
La crescita delle vendite di auto per il terzo mese consecutivo non scalda il titolo Fiat che anche oggi subisce la cattiva intonazione dei listini e cede l’1,68% portandosi a quota 7,9 euro. Eppure, secondo i dati pubblicati da Ministero dei Trasporti, le vendite complessive di auto ad agosto in Italia sono cresciute dell’8,5% sul dato dell’agosto 2008.
Fiat guadagna quote di mercato nazionale portandosi al 25,88% con una crescita delle immatricolazioni del 10,8 per cento (oltre 21.800 vetture nel mese). La sua controlla Alfa Romeo segna invece, in termini di immatricolazioni, una flessione dell’8,79 per cento a 2.116 auto immatricolate, mentre Lancia cresce di ben 26,51 punti percentuali portandosi a 4.514 auto nuove immatricolate. Semestre su semestre il saldo di Fiat rimane ancora negativo (-4,91%) mentre Alfa Romeo cresce (+6,97%) e Lancia pure, sebbene di poco (+0,15%).
Segnali discordanti vengono invece dai mercati internazionali: in Francia, nonostante una crescita generale del mercato del 7% il gruppo italiano ha perso ben il 18,5 sul dato dello scorso agosto. Il saldo annuale francese rimane in crescita dal 4,5 al 5,6 per cento grazie al generale ritorno delle vendite che, per il mercato francese come per quello italiano, è dovuto in gran parte agli incentivi al settore auto. In generale bisogna però osservare che la dinamica delle vendite del gruppo italiano si è mostrata molto attiva negli ultimi mesi e che i suoi risultati sono stati in molti casi sovraperformanti rispetto al comparto.
Novità per Fiat vengono anche dagli Stati Uniti dove Chrysler, ad agosto, ha registrato una crescita delle vendite del 5% sul mese di luglio pur mantenendo un saldo pesantemente negativo del 15% se si considera l’anno intero. Il valore delle vendite sull’anno sarebbe però soprattutto dovuto al black out dell’azienda durante il culmine estivo della crisi prima della soluzione e dell’ingresso formale di Fiat nella compagine azionaria. In quel periodo infatti una forte riduzione delle forniture ha penalizzato il magazzino e le vendite. Per riprendersi Chrysler ora annuncia offerte speciali già da settembre.
Per tornare a Fiat va ricordato che a inizio agosto Standard&éPoor’s ha tolto il creditwatch negativo sul titolo confermando il rating a lungo termine BB+ (a breve è di B, quindi sono entrambi rating da junk bond).
L’estate del gruppo è stata comunque, dal punto di vista finanziario, rovente, con un’emissione da 1 miliardo di euro al 2012 con tasso al 9,25% che ha registrato un’esplosione della domanda con richieste per 10 miliardi di euro. Nondimento il bond senior della controllata Case New Holland (gruppo Fiat) al 2013 con cedola al 7,75% ha attirato il mercato e alleggerito la struttura complessiva con lusinghieri effetti per il titolo Fiat.
Nessuno, però, si nasconde che adesso le vere sfide dell’auto sono per dicembre. Con il 2010 termineranno, infatti, gli incentivi al mercato da parte della maggior parte degli stati: a quel punto i nodi, per tutti i player globali, verranno al pettine.
Lo stop alla cessione di Opel da parte di General Motors ha di colpo risvegliato l’attenzione del mercato per il settore dell’auto il cui riassestamento globale pare ancora lontano. Di fatto alla fine General Motors ha detto di no non solo ai canadesi di Magna, ma anche a Sberbank e alla possibile costituzione di un importante gruppo russo dell’auto che già si sta costituendo dalla fusione di Avtovaz e del produttore di camion Kamaz.
Soprattutto era la consapevolezza che sarebbe stato difficile ricomprare Opel dal Magna-Sberbank e che quindi l’industria dell’auto Usa sarebbe divenuta sempre più debole in un mercato chiave come quello europeo (dopo avere di fatto ceduto Chrysler alla Fiat) e vari marchi ad altri operatori.
Certo la Ford ha una quota di mercato del 10% in Europa, ma General Motors rischiava di perdere presa sul Vecchio Continente nonostante i finanziamenti pubblici ottenuti.
A fine mattinata Fiat si mette in evidenza con la performance migliore tra le blue chip, ovvero tra i 40 titoli che compongono il paniere dell’indice FTSE MIB, erede dell’S&P/MIB. L’azione del Lingotto si adegua ai consistenti rialzi degli altri titoli europei del settore dopo le dichiarazioni del vicepresidente della J.D. Power & Associates. Quest’ultima e’ una delle societa’ di analisi del settore auto piu’ prestigiose al mondo, e quindi anche una delle maggiormente seguite.
