titolo dell’Isp sardo a Piazza Affari.
Né rimane con le mani in mano Vodafone, il collosso britannico infatti ha affermato, a margine di nuovi piani di investimento in Liguria, di investire nel Bel Paese, ogni anno, fino a un miliardo di euro in servizi e innovazione. Oltretutto la società guidata in Italia da Paolo Bertoluzzo è in prima fila con gli altri operatori alternativi a Telecom nel confronto sulla questione della rete di nuova generazione. Un confronto che già in passato si è mostrato molto aspro, ma che la nomina di Paolo Romani, uomo da sempre attento alla questione del digital divide e del Next generation network, potrebbe adesso incanalare su binari più stabili.

L’incontro del prossimo 17 settembre di Telecom e degli altri grandi player italiani della telefonica con il sottosegretario allo Sviluppo Economico Paolo Romani sicuramente non sarà facile. Le Telecomunicazioni sono infatti in subbuglio e la giornata di ieri ha registrato due eventi intrecciati e paralleli insieme. L’ultimo incontro dell’Agcom ha infatti modificato le tariffe dell’unbundling, del bitstream e del wholesale line rental: una serie di servizi che in pratica rappresentano il modo in cui operatori alternativi come Wind, Vodafone o Fastweb si collegano alla rete di Telecom Italia. Si tratta di modifiche che dovranno passare al vaglio dell’Unione europea e dunque nuovamente dell’Authority, ma comunque di modifiche importanti e discusse. In particolare l’Autorità delle telecomunicazioni ieri, dopo i recenti cambiamenti della normativa europea in materia, ha rivisto le tariffe dell’unbundling imposte ai concorrenti di Telecom.
L’Unbundling Local Loop, letteralmente, “accesso disaggregato alla rete” è in sostanza il sistema che permette agli operatori alternativi a Telecom di sfruttare - dietro pagamento di tariffe - la sua rete fissa, che come noto è la principale del Bel Paese. L’applicazione del sistema unbundling è stata anche chiamata “liberalizzazione dell’ultimo miglio” perché in pratica ha consentito ai nuovi operatori di gestire solo i cavi che collegano le centraline Telecom con il cliente finale (facendosi così pagare le proprie bollette). Contemporaneamente a Telecom vengono corrisposte delle tariffe per l’utilizzo della sua rete, proprie i canoni dell’unbundling di cui sopra.
Queste tariffe sono dunque essenziali per la gestione del pluralismo del sistema delle telecomunicazioni italiane e per i margini economici dei vari operatori. Fino a ieri era previsto che per il 2010 gli operatori alternativi pagassero un canone di 8,7 euro al mese dal primo maggio di quest’anno, che dal primo gennaio dell’anno prossimo il canone salisse a 9,26 euro per poi passare a 9,67 dall’inizio del 2012. Le nuove norme Ue hanno però proposto dei nuovi sistemi di calcolo delle tariffe che sono diventate meno onerose per gli operatori alternativi, almeno in prospettiva: nel 2010 si rimane a quota 8,7 euro per poi passare a 9,14 (invece che a 9,26) e a 9,48 euro nel 2012.
Se si considera che attualmente gli operatori pagano 8,49 euro un progresso graduale verso i 9,48 euro significa comunque un aumento di 1 euro in meno di due anni. Per Telecom è sicuramente un buon affare (anche se meno buono di quanto previsto inizialmente) e gli operatori affermano che a queste condizioni in Italia si paga più che nella media dei paesi europei. D’altra parte la gestione da parte di Telecom dell’unica rete veramente capillare d’Italia presenta degli oneri notevoli soprattutto in un territorio morfologicamente complesso come quello del Bel Paese.
Fra incumbent e competitor insomma non corre ancora buon sangue e sul caso del Comitato Ngn si sono registrate delle ulteriori rotture. Il Comitato Next generation network, quello che dovrebbe occuparsi della rete di nuova generazione e creare una proposta per l’Autorità delle telecomunicazioni guidata da Corrado Calabrò ha portato ieri al tavolo un documento di 24 pagine che ha scatenato le ire degli operatori alternativi. Le idee del presidente Francesco Vatalaro non sono andate giù agli operatori che le hanno giudicate appiattite sulle posizioni di Telecom Italia. Almeno fino alla fine del mese il Comitato Ngn dovrebbe reggere, tuttavia questo primo incontro è stato senz’altro poco “armonico” ed è ancora possibile che il comitato si sciolga.
