
Una malizia fresca sulle recenti oscillazioni del prezzo del petrolio si trova on line sul blog petrolio. In soldoni il dubbio è questo. Vuoi vedere che nei cali del prezzo del greggio degli ultimi mesi c’è lo zampino di Goldman Sachs? La fucina dei vertici finanziari del Belpaese avrebbe infatti consigliato ai suoi potenti clienti di tenere il petrolio a un prezzo più basso favorendo così un calo del Brent. La banca d’affari avrebbe poi cominciato a comprare iniziando a macinare plusvalenze potenziali con la risalita dei prezzi. Probabilmente si tratta di accuse impossibili da dimostrare, come difficile è capire dove arrivi il sospetto e dove il fatto concreto. Leggere qualche ipotesi in più però non fa mai male.
Certo molto più di un’ipotesi è invece quella che riguarda la creazione di un nuovo polo del petrolio Iran-Venezuela.
La storica alleanza fra la Investimenti Associati di Dario Cossutta e la De Agostini guidata da Lorenzo Pelliccioli ha partorito un’idea di portata continentale: nasce la IDeA alternative investments, un fondo di fondi che si occuperà di private equity cementando un legame che ha molti addentellati in borsa. Pelliccioli e Cossutta si conoscono almeno dal 1997, quando facevano parte del consiglio di Seat Pagine Gialle, società allora appena privatizzata.
Investimenti Associati, che già in passato ha anche partecipato ad operazioni di grosso calibro come Guala Closures, Rinascente-Upim e Lottomatica (ancora De Agostini), possiede ancora una quota importante in Pagine Gialle, ma Dario Cossutta ieri ha sibillinamente fatto delle aperture alle ipotesi di vendita. La società degli elenchi che con Bc Partner, Cvc Capital Partners e Permira è controllata al 50,1% potrebbe essere venduta se gli azionisti ricevessero offerte a cui non si può dire di no. Un piano preciso però ancora non ci sarebbe. Ovviamente le affermazioni di Cossutta hanno avuto interessanti risvolti in borsa dove Seat ha chiuso la seduta con un guadagno dell’1,9% che ha portato il titolo a 0,473 euro.
Riceviamo da MC e con piacere pubblichiamo
L’allarme l’hanno suonato tramite una lettera al Financial Times la scorsa settimana. Parliamo della banca centrale americana e degli organi di controllo del mercato americano e britannico, ossia della Fed, della Sec e della Fsa, che hanno affidato alle colonne del celebre quotidiano finanziario un monito sulla eccessiva crescita del mercato dei derivati.
L’Isda (International Swaps and Derivatives Association) ha infatti calcolato che a giugno 2006 l’ammontare nominale dei derivati di credito ammontava a 26mila miliardi di dollari, in crescita del 109% rispetto all’anno precedente. Più consistente la dimensione del mercato dei derivati sui tassi (interest rate swap e cross-currency swap) che raggiunge la cifra astronomica di 250 mila miliardi di dollari. Anche la Banca d’Italia ha segnalato che dalla fine del 2004 a quella del 2005 l’ammontare nozionale dei contratti derivati è passato da 5.285 a 5.899 miliardi di dollari. Si tratta di numeri da capogiro che rischiano di rendere più esposte le borse mondiali ad eventi imprevedibili e occasionali.
La situazione si fa ancora più preoccupante se si considera che i più grandi istituti di credito del mondo sono esposti notevolmente alle fluttuazioni di questo mercato. Secondo i dati forniti dalla Comptroller of the Currency, l’esposizione dell’americana Jp Morgan Chase raggiunge i 57 mila miliardi di dollari: una cifra pari a 350 volte la capitalizzazione di borsa della società e a più di quattro volte il Pil degli Stati Uniti. Nella classifica delle banche più esposte in contratti derivati figurano però anche Citibank (25 mila miliardi di dollari), Bank of America (24 mila mld), Wachovia Bank (4 mila mld) e Hsbc (4 mila mld di dollari). A questo punto la domanda è: cosa succederebbe se un evento inatteso (come già se ne sono visti nel Novecento) procurasse un crollo di questo mercato? Il rischio è un effetto domino che potrebbe colpire i mercati finanziari internazionali e arrivare a piegare l’economia di molte nazioni.
