
Domani pomeriggio (ora di New York) sarà il grande giorno della Ipo per Facebook, che da venerdì sarà quotata sui mercati finanziari; ma ancora adesso arrivano novirà che aggiungono elementi all’evento dell’anno per le Borse mondiali e per gli investitori.
Secondo un’indiscrezione riportata da Cnbc, Facebook si prepara ad aggiungere altri 89 milioni di azioni da mettere sul mercato al momento dell’Offerta pubblica iniziale: dai 337 milioni si arriverà a 422 milioni di azioni, che lascia immaginare un’altissima richiesta e la previsione di uno straordinario successo.
Non è chiaro però se sarà la società stessa a cedere questo ulteriore pacchetto di azioni o se saranno gli attuali soci a “fare cassa” e incamerare il premio per aver creduto in quello che è diventato il re dei social network. Attualmente i documenti depositati alla Sec indicano la vendita di 180 milioni di azioni da parte di Facebook e 157,4 milioni da parte degli attuali azionisti che si apprestono a vendere: proprio oggi, secondo Cnbc, la società aggiornerà i documenti presentati alle autorità di vigilanza.
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C’è una data per l’Ipo di Facebook: secondo il Wall Street Journal si tratta del 18 maggio, quando finalmente tutti gli investitori saranno liberi di butt… pardon, investire i propri soldi nell’azienda di Mark Zuckerberg.
Intanto, però, non spariscono le nuvole attorno alle reali prospettive di crescita della società e soprattutto all’appetibilità dei messaggi pubblicitari pubblicati sulle pagine personali degli utenti di Facebook e degli altri social network. Sempre secondo il Wall Street Journal, mentre da un lato gli inserzionisti sono esortati a utilizzare nuove forme di annunci pubblicitari, d’altra parte la loro libertà di azione è molto ridotta.
Secondo il quotidiano newyorchese, siti come Google e Yahoo offrono più opportunità di profilare gli utenti e permettono ritorni superiori in rapporto agli investimenti pubblicitari. Facebook, che non fa pagare gli utenti per utilizzare i suoi servizi, ha estremo bisogno della pubblicità per sopravvivere e per accrescere il fatturato; ma se questa pubblicità non dà sufficienti ritorni rischia di diminuire.
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Torna l’ora delle Ipo e questo potrebbe essere un segnale positivo per le Borse in genere e in particolare per i fondi di private equity che negli ultimi anni hanno sofferto molto il calo dei corsi azionari. A quanto anticipa Reuters Blackstone Group e Bain Capital hanno messo a punto un piano per quotare la catena americana di punti vendita per l’arte e il bricolage Michaels Stores Inc.
Quasi sei anni fa pubblico, quasi sei anni fa i due investitori acquistarono il più grande retailer del settore in Nord America per più di 6 miliardi miliardi di dollari e ora sono pronti a farlo sbarcare in Borsa, con la consulenza di JPMorgan Chase & Co e Goldman Sachs Group. A quanto pare un primo documento di registrazione dell’Ipo dovrebbe essere presentata nel mese di aprile.
Blackstone e Bain controllano congiuntamente il 93 per cento di Michaels Stores, mentre l’hedge fund Highfields Capital Management LP detiene il 6,2 per cento della società. Né i portavoce dei due gruppi di private equity né quelli di Michaels Stores hanno commentato le anticipazioni, ma ormai il cammino sembra segnato.
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L’Ipo di Facebook non sarà un affarone solo per Mark Zuckerberg, per gli azionisti che si sono già accaparrati i titoli della società prima della quotazione, per le banche finanziatrici e per i vari incubatori e angeli che hanno fornito i capitali iniziali. Anche lo stato della California - sede della Silicon Valley - farà il colpaccio: 2,5 miliardi che incasserà dalle tasse nei prossimi anni.
