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Geronzi Cesare

Geronzi lascia e Le Generali volano: messaggio dei mercati?

pubblicato da alessandro condina in: Geronzi Cesare Generali Assicurazioni


La Borsa di Milano ha festeggiato col botto l’addio di Cesare Geronzi alle Generali, considerato una vera e propria sconfitta per il banchiere laziale messo nell’angolo e costretto a dimettersi dai consiglieri e dai manager che lo avrebbero sfiduciato in cda: al suo posto potrebbe arrivare Gabriele Galateri di Genola. In una seduta il titolo delle Assicurazioni Generali ha guadagnato il 2,97%, con una chiusura a 15,93 euro, con un picco di 23 milioni e mezzo di azioni passate di mano: volumi quasi quintuplicati rispetto alla seduta precedente.

Secondo fonti di stampa 12 consiglieri su 17 erano pronti a sfiduciare Geronzi, che ha preferito un’uscita di scena più soft - concordando anche la buonuscita ed evitando l’ennesimo trauma pubblico alla compagnia - dopo 347 giorni al vertice della più grande istituzione finanziaria italiana, dove era arrivato il 24 aprile 2010 direttamente da Mediobanca, che - è bene ricordarlo - è pur sempre la prima azionista del Leone di Trieste, con il 13,46% del capitale. Ma non è bastato a Geronzi essere stato tre anni al vertice di Mediobanca per risparmiargli questa fine.

Questa di Trieste è la più grande sconfitta “politica” di Cesare Geronzi, che grazie alle sue doti innegabili di grande tessitore è riuscito nell’arco di una lunga carriera a scalare le vette del potere bancario, nonostante le critiche, gli scandali, i crack finanziari in cui sono state coinvolte le banche da lui guidate (su tutte Banca di Roma con Cirio e Parmalat), le polemiche, le cause in tribunale e soprattutto i risultati tutt’altro che esaltanti degli istituti da lui guidati.

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Crac Cirio: chiesti 15 anni per Cragnotti, 8 per Geronzi

pubblicato da alessandro condina in: Geronzi Cesare


Proprio l’altro giorno parlavamo della lentezza della giustizia italiana nel perseguire gli imputati dei maggiori scandali finanziari che hanno scosso il mercato dei capitali negli ultimi dieci anni. Per un Calisto Tanzi che diventa protagonista di un film - “Il gioiellino” - con il volto di Remo Girone, mentre il suo contabile Tonna è interpretato da Toni Servillo, a Roma si avvia alla conclusione il processo sul crac Cirio, che travolse il numero uno della società, Sergio Cragnotti, che aveva costruito un piccolo impero nel settore alimentare - era diventato “L’uomo del Monte” - e lambì anche i vertici della principale banca finanziatrice, l’allora Banca di Roma.

Dopo sette anni dal default, quando Cirio non pagò il primo di una serie di prestiti obbligazionari che erano finiti nelle mani di migliaia di piccoli investitori, a volte inconsapevoli dei reali rischi che correvano, i pubblici ministeri hanno presentato le richieste di condanna: 15 anni di carcere chiesti per Sergio Cragnotti, accusato di bancarotta fraudolenta; 8 anni per un altro degli imputati, l’allora presidente di Banca di Roma Cesare Geronzi, che ora è il presidente, senza deleghe, delle Assicurazioni Generali.

Altre condanne riguardano imputati minori, più o meno conosciuti, che sono accusati di aver collaborato alla truffa nascondendo le reali condizioni finanziarie di Cirioe impedendo ai piccoli investitori di valutare con gi strumenti necessari quanto il loro investimento fosse rischioso. Per Gian Piero Fiorani, ex potentissimo ad della Popolare di Lodi, sono stati chiesti otto anni di carcere.

