
Alla fine l’ora del fallimento è arrivata per Kodak: la società ha portato i libri in tribunale e ha chiesto la protezione del Chapter 11, la norma del codice degli Stati Uniti in base alla quale è possibile ristrutturare i debiti di un’azienda continuando a mantenere in piedi le attività. L’obiettivo dichiarato è rimettere in sesto i conti e ritornare a operare regolarmente nel 2013.
Dopo 131 anni la società americana si è dovuta arrendere a una crisi di liquidità senza precedenti provocata in primis dal successo della fotografia digitale con il conseguente declino delle pellicole che per oltre 100 anni sono state l’attività principale della compagnia. Non è andato in porto, d’altro canto, il tentativo di trasformarsi in produttore e rivenditore di macchine fotografiche digitali: in questo campo era troppo forte la concorrenza di altre società dell’elettronica.
Per sopravvivere Kodak ha già ottenuto da Citigroup un finanziamento da 950 milioni di dollari e ha nominato Dominic DiNapoli, vice presidente di FTI Consulting, nel ruolo di Chief Restructuring Officer. Secondo il presidente della società Antonio P. Perez, l’obiettivo di questa operazione è riuscire a superare il momento di difficoltà e valorizzare i due principali asset di Kodak: da un lato i brevetti digitali su cui la compagnia ha investito molto nell’ultimo decennio, dall’altro le tecnologie di stampa che sono sempre state un punto forte nella storia del gruppo.
Continua a leggere: Bancarotta per Kodak: chiesto il Chapter 11

Affare fallito e una penalità da pagare per At&T. Il colosso americano della telefonia ha rinunciato ufficialmente ad acquisire T-Mobile, l’operatore telefonico mobile controllato da Deutsche Telekom: l’offerta da 39 miliardi di dollari era stata presentata a marzo, ma aveva subito attirato l’attenzione delle autorità americane sulle comunicazioni e alla fine il risultato è stato il fallimento del progetto.
In caso di successo At&T sarebbe diventato il primo operatore mobile negli Stati Uniti con una netta distanza sui concorrenti e le due società avevano cominciato anche a diffondere cartelloni pubblicitari con i due loghi congiunti; da subito, però, la Federal Communications Commission aveva sollevato dubbi e aperto immediatamente un’istruttoria sull’operazione.
Eppure i vertici di At&T - in particolare il Ceo Randall Stephenson - erano così sicuri di ottenere un via libera che avevano offerto a Deutsche Telekom una specie di clausola di sicurezza: in caso di decisione negativa da parte delle autorità la compagnia americana avrebbe pagato una penale da 4 miliardi di dollari, che adesso finiranno nelle casse tedesche, ma non saranno sufficienti a consolarli per la mancata cessione.
Continua a leggere: Troppi ostacoli: At&T rinuncia ad acquistare T-Mobile

Come stanno i rivenditori di musica online? Se si guarda la Borsa, esclusa iTunes - che è di gran lunga il leader del mercato e fa storia a sé visto che fa parte del colosso Apple - non è semplice capire che succederà agli altri operatori. Pandora, che quest’anno ha debuttato sul Nyse, a New York, ma il titolo non sta attraversando un buon momento: dalla quotazione, eccetto un iniziale rally a 26 dollari, le azioni sono scese sotto i 10 dollari e non si vede come possano riprendersi.
Da un lato l’aumento del fatturato è sembrato notevole (+99%) nell’ultimo trimestre, ma i costi per pagare i diritti d’autore sono cresciuti ancora di più (+108%), in una spirale che se non si modifica porterà la società a un livello insostenibile, nonostante i 40 milioni di utenti attivi. A questo si aggiungono le sfide portate da concorrenti fino ad ora inaspettati, come Spotify che ha appena annunciato di aver raggiunto i 2,5 milioni di utenti paganti e ha lanciato il suo servizio di radio-online.
A differenza di Pandora, Spotify offre un servizio senza limiti giornalieri e con la possibilità di pagare “on demand”, cioè pezzo per pezzo: ognuno in pratica crea la propria radio virtuale scegliendo all’interno di un catalogo, con maggiore libertà di quanto permetta il servizio di Pandora. In più, bisogna considerare che Spotify può contare su gran parte del mercato europeo, attraverso i suoi siti nazionali, mentre Pandora rimane per adesso relegata nel, pur ricco, mercato sttaunitense. La radio online californiana, dunque, è decisamente in difficoltà.
