Media: pubblicità in lenta ripresa, ma il 2008 è lontano

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Fra scricchiolii dovuti in parte all’età e in parte all’attrito la ruota dell’editoria sembra essersi rimessa lentamente in moto. I primi cinque mesi dell’anno fotografato da Nielsen rivelano una crescita complessiva del mercato pubblicitario del 3,8% circa e, si sa, dall’advertising dipende ormai quasi tutto che si parli di televisione o di internet, di radio o di carta stampata. Complessivamente fra gennaio e maggio gli inserzionisti hanno investito 3,8 miliardi di euro in pubblicità, circa 140 milioni di euro in più rispetto al 2009 e comunque molto meno che nel 2008.

Eppur si muove, direbbe Galileo vedendo le performance delle quotate del settore. Mediaset ha archiviato nell’ultimo anno un recupero del 22,8% ed Rcs del 17% circa. In Borsa hanno brillato soprattutto l’Espresso che ha guadagnato il 45,8% per cento e Poligrafici Editoriale, quella de Il Giorno e Il Resto del Carlino, che ha guadagnato il 26,7 per cento. Più timide le performance di Caltagirone Editore (quello de Il Mattino e Il Messaggero) che nell’ultimo anno ha recuperato solo il 4,7% mentre per Il Sole 24 Ore sono mesi da dimenticare con un ribasso complessivo del 33,6% che deprime il titolo.

Il taglio degli investimenti pubblicitari che ha accompagnato la crisi ha forzato diverse tendenze già vistesi in passato: con una certa rapidità il mondo dell’editoria si adatta a mutazioni profonde che scuotono ancora il settore. Nuove tendenze emergono con vigore. Il panorama televisivo, che assorbe di gran lunga la maggior parte delle risorse pubblicitarie, ha in realtà registrato negli ultimi anni l’exploit di Sky Italia che nel 2009 è stato il secondo gruppo per fatturato dopo la Rai con 2,71 miliardi di euro e una crescita del 2,7 per cento. La pubblicità, però, in questo caso non c’entra, perché Sky ricava 2,4 miliardi dalle offerte pay.

Mediaset, che dipende dalla pubblicità che le fornisce 1,9 miliardi di euro su un giro d’affari di 2,5 miliardi, ha puntato anche sull’offerta Premium nel settore della pay-tv. Di recente la guerra tra i due colossi ha portato a un taglio delle offerte dei concorrenti che rischia di penalizzare i margini di tutta la televisione.

Per completezza andrebbe aggiunto che la prima televisione italiana, la Rai, deve 1,6 miliardi di euro (su un fatturato complessivo di 2,7 mld) al canone e poco più di 900 milioni alla pubblicità.

Il canale di trasmissione che però ha meglio contrasto la crisi non è quello televisivo, bensì quello della radio e, in seconda battuta, quello di internet. Secondo le ultime rilevazioni sull’etere nei primi 5 mesi del 2010 la radio ha registrato una crescita della raccolta pubblicitaria del 14,6% mentre Internet ha saputo incrementare le risorse dall’advertising dell’11,6 per cento.

Non è un caso che i principali quotidiani stiano concentrando risorse crescenti sui propri siti web, anche se il peso in valore assoluto di questo canale rimane ancora marginale rispetto a quelli tradizionali. Nei primi 5 mesi i quotidiani hanno registrato un calo dello 0,2% negli investimenti in pubblicità commerciale nazionale, mentre la free press e i periodici hanno ancora una volta pagato il conto più salato con una flessione del 6,7 e del 9,3% rispettivamente. Lo spostamento di notevoli investimenti provenienti dal settore dell’abbigliamento dai periodici ai quotidiani ha aggravato al crisi dei primi e reso la moda il primo finanziatore pubblicitario della stampa giornaliera.

