
I titoli bancari europei sono in sofferenza e anche alcuni manifatturieri sono in difficoltà; tiene bene il settore del lusso (i ricchi non hanno smessi di comprare e i super ricchi aumentano), mentre il mercato della Gran Bretagna soffre meno dell’Europa continentale. Questo quadro è suffragato dalla revisione annuale delle blue chips europee operata da Stoxx Limited.
Per quanto riguarda l’indice europeo escono le prime due banche italiane, Unicredit e Intesa Sanpaolo; insieme a loro viene escluso un altro titolo bancario, la francese Société Générale e la finlandese Nokia, che sconta le difficoltà dei suoi ultimi modelli di telefono cellulare e la concorrenza spietata dell’iPhone di Apple, che con il suo successo planetario ha spazzato via i trionfi degli anni Zero.
Al posto delle società eliminate, entrano a far parte del paniere due titoli inglesi e due francesi, rispettivamente Unilever e National Grid, insieme a Lvmh e Air Liquide: un titolo alimentare, una utility, un’azienda del lusso e una del settore chimico. In qualche modo la manifattura si prende una rivincita sul settore finanziario, che deve cedere alcune posizioni.
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Dopo il venerdì nero delle banche italiane la Borsa guarda con trepidazione ai titoli del settore, che in alcuni casi come per Intesa e Unicredit sono stati addirittura sospesi per eccesso di ribasso nell’ultima seduta della settimana scorsa. Sono molteplici i fattori di debolezza per gli istituti di credito italiani: da un lato la crisi greca, che però non vede le banche tricolori particolarmente esposte, di certo non come quelle tedesche o inglesi; dall’altro l’annuncio di Moody’s che ha messo sotto osservazione per un eventuale declassamento il debito di parecchi istituti italiani; da ultimo il cronico deficit di redditività rispetto ai concorrenti europei.
Per alcune banche, poi, bisogna considerare anche questioni particolari, come le difficoltà di Popolare di Milano e l’impegno di Unicredit per il salvataggio del gruppo Ligresti. L’istituto di piazza Cordusio potrebbe essere costretto a coprire una parte dell’aumento di capitale per Fondiaria-Sai e Premafin, se il mercato non sarà molto disponibile a partecipare al’iniziativa. Un ulteriore criticità proprio mentre le banche europee si preparano a un ulteriore stress test.
Ovviamente è scesa in campo la speculazione che ha subito annusato l’odore della preda più debole. La crisi greca e l’annuncio di Moody’s hanno fatto il resto, ma se il sistema bancario italiano - anche a causa dell’enorme debito pubblico dell’Italia - è in cronica difficoltà, c’è poco da accusare gli speculatori che vendono al ribasso.
I principali indici azionari domestici inviano segnali positivi, che seppure ancora in attesa di ulteriori conferme per il medio periodo, iniziano a far pensare che almeno la prima parte dell’anno appena iniziato possa dare nuove soddisfazioni ai risparmiatori. Anche l’indice settoriale delle banche, uno tra quelli con il maggior peso specifico per Piazza Affari, sembra andare nella stessa direzione di quello generale, con il grafico che proprio di recente ha superato ostacoli rilevanti. Il settoriale si è lasciato infatti alle spalle nell’ultima settimana la linea di tendenza tracciata dai massimi dell’aprile 2010, linea lavorata a lungo nella parte terminale del mese di gennaio (passante attualmente a 19780 punti circa), dopo aver superato in successione nella prima parte dell’anno le medie mobili a 100 e 200 giorni, orientate al ribasso da più di un anno. Questi segnali potrebbero anticipare il test di area 21350/450, resistenza dimostratasi tenace a settembre ed ottobre dello scorso anno, quota oltre la quale diverrebbe possibile il test del picco di agosto 2010 a 22888. Sarebbe poi proprio il superamento di questo livello, eventualità probabilmente ancora non imminente ma non improbabile, a completare l’ampio doppio minimo, per ora solo potenziale, disegnato tra giugno 2010 e gennaio 2011 in area 16500 punti, con conseguente drastico miglioramento anche del quadro prospettico di medio lungo periodo, che vedrebbe spostarsi il target fino sui 24000 punti almeno. Nel breve una fase temporanea di ripiegamento non è da escludere, il classico “return move” che segue la rottura di livelli di resistenza importanti, tuttavia solo discese sotto area 19000 potrebbero fare temere una revisione peggiorativa delle attese, con rischio di nuovo test dei 16500/7000 punti.