In base alle previsioni di quest’ultima il mercato automobilistico americano nel 2010 andra’ incontro a una netta ripresa. Nel 2009 si stima che verranno vendute negli USA 10 milioni di auto, in forte calo dai 13,2 milioni di unita’ dell’anno scorso e dai 16,2 milioni del 2007, ma nel 2010 le vendite dovrebbero risalire a 11,5 milioni, con un incoraggiante +15% a/a.
Il titolo non subisce contraccolpi negativi (nemmeno psicologici, dato che dal punto di vista economico-finanziario la vicenda non ha effetti sulla societa’) in seguito alla notizia delle indagini avviate dall’Agenzia delle Entrate con l’ipotesi di evasione fiscale relativa al patrimonio personale di Giovanni Agnelli, divenuto oggetto di contesa tra la figlia Margherita Agnelli de Pahlen e il resto della famiglia. Si tratterebbe di un “tesoro” che potrebbe sfiorare i due miliardi di euro e mai denunciato al fisco ma che non avrebbe, appunto, niente a che vedere con l’attivita’ imprenditoriale dell’Avvocato.
(S.F.)
Seduta interlocutoria per Fiat, dopo le perdite di ieri e gli importanti annunci delle ultime 24 ore. La banca d’affari Morgan Stanley ha alzato il prezzo obiettivo a 8,3 euro e confermato il consiglio di sovrappesare il titolo in portafoglio. I timidi ribassi di oggi non sembrano, però, fornire indicazioni di recupero, almeno per il momento.
La vera novità è la conferma di un bond triennale in arrivo quanto prima. Già durante le scorse settimane lo stesso amministratore delegato della casa torinese Sergio Marchionne aveva dichiarato di vedere con favore un rifinanziamento alle attuali condizioni di mercato. Il via libera di oggi non chiarisce però i dettagli del nuovo bond del Lingotto. Secondo diversi analisti Fiat sarà costretta a pagare almeno il 10% a causa del proprio rating da junk bond. L’annuncio della nuova emissione all’indomani della pubblicazione della seconda trimestrale del gruppo sembra suggerire la possibilità di un’operazione rapida, che potrebbe anche concretizzarsi entro l’estate.
Proprio dal punto di vista patrimoniale ieri la società ha comunicato risultati positivi, sottolineando nel trimestre la riduzione del debito industriale netto da 6,6 a 5,7 miliardi di euro nel giro di tre mesi. Per sostenere l’operatività la liquidità è stata portata da 5,1 a 6,4 miliardi di euro e nel frattempo forti azioni sui costi e sulla produttività degli impianti servono a salvaguardare, per quanto possibile, i margini del gruppo. Confermati gli obiettivi del 2009 e la riduzione del debito sotto i 5 miliardi di euro entro l’anno, quando l’utile della gestione ordinaria dovrebbe superare il miliardo di euro.
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Nell’anno più difficile che le quattro ruote abbiano mai visto, l’industria dell’auto cerca di rimettersi in movimento. Da Detroit a Monaco, da New York a Wolfsburg, passando per Torino, giungono segnali incerti di ripresa, dichiarazioni ottimistiche di manager sopravvissuti alla crisi e nuovi progetti per il futuro. La crescita delle immatricolazioni di auto del 2,4% a giugno (dati Acea) è un buon segnale da prendere con le pinze, perché, se la locomotiva tedesca segna un balzo del 40,5% che spinge il ceo di Volkswagen Martin Winterkorn a tentare un sorpasso della barcollante americana GM, la stessa Associazione dei costruttori europei mette in guardia il mercato: il recupero è ancora fragile e l’anno prossimo, il venir meno degli incentivi pubblici potrebbe causare un nuovo crollo delle vendite, se gli stati non sapranno gestire la faccenda con la dovuta cautela.
I giganti dell’auto, però, sgomitano e cercano di guadagnarsi un posto nel povero Olimpo dell’auto di domani. Fiat, che a giugno ha accresciuto le vendite dell’11,7% portandosi all’8,6% del mercato europeo, ha comunicato a sorpresa la presentazione di un’offerta per la storica Carrozzeria Bertone. Il designer torinese che ha prodotto di recente le Opel Cabrio e Coupé naviga da tempo in pessime acque e si trova in amministrazione straordinaria: entro il 16 luglio dovrebbero concretizzarsi tutte le proposte. In campo anche Gianmario Rossignolo (ex Telecom Italia), il torinese Domenico Reviglio, la vedova del fondatore Lilli Bertone e anche un gruppo cinese. Fiat non sarebbe, secondo le indiscrezioni, interessata al marchio, quanto allo stabilimento di Grugliasco. Alle positive reazioni della politica che temeva un disimpegno del Lingotto dall’Italia, si sono contrapposte le reazioni incerte di Giorgio Airaudo (Fiom Torino) che ha contato 150 mila vetture l’anno prodotte da Bertone contro le 140 mila di Mirafiori, senza considerare i dossier ancora aperti di Pomigliano e Termini Imerese. Insomma le strategie di Fiat destano ancora sorpresa e incertezza, ma soffrono di scarsa visibilità e rimangono in bilico sulle proteste degli operai dei vari impianti.