Per i pm la vicenda Cirio è «caratterizzata da un giro imponente di operazioni finanziarie, le quali hanno generato entità ingenti di crediti» tra i vari gruppi; ma in questi movimenti «sia la destinazione delle somme trasferite» ad altre società, «sia la gestione e la sorte dei crediti generati, resta misteriosa e non ricostruibile in termini di certezza». A capo di tutto ciò c’era il «dominus» Sergio Cragnotti, «motore di tutte le operazioni» con il contributo importante, secondo l’accusa, proprio di Geronzi, che adesso è uno dei volti del capitalismo italiano all’estero, visto che guida la maggiore istituzione finanziari d’Italia.

Secondo il pubblico ministero De Marinis «non possono essere concesse le attenuanti generiche a nessuno degli imputati, perché quelli commessi sono stati fatti gravissimi, ma anche perché non c’è stato alcun segno fornito nel corso di questo processo». Per questo motivo non è stato possibile recuperare i soldi spariti dalle casse di Cirio e ricostruire con precisione chi davvero li ha intascati: «La ricostruzione di tali operazioni è impedita dalla indisponibilità della documentazione contabile integrale di gran parte delle società, spesso collocate in località estere off shore. Ne segue che sia la realtà delle operazioni finanziarie, sia la destinazione delle somme trasferite a tali società, sia infine la gestione e la sorte dei crediti come sopra generati, resta misteriosa e non ricostruibile in termini di certezza».

Dopo sette anni di indagini e processo siamo ancora alla fine del primo grado, ma i circa duemila obbligazionisti hanno già perso un treno: per il reato per truffa è arrivata la prescrizione che mette in forse le richieste di risarcimento presentate alle banche. Rimane il reato di bancarotta che coinvolge anche gli istituti di credito, in particolare la ex Banca di Roma accusata di aver trattato Cragnotti «in un modo assolutamente anomalo».

Duello Della Valle-Geronzi: in palio il vertice del Leone

pubblicato da alessandro condina in: Geronzi Cesare Assicurazioni


C’è ancora spazio per Cesare Geronzi al vertice delle Assicurazioni Generali? Il “grande vecchio” della finanza italiana, che è approdato a Trieste dopo aver lasciato la plancia di comando di Capitalia (già Banca di Roma) ed essere transitato da Mediobanca, sembra sempre più sgradito ai soci industriali del Leone di Trieste, quelli che investono soldi propri e non ne possono più di vedere al vertice delle società quotate uomini che non sono manager puri, ma neppure investono in proprio.

L’ultimo schiaffo di Della Valle è un comunicato con cui l’imprenditore marchigiano, che siede nel cda delle Generali, ha preso le distanze dalle ultime dichiarazioni di Geronzi, che tendeva a minimizzare le divergenze di opinione in seno al consiglio e le critiche degli analisti, liquidandole con un paio di battute.

Il patron delle Tod’s sembra deciso ad arrivare alla resa dei conti con i vecchi “poteri forti” che ancora pretendono di “pesare” le azioni, invece di contarle. Se però questa espressione era stata coniata da Enrico Cuccia, che attraverso Mediobanca aveva creato dal nulla e sostenuto il capitalismo italiano, di certo è molto più dura da accettare ora che il vecchio banchiere non c’è più e al suo posto prova a muoversi, con ben altra eleganza, un uomo come Geronzi.

«Leggo sulla stampa - esordisce Della Valle - dichiarazioni rilasciate da Cesare Geronzi fatte in modo inopportuno e senza nessun senso logico che rimettono sotto i riflettori mediatici ancora una volta le Generali e tirano in ballo anche me. Pertanto sono costretto a rispondere. È molto preoccupante sentire parlare del serio e professionale mondo degli analisti con sarcasmo, definendoli “giovani che hanno il diritto di pensare ciò che pensano”. Ricordo a Geronzi, e come me sono sicuro vorrebbero farlo anche altri consiglieri, che le Generali hanno oltre 300.000 azionisti che sono invece sensibili e rispettosi dell’opinione degli analisti quando devono decidere cosa fare dei propri investimenti, compreso quello in Generali».

