A Mediobanca un posto si trova

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A Mediobanca il duro braccio di ferro dei giorni scorsi si è sciolto in una stretta di mano. In Borsa hanno già stappato lo spumante e il titolo guadagna più di due punti e mezzo ponendosi fra i migliori dell’S&P/Mib in questa chiusura di ottava. Sullo scontro fra il presidentissimo Cesare Geronzi e i manager Nagel e Pagliaro per il potere nel salotto buono della finanza italiana una parola l’hanno detta tutti, chi a voce alta, chi a denti stretti. È un rituale che si ripete da qualche anno ormai, qualcuno lo attribuisce addirittura alla scomparsa di Enrico Cuccia.

D’altra parte in ballo c’erano gli interessi di Unicredit e dei francesi di Groupama, dei grandi industriali italiani (praticamente sono tutti membri del patto di sindacato) e di un colosso come Generali. Alla fine qualcosa sono riusciti a ottenerla tutti. Geronzi ha aggirato gli insidiosi paletti della Banca d’Italia ed è riuscito a riottenere il potere che il sistema duale complicato da Mario Draghi rischiava di togliergli. Lo ha riassunto bene oggi Giovanni Pons ricordando le difficoltà del banchiere per far passare la nomina di Franco Bernabé in Telecom. Partecipazioni cruciali come quelle in Telecom, in Generali o in Rcs sono d’altra parte l’essenza del potere di Mediobanca: per questo il comitato nomine che le gestisce diventa un nodo cruciale per chi vuole mettere i propri uomini nei posti giusti.

Geronzi avrebbe probabilmente giocato all’asso pigliatutto se l’amministratore delegato di Piazzetta Cuccia, Alberto Nagel, non avesse trovato una sponda calcolata in Alessandro Profumo, ad di Unicredit e grande azionista di Mediobanca.

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Mediobanca: la partita sulla governance è all’ultima mano

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La partita per la governance di Mediobanca si avvicina all’ultima mano e intanto appare sempre più chiaro che in gioco c’è molto di più di una lotta per il potere reale tra i manager e il presidente.

Come sicuramente con gusto ha sottolineato ieri al Sole 24 Ore Matteo Arpe, c’è in gioco il ruolo e l’identità di un’istituzione storica del panorama italiano. È vero, infatti, che Mediobanca ha sempre rappresentato in Italia il contraltare della politica, la risposta del sistema economico e finanziario ai salotti romani e alle loro relazioni.

Fu un ruolo in gran parte disegnato da Enrico Cuccia, storico presidente della merchant bank più importante del Bel Paese di cui oggi Cesare Geronzi vorrebbe essere l’erede ideale. Ma per salire su questo trono l’ex numero uno di Capitalia dovrà riprendere in mano tutti quei poteri che sono stati affidati ai manager di Piazzetta Cuccia (in primis ad Alberto Nagel e a Renato Pagliaro) con il sistema duale.

Con l’aiuto del giurista Piergaetano Marchetti a Milano si cerca in questi giorni di completare il puzzle. C’è da decidere il futuro ruolo di Pagliaro (si dice direttore generale) e il numero di manager da inserire nel comitato esecutivo (o tutti e cinque o solo tre). Gli attuali membri del consiglio di gestione vorrebbero anche un loro uomo in ogni comitato interno.

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Mediobanca: il monistico? Sarà il trionfo di Geronzi

pubblicato da riva

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Sempre più in ascesa l’astro di Cesare Geronzi che, dopo avere conquistato una fusione favorevole con Unicredit (nonostante diverse contrarietà all’operazione proprio a Piazza Cordusio) sembra prossimo alla stretta su Mediobanca. Una stretta che imporrà il ritorno al sistema monistico da quello duale approvato appena un anno fa e restituirà nuovi poteri allo stesso Geronzi, attuale presidente del Consiglio di Sorveglianza del gruppo, ansioso di riottenere un più diretto controllo sulle attività del gruppo stesso.

Il modello duale con gli azionisti da un lato (nel consiglio di sorveglianza) e i manager e amministratori dall’altro (consiglio di gestione) era stato studiato proprio per separare la proprietà dalla gestione al fine di garantire l’indipendenza e l’autonomia di Piazzetta Cuccia. D’altra parte la varietà degli azionisti e i più che concreti conflitti di interessi fra proprietari che spesso sono banche (come appunto Unicredit, l’azionista più rilevante di Mediobanca) e hanno attività troppo simili suggerivano la costruzione di questa barriera.

Geronzi però si è accorto presto che così, con questo modello duale che dava tanto potere ai manager, per lui rimanevano margini troppo esigui. A suggerire la costruzione di queste mura cinesi fra proprietà e gestione era stata anche la diffidenza di Intesa Sanpaolo (una banca dalla governance duale anch’essa) che temeva lo strapotere di Unicredit-Capitalia in Mediobanca e quindi nella sua più importante partecipazione Assicurazioni Generali, il colosso assicurativo che controlla una quota importante della stessa Intesa Sanpaolo.