Nel settore della carta stampata i tagli all’editoria, e in particolare dei fondi per il ripristino del diritto soggettivo per il 2010 e il 2011, mettono a rischio l’esistenza di tantissime piccole testate dal Manifesto a Europa. Il numero dei giornali rischia dunque di diminuire drasticamente, anche a causa dell’Austherity decisa dal ministero dell’Economia. Difficile dire se ci siano dietro queste manovre intendimenti politici o semplicemente un adattamento dei mercati (e dei fondi pubblici) alla difficile congiuntura, né le due cose si escludono. In ogni caso i grandi quotidiani e i grandi periodici potrebbero guadagnare le quote dei concorrenti in difficoltà. Sotterranea e multiforme la ripresa del settore pubblicitario sembra però riemergere in attesa, come il resto dell’economia, di un po’ più di fiducia.

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Mediaset: Sky segna un altro punto sul decoder

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Il Tribunale europeo ha confermato che il finanziamento pubblico al decoder per il digitale terrestre fu un aiuto di Stato. Un ricorso alla Corte Ue è già stato annunciato dalla stessa Mediaset che conferma la contrarietà a questa impostazione e questa lettura della vicenda. Al centro del dibattito si sono trovati degli interventi pubblici fondamentali per lo sviluppo del sistema televisivo italiano: da essi sono derivati in ultima analisi anche lo switch off dall’analogico al digitale in diverse regioni e alcuni dei più radicali cambiamenti della tv italiana degli ultimi decenni. Per Mediaset si tratta anche della nascita di quella che negli ultimi anni è stata un’ancora di salvezza nella crisi e una finestra su un più roseo futuro dal buio della crisi: l’offerta a pagamento di Mediaset Premium.

Per capire cosa successe bisogna fare, però, un passo indietro. Nel 2004 e nel 2005 due manovre del governo di allora guidato da Silvio Berlusconi vararono un finanziamento da 150 euro per chiunque avesse comprato o affittato un decoder per il digitale terrestre. L’anno successivo l’incentivo scese a 70 euro, la copertura del provvedimento rimase, però, invariata a 110 milioni di euro. La cifra complessiva contestata dalla Commissione europea ammonta dunque a massimi 220 milioni di euro, anche se poi l’ammontare dei risarcimenti che eventualmente lo Stato potrà chiedere sarà soggetto a procedure di calcolo assai complesse.

Il riferimento al premier Silvio Berlusconi non è trascurabile, perché a lui fa capo ancora oggi il 38,6% di Mediaset tramite Fininvest e perché, a commento della recente pronuncia europea, l’ex ministro delle Telecomunicazioni Paolo Gentiloni ha affermato: “La sentenza del tribunale Ue sancisce una semplice verità: nel 2002-2003 il governo Berlusconi prese decisioni che avvantaggiarono le aziende dello stesso Silvio Berlusconi”.

L’accusa mossa in sede europea da Sky Italia e da Centro Europa 7 muove proprio da un assunto simile: il finanziamento pubblico al decoder digitale terrestre avrebbe svantaggiato sul mercato gli operatori del digitale trasmesso via satellite. Mediaset controbatte, però, che i finanziamenti pubblici, prima di avvantaggiare indirettamente Mediaset ed altri eventuali broadcaster (ma Fastweb e Telecom Italia sono uscite fuori dalle procedure perché lo Stato italiano non aveva nulla da recuperare da loro e la Rai ha dichiarato di non aver potuto usufruire dei vantaggi di quelle manovre), hanno arrecato benefici diretti ai consumatori e ai produttori dei decoder.

Di certo il provvedimento al tempo ha influenzato il mercato, tanto che, come la Commissione Europea specifica nel testo della decisione del gennaio 2007, circa 2 milioni di italiani hanno beneficiato dei contributi che hanno finanziato la metà dei decoder venduti alla fine del novembre 2005. La creazione di economie di scala ha inoltre abbattuto il prezzo dei decoder da 300-350 euro a 150 euro circa rendendo molto più vantaggioso l’acquisto di questi dispositivi. In caso di nuova bocciatura del ricorso di Mediaset da parte della Corte di Giustizia le conseguenti richieste risarcitorie dello Stato saranno molto complesse da calcolare, anche se nel pronunciamento della Commissione del 2007 è già indicata per linee generali la procedura da adottare per addivenire al calcolo di una eventuale sanzione. Di certo questo altro capitolo della battaglia tra Sky e Mediaset sul suolo italiano indica quali potenti pressioni agiscano sul mercato televisivo anche in questo momento di crisi e di ristrutturazione del settore.