Continua a leggere: Spotify minaccia Pandora, ma rischia di non fare mai profitti

Con il suo Kindle Fire, ormai sul punto di debuttare concretamente sul mercato (digitale) dell’elettronica, Amazon potrebbe riuscire dove hanno fallito finora Hp, Research in Motion e Samsung: conquistare una parte di quote di mercato nel settore dei tablet, per adesso dominato in modo quasi monopolistico da Apple e dal suo iPad. Ma il prezzo per la società di Jeff Bezos rischia di essere molto alto: ridurre o persino annullare il margine operativo della società nel breve periodo.
Il Kindle Fire - che ha uno schermo di 7 pollici, confrontati ai 9,7 del concorrente - sarà venduto a 199 dollari contro i 499 della versione più economica dell’iPad. Ma ad Amazon ogni Fire costa 210 dollari, mentre la casa della Mela paga 333 dollari, secondo gli analisti, per produrre un iPad: il che significa che per ogni Kindle Fire venduto Amazon dovrà mettere a bilancio una perdita operativa di circa 10 dollari, almeno secondo IHS Inc.
Contando che gli analisti prevedono che soltanto nell’ultimo trimestre Amazon potrebbe vendere anche più d 4 milioni del nuovo tablet, i conti che ne vengono fuori sono da capogiro e farebbero tremare le vene e i polsi a chiunque altro, al posto di Jeff Bezos. Ma la strategia di Amazon è chiara: che riesca davvero, invece, è tutto da dimostrare.
Continua a leggere: Il successo del Kindle Fire potrebbe erodere i margini di Amazon

Wall Street vola sulle ali dei nuovi grandi movimenti di fusioni e acquisizioni, mentre sembra allontanarsi lo spettro di una catastrofe nucleare in Giappone. Ieri sera l’indice Dow Jones ha chiuso ben sopra i 12mila punti, un livello che non raggiungeva più dai primi giorni di marzo, quando il terremoto e il maremoto in Giappone, più l’aggravarsi della crisi libica, avevano destabilizzato i mercati e spaventato molti investitori.
Le incertezze sul piano internazionale sembravano poter rallentare per un po’ la tendenza rialzista e provocare un rinvio delle operazioni straordinarie, come è successo per alcune Ipo bloccate proprio sulla rampa di lancio. Dagli Stati Uniti, però, è arrivata la notizia dell’affare dell’anno nel settore della telefonia mobile, con At&t che ha annunciato l’acquisizione della concorrente T-Mobile Usa da Deutsche Telekom per 39 miliardi di dollari in contanti e azioni.
Se questa operazione andrà in porto, dopo i passaggi formali e le autorizzazioni da parte delle autorità americane del mercato (il dipartimento di Giustizia e la Commissione federale sulle comunicazioni), At&t diverrà il numero uno statunitense nella telefonia mobile con una quota del 42% circa, mettendo insieme i 95,5 milioni di utenti At&t più i circa 33 di T-Mobile in un mercato da 296 milioni di utenti che usano il cellulare per parlare, mandarsi messaggi e navigare in Rete.
Continua a leggere: At&t compra T-Mobile Usa e fa volare Wall street

Rcs MediaGroup prolunga la correzione vista nelle tre sedute precedenti e scivola sotto le ex resistenze posizionate tra gli 1,20 e gli 1,22 euro rappresentate dai massimi allineati visti tra agosto e ottobre. Il titolo rischia una correzione consistente rispetto al rally delle ultime settimane con obiettivo a 1,12 almeno. Nuovi concreti segnali rialzisti arriverebbero a seguito del superamento del recente massimo a 1,30 per 1,46, picco di aprile.
Cresce l’attesa per il cda odierno chiamato ad approvare i dati di bilancio 2010 e probabilmente gli operatori preferiscono alleggerire le posizioni anche alla luce dei consistenti progressi messi a segno sin dall’inizio del mese. Tra le motivazioni del rialzo troviamo i rumor in base ai quali Rcs potrebbe essere intenzionata a cedere l’intera partecipazione in Dada, pari al 50,7% del capitale di quest’ultima. La societa’ editoriale ha smentito precisando pero’ che e’ stato dato mandato a Mediobanca per l’eventuale valorizzazione di asset non strategici.