Le immatricolazioni europee di auto a maggio hanno deluso ancora i mercati del Vecchio Continente. L’ultima flessione del 4,9% a 1,17 milioni di vetture vendute in Europa dimostra che gli incentivi hanno rallentato ma non frenato la crisi. Lo stesso comunicato di Acea, l’associazione dei costruttori che monitora questo settore, ha evidenziato nella propria nota che si tratta del tredicesimo mese consecutivo di flessione del mercato. I dati sono stati, però, più contrastati di quelli dei mesi scorsi e diversi paesi hanno registrato delle performance positive.
Francia e Germania registrano una crescita della domanda dell’11,8 e del 39,7% rispettivamente, anche l’Austria e la Grecia segnano un +4,8 e un +5,1%. Rimane molto debole il mercato italiano che accumula un calo delle immatricolazioni dell’8,6% mentre Regno Unito (-24,8%) e Spagna (-38,7%) sono ancora in profonda crisi: si tratta di dati che vanno sicuramente inquadrati nel generale contesto macroeconomico dei paesi di riferimento e che quindi vanno in un certo senso bene oltre il settore automobilistico. In questo contesto Fiat riesce ad accrescere le proprie immatricolazioni del 2,5% e a toccare ua quota del 9,3% del mercato continentale.
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Alle 4 di New York, circa le dieci di sera di Roma, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deliberato la sospensione dell’accordo fra Fiat e Chrysler. Il giudice Ruth Bader Ginsburg ha deciso, con un pronunciamento inatteso e inusuale, di prendere tempo per analizzare meglio un caso complesso. L’unico problema è che in questo caso, come in quello di General Motors, quello che manca di più è proprio il tempo. Chrysler perde fino a 100 milioni di dollari al giorno e rischia di essere abbandonata al suo destino da Fiat se l’accordo non sarà definitivamente approvato entro il 15 giugno prossimo. Oltre questa data il Lingotto ha infatti il diritto contrattuale di girare i tacchi e far fallire la casa automobilistica americana: un’ipotesi praticamente scontata visto che non ci sono offerte alternative a quella torinese.
In particolare un gruppo eterogeneo di obbligazionisti (alcuni fondi pensione dell’Indiana, dei gruppi di difesa dei diritti dei consumatori e la vedova di un ex impiegato Chrysler) ha chiesto la cancellazione della vendita di Chrysler a Fiat al fine di potere ottenere una maggiore garanzia sui propri investimenti in Chrysler. I tre fondi pensione dell’Indiana, che rappresentano insegnanti e poliziotti, hanno un credito da 42,5 milioni di dollari su debiti obbligazionari di Chrysler da complessivi 6,9 miliardi di dollari. In cambio di questi 6,9 miliardi di dollari i nuovi accordi per il passaggio di proprietà del gruppo Chrysler prevedono l’attribuzione pro quota agli obbligazionisti “secured” di 2 miliardi di dollari dal Governo e di altri 800 milioni di dollari in liquidazione. Agli obbligazionisti sono infatti stati offerti 29 centesimi per ogni dollaro mentre i fondi in pensione in particolare hanno pagato 43 centesimi su dollaro i propri titoli. Le perdite potenziali per questi bondholder sono insomma rilevanti in termini di percentuale sull’investimento effettuato, ma trascurabili in confronto al debito complessivo di Chrysler e anche agli investimenti governativi sul gruppo: soltanto Washington (anche lo stato canadese per esempio ha prestato denaro al gruppo) ha acceso infatti finanziamenti per oltre 10 miliardi di dollari in favore della casa americana.
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Mentre Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, cerca la quadratura del cerchio per una nuova Fiat che sia tra le più grandi case automobilistiche del mondo, cominciano a diffondersi dubbi e incertezze. Un punto sicuramente è stato segnato in Germania. Il Governo di Angela Merkel, da sempre diffidente dell’opzione italiana, ha chiesto all’alternativa canadese di Magna un piano per Opel più dettagliato, affermando implicitamente che il lavoro dei tecnici torinesi era più accurato.
