
L’affaire Zaleski è stato probabilmente uno dei problemi maggiori del sistema finanziario italiano in questo difficile periodo di crollo delle borse. Il passato è d’obbligo perché sembra che ormai Unicredit abbia costruito l’impalcatura dell’operazione destinata a salvare il finanziere franco-polacco.
Il suo fallimento genererebbe d’altra parte un terremoto che il sistema del credito italiano non può permettersi. L’operazione sembra ormai delineata. Anche se ieri Profumo ha detto solo che i suoi colleghi “ci stanno lavorando” e fino a oggi la banca non rilascia ulteriori dichiarazioni, a breve probabilmente il mercato sarà informato degli sviluppi concreti della vicenda: troppi i dettagli ormai diffusi e comunque non smentiti dalla banca milanese.
Il primo passo sarà quello di allontanare i predatori stranieri ossia Bnp Paribas e Royal Bank of Scotland che volevano accelerare sulla richiesta dei loro crediti da 1,6-1,7 miliardi di euro. Il gruppo dei cinque big del credito italiano (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi e Bpm) che vantano insieme oltre 4 miliardi di euro di crediti nei confronti di Zaleski e della sua Carlo Tassara ha infatti deciso di tenere fuori dalla partita gli stranieri.
È necessario, anche perché il finanziere ha partecipazioni e cariche presso tutte queste stesse banche che lo stanno salvando o in importanti banche e società a loro collegate. Il 5% di Intesa Sanpaolo, il 2% di Generali, il 2% di Mediobanca, il 2% di Ubi Banca, il 10% di Edison, il 2,5% di A2A e le altre partecipazioni in Mps, Bpm, Cattolica e Mittel non possono “ballare”.
Per questo Zaleski va salvato. Fra un po’ arriveranno miliardi di prestiti dallo Stato: non possono finire in gruppi dalla dubbia governance. Fra tutti Intesa Sanpaolo (1,7 miliardi di crediti nei confronti di colui che ne controlla il 5% del capitale sociale) è quella che soprattutto deve salvare il proprio azionista a tutti i costi.
Non è tanto l’amicizia di Zaleski con il presidente di Intesa Giovanni Bazoli, quanto la necessità di salvare l’equilibrio. Il costo sarà un innalzamento delle esposizioni (non previsto per le altre banche che anzi in certi casi ricompreranno le quote tramite le fondazioni) e soprattutto una brutta figura. Necessaria però.

Questa volta siamo stati bravi. È sempre difficile dirlo in Italia: siamo un popolo che ama diffidare di se stesso, probabilmente con qualche ragione. Questa volta però sembra davvero che banche, fondi, assicurazioni nazionali siano stati più accorti dei loro colleghi esteri. Sembra proprio che abbiano schivato come già per i subprime i titoli pericolosi di Lehman e che alla fine la loro esposizione diretta o indiretta in azioni o obbligazioni del gigante morente americano sia assai più limitata di quella di molti concorrenti esteri.
Basta per esempio confrontare le esposizioni di Generali, 110 milioni al massimo su titoli di debito Lehman, con quelle di Aviva, la più grande compagnia assicurativa britannica, che ha ammesso di avere un debito da circa 340 milioni di euro, che poi sia in gran parte debito senior e non subordinato rende solo parzialmente più semplice la situazione dell’insurer d’Oltremanica. Nel rimpallo globale di obbligazioni, azioni e derivati made in Lehman l’Italia sembra mantenere, per fortuna, un ruolo marginale. La Banca d’Italia, dopo avere verificato le posizioni degli operatori, ha giudicato marginali le esposizioni del Bel Paese alla crisi di Lehman.
La situazione appare insomma assai più grave altrove. Soltanto sul mercato giapponese, per esempio, le esposizioni delle banche locali correlate alla mina Lehman sono state stimate in circa 3 miliardi di dollari.
Se si guarda ancora al settore bancario si scopre che big del credito all’italiana come Unicredit e Intesa Sanpaolo hanno, almeno in base ai comunicati ufficiali, esposizioni in obbligazioni Lehman per 300-400 milioni messe assieme. In Francia il Credit Agricole, da solo, ha calcolato in circa 250 milioni o poco meno il costo della soluzione alle esposizioni in titoli Lehman e collaterali. Bnp Paribas ha esposizioni di questo tipo per circa 400 milioni di euro. Anche il gigante assicurativo d’Oltralpe Axa ha calcolato in circa 300 milioni di euro le proprie esposizioni verso la banca Usa.
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Settore finanziario ancora in affanno un po’ a tutte le latitudini e Generali, la prima compagnia assicurativa d’Italia e la terza d’Europa non sfugge alla regola lasciando a Milano in queste ore poco meno di un punto percentuale. Il Leone di Trieste guarda però in questi giorni con estrema attenzione al di là delle Alpi. Secondo insistenti indiscrezioni della stampa internazionale potrebbe essere annunciato in settimana un accordo tra Commerz Bank e Allianz sul caso Dresdner.