Alessandro Profumo e Dietr Rampl, rispettivamente ad e presidente di Unicredit, sembravano d’accordo a trattare Mediobanca, il “salotto buono” della finanza italiana, come una partecipazione finanziaria affidata ai suoi manager, ma ecco che rispunta Geronzi e riesce a imporre una volta di più la sua visione. Ancora una volta nel Bel Paese il conflitto di interessi viene accantonato e si raggiungono nuove sorprendenti convergenze.

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Unicredit: Profumo di profit warning

pubblicato da Popi

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Alessandro Profumo, ha presentato ieri a Londra alla comunità finanziaria i risultati dell’esercizio 2007, che si è chiuso con un risultato netto leggermente inferiore alla attese.

L’utile netto pro forma, includendo cioè la neo acquisita Capitalia per l’intero esercizio, è stato pari a 6,566 mld di euro in flessione dello 0,4% rispetto al dato del 2006. L’utile netto normalizzato, escludendo cioè i costi di integrazione di Capitalia e le plusvalenze, è stato di 7,282 mld di euro, in crescita del 10,4%. L’esposizione sui subprime, pari a 164 mln di euro a dicembre poi scesa a 118 mln di euro al 29 febbraio, è definita dai vertici della banca “trascurabile”.

L’amministratore delegato ha anche dichiarato che il 2008 sarà un anno difficile a causa dei noti problemi finanziari internazionali e che sarà impossibile confermare il target dell’Eps per l’anno in corso. In sostanza un profit warning.

Le strategie del 2008 di Unicredit vedono l’incorporazione di Ubm in Unicredit e il piano di riorganizzazione delle banche del gruppo. L’obiettivo è creare 3 nuove banche con responsabilità territoriale per l’offerta dei servizi Retail nonché di riallocare i business corporate, private, mutui e prestiti personali all’interno del Gruppo.

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Affaire Cirio-Parmalat, Geronzi va a giudizio

pubblicato da riva

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Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo

Parmalat oscilla sotto la parita’ dopo la notizia del rinvio al 25 febbraio del processo presso il Tribunale di Milano per il fallimento dell’azienda emiliana, procedimento che vede sul banco degli imputati Calisto Tanzi e i vecchi manager. Il rinvio e’ stato determinato da una richiesta del nuovo avvocato di Lorenzo Penka, ex contabile Parmalat.

Intanto la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di Cesare Geronzi, ex numero uno di Capitalia e attuale presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, contro il rinvio a giudizio disposto dal Gup di Parma con l’accusa di usura e concorso in bancarotta fraudolenta per il caso Ciappazzi.

Secondo gli inquirenti Geronzi obbligo’ Tanzi ad acquistre la Ciappazzi (acque minerali) dal gruppo Ciarrapico ad un prezzo esorbitante, in modo tale che quest’ultimo disponesse delle risorse per appianare i debiti con l’istituto capitolino. Una situazione molto simile a quella che vide protagoniste la stessa Parmalat e Cirio, anche in questo caso con la regia di Geronzi e della allora Banca di Roma.

Nel ‘99 Tanzi acquisto’ la Eurolat da Cirio pagandola 200 miliardi di lire in piu’ rispetto ai valori di mercato.

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Il Geronzi pensiero

pubblicato da riva

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Le partite più importanti della finanza italiana, da Mediobanca a Generali passando per Telecom, ruotano intorno a uno dei banchieri più importanti del Bel Paese. Cesare Geronzi, uno degli artefici della fusione fra Capitalia e Unicredit e uno dei personaggi più potenti e discussi d’Italia, è stato intervistato dal direttore del Sole 24 Ore Ferruccio de Bortoli. Vale sicuramente la pena di leggere le sue opinioni su un sistema di potere e denaro di cui lui conosce come pochi gli equilibri.

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Manovre Generali: chi difende l'onore di Bernheim

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In difesa dell’onore di Antoine Bernheim, presidente di Generali sulla graticola a causa delle critiche al suo operato da qualche mese, sono scesi in campo il Financial Times e lo stesso Stato francese. La Patria gli ha regalato la Legion d’onore alla presenza di René Caron, numero uno del Credit Agricole, e di Jean-Marie Messier, ex guida del gruppo Vivendi.

Il quotidiano britannico ha giudicato invece discutibili gli attacchi sferrati da Algebris alla struttura della corporate governance (passando per critiche all’età e alla remunerazione di Bernheim) e all’influenza di Mediobanca sulle scelte del gruppo. Questi gli argomenti del giornalista Paul Betts. Le prospettive di Bernheim nel gruppo sembrano comunque limitate perché già lui stesso ha dichiarato di non volere rinnovare il proprio mandato dopo la sua naturale scadenza, quindi la richiesta di cambiamenti entro i prossimi tre anni è sostanzialmente inutile perché già prevista. Quanto al ruolo di Mediobanca, maggiore azionista di Generali con una quota del 15,1 per cento, è possibile che una banca con un azionariato e un management tanto divisi sul futuro della banca d’affari debba essere tanto vincolata dalla gestione di un colosso come Generali? Fra l’altro lo sviluppo di quest’ultima deriva in gran parte dalle sue imprese estere e dalla sua capacità di crescere fino a combattere alla pari con i colossi europei Allianz e Axa. In quest’ottica Betts si chiede che senso abbia vincolarsi tanto a Generali.