Fritz Henderson, il manager chiamato al rilancio di General Motors, ha messo sul piatto ieri alcuni dei temi che saranno affrontati a breve anche con Marchionne. Henderson, che deve gestire la cessione di Opel tra mille pressioni e dal vertice di un colosso a un passo dalla bancarotta, ha dichiarato che qualunque soluzione per la casa tedesca che controlla diversi impianti sia in Germania (4) che in Italia dovrà passare dalle decisioni di Berlino perché da questa dipendono finanziamenti necessari alla sopravvivenza di Opel e di diverse attività in tutta Europa.
L’asse Berlino-Detroit, come qualcuno lo ha chiamato, insomma si rafforza: per il Lingotto diventa vitale trarre il maggiore vantaggio possibile da questa interdipendenza. Entro una ventina di giorni (prima della fine di maggio) Gm dovrà dichiarare quali sono le sue soluzioni per uscire dalla crisi: il Tesoro Usa starà a sentire. Ancora più incerto rimane invece il destino degli altri due marchi controllati da Gm in Europa, ossia la britannica Vauxhall e la svedese Saab. Su essi non è ancora stato trovato un accordo che d’altra parte non potrà essere definito senza una precisazione sulle quote in Gm Europe e nei suoi discendenti da parte della casa madre di Detroit. Questa ha infatti affermato di volere mantenere delle partecipazioni in Europa (avrebbe chiesto il 30% ma Marchionne avrebbe offerto solo il 10%).
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Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Fiat nelle ultime sedute ha evidenziato in borsa qualche tentennamento. Il mercato ha rapidamente archiviato il successo conseguito nella vicenda Chrysler e ha iniziato a guardare avanti. Il prossimo obiettivo e’ infatti rappresentato non piu’ e non soltanto da Opel, il marchio principale con cui GM e’ attiva in Europa, ma anche dagli asset che il colosso americano possiede in Sud America. Questo almeno stando alle indiscrezioni di stampa.
Al momento attuale l’a.d. Sergio Marchionne sarebbe impegnato nelle trattative con GM. Si tratterebbe di un negoziato difficile in quanto la casa americana avrebbe chiesto in cambio una partecipazione del 30% in Fiat, mentre il Lingotto non sembrerebbe disposto a concedere piu’ del 10%. Il motivo e’ abbastanza chiaro: gli Agnelli controllano attualmente poco piu’ del 30% del capitale del Lingotto, quota che verrebbe diluita in misura consistente in caso di spin-off della divisione auto e successiva quotazione di una newco comprendente gli asset Fiat, GM e del 20% di Chrysler, con il rischio che Torino veda allentarsi la presa sul gruppo.
Oltre a queste difficolta’ Marchionne deve fronteggiare anche quelle sul fronte sindacale derivanti dai rumor sul progetto Fenice presentato lunedi’ scorso al ministro dell’Economia tedesco, Karl Theodor zu Guttenberg. Un quotidiano teutonico ha infatti scritto che il progetto prevedrebbe la chiusura di diverse fabbriche in Europa e ben due in Italia. Troverebbero in questo caso conferma le preoccupazioni espresse nei giorni scorsi dai rappresentati dei sindacati italiani in merito alla scarsa attenzione riservata da Fiat nei confronti delle proprie maestranze.

Agnelli a Detroit. La storica famiglia che controlla la Fiat forse ha già prenotato un biglietto aereo per gli States, dove giovedì sera potrebbe festeggiare le nozze del Lingotto con Chrysler. L’accordo sembra oggi più vicino. Indiscrezioni rimbalzate dalle pagine del Washington Post e del Wall Street Journal sui giornali di tutto il mondo confermano il via libera all’operazione da parte delle principali banche Usa (JP Morgan, Goldman Sachs, Citigroup e Morgan Stanley) che detengono da sole circa il 70% del debito di Chrysler.
Secondo queste ipotesi non confermate (né smentite) dalle fonti ufficiali dei gruppi coinvolti, quei circa 6,9 miliardi di dollari di debiti che lasciano Chrysler ancora in bilico sulla bancarotta e gli Agnelli con il fiato sospeso potrebbero essere tagliati a 2 miliardi di dollari ed essere convertiti per la quota rimanente in una partecipazione di circa il 5% nel capitale della casa statunitense.
Lo schema riportato dalla stampa internazionale prevede dunque che i nuovi soci di Chrysler siano per il 55% i suoi operai sindacalizzati, per il 35% siano gli italiani di Fiat e per il rimanente 10% siano divisi fra il Dipartimento del Tesoro di Washington e i creditori di cui sopra. Tutto sembra filare per il verso giusto dunque e, secondo i piani dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, già il prossimo giovedì il Lingotto potrebbe ufficialmente entrare a Detroit da proprietario. Numerose incertezze rimangono però ancora sul tavolo.
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