Quest’ultima è stata conquistata da Allianz nel 2001 con un’operazione che voleva creare un colosso della bancassurance e si è invece dimostrata fallimentare. A causa della crisi dei mutui ad alto rischio Dresdner ha infatti accumulato perdite da un miliardo di euro soltanto nel corso del primo semestre 2008 e ha quindi appesantito il bilancio di Allianz, prima compagnia assicurativa d’Europa. L’ennesimo knock out era però stato ampiamente previsto e in effetti già dal giugno del 2007 aveva cominciato a circolare sul mercato la voce di una prossima cessione della Dresdner. Una cessione sicuramente ritardata dalla crisi dei subprime e dai suoi nefasti effetti sulla stessa Dresdner. Dallo scorso giugno si erano dunque diffuse diverse voci sui possibili acquirenti. Fra le altre indiscrezioni c’era stata anche quella di un interesse della China Development Bank che poteva essere la più grande acquisizione cinese registrata finora, ma alla fine il mercato aveva sempre scommesso, come oggi su Commerzbank, la seconda banca tedesca che avrebbe potuto consolidare la sua posizione con il nuovo acquisto.
In gioco una cifra fra gli 8 e i 10 miliardi di euro - queste le stime sul valore di Dresdner – e il consolidamento del mercato bancario tedesco.
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Unicredit fa cassa anche in Turchia. Il programma di cessioni di partecipazioni non strategiche finisce, infatti, per coinvolgere anche il Paese della Mezzaluna, dove Unicredit controlla in joint venture con il gruppo Koç, multinazionale dell’omonima famiglia, la quarta banca turca Yapi Kredi un gruppo con asset 39,5 miliardi di dollari a fine 2007.
In particolare già dallo scorso febbraio i due azionisti (controllano con quote paritetiche l’80,27% della banca) hanno deciso di mettere in vendita il ramo assicurativo del gruppo Yapi Kredi Sigorta, un gruppo che è il primo nel settore dei prodotti previdenziali e in quelli non vita con quote di mercato rispettivamente del 22,2 e del 17,5%.
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Il 19 giugno appena trascorso si è chiusa una causa tramite un giudizio d’appello della corte di Mosca che ha permesso a Generali e al suo socio ceco PPF di registrare un importante successo in Russia. Il fondo di private equity PPF Beta (controllato al 51% da PPF Investment e al 49% da Generali) ha infatti ottenuto dalla Nona sezione della Corte di Appello di Mosca su un caso che da tempo contrappone lo stesso PPF Beta all’oligarca Oleg Deripaska e alla sua Bazel. Per capire la rilevanza del caso forse fa comodo descrivere un po’ più nel dettaglio l’operazione.
Oleg Deripaska è uno degli uomini più ricchi della Russia. Fra le varie partecipazioni in Russia e all’estero (sembra controlli anche il 5% della General Motors) detiene anche una quota di maggioranza nella più grande compagnia assicurativa russa, la Ingosstrakh (nel 2007 1 miliardo di euro di premi e 68 milioni di euro di utile netto). Nel 2006 PPF Investment rilevò il 38,5% del capitale della compagnia dall’oligarca russo Alexander Mamut non senza divergenze con lo stesso Oleg Deripaska. Le quote controllate dal PPF Investment nella compagnia sono depositate in tre holding (Limited liability companies Investitsionnaya Initsiativa, Novy Kapital e Vega) che di fatto sono assai sgradite Deripaska che non voleva questo ingresso del fondo italo-ceco (il gruppo PPF è controllato dal ceco Petr Kellner nonostante il fondo PPF Beta sia domiciliato nel paradiso fiscale di Jersey).

Sabadell, quarta banca spagnola, alle prese con una difficile congiuntura e con il crollo del locale mercato immobiliare, ha deciso di liquidare il 50% delle proprie attività assicurative. Subito si è scatenata la gara fra le europee grandi e piccole per l’acquisto di questo asset che, se venduto a prezzi ragionevoli, potrebbe permettere all’eventuale acquirente di consolidare la propria posizione in Spagna. In gara, in base a indiscrezioni di stampa, ci sarebbero le tre francesi Axa, Groupama e Cnp Assurances. Le prime due avrebbero già presentato un’offerta. In base ai rumor sarebbero interessati anche le tedesche Allianz e Talanx, l’olandese Aegon e la svizzera Zurich Financial Services. Sarebbe interessata, sembra, anche l’italiana Generali che, però, come altri componenti di questa lista, ha deciso di non commentare le voci in merito.
Sabadell ha rimesso le valutazioni tecniche del caso a Deutsche Bank che dovrebbe riuscire a tirare fuori una valutazione complessiva del suo ramo assicurativo pari a 1,2-1,5 miliardi di euro. La metà di questa cifra non dovrebbe dunque superare i 750 milioni, che comunque rimangono parecchi per un’attività che a livello di utile netto ante imposte raggiunge circa i 70 milioni di euro. In termini di risultato operativo per il gruppo Generali (che ha un risultato operativo in Spagna di circa 300 milioni) lo shopping comporterebbe quindi una crescita del 10% circa per quanto riguarda le attività della compagnia nella penisola iberica. Non poco, ma forse non abbastanza per un investimento da 750 milioni di euro.