Lo sbarco in Borsa del re dei social network, infatti, genererà una nuova piccola folla di milionari e miliardari, che in parte contribuiranno a riempire le casse della California, che è finita in default anche se in Europa non ce ne siamo accorti, perché gli Stati Uniti - a differenza dell’Ue - hanno un bilancio federale. In ogni caso i 2,5 miliardi dollari di entrate sono stati calcolati da un rapporto dell’ufficio di Analisi legislative dello stato: i dipendenti di Facebook e gli investitori, infatti, dovranno pagare l’imposta sulle plusvalenze sulle stock options che convertiranno.
Le nuove entrate tributarie arriveranno nell’arco di alcuni anni: la California si aspetta circa $ 500 milioni in questo anno fiscale e 1,5 miliardi il prossimo; il resto arriverà nel tempo. L’Ipo di Facebook, del valore di almeno 5 miliardi di dollari, è attesa da parecchi mesi e anche se non arriverà fino a 10 miliardi sarà comunque il debutto più ricco di una società americana di Internet da Google piazzò la sua offerta da 1,7 miliardi dollari nel 2004.
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Un’offerta pubblica di vendita da 5 miliardi di dollari, con il supporto delle più importanti banche d’affari, da Morgan Stanley a J.P. Morgan e Goldman Sachs. Dopo tanta attese, tanti annunci poi rimandati, alla fine Facebook ha presentato alla Sec un’istanza per la quotazione in Borsa.
Dopo soli 8 anni di attività, il social network più famoso al mondo ha una base di 800 milioni di utenti attivi mensilmente: nel 2011 il fatturato ha raggiunto i 3,7 miliardi di dollari. La crescita futura, però, non potrà mantenere i ritmi registrati finora e la società stessa, nei documenti presentati alle autorità di controllo, ammette i propri punti di debolezza, come sottolinea TechCrunch.
Innanzitutto Facebook ha già quasi saturato i suoi mercati chiave nel mondo occidentale, in termini di utenti. E poiché finora la redditività della società è legata al numero di iscritti attivi, in futuro un rallentamento nella crescita dell’utenza potrà riflettersi anche sui risultati economici. Ma non basta: fra gli altri fattori di rischio ci sono la carenza di prodotti dedicati all’utenza via cellulare, la pressione dei concorrenti come Google+, Twitter e Microsoft, la censura dei governi e la normativa sulla privacy, la dipendenza da un solo cliente, Zynga, per il 12% dei ricavi.
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Il 2011 è stato un anno dalla doppia faccia per quanto riguarda i collocamenti in Borsa: i primi sei mesi sono stati all’insegna dell’entusiasmo e della fiducia con un aumento delle Ipo; poi però ci si sono messi il terremoto e lo tsunami in Giappone, la crisi del debito in Europa e l’abbassamento del rating degli Stati Uniti, così la seconda parte dell’anno - contrariamente al solito - è stata povera di nuovi debutti.
D’altro canto le società tecnologiche hanno riscoperto il brivido dell’Ipo e finalmente gli investitori sono tornati a puntare su Internet dopo essersi ripresi dallo scoppio della bolla tecnologica nel 2001. Sul Nasdaq sono arrivati titoli attesi e desiderati come LinkedIn, Groupon e Zynga; quindi i nomi di grande richiamo hanno risentito solo marginalmente del rallentamento.
Per quanto riguarda questo 2012 appena cominciato, quindi, le prospettive sono incerte quasi per tutti, salvo la tanto attesa Ipo di Facebook che dopo annunci, smentite, passi indietro e collocamenti azionari privati sembra pronto a sbarcare in Borsa entro la primavera.
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Circa dieci anni fa avvenne con le prime società attive su Internet: portali, produttori di software, siti di informazione. Bastava avere a che fare con la Rete per finire sotto i riflettori e ricevere un trattamento da cinque stelle sui mezzi di informazione, compresi quelli finanziari. Le aziende che decidevano di sbarcare in Borsa e avevano nel nome un www o una “e” minuscola (abbreaviazione di electronic) si trovavano una strada spianata.