Messaggio forte e chiaro, verrebbe da dire a Della Valle, che ormai - a quanto pare - ha deciso di mollare gli ormeggi e attaccare il sistema di potere che ruota attorno ai vecchi “salotti” della finanza italiana, in primis Generali, la stessa Mediobanca ed Rcs; come ha fatto nell’intervista all’Espresso in cui, di fatto, invita Geronzi ad andare in pensione. È difficile dar torto a mr Tod’s quando segnala che alcune di queste società potrebbero essere gestite molto meglio e con maggior profitto per gli azionisti se i manager, che sono tutti di qualità, fossero lasciati tranquilli ad operare secondo le regole del mercato senza interferenze esterne.

Si dà il caso, infatti, che l’intervista di Cesare Geronzi al Financial Times, in cui il presidente del Leone è andato ben al di là del suo ruolo di “chairman” senza deleghe, per delineare strategie future in alcuni casi in conflitto con le linee guida illustrate di recente dal top management. Proprio questo aveva infastidito alcuni analisti che non si erano trattenuti dal segnalare l’incongruità e l’assolutà anomalia di un comportamento del genere.

Cesare Geronzi si farà dunque da parte o sarà ridimensionato dal cda? Intanto pare che anche le partecipazioni azionarie siano state sottratte alla sua iniziativa per passare sotto il controllo dell’amministratore delegato Perissinotto. Poi bisognerà vedere quanto a lungo Geronzi resterà al vertice del Leone. Senza il carisma e la credibilità di Cuccia è difficile che le azioni si possano pesare e non contare. E al momento della conta è probabile che Geronzi rimanga in minoranza.

A Mediobanca un posto si trova

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A Mediobanca il duro braccio di ferro dei giorni scorsi si è sciolto in una stretta di mano. In Borsa hanno già stappato lo spumante e il titolo guadagna più di due punti e mezzo ponendosi fra i migliori dell’S&P/Mib in questa chiusura di ottava. Sullo scontro fra il presidentissimo Cesare Geronzi e i manager Nagel e Pagliaro per il potere nel salotto buono della finanza italiana una parola l’hanno detta tutti, chi a voce alta, chi a denti stretti. È un rituale che si ripete da qualche anno ormai, qualcuno lo attribuisce addirittura alla scomparsa di Enrico Cuccia.

D’altra parte in ballo c’erano gli interessi di Unicredit e dei francesi di Groupama, dei grandi industriali italiani (praticamente sono tutti membri del patto di sindacato) e di un colosso come Generali. Alla fine qualcosa sono riusciti a ottenerla tutti. Geronzi ha aggirato gli insidiosi paletti della Banca d’Italia ed è riuscito a riottenere il potere che il sistema duale complicato da Mario Draghi rischiava di togliergli. Lo ha riassunto bene oggi Giovanni Pons ricordando le difficoltà del banchiere per far passare la nomina di Franco Bernabé in Telecom. Partecipazioni cruciali come quelle in Telecom, in Generali o in Rcs sono d’altra parte l’essenza del potere di Mediobanca: per questo il comitato nomine che le gestisce diventa un nodo cruciale per chi vuole mettere i propri uomini nei posti giusti.

Geronzi avrebbe probabilmente giocato all’asso pigliatutto se l’amministratore delegato di Piazzetta Cuccia, Alberto Nagel, non avesse trovato una sponda calcolata in Alessandro Profumo, ad di Unicredit e grande azionista di Mediobanca.

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Mediobanca: la partita sulla governance è all’ultima mano

pubblicato da Ferry Boat in: Geronzi Cesare Banche Azioni Italia

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La partita per la governance di Mediobanca si avvicina all’ultima mano e intanto appare sempre più chiaro che in gioco c’è molto di più di una lotta per il potere reale tra i manager e il presidente.

Come sicuramente con gusto ha sottolineato ieri al Sole 24 Ore Matteo Arpe, c’è in gioco il ruolo e l’identità di un’istituzione storica del panorama italiano. È vero, infatti, che Mediobanca ha sempre rappresentato in Italia il contraltare della politica, la risposta del sistema economico e finanziario ai salotti romani e alle loro relazioni.