Da sottolineare inoltre il fatto che l’appeal speculativo del titolo e’ stato fomentato anche dal recente attivismo di Diego Della Valle, azionista con il 5,5%, quota conferita al patto di sindacato che controlla Rcs. L’imprenditore marchigiano ha denunciato i tentativi volti a creare tensioni tra gli azionisti forti di Rcs. Secondo alcuni l’obiettivo della polemica di Della Valle sarebbe l’asse Geronzi-Bazoli che dominerebbe il cda di Rcs. Non a caso Della Valle ha proposto al cda di Generali, di cui Geronzi e’ presidente, si vendere la quota del 4% circa in Rcs attualmente nel portafoglio della compagnia triestina.
Ottima prima parte di seduta per Mediaset che sembra intenzionata ad attaccare le resistenze posizionate sui 4,95/5,00 euro. L’eventuale superamento di questo ultimo riferimento permetterebbe al titolo di puntare verso il massimo di novembre a 5,4550. Indicazioni di tenore opposto arriverebbero invece a seguito del ritorno sotto 4,70.
Stamattina Mediaset beneficia delle dichiarazioni rese ieri dal presidente dell’Agcom, Corrado Calabro’, riguardo alla tempistica dello switch-off: a suo avviso il passaggio al digitale terrestre nelle regioni che non lo hanno ancora effettuato deve essere anticipato al 2011. Secondo Calabro’ anche il Ministro per lo Sviluppo Economico, Paolo Romani, sarebbe d’accordo.
Mediaset, attiva nel DTT con i suoi canali a pagamento e non, beneficerebbe dell’avverarsi di questa ipotesi sia in virtu’ del probabile incremento degli abbonati alla pay tv, sia attraverso l’aumento degli introiti pubblicitari determinati dalla crescita dell’audience sui canali in chiaro.
Questi ultimi (tra cui La5, Mediaset Extra, Boing) a dicembre hanno visto un netto incremento della share a testimonianza del gradimento del pubblico. L’ufficio studi di Mediobanca ha confermato il giudizio outperform sul titolo della casa del biscione anche alla luce della penalizzazione subita negli ultimi mesi a causa delle tensioni politiche.

Fra scricchiolii dovuti in parte all’età e in parte all’attrito la ruota dell’editoria sembra essersi rimessa lentamente in moto. I primi cinque mesi dell’anno fotografato da Nielsen rivelano una crescita complessiva del mercato pubblicitario del 3,8% circa e, si sa, dall’advertising dipende ormai quasi tutto che si parli di televisione o di internet, di radio o di carta stampata. Complessivamente fra gennaio e maggio gli inserzionisti hanno investito 3,8 miliardi di euro in pubblicità, circa 140 milioni di euro in più rispetto al 2009 e comunque molto meno che nel 2008.
Eppur si muove, direbbe Galileo vedendo le performance delle quotate del settore. Mediaset ha archiviato nell’ultimo anno un recupero del 22,8% ed Rcs del 17% circa. In Borsa hanno brillato soprattutto l’Espresso che ha guadagnato il 45,8% per cento e Poligrafici Editoriale, quella de Il Giorno e Il Resto del Carlino, che ha guadagnato il 26,7 per cento. Più timide le performance di Caltagirone Editore (quello de Il Mattino e Il Messaggero) che nell’ultimo anno ha recuperato solo il 4,7% mentre per Il Sole 24 Ore sono mesi da dimenticare con un ribasso complessivo del 33,6% che deprime il titolo.
Il taglio degli investimenti pubblicitari che ha accompagnato la crisi ha forzato diverse tendenze già vistesi in passato: con una certa rapidità il mondo dell’editoria si adatta a mutazioni profonde che scuotono ancora il settore. Nuove tendenze emergono con vigore. Il panorama televisivo, che assorbe di gran lunga la maggior parte delle risorse pubblicitarie, ha in realtà registrato negli ultimi anni l’exploit di Sky Italia che nel 2009 è stato il secondo gruppo per fatturato dopo la Rai con 2,71 miliardi di euro e una crescita del 2,7 per cento. La pubblicità, però, in questo caso non c’entra, perché Sky ricava 2,4 miliardi dalle offerte pay.
Mediaset, che dipende dalla pubblicità che le fornisce 1,9 miliardi di euro su un giro d’affari di 2,5 miliardi, ha puntato anche sull’offerta Premium nel settore della pay-tv. Di recente la guerra tra i due colossi ha portato a un taglio delle offerte dei concorrenti che rischia di penalizzare i margini di tutta la televisione.