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Fininvest in attesa di Mills e delle decisioni sul Lodo Mondadori

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La guerra di Sagrate continua. Si sono riaccesi nella prima udienza dell’appello i contrasti legali tra Fininvest e Cir in merito al Lodo Mondadori e al risarcimento da 750 milioni di euro che nel primo appello è stato riconosciuto alla società di De Benedetti. I legali del gruppo del biscione hanno presentato una nuova perizia in cui si sostiene che le operazioni compiute non hanno portato a un danno per le società di De Benedetti ma a un guadagno di 30 miliardi. La perizia è stata curata dai professori Roberto Poli e Paolo Colombo ma i legali di Cir hanno contestato nel merito e nel metodo le conclusioni dei due consulenti sostenendo che avrebbero falsato la realtà del caso e che le azioni Mondadori oggetto del lodo furono valutate in modo arbitrario. La decisione del giudice in merito, come comprensibile, è molto attesa dall’intera comunità finanziaria.

La guerra che ha costretto il gruppo Fininvest a una fidejussione da 806 milioni di euro non è però l’unico problema legale che assilla l’impero economico di casa Berlusconi e il capostipite Silvio attende oggi l’approdo in Cassazione, l’ultima “chance” per un’assoluzione del caso Mills. Come noto l’avvocato David Mills è stato condannato in primo e secondo grado a 4 anni e mezzo di carcere per corruzione giudiziaria. In particolare la Fininvest avrebbe pagato a Mills 600 mila dollari per non parlare in tribunale del proprio coinvolgimento nella struttura di conti esteri e società off shore che avrebbero coperto delle tangenti alla Guardia di Finanza e dei falsi in bilancio emersi nei filoni di indagine su All Iberian. Se i giudici della Cassazione rimandassero la decisione sul caso Mills alla corte di Appello, probabilmente scatterebbe la prescrizione che a cascata influenzerebbe la posizione di Silvio Berlusconi.

Nel frattempo ipotesi di stampa ipotizzano l’utilizzo dei trust (la cui introduzione in Italia è ancora allo studio) per la salvaguardia del patrimonio del premier e soprattutto dell’unità dell’impero che ruota intorno a Fininvest (Mondadori, Mediaset, Telecinco e vari altri asset ancora) che potrebbe essere messo a dura prova dalla separazione di Berlusconi da Veronica Lario e da possibili divergenze tra i vari figli del premier. Le sette holding di Casa Berlusconi (prima, seconda, terza, quarta, quinta, ottava e quattordicesima) sarebbero dotate di liquidità per 420 milioni di euro a cui sarebbero da aggiungere riserve per 890 milioni di euro e la liquidità detenuta a valle da Fininvest. Se la primavera dovesse portare qualche cattiva novità il gruppo, almeno finanziariamente, rimane attrezzato.

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Telecom Italia: è ancora tango con Alierta

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Non è certo una coincidenza che il premio Tiepolo organizzato dalla Camera di commercio italiana di Madrid sia stato assegnato a Cesar Alierta e a Fulvio Conti. Il primo controlla tramite Telefonica il 40% di Telco, la holding cui fa riferimento Telecom Italia; il secondo invece ha conquistato con Enel Endesa diventando in pratica il protagonista dell’energia spagnola. Un premio dedicato alle collaborazioni tra Italia e Spagna non poteva che andare a questi due, sebbene gli esiti delle due operazioni appaiano più che mai divergenti.