Fu un ruolo in gran parte disegnato da Enrico Cuccia, storico presidente della merchant bank più importante del Bel Paese di cui oggi Cesare Geronzi vorrebbe essere l’erede ideale. Ma per salire su questo trono l’ex numero uno di Capitalia dovrà riprendere in mano tutti quei poteri che sono stati affidati ai manager di Piazzetta Cuccia (in primis ad Alberto Nagel e a Renato Pagliaro) con il sistema duale.

Con l’aiuto del giurista Piergaetano Marchetti a Milano si cerca in questi giorni di completare il puzzle. C’è da decidere il futuro ruolo di Pagliaro (si dice direttore generale) e il numero di manager da inserire nel comitato esecutivo (o tutti e cinque o solo tre). Gli attuali membri del consiglio di gestione vorrebbero anche un loro uomo in ogni comitato interno.

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Mediobanca: il monistico? Sarà il trionfo di Geronzi

pubblicato da Ferry Boat in: Persone Geronzi Cesare Banche Azioni Italia

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Sempre più in ascesa l’astro di Cesare Geronzi che, dopo avere conquistato una fusione favorevole con Unicredit (nonostante diverse contrarietà all’operazione proprio a Piazza Cordusio) sembra prossimo alla stretta su Mediobanca. Una stretta che imporrà il ritorno al sistema monistico da quello duale approvato appena un anno fa e restituirà nuovi poteri allo stesso Geronzi, attuale presidente del Consiglio di Sorveglianza del gruppo, ansioso di riottenere un più diretto controllo sulle attività del gruppo stesso.

Il modello duale con gli azionisti da un lato (nel consiglio di sorveglianza) e i manager e amministratori dall’altro (consiglio di gestione) era stato studiato proprio per separare la proprietà dalla gestione al fine di garantire l’indipendenza e l’autonomia di Piazzetta Cuccia. D’altra parte la varietà degli azionisti e i più che concreti conflitti di interessi fra proprietari che spesso sono banche (come appunto Unicredit, l’azionista più rilevante di Mediobanca) e hanno attività troppo simili suggerivano la costruzione di questa barriera.

Geronzi però si è accorto presto che così, con questo modello duale che dava tanto potere ai manager, per lui rimanevano margini troppo esigui. A suggerire la costruzione di queste mura cinesi fra proprietà e gestione era stata anche la diffidenza di Intesa Sanpaolo (una banca dalla governance duale anch’essa) che temeva lo strapotere di Unicredit-Capitalia in Mediobanca e quindi nella sua più importante partecipazione Assicurazioni Generali, il colosso assicurativo che controlla una quota importante della stessa Intesa Sanpaolo.

Alessandro Profumo e Dietr Rampl, rispettivamente ad e presidente di Unicredit, sembravano d’accordo a trattare Mediobanca, il “salotto buono” della finanza italiana, come una partecipazione finanziaria affidata ai suoi manager, ma ecco che rispunta Geronzi e riesce a imporre una volta di più la sua visione. Ancora una volta nel Bel Paese il conflitto di interessi viene accantonato e si raggiungono nuove sorprendenti convergenze.

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Unicredit: Profumo di profit warning

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Alessandro Profumo, ha presentato ieri a Londra alla comunità finanziaria i risultati dell’esercizio 2007, che si è chiuso con un risultato netto leggermente inferiore alla attese.

L’utile netto pro forma, includendo cioè la neo acquisita Capitalia per l’intero esercizio, è stato pari a 6,566 mld di euro in flessione dello 0,4% rispetto al dato del 2006. L’utile netto normalizzato, escludendo cioè i costi di integrazione di Capitalia e le plusvalenze, è stato di 7,282 mld di euro, in crescita del 10,4%. L’esposizione sui subprime, pari a 164 mln di euro a dicembre poi scesa a 118 mln di euro al 29 febbraio, è definita dai vertici della banca “trascurabile”.

L’amministratore delegato ha anche dichiarato che il 2008 sarà un anno difficile a causa dei noti problemi finanziari internazionali e che sarà impossibile confermare il target dell’Eps per l’anno in corso. In sostanza un profit warning.