L’indice settoriale domestico delle banche era arrivato a fine dicembre molto vicino all’invio di un segnale fortemente negativo. Le quotazioni avevano infatti quasi raggiunto il supporto di area 16650, dove si allineano i minimi di giugno e di novembre 2010, ovvero i record negativi toccati dall’indice dalla sua comparsa a Piazza Affari. E’ quindi evidente che il rimbalzo messo a segno in avvio di anno non può non fare piacere agli investitori che hanno interesse in questo comparto, anche se la strada fatta al rialzo è per il momento troppo esigua per potere parlare di una inversione del trend negativo in essere dal top di agosto. Segnali favorevoli ad un rimbalzo significativo verrebbero solo al di sopra dei 19000 punti, con le quotazioni dirette in quel caso verso area 20000, altro ostacolo rilevante nella definizione di un quadro grafico di medio periodo positivo. Altrettanto e forse più significativa, ma con implicazioni opposte, sarebbe la violazione dei 16650 punti. La prospettiva di vedere proseguire il calo degli ultimi mesi sarebbe molto concreta, con i prezzi diretti nella migliore delle ipotesi verso area 15000.
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L’ultimo rapporto di Moody’s sulle banche italiane e’ stato abbastanza critico, tanto da esprimere un outlook negativo sul comparto. Secondo l’autore del report Carlo Gori, Vice President, Senior Analyst, le previsioni pessimistiche “sono influenzate dai bassi livelli di capitale e riserve delle banche italiane, insufficienti a far fronte ai crescenti problemi connessi alla qualita’ degli attivi”. Non tutte le voci sono tuttavia allineate su questi toni preoccupanti.
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I destini di Fideuram, ala del risparmio gestito di Intesa Sanpaolo, rimangono incerti. Le ultime indiscrezioni in merito a trattative con Old Mutual per Fideuram Vita non hanno infatti trovato finora alcuna conferma ufficiale, né pare ancora chiaro se il progetto di quotazione sia definitivamente tramontato. I dettagli pubblicati dai giornali che parlano di un’offerta sull’80,1% di Fideuram vita da parte del colosso finanziario sudafricano Old Mutual lasciano però ipotizzare che qualcosa stia succedendo.
Le turbolenze sui mercati azionari si sono però messe di traverso al progetto di quotazione e i prezzi sul mercato non spingono certo ad affari particolarmente vantaggiosi. Incerto anche il processo di valorizzazione del gruppo che potrebbe cedere in tutto o in parte (come le ultime indiscrezioni sull’offerta di Old Mutual lasciano intendere) la rete di distribuzione di prodotti finanziari controllata da Intesa.
Pochi giorni fa intanto il gruppo sudafricano Old Mutual ha annunciato la decisione di Tom Turpin, che aveva guidato per due anni con buoni risultati l’asset management della società, di lasciare la compagnia. Una riorganizzazione della governance potrebbe di certo impattare anche sui piani italiani del gruppo che già opera nel Bel Paese con la svedese Skandia, rilevata nel 2006 e che intrattiene dei rapporti di partnership con diversi attori finanziari italiani tra i quali la stessa Fideuram.
Gli asset di quest’ultima interessati dai rumor, ossia Fideuram Vita, sono stati valutati da Intermonte tra i 400 milioni e i 500 milioni di euro e quindi potrebbero portare 5-10 basis point al core tier 1 di Intesa utili in un periodo di inasprimento dei criteri di patrimonializzazione delle banche con Basilea III.
Nel primo semestre l’intera Fideuram ha registrato, al netto delle componenti non ricorrenti, un utile da 114,8 milioni di euro in forte crescita rispetto ai 90,7 milioni di un anno prima (considerando le componenti straordinarie l’utile si è attestato a 93,9 milioni di euro) e dunque i risultati del gruppo momentaneamente incoraggiano il management a cercare condizioni vantaggiose di vendita (congiuntura permettendo).