D’altra parte che non sarebbe stato facile trovare la quadra sulla delicata questione della rete di nuova generazione in Italia era noto da anni e già si sapeva che le posizioni fra Telecom e gli altri operatori fossero molto distanti in materia. Basti pensare che, secondo i concorrenti di Telecom, le nuove tariffe prevedono al termine del biennio costi di manutenzione per 2,25 euro e costi amministrativi commerciali per 0,68 euro che sarebbero troppo elevati rispetto al dovuto nei 9,67 euro complessivi previsti dal 2012 che sarebbero eccessivi. Tanto che l’Autorità ha deciso di vincolare l’applicazione delle nuove tariffe al miglioramento della qualità della rete in rame di Telecom Italia (attraverso maggiori investimenti da parte dell’azienda) e all’ammodernamento della rete di accesso nell’ottica delle reti di nuova generazione (NGN). Facile però prevedere che ancora molte recriminazioni fra i vari operatori rallenteranno lo sviluppo della rete di nuova generazione in Italia.

Questo Paese a tratti si rivela inquietante. Di certo una vicenda come quella di Telecom Italia Sparkle avrebbe causato terremoti peggiori in un’altra nazione anche se scandali simili si sono visti altrove. Nel mezzo delle elezioni britanniche si potrebbe ricordare che il News Group pagò secondo il Guardian 1 milione di sterline per risarcire personaggi pubblici spiati dai suoi giornalisti. Più spesso avviene il contrario, ossia che siano i giornalisti ad essere spiati come nel caso italiano, in cui è stato acclarato che Marco Mancini, il numero due del Sismi che lavorava anche in Telecom, spiava i giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo. Lo ha ammesso lui stesso. In Germania è successa la stessa cosa con le Ferrovie tedesche che spiavano clienti, fornitori, giornalisti e persino parlamentari e gli esempi si potrebbero moltiplicare ancora.
Ma quel che inquieta è il corto circuito che si sta creando e che è tutt’altro che finito. Secondo diverse indiscrezioni assai diffuse da tempo sul mercato motivi di sicurezza strategica imporrebbero al gruppo Telecom Italia di non cedere Sparkle che pure è stata l’epicentro del maxicarosello che ha imposto accantonamenti per 507 milioni di euro di cui solo 10 scontati già nel 2009. Il caso grave di un sistema di frodi collegate al primo e al secondo operatore di telefonia italiana (Fastweb) rimane comunque ancora aperto e gli sviluppi sono tutt’altro che certi.
Basta osservare che ieri le dure accuse dei piccoli azionisti di Telecom (Asati), dei sindacati e persino di Beppe Grillo hanno comunque scosso l’assemblea. Mentre i rappresentanti dei lavoratori inscenavano il funerale dell’azienda, lo stesso consigliere indipendente Luigi Zingales (pur specificando che i fatti sono precedenti all’insediamento dell’attuale consiglio) affermava: “È un fallimento del cda essere arrivati a questo punto” nella vicenda Sparkle.
D’altra parte le batoste di Telecom Italia sembrano davvero non finire mai: dal caso Tavaroli-Mancini, alla vendita a Telefonica con successive cessioni di Hansenet e problemi ancora irrisolti in Argentina a quest’ultimo scandalo delle carte prepagate per siti porno che chiama anche in causa La ‘Ndrangheta sembrano davvero una discesa agli inferi.
Forse l’azione di responsabilità contro il vecchio management potrebbe ridare un po’ di credibilità a una società che non può certo vivere soltanto dei sorrisi di Belén Rodrìguez. Bisognerà senz’altro fare qualcosa di più che accantonare 10 milioni. Nel frattempo un aiuto forse insperato arriva dall’Autorità delle Telecomunicazioni che ha proposto un rinnovo delle tariffe unbundling a tutto vantaggio di Telecom Italia.
Si tratta in pratica delle tariffe che le altre compagnie pagano al gestore della rete telefonica di Telecom Italia, ossia all’unica rete veramente nazionale e per loro è previsto un graduale aumento da 8,7 a 9,67 euro al mese entro il 2012. Fastweb nella pubblicazione odierna della prima trimestrale ha calcolato che “L’aumento che scatterebbe a maggio avrebbe un impatto negativo sull’EBITDA 2010 di FASTWEB pari a 1,7 milioni di euro (non incorporato nella guidance). Considerando l’aumento già introdotto nel 2009 e quelli proposti, l‘impatto cumulato sull’EBITDA nel periodo 2009-2012 sarebbe negativo per circa 70 milioni di euro”.