Come tutte le mode peggiori, ovviamente anche questa attecchi rapidamente anche da noi: e così Seat Pagine Gialle, all’epoca, acquisto Buffetti solo perché aveva un bellissimo sito internet (così racconta la pubblicistica) e fra i tecnologici - sul poco fortunato listino Numtel - fu un fiorire di ePlanet, eBiscom, e altri cloni di eBay.
Adesso sembra di essere tornati a quell’epoca, con la differenza che non si parla più di connessioni o portali o motori di ricerca, ma di social network: basta operare su Internet e attivare qualcosa di vagamente social (anche molto vagamente, come nel caso di Gorupon) per guadagnarsi titoli sui giornali, copertine di riviste e in genere buona stampa.
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Tanta attesa, tante previsioni e aspettative e finalmente, appena prima della fine dell’anno, arriva la quotazione in Borsa di Zynga, che fa oggi il suo debutto sui listini di Borsa americani.
La società californiana che realizza videogiochi online si quota sul Nasdaq con una previsione di raccolta di circa 925 milioni di dollari, il controvalore di 100 milioni di azioni che saranno collocate a un prezzo compreso fra 8,50 e 10 dollari. In base a questa valutazione l’azienda vale 6,5 miliardi di dollari, quasi sette volte il fatturato dell’ultimo anno. Ma dopo i mesi di anticipazioni, dati presunti e bilanci reali, Zynga vale davvero l’investimento?
Se lo chiede oggi SeekingAlpha, che dedica a Zynga un’ampia trattazione, da cui emergono conclusioni quanto meno caute sulle prospettive del titolo.
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La madre di tutte le Ipo, una quotazione che valuti la società 100 miliardi di dollari e metta subito sul mercato una quota da 10 miliardi. Ieri i siti Internet, giornali e blog, si sono lanciati sulle prospettive di sbarco in Borsa per Facebook, sull’onda di un articolo di indiscrezioni pubblicato dal Wall Stree Journal, che sciorina numeri e lancia un succoso amo a tutti quelli che sono a caccia dell’affare del decennio.
Ma non sarà che la notizia, come un sufflé esagerato, si sta gonfiando troppo e che la bolla sia davvero pronta per scoppiare in mano a chi si lancerà sull’Ipo e, soprattutto, sul titolo nei primi giorni di quotazione? Se lo è chiesto anche Forbes, che nei giorni scorsi aveva sollevato alcuni interrogativi sulla società fondata da Mrk Zuckerberg e assurta ormai a simbolo di Internet 2.0 e futura gallina dalle uova d’oro del Nasdaq.
Fondata nel 2004, Facebook ha raggiunto 800 milioni di utenti in tutto il mondo, con 500 milioni che ogni giorno si collegano al sito e ormai, entro aprile 2012, dovrà rendere pubblici i propri bilanci secondo le regole della Sec, dal momento che ha superato i 500 azionisti, pur non essendo ancora sbarcata in Borsa.
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Aria di rivolta in casa Zynga. La società - che vanta uno dei tassi di crescita più elevati per una start-up - non è ancora sbarcata sul listino di Borsa e già deve fronteggiare un sommovimento interno che potrebbe anche minacciare i risultati futuri. A quanto pare numerosi dipendenti hanno scritto al fondatore e massimo dirigente di Zynga, Mark Pincus, per lamentarsi sull’orario di lavoro troppo lungo e lo stress legato alle scadenze.
A quanto pare lo stesso Pincus ha letto alcune delle lamentele più dure in una riunione con il suo staff e ha chiesto ai dirigenti di risolvere i problemi, ma il punto è che, probabilmente, il difetto viene dal vertice e la società, se non cambia almeno in parte la sua politica, potrebbe pagare un prezzo troppo alto: l’addio dei dipendenti migliori che aspettano solo la quotazione e un discreto capital gain per disfarsi delle proprie stock option e dare addio al lavoro.
In questo modo Pincus subirebbe un doppio danno: da un lato rischierebbe un contraccolpo serio sulle future quotazioni, dall’altro perderebbe sviluppatori, tecnici e informatici che hanno contribuito a fare di Zynga un successo grazie ai videogiochi distribuiti online negli ultimi anni.
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