
Puntare sul lusso per i propri investimenti? In tempi di crisi è difficile che i super-ricchi soffrano davvero come la classe media e dunque, messi da parte gli occasionali richiami alla frugalità e alla moderazione, le vendite dei beni di lusso non dovrebbero patire brusche riduzioni. In questo settore vale la pena dare un’occhiata a un titolo britannico che non è molto noto qui da noi - e in genere al di qua della Manica - ma che promette molto bene.
Il marchio Mulberry, che proprio nel 2011 ha festeggiato i propri 40 anni di vita, soprattutto negli anni Settanta è stato sinonimo di moda all’inglese all’indomani dell’epoca d’oro della Swinging London, soprattutto con le sue borse di pelle dai colori accesi e dalle stampe animalier. La società ha prima recuperato lo smalto dei tempi migliori in patria, sotto la guida dell’amministratore delegato Godfrey Davis, che ha concentrato l’attività sulle borse di pelle e ha puntato sulle celebrities; adesso si prepara a fare il grande salto e partire alla conquista del mercato mondiale del lusso.
Non è un caso che alla fine di una ricerca durata un anno, la società abbia scelto il nuovo Ceo che sostituirà proprio Davis, destinato a un ruolo di presidente senza cariche operative: il prescelto è Bruno Guillon, attuale managing director di Hermes. Una decisione che, secondo molti osservatori, prelude proprio a una strategia più aggressiva a livello globale per sfruttare le potenzialità ancora non valorizzate del marchio Mulberry.
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Spesso quando acquistiamo dei vestiti ci chiediamo come arrivino a un certo prezzo. Perché i jeans costano così tanto? Come fa un paio di pantaloni a costare duecento euro? Christina Binkley del Wall Street Journal si è posta le stesse domande e ha fatto il giochino dell’infografica qui sopra, dove vedete riassunti passaggio per passaggio della produzione i costi di un paio di jeans del brand True Religion. Sono dei pantaloni piuttosto costosi, intorno ai 310$, non proprio per tutti.
Li vendono anche in Italia, e anche qui malgrado il cambio favorevole euro-dollaro non sono proprio a buon mercato. Fanno parte di quella sottilissima fascia di mercato di premium denim. Nell’articolo interessanti i dati sugli acquisti degli americani:
Gli Americani hanno speso dall’aprile 2010 all’aprile 2011 circa 13,8 miliardi di dollari in jeans, ma solo l’un per cento di questi appartiene alla categoria premium denim
Interessante anche scoprire come funzioni il ricarico finale per i rivenditori, che va da 2,2 a 2,6 volte in più rispetto al prezzo all’ingrosso. Ma come fanno a costare così tanto? Un po’ è perché sono prodotti in America, spiega Jeff Lubell, mente del progetto TR “Li potrei vendere a 40 dollari se li facessi in Cina”. Un prodotto fatto in America di quel tipo, deve costare almeno 200$ per garantire del profitto, spiega sempre Christina Binkley. Lubell ha scelto di delocalizzare solo in Messico, per giacche e giubbotti che vende intorno ai 375$ negli Stati Uniti “Se li facessi qui, dovrei venderli a 600 dollari al paio” conclude.
Via | WSJ

Lui in Borsa ci era andato e ci era rimasto per un po’, finché si era stufato di dover presentare bilanci certificati e rendere conto ai piccoli azionisti e agli amministratori; così ha riacquistato tutte le azioni del suo gruppo ed è tornato a un’azienda personale. Giorgio Armani non ha mai avuto un buon rapporto con la Borsa, ma le sue ultime dichiarazioni - lette da qualcuno come un attacco a Prada e a Dolce & Gabbana - hanno segnato un innalzamento del livello di scontro.
Secondo lo stilista di Piacenza, che ha approfittato dell’ultimo giorno delle sfilate maschili a Milano per lanciare il suo messaggio, la moda ormai “è in mano alle banche”, i marchi “non sono più dei loro proprietari” e al posto degli stilisti ormai decidono i finanzieri. Per questo motivo, lui - Armani - preferisce gestire da sé il proprio gruppo per non trovarsi “con i creditori dietro la porta di casa”.
Un discorso che sarebbe una battuta su cui ridere se non ci trovassimo in Italia, dove in effetti la diffidenza verso la Borsa, i meccanismi finanziari e il sistema bancario è ancora ben radicata e rimane diffuso un atteggiamento legato al passato contadino, quando si preferiva tenere i risparmi sotto la mattonella piuttosto che affidarli a professionisti.
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Lo sbarco in Borsa è stato già annunciato per il 2011: non a Milano, bensì a Hong Kong, visto anche l’appeal del gruppo sui mercati dell’Estremo Oriente. In vista del collocamento azionario, Prada - che troppe volte ha già rinviato il debutto sui listini finanziari, prima a causa dell’11 settembre, poi per la crisi finanziaria - presenta un bilancio 2010 scoppiettante, che dovrebbe far ben sperare sulle opportunità future dell’azienda milanese che con Miuccia e il marito Patrizio Bertelli è diventata in pochi anni uno dei principali marchi mondiali del lusso.