Non si tratta neanche di uno scenario di fantasia se si ricorda il caso di Long Term Capital Management. Si trattava di un hedge fund gestito da due premi Nobel che fu messo in ginocchio dalla crisi del debito russo in virtù della sua esposizione in derivati da 1.300 miliardi di dollari. Alla fine ci pensò Alan Greenspan che chiamò a raccolta le maggiori banche internazionali per salvare la baracca. Ma oggi, vista l’esposizione da ben 57 mila miliardi di dollari della JPMC, chi potrebbe salvare la finanza mondiale da una nuova crisi del mercato dei derivati?
Scoperti da Eni altri giacimenti di gas nei mari del Nord. Una joint venture con ConocoPhillips e British Gas ha rinvenuto un nuovo giacimento a Ovest del campo in produzione di Judy le perforazioni sono avvenute alla profondità d’acqua di 81 metri. Eni, già presente nel Regno Unito dal 1964, ha prodotto 145 mila barili di olio equivalente dai pozzi della zona, poco meno di quanto produce in Nigeria (per ora). Tuttavia bisogna dire che aver rinvenuto un nuovo pozzo in una zona già sfruttata da decenni è sicuramente una buona notizia.
Intanto il Cane a sei zampe rimane in attesa del via allo sfruttamento del giacimento del Kashagan, un super giant che dovrebbe a breve cominciare la produzione.
L’anno scorso i barili di olio equivalente, unità di misura che viene applicata sia al gas che al petrolio, sono stati circa 1 milione. Ai prezzi correnti veramente un fiume di oro nero.
Sembrava che si profilasse all’orizzonte caraibico della Florida un disastro delle dimensioni di Katrina e invece Ernesto si è rivelato inoffensivo. Il passaggio da Cuba pare aver raffreddato i suoi bollenti turbinii e le quotazioni del petrolio. Il mercato temeva danni maggiori alla produzione con un conseguente impatto sulle riserve del petrolio negli Usa. Gli effetti si sono subito sentiti a New York, dove il future è ripiombato intorno ai 70 dollari e mezzo al barile dando nuovo slancio alle compagnie che accusano pesantemente il caropetrolio. Prima fra tutte la Boeing che è schizzata sui listini, ma gli effetti, stavolta negativi, si sono sentiti anche sui vari titoli petroliferi quotati a Wall Street. A metà giornata l’indice energetico del Nyse rivelava già una flessione di quasi un punto percentuale. In giornata perdevano in particolare Exxon Mobil e Chevron. Il mercato è destinato ad essere caratterizzato da una forte volatilità secondo Peter Cardillo, analista di S.W. Bach & Co: “Siamo in attesa di molte notizie questa settimana che condizioneranno pesantemente l’andamento del petrolio”.
Giorni accesi per le quotazioni del rame i cui prezzi sono schizzati alle stelle dopo lo sciopero cileno dei minatori dell’Escondida, la più grande miniera del mondo che produce circa l’8% del fabbisogno globale. La Bhp Billiton colosso globale dello sfruttamento di commodities e proprietario dell’Escondida ha oggi rigettato l’offerta dei sindacati che hanno paralizzato gli impianti. I 2000 minatori che hanno incrociato le braccia dal 7 agosto scorso vorrebbero un incremento del loro salario del 10% e un bonus da 30 mila dollari. La Bhp Billinton offre un aumento del 3% e un bonus da 16 mila dollari al massimo: le trattative sono insomma a un punto morto nonostante il braccio di ferro sia entrato nella sua terza settimana.
Oggi sulla stampa inglese si è anche detto che la Bhp potrebbe a breve annunciare un buy back da 3 miliardi di dollari per ridurre la liquidità in eccesso. La notizia ha portato a un rialzo dei titoli sulla piazza finanziaria londinese dell’1,74% circa. Il colosso anglo-australiano aveva però recentemente dichiarato che un blocco produttivo totale dell’Escondida avrebbe causato un danno ai ricavi per 16 milioni di dollari al giorno. Ai minatori cileni insomma bisognerà dare una risposta.