Non si tratta dunque di bruscolini, anzi. Sempre in base alle indiscrezioni (che però sul mercato come noto contano) negli ultimi mesi si sarebbe coagulato un interesse degli operatori antagonisti a Telecom per la costituzione di una rete alternativa per la copertura almeno delle grandi città. In effetti di infrastrutture alternative (ma non complete per il territorio nazionale) ne esistono, come quella di Retelit o di Eutelia, ma finora ogni riflessione ufficiale su una rete alternativa a quella di Telecom Italia è approdata a un solo aggettivo: “antieconomico”.
Di certo, però, la rendita di posizione che ancora la ex Sip vanta non potrà essere eterna. Senza considerare che la riduzione delle attività nei mercati emergenti e l’uscita da diversi mercati maturi rischia di comprimere la redditività del gruppo e di marginalizzarlo ulteriormente nel contesto internazionale. Forse, come per i paesi, anche per le grandi aziende l’unico modo per uscire realmente dal debito è quello di guadagnare di più.

Il quadro di Fastweb rimane fluido in attesa delle decisioni della magistratura. In queste ore il titolo cede ancora qualcosa a Piazza Affari, il consiglio di amministrazione ha deciso di chiedere l’isolamento della divisione Wholesale che controlla le attività incriminate. Una figura di garanzia potrebbe governare questa business unit dal peso ormai ridotto, lasciando integre, però, le altre attività. Una soluzione simile sembra pronta anche per Telecom Italia Sparkle, ma, di fronte alla gravità delle accuse, ancora tutto rimane incerto.
Quarantotto ore per il rinvio della decisione sul commissariamento rischiano di essere troppo poche e si diffondono le prime preoccupanti voci sugli effetti di questa pesante inchiesta sull’operatività della compagnia telefonica. Alcuni grandi clienti avrebbero già congelato il rinnovo dei contratti con Fastweb e ora corrono rischi i rapporti con le pubbliche amministrazioni che fino a ieri erano un fiore all’occhiello tra le attività della società della fibra ottica. Se la sfiducia si allargasse al retail, la situazione potrebbe davvero aggravarsi.

Quello che coinvolge Fastweb e Telecom è già un caso di dimensioni internazionali, ma rischia di avere conseguenze economiche e politiche di primo piano per il Bel Paese, nonostante la svizzera Swisscom sia da tempo il socio di controllo della compagnia della fibra ottica. Le dimensioni inevitabilmente politiche di quanto sta emergendo dalle indagini si possono riportare non solo all’arresto di Nicola di Girolamo, senatore Pdl già accusato di avere utilizzato l’appoggio della famiglia calabrese della ‘Ndrangheta Arena per essere rieletto nei seggi esteri e in particolare dalla città di Strasburgo, ma perché rischia di entrare nell’inchiesta anche il nome di Riccardo Ruggiero, ex presidente di Telecom Italia Sparkle e figlio dell’ex ministro degli esteri del Pdl Renato Ruggiero. A legami con ambienti politici riportano anche le frequentazioni di Gennaro Mokbel, misterioso personaggio che avrebbe collegato Nicola Di Girolamo alla famiglia degli Arena e che avrebbe gestito la complessa rete di cartiere in cui confluivano i fondi neri ingenti creati con il sistema del carosello.
In pratica un sistema di fatturazioni false avrebbe permesso di evadere imposte per oltre 365 milioni di euro e di creare veri e propri tesoretti esteri non dichiarati. Un mandato di cattura è stato emesso anche nei confronti di Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb (ai tempi e.Biscom) che si trovava in Sudamerica, ed è indagato pure Stefano Parisi, altro storico manager di Fastweb e attuale amministratore delegato del gruppo. Arrestato anche Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle.
Il sistema utilizzato per creare credito d’imposta in Italia e fondi neri all’estero attraverso delle “cartiere” era quello del “carosello”, una delle frodi fiscali più diffuse. Soltanto nel primo semestre del 2009 sono stati scoperti e denunciati in Italia giri di fatture false con evasioni d’Iva per 1,5 miliardi di euro. I fondi neri creati tramite catene societarie in Italia e all’estero (fra queste ci sarebbero Acumen, I Globe, Telefox e Broker Management) rimpallavano tra i paradisi fiscali di mezzo mondo e sparivano.