Nei mesi addietro alcuni operatori del settore avevano spinto le valutazioni di Fideuram fino a 3-3,5 miliardi di euro, ma nel frattempo il rallentamento della ripresa ha ridisegnato il panorama e non è detto dunque che alla fine Intesa Sanpaolo riesca a spuntare un cifra simile dal mercato. In gioco ci sono comunque una rete di 4.300 private banker, patrimoni in amministrazione per quasi 70 miliardi di euro, un’esperienza di 40 anni nel settore del risparmio gestito: sicuramente degli asset da maneggiare con cura.

Pressioni politiche sulla Bpm. Umberto Bossi, leader della Lega, ha infatti ribadito nel fine settimana il legame del suo partito con la banca milanese. “Massimo Ponzellini lo abbiamo nominato noi”, ha affermato il politico di Cassano Magnago facendo riferimento alla recente nomina del numero uno di Impregilo anche al vertice della Bpm. Come noto il crescente successo elettorale della Lega Nord ha spinto questo movimento a esercitare una certa pressione sulle fondazioni bancarie con cui si è trovato a diretto contatto.
Quasi quotidiane le preoccupazioni del sindaco leghista di Verona Flavio Tosi (a cui spetta la nomina diretta di 4 dei 22 consiglieri della Fondazione Cariverona che controlla il 4,98% di Unicredit) sull’ascesa libica nel capitale dell’istituto di credito. “Questa mi pare una scalata”, aveva detto Tosi dopo che i due azionisti libici principali erano saliti al 7% circa del capitale di Piazza Cordusio. Contare quanto Gheddafi nella banca guidata da Profumo (lo statuto limita comunque i diritti di voto al 5%) non era insomma cosa gradita, anche se l’ingresso di Unicredit a Tripoli come prima banca straniera della nuova fase di apertura del Paese prometteva prospettive di business interessanti.
A Ponte di Legno, però, Bossi ha gettato acqua sul fuoco, affermando che la presenza libica in Unicredit non preoccupa: un’inversione di marcia bilanciata da una presa di posizione forte su un’altra banca del Ftse Mib la Bpm.
Che Ponzellini godesse dell’appoggio della Lega era cosa nota, ma che addirittura questa se ne arrogasse la nomina è sembrato eccessivo alla Uilca: il segretario del potente sindacato bancario Massimo Masi ha infatti risposto che “il presidente di una banca cooperativa come la Popolare di Milano, viene eletto dagli azionisti e non dal potere politico”. “Pur condividendo alcune posizioni della Lega sulla vicinanza delle banche ai Territori – ha aggiunto Masi - è evidente che il Presidente della BPM dovrà rapportarsi con gli azionisti di riferimento (che altro non sono che i dipendenti e le organizzazioni sindacali interne) e tutelare i loro interessi”.
In questo contesto non pare peregrino nemmeno quell’“E’ partito bene” del governatore leghista del Piemonte Roberto Cota in riferimento al nuovo presidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo Andrea Beltratti. Alla Regione Piemonte, infatti, tocca uno dei diciassette membri del Consiglio generale della Compagnia di San Paolo che a sua volta è il maggiore azionista singolo di Intesa con il 9,88% del capitale. Nel bel mezzo della crisi politica in corso la Lega dunque non rinuncia a far sentire il suo peso nel mondo finanziario, anche se, come ha sottolineato lo stesso Bossi a Ponte di Legno: “Le banche, sembrerà strano, ma funzionano a soldi: ha ragione chi ci mette i soldi”. Insomma i voti per il momento potrebbero non bastare.
Per la Borsa Italiana il comparto bancario pesa per un terzo circa del totale, anticiparne i movimenti equivale dunque ad approssimare con un buon grado di precisione l’andamento degli stessi listini. Guardiamo allora nello specifico quali siano le prospettive grafiche dei big del settore, ovvero Unicredit, Intesa Sanpaolo, Ubi Banca, Banco Popolare e Banca Mps, ovvero le banche italiane sottoposte agli stress test.
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Mancano ormai pochi giorni al 23 luglio, data in cui verranno pubblicati i risultati degli stress test sugli istituti bancari europei. Si tratta di un esercizio condotto dal CEBS (Committee of European Banking Supervisors, il comitato delle autorità di vigilanza europee sul settore bancario) al fine di verificare la solidità del sistema bancario nel suo complesso e la capacità delle banche di assorbire gli effetti di possibili nuove crisi del credito e di eventuali incrementi del rischio di mercato, compreso quello connesso ai titoli di debito di stati sovrani.