Ancora una giornata da leoni in Borsa per Commerzbank. Il titolo della banca tedesca che già ieri aveva guadagnato a Francoforte il 6,34% in chiusura di seduta incassa oggi un +4,76%. A dare appeal speculativo al titolo sono le persistenti indiscrezioni di stampa su una prossima fusione fra l’istituto tedesco e la Dresdner Bank del gruppo Allianz.
Il colosso del credito tedesco sicuramente si avvantaggia anche delle anticipazioni sulla crescita degli utili nel comparto retail che avrebbe portato a un incremento degli utili di questa divisione a due cifre. Una notizia assai importante, ma, se fosse vero che da tempo Dresdner e Commerzbank si scambiano informazioni interne e hanno avviato una sorta di due diligence, in gioco ci sarebbe addirittura un nuovo assetto del potere finanziario in Europa.
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Alla fine per calmare le acque e diradare i dubbi Flavio Repetto, il presidente della Fondazione Carige, ha deciso di rilasciare un’intervista al Sole 24 Ore. Nessuna fusione in vista con Mediobanca, si tratta solo di un’alleanza e niente di più. I sospetti su un legame avvolgente di Piazzetta Cuccia alla banca genovese si erano d’altra parte moltiplicati nel corso delle ultime settimane.
A portare in questa direzione contribuivano (contribuiscono?) troppi elementi. Prima il finanziamento da 315 milioni di euro a Carige da parte di Mediobanca: in pegno alla banca milanese finirono azioni risparmio convertibili nel 10% di Carige. Contemporaneamente Generali, il colosso assicurativo di Trieste il cui maggiore azionista è proprio Mediobanca, saliva rapidamente al 4% del capitale dell’istituto ligure. Se infine si considera che nell’ultimo mese Mediobanca ha varato la grande rivoluzione di Che Banca! e ha aperto un’area di business retail, si vede che questa amicizia poteva e può sembrare interessata.
Niente di tutto questo invece. Repetto ha confermato oggi la scelta di mantenere autonoma e indipendente la Cassa di risparmio genovese il cui ruolo nell’economia della Liguria è fondamentale e deve restare affidato a soggetti locali.
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Le attività assicurative del Royal bank of Scotland, la maggiore banca britannica messa in crisi dalla bufera dei mutui ad alto rischio fanno gola anche a Generali. “Andiamo avanti a vedere le carte” ha dichiarato oggi Raffaele Arusti, direttore generale della compagnia triestina, durante una presentazione del bilancio sostenibile del Leone.
D’altra parte la candidatura di Generali era nell’aria da tempo e, oltretutto, non si tratta della sola. Per Direct Line, Churchill e Privilege (tutti marchi di Rbs) concorrono infatti anche la Zurich, Allianz, il colosso statunitense AIG e persino la cinese Ping An. In realtà, come ha ammesso una fonte all’agenzia Reuters, di compagnie che hanno davvero i 7,5-8.5 miliardi di euro necessari allo shopping ce ne sono poche.
Alla fine Algebris, con l’aiuto della Consob, è riuscito a mettere a segno un punto importante nella sua aperta sfida al top management del colosso assicurativo Generali. I Benetton, azionisti con il 4,75% del capitale di Mediobanca, avevano presentato una lista di candidati sindaci alternativa, fra le altre, a quella presentata dallo stesso Algebris. L’hedge fund fondato da Eric Halet e dall’italiano Davide Serra ha però contestato il conflitto d’interessi dei Benetton: in quanto soci di Mediobanca e membri del suo patto di sindacato non possono essere considerati azionisti di minoranza del gruppo Generali né far parte della lista dei soci di minoranza che ha diritto a un membro del collegio sindacale.
Un certo peso nel ritiro della lista di minoranza per i sindaci proposta da Benetton lo ha avuto anche il fatto che fra i candidati spuntava Giuseppe Pirola fratello minore di un socio di Price Waterhouse Coopers, la società di revisione di Generali. Insomma si sarebbe potuto sospettare un ulteriore conflitto di interesse.
Adesso, se Algebris dovesse riuscire a ottenere un sindaco, potrà iniziare anche a contare qualcosa, sebbene poco, nell’amministrazione della compagnia. I sindaci infatti, oltre ad avere una visione accurata dell’andamento della società hanno anche il diritto di convocare il consiglio d’amministrazione e il comitato esecutivo. I rappresentanti di Algebris potrebbero, insomma, rimproverare Antoine Bernheim (presidente esecutivo), Giovanni Perissinotto (amministratore delegato) e Sergio Balbinot (ad anche lui) di essere troppi e troppo pagati rispetto alla media europea.
Algebris, che controlla appena l’1% del capitale di Generali, ha infatti ripetuto ieri le sue critiche alla governance della compagnia e più volte accusato direttamente e indirettamente proprio i tre manager succitati citando anche dei consigli di cambiamento della governance proposti da Merril Lynch e Goldman Sachs in due report dello scorso ottobre.
Secondo Algebris Generali potrebbe arrivare a valere entro 2 anni 40-44 euro se solo seguisse i suoi consigli.
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