Se infatti Conti nel tempo ha consolidato la posizione finanziaria di Enel dopo l’acquisizione di Endesa e pensa già al futuro e al nucleare, Cesar Alierta si trova in una situazione sempre più spinosa in Italia. Proprio in occasione del premio consegnato a Madrid, il manager ha sottolineato le relazioni di trasparenza e lealtà che legano Telefonica e Telecom Italia promettendo per il futuro sinergie e complementarità che finora si sono viste poco sia nel Vecchio che nel Nuovo Continente.

Nonostante il solido appoggio dell’amministratore delegato di Telecom Italia Franco Bernabè le incertezze rimangono però nell’aria e gli intrecci internazionali sulla nostra compagnia telefonica di rango si aggrovigliano. Innanzitutto bisogna ricordare la data del 29 settembre, quando il viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani affermò che la quota del 42,3% di Telco in pancia a Telefonica era un “problema da risolvere” e che l’italianità della rete delle telecomunicazioni di Telecom Italia era una priorità: il problema lo deve risolvere l’azienda, ma il governo monitora il dossier.

Già da tempo la sfilza di problemi di Antitrust in Sudamerica ha creato perplessità negli azionisti di Telecom Italia, la società appare ancora oggi paralizzata negli importanti mercati emergenti dell’Argentina e del Brasile a causa della presenza di un socio ingombrante come Telefonica nel proprio azionariato. La stessa associazione dei piccoli azionisti di Telecom, l’Asati, ha di recente chiesto una ricapitalizzazione da 10 miliardi di euro a cui Telefonica non possa partecipare.

Le dichiarazioni di Romani sono state comunque lette a livello internazionale come l’annuncio di un intervento del Governo Italiano sul dossier. Entro il 28 ottobre i soci di Telco dovranno confermare o disdire il patto di sindacato e da più parti si è invocata una rottura con gli spagnoli e una riprogettazione della compagine proprietaria di Telecom Italia in chiave italiana. Fra le ipotesi un ingresso di Mediaset o un riposizionamento degli azionisti di Findim (i Fossati). Nel frattempo, a complicare le cose, diverse indiscrezioni della stampa straniera parlano di un interesse della stessa Mediaset per Cuatro e Digital+, due asset del gruppo Prisa che interesserebbero molto alla società del biscione già fortemente presente in Spagna con Telecinco.

Questi due asset potrebbero interessare un più ampio dossier su Prisa, società per la quale già la stessa Telefonica e il gruppo Vivendi hanno avanzato delle offerte. Quanto possano essere collegate le scelte del Governo su Telecom Italia con le manovre di Mediaset sui mercati esteri è però difficile da dire. Nel frattempo anche in Sudamerica i rappresentanti del Governo sondano il terreno e si scopre che in casa di Ernesto Eurnekian, uno degli interessati alle quote di Telecom Argentina in via di dismissione, si sono recati anche il presidente della Commissione Telecomunicazioni della Camera Mario Valducci e il presidente del Comitato Microcredito Mario Baccini. Degli abboccamenti insomma, in occasione di questa grigliata sudamericana, ci sono già stati e probabilmente gli incontri nei prossimi mesi si moltiplicheranno. Resta solo da capire adesso dove vuole andare Telecom Italia e qual è il ruolo esatto del governo nella vicenda.

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Cir, Tribunale di Milano: super-risarcimento da Fininvest

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Riceviamo da Faust e con piacere pubblichiamo

Ha destato non poche sorprese la notizia di ieri del deposito della sentenza del Tribunale di Milano relativa alla causa civile promossa da Cir nei confronti di Fininvest nell’ambito del caso Mondadori.

Una sentenza quest’ultima, avente carattere esecutivo, come precisa una nota del gruppo di De Benedetti, che ridesta l’interesse dell’opinione pubblica e del mercato verso la vicenda del “Lodo Mondadori” in un momento molto particolare e delicato della politica e dell’economia italiana.