Da dove venivano questi soldi? Da Iva che in realtà spariva all’estero mentre le società accumulavano crediti di imposta immotivati. Le cifre sono appunto enormi e adesso Fastweb e Tim Sparkle rischiano il commissariamento che è già stato chiesto dal pubblico ministero. Le due società controllano migliaia di chilometri di fibra ottica in giro per l’Italia e per il mondo: in gioco ci sono asset di primo piano della telefonia italiana.
Sia Fastweb che Telecom Italia si sono dichiarati parte lesa in questi procedimenti, né è del tutto nuova la notizia di queste indagini su un giro di fatture false: la stessa Swisscom ha ammesso di essere a conoscenza di queste inchieste quando rilevò il gruppo, qualche altra notizia in merito in passato era stata pubblicata. Adesso Swisscom chiede un chiarimento, con lei il mercato. Nuovi appaiono invece i possibili legami di personaggi coinvolti nella gestione dei fondi neri esteri di Telecom Italia Sparkle e Fastweb con la ‘Ndrangheta e nuova sembra anche l’entità degli importi dovuti allo Stato.
In attesa di un chiarimento Fastweb, la seconda compagnia telefonica italiana, cede in Borsa l’1,66 per cento. Telecom Italia e la sua controllata Telecom Italia Media cedono invece l’1,48 e l’1,82% a Piazza Affari. Ancora una volta la telefonia made in Italy è al centro di uno scandalo. I tempi della giustizia italiana lasciano ipotizzare lunghe attese ed esiti incerti e rendono di dubbia efficacia una sospensione dei titoli dalle contrattazioni: l’operatività dei gruppi interessati, d’altra parte, non pare ancora a rischio (specialmente nel caso di Telecom Italia). Detto questo non si può non osservare che il turbine di privatizzazioni e intercettazioni è finito persino in Carosello e che ancora una volta il futuro dei servizi di telefonia in Italia passa per un tribunale.

Fastweb guadagna per il secondo giorno di seguito in Borsa, d’altra parte i risultati del 2009 non possono che incoraggiare l’andamento del titolo. I ricavi hanno superato gli 1,8 miliardi di euro e l’ebitda del gruppo ha toccato i 551 milioni portando a un record di utili a 36 milioni di euro.
La cassa si è dimostrata solida a 39 milioni di euro e gli investimenti si sono mantenuti in linea con le guidance di capex al 23% sui ricavi. In realtà le capital expenditure sono diminuite notevolmente negli ultimi anni passando dal 42 al 23% dei ricavi tra il 2006 e il 2009 e in valore assoluto da 529 milioni a 434 milioni di euro nel corso degli ultimi quattro anni. È un elemento molto importante perché rispecchia questa fase della società di concentrazione sui servizi al cliente e di attenuazione degli investimenti in immobilizzazioni e infrastrutture di rete.
I successi commerciali del gruppo sono d’altra parte evidenti se si considera che la clientela è cresciuta dell’11% nell’ultimo anno (di crisi) e che ha raggiunto 1.644.000 unità. Sicuramente il calo dell’Arpu, ossia del ricavo medio per cliente, peserà ancora sui risultati in futuro visto che l’accesa concorrenza sul mercato italiano della telefonia fissa caratterizza tutto il settore e comprime i margini.
Fastweb gode però del vantaggio competitivo della rete in fibra ottica che per ora gli dà la possibilità di garantire un servizio migliore di quello degli altri operatori concorrenti regalandogli vantaggi nel ramo della clientela business. Sicuramente l’indebitamento da 1,41 miliardi di euro contro un patrimonio netto di 919 milioni di euro è ancora eccessivo, ma la società riesce a chiudere in utile e gli oneri finanziari sono scesi da 86 a 64 milioni di euro in un anno. Insomma i volumi crescono e coprono il calo della redditività dei singoli clienti, in altre parole Fastweb riesce a competere.