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Le accuse mosse dalla Consob alle maggiori banche italiane sono molto gravi, è inutile girarci attorno. Si immagini un cliente qualunque che vada in banca dal proprio consulente finanziario e gli chieda dove investire quei 5.000-10.000 euro che ha risparmiato e che non vuole lasciare immobili sul conto. A quel punto il promoter comincerà a parlare, a studiare il profilo del cliente che conosce già da tempo e gli suggerirà magari una gamma di investimenti. Il cliente penserà a dei suggerimenti fatti nel suo interesse e si alzerà contento, stringerà la mano al suo consulente e se ne andrà convinto di essere stato ascoltato e consigliato. Probabilmente non saprà mai che il consulente sapeva già cosa vendergli, che i prodotti che doveva rigirare ai mercati erano già stati studiati dalla sua banca che stila dei budget precisi e promuove campagne pubblicitarie in base ai propri obiettivi. L’interesse del cliente rischia così di sparire o di annacquarsi negli interessi miliardari di colossi come Unicredit o Intesa Sanpaolo, come Mps o Bnl. Senza considerare i casi più gravi di vendita di prodotti come i titoli di Parmalat o Cirio in cui spesso le banche hanno deliberatamente venduto roba di cui si volevano liberare.
Questo è l’argomento in cui entra la Consob con le sue ultime richieste che impongono alle prime cinque banche d’Italia un ordine del giorno che potrebbe cambiare radicalmente le loro politiche commerciali. Questa volta, ha già specificato l’Autorità di controllo guidata da Lamberto Cardia (in foto), la Consob non si accontenterà di un report o un dossier, ma andrà nelle banche per verificare l’applicazione della Mifid e delle procedure che le banche dovranno attuare. Sicuramente l’intervento viene al termine di quasi tre anni di ispezioni e controlli, di “educazione finanziaria” degli operatori al nuovo panorama che la Mifid impone, tuttavia la coincidenza con il nuovo clima internazionale di questi giorni non può apparire casuale. Proprio in questi giorni Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs ammette di avere contribuito alla crisi dei mutui subprime e subisce con il suo gruppo accuse di frode ai danni dei propri clienti. Pochi giorni fa la stessa Sec ha accusato Goldman Sachs di avere scommesso contro i prodotti che vendeva ai suoi clienti: un doppio gioco che potrebbe essersi verificato in molti casi anche in Italia.
L’approccio amichevole dell’Autorità è tipico del suo ruolo e caratterizza anche i commissari antitrust o per l’energia: adesso la palla passa alle banche. La norma del Tuf (l’articolo 7 in merito agli interventi della Banca d’Italia e della Consob sui soggetti abilitati) che permette a Cardia di imporre un ordine del giorno a Profumo e a Passera è applicata per la seconda volta (si era già presentato il caso di Banca Network e Banca Generali) a un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore. Si inserisce probabilmente in un nuovo corso della finanza nostrana che si sta ridisegnando in base alle norme europee che raccomandano la tutela dei risparmiatori e la trasparenza del ruolo degli intermediatori.
In Italia il patrimonio gestito complessivo ammontava a poco meno di 950 miliardi di euro a fine 2009, tuttavia il dibattito sulla professionalità dei gestori, sulla competitività delle regole del mercato nazionale e sulle performance dei prodotti venduti allo sportello sta vivendo solo con la Mifid una nuova stagione. Casi come quello dei bond argentini o quello dei vari crack Parmalat e Cirio hanno dimostrato che la posizione del risparmiatore rimane molto svantaggiata. La separazione tra banche e gestori che dovrebbe andare nella direzione di una riduzione del potenziale (e spesso concreto) conflitto di interessi fra la banca e il cliente fa un passo avanti anche con il progetto di quotazione di Fideuram che avvia la separazione (si spera) della rete dalla banca e quindi potenzialmente riduce quei conflitti che la stessa Consob ha appena messo in luce. Forse è meglio chiedersi ancora perché il gestore ci dà un consiglio o un altro, ma senz’altro l’intervento della Consob in questo senso è una bella notizia.