La sentenza definita “incredibile e sconcertante” dal presidente di Fininvest, Marina Berlusconi, sancisce il diritto di Cir al risarcimento da parte di Fininvest di un danno patrimoniale, definito “perdita di chance”, per 749.955.611,93 euro. Cifra più che cospicua se si pensa che la capitalizzazione di Compagnie Industriali Riunite si attesta attorno a quota 1,1 miliardi di euro. A questa somma, pari a circa sei volte gli utili di Fininvest del 2008, andrebbe poi aggiunto un risarcimento per danni “non patrimoniali”, la cui quantificazione è stata destinata però ad un altro giudizio.

La causa di risarcimento intentata da Cir contro Mondadori nel 2004 in sede civile puntava inizialmente a un risarcimento di 450 milioni di euro.

Per De Benedetti la sentenza del Tribunale di Milano, che liquida a favore di Cir 750 milioni di euro di danno patrimoniale, non compensa il gruppo per non aver potuto realizzare il progetto industriale che avrebbe creato il primo gruppo editoriale italiano, ma stabilisce “in modo inequivocabile” i comportamenti “illeciti” che l’hanno impedito.

Nel frattempo Fininvest ha annunciato che andrà in appello ribadendo fermamente la correttezza del proprio operato.

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Gruppo De Benedetti ancora sugli scudi

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Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo

Seduta positiva, almeno fino a questo momento per i titoli del gruppo De Benedetti che reagiscono prontamente alle flessioni registrate nella giornata precedente. Particolarmente brillante Gruppo Editoriale L’Espresso, seguita da CIR e Cofide. Le ottime performance dei titoli in parola non sono pero’ una novita’. Da inizio anno Espresso ha messo a segno un rialzo del 37%, Cofide ha guadagnato il 55% e Cir piu’ del 75%, contro il +9% scarso dell’indice FTSE Italia All-Share.

A cosa e’ riconducibile la marcata sovraperformance rispetto al mercato dei titoli della scuderia De Benedetti? Indubbiamente i risultati conseguiti nel primo semestre hanno evidenziato una discreta tenuta in un periodo decisamente difficile. Le difficolta’ di Espresso e Sogefi sono infatti state compensate dagli incoraggianti dati di HSS e Sorgenia. Su quest’ultima in primavera si e’ concentrata l’attenzione degli operatori in quanto si sono diffusi report in cui si evidenziava che i prezzi di borsa di CIR non rispecchiavano adeguatamente il valore della controllata.

Un altro fattore che ha sicuramente attratto i compratori e’ stato quello relativo alle ipotesi di accorciamento della catena di controllo del gruppo, con la fusione tra CIR e Cofide. Si tratta di una possibilita’ che secondo molti e’ piu’ che probabile e le mosse delle ultime settimane sembrerebbero confermarla. A inizio agosto la Carlo De Benedetti sapa ha acquistato dal fondo Amber il 3,48% di Cofide. La partecipazione dell’ingegnere e’ cosi’ salita al 51,4% circa.

Questa operazione permette a De Benedetti di rafforzare la sua presa sul gruppo, forse in vista della vociferata fusione. Secondo alcuni analisti infatti con la situazione precedente all’acquisto di cui sopra non vi era la certezza per De Benedetti di mantenere il controllo sulla societa’ post-fusione. Da notare inoltre che pochi giorni dopo l’acquisto da parte della sapa anche il secondo azionista di Cofide, ovvero i fondi Bestinver Gestion Sgiic, ha incrementato la propria partecipazione dal 16,071% al 16,446%.