Prezzi e volumi in crescita ieri per Fastweb
Prezzi e volumi in crescita ieri per Fastweb: la distanza che separa le due chiusure più recenti è infatti del 5.3 %. I volumi scambiati nell’ultima seduta, di 330,562 pezzi, risultano superiori a quelli della media settimanale del 113 % circa. Fastweb ha prolungato il rally di ieri grazie alla decisione dei Morgan Stanley di alzare il target price da 30 a 33 euro, oltre l’80% al di sopra dei 18,58 cui il titolo ha terminato l’ultima seduta. I segnali tecnici prospettano un proseguimento del rialzo con obiettivi estesi fino a 22.955 euro. La condizione dell’RSI (relative strength index) a 8 sedute, in ipercomprato, potrebbe favorire tuttavia la comparsa nel breve di correzioni al ribasso, introdotte dalla violazione di area 17,30. L’obiettivo di rialzo indicato è raggiungibile a seguito di movimenti che comportino nel breve la rottura di 19.406 euro. Il quadro rialzista presentato in precedenza viene compromesso dalla rottura, confermata in chiusura di giornata, di 15.665. La violazione di questo livello, limite massimo per eventuali flessioni contro la tendenza attesa, allenterebbe le spinte al rialzo. Attendere tuttavia una conferma in daily close successiva alla rottura del supporto prima di intervenire al ribasso. La volatilità storica calcolata a 3 mesi è in linea con quella media di mercato. In base all’analisi del Beta (calcolato sulle ultime 23 sedute) il titolo risulta difensivo, attenua cioè i movimenti dell’indice, ed è da inserire in portafoglio solo se le aspettative sull’indice di riferimento sono di ridimensionamento.
Fiat al rialzo del 4,8% ieri
Fiat al rialzo del 4,8% ieri nonostante l’avvio della copertura da parte di Jp Morgan. L’ufficio studi della banca americana ha infatti assegnato al titolo della casa torinese una valutazione neutral con prezzo obiettivo a 5 euro, il 10% in meno circa della sua quotazione attuale (la chiusura di seduta di ieri e’ stata registrata a 5.630 dopo che il titolo aveva toccato un massimo a 5.695 ed un minimo a 5.285 euro). Fiat e’ probabilmente sostenuta da indiscrezioni di stampa in base alle quali il Ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, starebbe valutando una proroga agli incentivi alla rottamazione auto. I segnali tecnici evidenziano una fase di mercato moderatamente direzionata. L’indirizzo più probabile del trend è tuttavia al rialzo, con obiettivi estesi fino a 6.781 euro. L’RSI (relative strength index) a 8 sedute è in zona neutrale, non si registrano pressioni per un mutamento del trend in atto. L’obiettivo di rialzo indicato è raggiungibile a seguito di movimenti che comportino nel breve la rottura di 5.840 euro. Il quadro rialzista presentato in precedenza viene compromesso dalla rottura, confermata in chiusura di giornata, di 4.969 . La violazione di questo livello, limite massimo per eventuali flessioni contro la tendenza attesa, allenterebbe le spinte al rialzo. Attendere tuttavia una conferma in daily close successiva alla rottura del supporto prima di intervenire al ribasso. La volatilità storica calcolata a 3 mesi è in linea con quella media di mercato. In base all’analisi del Beta (calcolato sulle ultime 23 sedute) il titolo risulta aggressivo, amplifica cioè i movimenti dell’indice, ed è da inserire in portafoglio solo se le aspettative sull’indice di riferimento sono di rialzo.
3,9% di rialzo ieri per Finmeccanica
3,9% di rialzo ieri per Finmeccanica. I volumi scambiati nell’ultima seduta, di 3,827,153 pezzi, risultano superiori a quelli della media settimanale del 22 % circa. La chiusura di seduta è stata registrata a 10.150 dopo che il titolo aveva toccato un massimo a 10.150 ed un minimo a 9.600 euro. Il rialzo e’ attribuibile alla firma di una lettera di intenti tra la Sukhoi Civil Aircraft Company (nella quale la controllata Alenia Aeronautica detiene il 25% piu’ un’azione) e l’indonesiana Kartika Airlines per l’acquisto da parte di quest’ultima di 15 aeromobili Superjet 100 (controvalore: 448 milioni di dollari). I segnali tecnici prospettano un proseguimento del rialzo con obiettivi estesi fino a 11.435 euro. La condizione dell’RSI (relative strength index) a 8 sedute, in ipercomprato, potrebbe favorire la comparsa di correzioni al ribasso. L’obiettivo di rialzo indicato è raggiungibile a seguito di movimenti che comportino nel breve la rottura di 10.393 euro. Il quadro rialzista presentato in precedenza viene compromesso dalla rottura, confermata in chiusura di giornata, di 9.199 . La violazione di questo livello, limite massimo per eventuali flessioni contro la tendenza attesa, allenterebbe le spinte al rialzo. Attendere tuttavia una conferma in daily close successiva alla rottura del supporto prima di intervenire al ribasso. La volatilità storica calcolata a 3 mesi è in linea con quella media di mercato. In base all’analisi del Beta (calcolato sulle ultime 23 sedute) il titolo risulta difensivo, attenua cioè i movimenti dell’indice, ed è da inserire in portafoglio solo se le aspettative sull’indice di riferimento sono di ridimensionamento.