Per completezza andrebbe aggiunto che la prima televisione italiana, la Rai, deve 1,6 miliardi di euro (su un fatturato complessivo di 2,7 mld) al canone e poco più di 900 milioni alla pubblicità.
Il canale di trasmissione che però ha meglio contrasto la crisi non è quello televisivo, bensì quello della radio e, in seconda battuta, quello di internet. Secondo le ultime rilevazioni sull’etere nei primi 5 mesi del 2010 la radio ha registrato una crescita della raccolta pubblicitaria del 14,6% mentre Internet ha saputo incrementare le risorse dall’advertising dell’11,6 per cento.
Non è un caso che i principali quotidiani stiano concentrando risorse crescenti sui propri siti web, anche se il peso in valore assoluto di questo canale rimane ancora marginale rispetto a quelli tradizionali. Nei primi 5 mesi i quotidiani hanno registrato un calo dello 0,2% negli investimenti in pubblicità commerciale nazionale, mentre la free press e i periodici hanno ancora una volta pagato il conto più salato con una flessione del 6,7 e del 9,3% rispettivamente. Lo spostamento di notevoli investimenti provenienti dal settore dell’abbigliamento dai periodici ai quotidiani ha aggravato al crisi dei primi e reso la moda il primo finanziatore pubblicitario della stampa giornaliera.
Nel settore della carta stampata i tagli all’editoria, e in particolare dei fondi per il ripristino del diritto soggettivo per il 2010 e il 2011, mettono a rischio l’esistenza di tantissime piccole testate dal Manifesto a Europa. Il numero dei giornali rischia dunque di diminuire drasticamente, anche a causa dell’Austherity decisa dal ministero dell’Economia. Difficile dire se ci siano dietro queste manovre intendimenti politici o semplicemente un adattamento dei mercati (e dei fondi pubblici) alla difficile congiuntura, né le due cose si escludono. In ogni caso i grandi quotidiani e i grandi periodici potrebbero guadagnare le quote dei concorrenti in difficoltà. Sotterranea e multiforme la ripresa del settore pubblicitario sembra però riemergere in attesa, come il resto dell’economia, di un po’ più di fiducia.

Il Tribunale europeo ha confermato che il finanziamento pubblico al decoder per il digitale terrestre fu un aiuto di Stato. Un ricorso alla Corte Ue è già stato annunciato dalla stessa Mediaset che conferma la contrarietà a questa impostazione e questa lettura della vicenda. Al centro del dibattito si sono trovati degli interventi pubblici fondamentali per lo sviluppo del sistema televisivo italiano: da essi sono derivati in ultima analisi anche lo switch off dall’analogico al digitale in diverse regioni e alcuni dei più radicali cambiamenti della tv italiana degli ultimi decenni. Per Mediaset si tratta anche della nascita di quella che negli ultimi anni è stata un’ancora di salvezza nella crisi e una finestra su un più roseo futuro dal buio della crisi: l’offerta a pagamento di Mediaset Premium.
Per capire cosa successe bisogna fare, però, un passo indietro. Nel 2004 e nel 2005 due manovre del governo di allora guidato da Silvio Berlusconi vararono un finanziamento da 150 euro per chiunque avesse comprato o affittato un decoder per il digitale terrestre. L’anno successivo l’incentivo scese a 70 euro, la copertura del provvedimento rimase, però, invariata a 110 milioni di euro. La cifra complessiva contestata dalla Commissione europea ammonta dunque a massimi 220 milioni di euro, anche se poi l’ammontare dei risarcimenti che eventualmente lo Stato potrà chiedere sarà soggetto a procedure di calcolo assai complesse.
Il riferimento al premier Silvio Berlusconi non è trascurabile, perché a lui fa capo ancora oggi il 38,6% di Mediaset tramite Fininvest e perché, a commento della recente pronuncia europea, l’ex ministro delle Telecomunicazioni Paolo Gentiloni ha affermato: “La sentenza del tribunale Ue sancisce una semplice verità: nel 2002-2003 il governo Berlusconi prese decisioni che avvantaggiarono le aziende dello stesso Silvio Berlusconi”.