Dopo l’iniziale reazione positiva allo stop sui rialzi dei tassi deciso dalla Federal Reserve i mercati americani hanno girato in negativo. I tassi rimangono al 5,25%, interrompendo quindi una serie di rialzi in atto da piu’ di due anni, dal 30 giugno 2004. Evidentemente ai mercati non e’ piaciuta la stima di un’economia in rallentamento avanzata dal Fomc e soprattutto il fatto che la pausa potrebbe “non significare necessariamente la fine della stretta monetaria”. Sarà quindi importante seguire le apertura di oggi per capire come valuta l’Europa la mossa americana. Alcuni indici / future sono su supporti critici (ad esempio i 36600 punti del future S&PMib) e quindi spostamenti anche ridotti verso il basso potrebbero avere effetti negativi duraturi.
Per ora si guardano sicuramente in cagnesco anche se non lo ammetterebbero mai. Mercati e banchieri centrali negli ultimi mesi hanno preso strade nettamente separate e l’ondata di strette monetarie ha sicuramente portato male a borse e bond. Un po’ di respiro l’ha dato solo la scorsa settimana Bernanke, della Fed americana quando, sul dato negativo del Pil statunitense fatto capire di non volere più alzare (per ora) i tassi.
Oggi invece la Bce ha alzato i tassi d’interesse al 3%: una mossa scontata che però ha portato il dollaro a un ribasso sull’euro e ha portato un brivido sulle borse. Il timore al solito sono le nuove tensioni geopolitiche i loro effetti sul petrolio, sull’inflazione, sulla crescita. La paura per l’inflazione è di medio periodo, come emerge anche dallo scenario dipinto dal presidente della banca centrale europea che ha dichiarato di vedere un’inflazione stabile sopra il 2% sia durante questo, sia durante il prossimo anno (a luglio è stata del 2,5%): in tale prospettiva ha promesso nuove strette monetarie, pur senza precisarne il numero o la portata.
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I motivi del ribasso sono sempre gli stessi: dagli Usa soffiano forte i venti dell’inflazione ed i mercati sono ormai rassegnati ad un nuovo rialzo dei tassi. Questo non sarebbe un problema se il tasso di crescita dell’economia riuscisse ancora ad accelerare al rialzo, ma dal momento che nei prossimi mesi le attese sono per una sua diminuzione i mercati corrono ai ripari. Il future S&Pmib e’ arrivato a testare nuovamente con il minimo di 35730 la media mobile a 200 sedute, gia’ toccata piu’ volte nel corso delle ultime settimane. Se i prezzi dovessero riuscire a rispettare i supporti di area 35250/300 sarebbe invece possibile mantenere intatta la prospettiva di un nuovo rimbalzo ed il proseguimento della costruzione della fase di accumulo in corso dal 22 maggio, che potrebbe anche divenire un doppio minimo. In caso di violazione di area 35250/300 tutta la recente fase laterale si dimostrerebbe invece semplicemente pausa della fase correttiva in atto dai massimi dell’anno che avrebbe come target area 33900. In prima battuta tentare acquisti in area 35700 con stop sotto 35600. Sotto 35550 vendere invece per 35250, stop a 100 punti.

Forse ha ragione quel report di Mps Finance quando prevede rialzi in arrivo nel prezzo del greggio. Valero Energy Corp, la più importante raffineria statunitense, è andata a fuoco e ora è imputata dei rincari di oggi. Ma è possibile che anche gli uragani della prossima estate ci mettano la coda.
Secondo un istituto meteorologico statunitense potrebbero addirittura essere 10 quelli di forte intensità pronti a scagliarsi sulle coste americane la prossima estate. Questo potrebbe significare delle difficoltà di raffinazione (si ricordi l’effetto Katrina), quindi una carenza di materie prime e un lievitare dei prezzi proprio mentre la gente chiede più benzina per andare al mare con la famigliola.
Ovviamente è solo uno scenario. Intanto, però il concretissimo incendio della Valero Energy ha riportato i prezzi dell’oro nero sopra i 70 dollari al barile (il Future sul Crude Brent in scadenza a giugno negozia in queste ore a quota 70,25 dollari). Le società del settore non aspettavano altro e, infatti, anche a Piazza Affari le oil share di casa nostra hanno reagito bene. Eni segna un rialzo del 2,9%, Erg guadagna il 5,95% e anche Saras segna un bel rialzo del 3,09%. Anche l’impiantistica se la passa benone con Saipem e Trevi che viaggiano entrambe con rialzi superiori al 7%.
Un boom che potrebbe far dimenticare ai titoli quel magone che imperava durante il ribasso dei prezzi del greggio e durante le recenti giornate nere del mercato. Buffo notare quanto può portare bene un uragano…