Occhi puntati sulle telecom. I Fossati qualche tempo fa hanno detto che le società di telecomunicazioni hanno flussi di cassa abbondanti e nei periodi di crisi dovrebbero quindi essere anticicliche. Il discorso fila, ma proprio nel caso di Telecom Italia, sembra che non funzioni.
Proprio i Fossati continuano ad aggiornare le perdite sull’investimento fatto sulla maggiore compagnia italiana del settore e gli spagnoli di Telefonica puntano i piedi sulla rete e chiedono risultati migliori perché anche loro, con il crollo delle borse, stanno perdendo in Telecom Italia una barca di soldi.
Forse domani la situazione si rasserenerà un pochetto. I dati trimestrali del gruppo italiano saranno sicuramente tra i temi più importanti del giorno.
I segnali positivi non mancano. Ieri Tim Brasil ha finalmente fermato quella serie di perdite che aveva accumulato con politiche di marketing troppo generose ed è tornata in utile dando prova di forza sul mercato carioca e incoraggiando le view sulla capogruppo italiana.
Continua a leggere: Telecom in fermento: i Fossati incrociano le dita

L’anno 2008 dovrebbe essere per Fastweb quello del ritorno all’utile e della generazione di cassa positiva. Il free cash flow a fine esercizio dovrebbe superare i 50 milioni di euro e, secondo le stime del Sole 24 Ore di questo week end, il giro d’affari dovrebbe raggiungere a fine anno gli 1,64 miliardi di euro, mentre il margine operativo lordo dovrebbe attestarsi a 530 milioni di euro. Il consensus medio degli analisti per l’anno in corso pone la media dei target price a 26 euro e valuta un ev/ebitda da 6,51.
Da un punto di vista strategico poi ci sono diverse novità che hanno tenuto spesso in tensione i prezzi della società della fibra ottica a Piazza Affari. Il recente accordo con Telecom Italia per lo sviluppo congiunto della rete e la condivisione degli importanti asset che le due società in questo settore ha di fatto azzerato i numerosi contenziosi legali che pendevano fra i due gruppi e aperto uno scenario nuovo. Secondo qualche analista il nuovo deal permetterà a Fastweb di recuperare terreno sul mercato, ma non mancano le preoccupazioni sull’ingresso, sebbene a pagamento, di Telecom Italia nei servizi della fibra ottica spesso gestiti solo da Fastweb in diverse aree.
Continua a leggere: Fastweb: nuove strategie, ma il titolo fa fatica

Di Tiscali per ora non se ne parla. I progetti di Fastweb sono incentrati sulla crescita organica e per questo la compagnia non programma l’acquisizione di Tiscali o di altri piccoli soggetti del settore delle telecomunicazioni in Italia. Lo ha dichiarato il management stesso dell’azienda a margine della conference call di oggi per la presentazione dei dati del primo trimestre 2008. Il primo quarto dell’anno ha registrato ricavi trimestrali a 389 milioni di euro (+12% su base annua), un ebitda da 112,5 milioni di euro (+15% su base annua) e un flusso di cassa positivo per 40,6 milioni.
L’utile ancora non si vede però e il primo trimestre si è chiuso con una perdita di undici milioni in miglioramento sul rosso da più di venti del primo quarto del 2007, ma comunque poco promettente per il futuro. Certo continua la vertiginosa crescita della clientela che è cresciuta di 75.000 abbonati nel solo trimestre (circa un quinto dei nuovi clienti della banda larga in Italia) e mostra un saldo positivo del 21% su base annua. Purtroppo le nuove e più convenienti tariffe della compagnia, imposte da una concorrenza sempre più agguerrita, rischiano di erodere i margini, anzi li stanno già erodendo. In valori assoluti questo è dimostrato dal fatto che l’ARPU (il ricavo medio del cliente) è sceso nel settore residenziale da 722 (allo scorso dicembre) a 704 euro con una flessione di circa il 2% nel corso del solo trimestre.