L’accusa mossa in sede europea da Sky Italia e da Centro Europa 7 muove proprio da un assunto simile: il finanziamento pubblico al decoder digitale terrestre avrebbe svantaggiato sul mercato gli operatori del digitale trasmesso via satellite. Mediaset controbatte, però, che i finanziamenti pubblici, prima di avvantaggiare indirettamente Mediaset ed altri eventuali broadcaster (ma Fastweb e Telecom Italia sono uscite fuori dalle procedure perché lo Stato italiano non aveva nulla da recuperare da loro e la Rai ha dichiarato di non aver potuto usufruire dei vantaggi di quelle manovre), hanno arrecato benefici diretti ai consumatori e ai produttori dei decoder.
Di certo il provvedimento al tempo ha influenzato il mercato, tanto che, come la Commissione Europea specifica nel testo della decisione del gennaio 2007, circa 2 milioni di italiani hanno beneficiato dei contributi che hanno finanziato la metà dei decoder venduti alla fine del novembre 2005. La creazione di economie di scala ha inoltre abbattuto il prezzo dei decoder da 300-350 euro a 150 euro circa rendendo molto più vantaggioso l’acquisto di questi dispositivi. In caso di nuova bocciatura del ricorso di Mediaset da parte della Corte di Giustizia le conseguenti richieste risarcitorie dello Stato saranno molto complesse da calcolare, anche se nel pronunciamento della Commissione del 2007 è già indicata per linee generali la procedura da adottare per addivenire al calcolo di una eventuale sanzione. Di certo questo altro capitolo della battaglia tra Sky e Mediaset sul suolo italiano indica quali potenti pressioni agiscano sul mercato televisivo anche in questo momento di crisi e di ristrutturazione del settore.

La guerra di Sagrate continua. Si sono riaccesi nella prima udienza dell’appello i contrasti legali tra Fininvest e Cir in merito al Lodo Mondadori e al risarcimento da 750 milioni di euro che nel primo appello è stato riconosciuto alla società di De Benedetti. I legali del gruppo del biscione hanno presentato una nuova perizia in cui si sostiene che le operazioni compiute non hanno portato a un danno per le società di De Benedetti ma a un guadagno di 30 miliardi. La perizia è stata curata dai professori Roberto Poli e Paolo Colombo ma i legali di Cir hanno contestato nel merito e nel metodo le conclusioni dei due consulenti sostenendo che avrebbero falsato la realtà del caso e che le azioni Mondadori oggetto del lodo furono valutate in modo arbitrario. La decisione del giudice in merito, come comprensibile, è molto attesa dall’intera comunità finanziaria.
La guerra che ha costretto il gruppo Fininvest a una fidejussione da 806 milioni di euro non è però l’unico problema legale che assilla l’impero economico di casa Berlusconi e il capostipite Silvio attende oggi l’approdo in Cassazione, l’ultima “chance” per un’assoluzione del caso Mills. Come noto l’avvocato David Mills è stato condannato in primo e secondo grado a 4 anni e mezzo di carcere per corruzione giudiziaria. In particolare la Fininvest avrebbe pagato a Mills 600 mila dollari per non parlare in tribunale del proprio coinvolgimento nella struttura di conti esteri e società off shore che avrebbero coperto delle tangenti alla Guardia di Finanza e dei falsi in bilancio emersi nei filoni di indagine su All Iberian. Se i giudici della Cassazione rimandassero la decisione sul caso Mills alla corte di Appello, probabilmente scatterebbe la prescrizione che a cascata influenzerebbe la posizione di Silvio Berlusconi.
Nel frattempo ipotesi di stampa ipotizzano l’utilizzo dei trust (la cui introduzione in Italia è ancora allo studio) per la salvaguardia del patrimonio del premier e soprattutto dell’unità dell’impero che ruota intorno a Fininvest (Mondadori, Mediaset, Telecinco e vari altri asset ancora) che potrebbe essere messo a dura prova dalla separazione di Berlusconi da Veronica Lario e da possibili divergenze tra i vari figli del premier. Le sette holding di Casa Berlusconi (prima, seconda, terza, quarta, quinta, ottava e quattordicesima) sarebbero dotate di liquidità per 420 milioni di euro a cui sarebbero da aggiungere riserve per 890 milioni di euro e la liquidità detenuta a valle da Fininvest. Se la primavera dovesse portare qualche cattiva novità il gruppo, almeno finanziariamente, rimane attrezzato.