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Mediobanca e Generali fra farsa e potere

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Spaghetti e mandolino, tragedia e farsa, c’è poco da dire l’Italia è così. Ancora una volta al centro di tutto c’è Generali e Mediobanca e tutti i suoi soci da Unicredit a Groupama, un balletto che nessuno a volgia di terminare. Un balletto che non può continuare. Così spunta quella figuraccia di Geronzi fresca fresca. Lui dice che Vincenzo Maranghi, lo storico successore e aiutante di Enrico Cuccia deceduto poco tempo fa, lo aveva battezzato presidente di Mediobanca. “Prima della sua morte Maranghi mi disse se volevo essere presidente di Mediobanca”, ha dichiarato Geronzi alla stampa. Immediata la reazione dei familiari che si sono detti “profondamente sconcertati dall’attribuzione di parole e pensieri a una persona che non è più in grado di asseverare né di correggere nè tanto meno di smentire quelle affermazioni”.

In effetti del fatto che Geronzi, puntando al ruolo di erede della tradizione storica di Mediobanca, sia scaduto in un eccesso di tempestività e di cattivo gusto sembra difficile dubitare. Certo il messaggio che ha lanciato è chiaro e coerente. Adesso Geronzi è il presidente di Mediobanca, ieri lo stesso Vincent Bolloré lo ha definito il naturale candidato alla vicepresidenza di Generali (lasciando un po’ indispettiti anche diversi manager di Mediobanca), domani Geronzi potrebbe diventare l’ago della bilancia nel nuovo assetto del Leone e farsi tramite la stessa Mediobanca (che delle Generali è il maggiore azionisti) garante del “nuovo corso).

A questo punto però ci sono diversi ostacoli e interrogativi. Il primo riguarda la contropartita che francesi vorranno in cambio del proprio appoggio. Un interrogativo grande quanto la stabilità dell’intero sistema finanziario italiano anche perché Generali ha bisogno di crescere per difendersi dagli altri due grossi gruppi europei che sono Allianz e la francese Axa.

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Cercasi Arpe disperatamente...

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Che fine ha fatto Matteo Arpe? Il mercato continua ancora interrogarsi sul destino del giovane sconfitto di Capitalia. Certo qualcuno arriccerà il naso all’aggettivo sconfitto per un uomo che, si favoleggia, abbia incassato fra gli 80 e i 100 milioni di euro di liquidazione per lasciare la banca al suo nemico Cesare Geronzi e alla fusione con Unicredit. Tanto più che già prima prendeva qualcosa come 6,1 milioni di euro l’anno. Ma in fondo, diciamolo, di qualche volto nuovo il marcato italiano chiuso dal trio non proprio giovanile Bazoli-Bernheim-Geronzi ha bisogno.

Il fallito Edipo di Capitalia, secondo altre voci non confermate, avrebbe già preso la via dei fondi internazionali, forse con l’aiuto di qualche collega di Lehman Brothers, forse con l’aiuto di suo fratello Fabio Arpe, l’uomo che fece passare Caboto da 16 a 2000 dipendenti e dopo la fondazione di Abaxbank oggi è impegnato nella sfida di Banca Mb.

Sicuramente l’ambizioso e socievole Matteo non sarà rimasto a guardare in questi giorni i successi di Geronzi nella nuova Unicredit-Capitalia e soprattutto in Mediobanca. Il problema è che i successi del suo nemico rischiano di rendergli molto difficile la vita in Italia. I “poteri forti” (se si vuole adottare questo buffo appellativo) hanno già dimostrato di essere molto vendicativi e pazienti: cinque a uno che Arpe trova lavoro all’estero.

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Tutti in fila per Generali

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Brutta giornata per Generali in borsa. Non solo il titolo del Leone di Trieste è stato sospeso per eccesso di ribasso (perdeva più del 9%), ma in queste ore le vendite lo portano di quasi un punto e mezzo percentuale sotto l’apertura. La sospensione al ribasso potrebbe essere stata dettata da un errore tecnico nell’operato di qualche trader, ma bisogna dire anche che i volumi elevati di oggi costituiscono un motivo di dubbio sulla contemporanea presenza di ben altre manovre. Di certo non si tratta di manovre russe, visto che il rumor che riguardava l’acquisto di una quota fino al 40% della banca russa Igosstrakh è stato smentito dalla compagnia presieduta da Antoine Bernheim.

Più probabile che le parole di Giovanni Bazoli sull’autonomia di Mediobanca (e quindi di Generali che ha il suo maggiore azionista proprio in piazzetta Cuccia) abbiano un po’ disorientato chi puntava sulla coppiata Unicredit-Generali battezzata da Cesare Geronzi. Una tensione uscita allo scoperto con le parole dello stesso Bazoli, che, in quanto presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, ha sottolineato in un’intervista rilasciata al direttore del Sole 24 Ore Ferruccio de Bortoli, la necessità di mantenere indipendenti sia Mediobanca che la stessa Generali.

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