Le strategie del 2008 di Unicredit vedono l’incorporazione di Ubm in Unicredit e il piano di riorganizzazione delle banche del gruppo. L’obiettivo è creare 3 nuove banche con responsabilità territoriale per l’offerta dei servizi Retail nonché di riallocare i business corporate, private, mutui e prestiti personali all’interno del Gruppo.

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Affaire Cirio-Parmalat, Geronzi va a giudizio

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Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo

Parmalat oscilla sotto la parita’ dopo la notizia del rinvio al 25 febbraio del processo presso il Tribunale di Milano per il fallimento dell’azienda emiliana, procedimento che vede sul banco degli imputati Calisto Tanzi e i vecchi manager. Il rinvio e’ stato determinato da una richiesta del nuovo avvocato di Lorenzo Penka, ex contabile Parmalat.

Intanto la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di Cesare Geronzi, ex numero uno di Capitalia e attuale presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, contro il rinvio a giudizio disposto dal Gup di Parma con l’accusa di usura e concorso in bancarotta fraudolenta per il caso Ciappazzi.

Secondo gli inquirenti Geronzi obbligo’ Tanzi ad acquistre la Ciappazzi (acque minerali) dal gruppo Ciarrapico ad un prezzo esorbitante, in modo tale che quest’ultimo disponesse delle risorse per appianare i debiti con l’istituto capitolino. Una situazione molto simile a quella che vide protagoniste la stessa Parmalat e Cirio, anche in questo caso con la regia di Geronzi e della allora Banca di Roma.

Nel ‘99 Tanzi acquisto’ la Eurolat da Cirio pagandola 200 miliardi di lire in piu’ rispetto ai valori di mercato.

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Il Geronzi pensiero

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Le partite più importanti della finanza italiana, da Mediobanca a Generali passando per Telecom, ruotano intorno a uno dei banchieri più importanti del Bel Paese. Cesare Geronzi, uno degli artefici della fusione fra Capitalia e Unicredit e uno dei personaggi più potenti e discussi d’Italia, è stato intervistato dal direttore del Sole 24 Ore Ferruccio de Bortoli. Vale sicuramente la pena di leggere le sue opinioni su un sistema di potere e denaro di cui lui conosce come pochi gli equilibri.

Manovre Generali: chi difende l'onore di Bernheim

pubblicato da Ferry Boat in: OPA per tutti Persone & fatti Persone Geronzi Cesare Banche Azioni Italia Generali Assicurazioni Profumo Alessandro Politica Bernheim Antoine

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In difesa dell’onore di Antoine Bernheim, presidente di Generali sulla graticola a causa delle critiche al suo operato da qualche mese, sono scesi in campo il Financial Times e lo stesso Stato francese. La Patria gli ha regalato la Legion d’onore alla presenza di René Caron, numero uno del Credit Agricole, e di Jean-Marie Messier, ex guida del gruppo Vivendi.

Il quotidiano britannico ha giudicato invece discutibili gli attacchi sferrati da Algebris alla struttura della corporate governance (passando per critiche all’età e alla remunerazione di Bernheim) e all’influenza di Mediobanca sulle scelte del gruppo. Questi gli argomenti del giornalista Paul Betts. Le prospettive di Bernheim nel gruppo sembrano comunque limitate perché già lui stesso ha dichiarato di non volere rinnovare il proprio mandato dopo la sua naturale scadenza, quindi la richiesta di cambiamenti entro i prossimi tre anni è sostanzialmente inutile perché già prevista. Quanto al ruolo di Mediobanca, maggiore azionista di Generali con una quota del 15,1 per cento, è possibile che una banca con un azionariato e un management tanto divisi sul futuro della banca d’affari debba essere tanto vincolata dalla gestione di un colosso come Generali? Fra l’altro lo sviluppo di quest’ultima deriva in gran parte dalle sue imprese estere e dalla sua capacità di crescere fino a combattere alla pari con i colossi europei Allianz e Axa. In quest’ottica Betts si chiede che senso abbia vincolarsi tanto a Generali.

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