Il 2010 si è chiuso con un utile netto di 250 milioni e 800mila euro, contro i 100 milioni del 2009: una crescita del 150,4%; il fatturato inoltre ha superato i 2 miliardi di euro (2.046,7 milioni), in crescita del 31,1% rispetto all’anno precedente (+24,2% a cambi costanti), l’Ebitda ha raggiunto 535,9 milioni (+84,7%), con un’incidenza del 26,2% sui ricavi, e l’Ebit 418,4 milioni (+123,7%), pari al 20,4% dei ricavi.
Grazie ai flussi di cassa (367,7 milioni di euro), l’indebitamento finanziario netto del gruppo è sceso da 485,3 a 408,6 milioni ed è stato finanziato il piano di investimenti per rafforzare la rete di negozi diretti, che oggi conta 326 punti vendita. Proprio la vendita diretta ha contribuito per oltre il 70% al risultato complessivo, grazie a ricavi in crescita del 44%; bene anche la vendita nei negozi non di proprietà, con un +9,4% per il canale wholesale, cioè la vendita all’ingrosso.
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Non poteva che finire così: monsier Arnault, patron del colosso francese del lusso Lvmh, si prende anche Bulgari, il terzo gruppo al mondo nella gioielleria quotato alla Borsa di Milano, e rafforza la gamma delle griffe che controlla sotto il proprio ombrello. Dopo l’acquisizione del pacchetto di maggioranza dalla famiglia Bulgari, entro la fine di maggio Lvmh lancerà un’Opa totalitaria sul titolo a 12,25 euro per azione, tutti in contanti, per un totale di 4,3 miliardi di dollari: un premio del 61% rispetto alla chiusura di venerdì a 7,59 €.
E infatti ieri in Borsa Bulgari è schizzato in alto, avvicinandosi di molto al prezzo dell’Opa che comunque dovrebbe premiare anche i piccoli azionisti, tanto che diversi analisti consigliano di aderire all’offerta francese: il titolo ha chiuso a 12,1 euro ed è passato di mano il 21,9% del capitale con 66,2 milioni di azioni scambiate, contro una media di 1,4 milioni.
Al termine di una trattativa che era rimasta segreta, Bertrand Arnault - che alla fine degli anni Novanta fu respinto nella sua scalata a Gucci e fino alla settimana scorsa aveva provato invano a conquistare Hermès, con un corteggiamento rifiutato dalla famiglia controllante - aggiunge “un nuovo gioiello alla sua corona” come scrive il Financial Times con una metafora decisamente azzeccata.
La famiglia Bulgari, che dal capostipite Soterios Bulgaris controlla la società nata a Roma 127 anni fa, insieme all’ad Francesco Trapani cede a Lvmh il proprio 50,4%, ma Arnault pur di conquistare il gioiello romano ha messo sul piatto un’offerta senza precedenti: il pacchetto di controllo sarà pagato in azioni proprie, così gli italiani avranno il 3,5% di Lvmh e diventeranno il secondo azionista del gruppo, dietro lo stesso Arnault che comunque mantiene il 46,5% circa.
Il gruppo francese emetterà 16,5 milioni di azioni a favore dei Bulgari e di Trapani con un concambio di 0,108407 nuove azioni Lvmh per ogni titolo Bulgari. Paolo e Nicola Bulgari rimarranno per sei anni presidente e vicepresidente di Bulgari Spa, cui è stata garantita autonomia all’interno del gruppo che comprende in primis la griffe Louis Vuitton, lo champagne Moet et Chandon e Hennessy, oltre a un ventaglio di altri marchi, fra cui Dior, Fendi, Berluti, Emilio Pucci, Marc Jacobs, Kenzo.
Francesco Trapani, invece, farà parte del consiglio di amministrazione LVMH e sarà responsabile della divisione orologeria: con questa acquisizione, che è la più importante degli ultimi 10 anni, Vouitton punta a raddoppiare a 2 miliardi il proprio giro d’affari nel settore gioielli e orologeria che in questa periodo si dimostra il più vitale nel comparto del lusso. Bulgari è stata valutata generosamente, ma è pur sempre il terzo gruppo mondiale della gioielleria dietro Cartier e Tiffany: probabilmente i francesi contano di poter valorizzare maggiormente il marchio e poter creare sinergie con le aziende che già controllano.
Un altro pezzo di made in Italy finisce in mani francesi, ma dal punto di vista della famiglia Bulgari - che comunque non esce dal mondo del lusso e della finanza - meglio essere un gioiello sulla testa del re del lusso, che rimanere un po’ in periferie; d’altro canto è dai tempi della guerra su Gucci e poi dello scontro per Fendi - che vide Prada alleata con Arnault e contro i fiorentini della doppia G - che è stata evidente l’assenza in Italia di un gruppo nazionale capace di fare da aggregatore.
Sarà l’arretratezza del capitalismo tricolore, sarà la miopia delle banche investitrici, sarà che non abbiamo i capitali, sarà che non siamo capaci di fare sistema e preferiamo restare divisi (”perché non siam popolo, perché siam divisi” cantava non a caso Goffredo Mameli), fatto sta che dopo lo smantellamento dell’alimentare, in cui i francesi si sono dimostrati infinitamente più abili di noi a fare sistema e creare grandi gruppi, anche nel lusso la nostra ininfluenza, almeno finanziariamente parlando, è conclamata. Allora meglio che Bulgari sia gestita dai francesi: la faranno crescere di più e meglio che se finisse in pasto a un finanziere delle nostre parti.