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TV: il tandem Murdoch-Berlusconi fa ancora discutere

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L’intreccio tra politica e televisioni e tra televisioni e affari rimbalza ancora sulle cronache finanziarie e genera nuovi scenari e nuove ipotesi. D’altra parte con Sky che supera per ricavi Mediaset e si piazza al secondo posto dopo la Rai per giro di affari, con il passaggio da analogico a digitale alle porte, con la crisi che asciuga gli investimenti pubblicitari e prosciuga i bilanci dell’editoria, era inevitabile. Gli ultimi rumor sul comparto vengono, però, dall’ineffabile Dagospia che trova una solida sponda su La Stampa. Al centro delle nuove sorprendenti ipotesi il finanziere franco tunisino Tarek Ben Ammar che, tra le dichiarazioni sulla morte di Michael Jackson e le nuove strategie di Mediobanca (di cui è consigliere), avrebbe assunto lo scottante incarico di lavorare a una cessione degli asset televisivi di Telecom Italia Media allo stesso Rupert Murdoch.

L’ipotesi, per quanto scottante, consente però di riassumere bene i tormentoni della televisione italiana. Come noto, già a fine 2008 in molti lessero l’aumento dell’Iva dal 10 al 20% per le pay tv come un tentativo di sbarramento all’impetuosa avanzata di Sky in terra italica. Da allora, però, le cose si sono soltanto complicate.

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Ancora acquisti azzardati su Rcs

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Il gruppo Rcs continua anche oggi a ubriacare il mercato con una serie di rialzi da capogiro e sembra davvero volersi avvicinare a quell’obiettivo a 1,65 euro che Mediobanca gli ha posto per il prossimo maggio. Il fatto che Ferruccio De Bortoli, tornato da qualche tempo alla direzione del Corriere della Sera, abbia assunto una posizione forte di mediazione tra editore e redazione non può che essere positivo. Da un lato i manager del gruppo hanno deciso di varare un piano di risparmio da 200 milioni euro, che è parso a molti anche troppo ambizioso. Dall’altro il comitato di redazione (cdr) che ha in tutti i giornali un certo potere dovuto al suo ruolo istituzionale di difesa delle istanze dei lavoratori potrebbe ostacolare fattivamente in molte maniere dei tagli al costo del lavoro probabilmente consistenti (fra stampa, foliazione, peso della carta, borderò e soprattutto taglio dei costi per i giornalisti si arriva a una sforbiciata da 80-90 milioni di euro).

Nel mezzo il direttore che ha istituzionalmente il ruolo di mediare fra la redazione e la proprietà di un giornale e che, in questo caso, ha assunto una posizione proattiva giudicando inaccettabili le proposte degli azionisti, ma anche mostrando l’intenzione programmatica di trovare delle soluzioni alternative per il taglio dei costi. A gravare su tutta la vicenda contribuisce il fatto che tutto il settore editoriale è in crisi. Il calo della pubblicità ha toccato in Italia il 23% per i quotidiani e il 28% per le riviste.

In Spagna, dove il gruppo controlla tramite Unidad Editorial El Mundo e Expansion, le cose vanno anche peggio e i ricavi pubblicitari sono diminuiti del 28 per cento. Secondo Mediobanca però il piano di risparmio potrebbe funzionare e raggiungere, almeno nel 2009, l’obiettivo di un alleggerimento della struttura (fra aumento del prezzo del Corriere, tagli a produzione e trasporto e tagli da 50-60 milioni di euro anche nella sezione amministrazione-corporate del gruppo) di 130 milioni di euro. In fondo si sono già risparmiati 39 milioni nell’ultimo quarto del 2008 e altri 30 milioni nel primo trimestre del 2009, quindi la cosa potrebbe dimostrarsi fattibile.

Certo le considerazioni lusinghiere di Mediobanca vanno bilanciate con il fatto che essa è anche il primo azionista singolo di Rcs e che quindi è in palese conflitto di interesse quando ne parla, anche se i suoi ragionamenti possono comunque essere valutati in se stessi. Di certo va ricordato che il gruppo Rcs sta varando per la prima volta un piano importante di taglio dei costi mentre in passato ha sempre puntato su una crescita dei ricavi e su altri tipi di ristrutturazione.

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Media appesi al mercato (in calo) della pubblicità

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Il mercato pubblicitario continua a mostrare segni di debolezza e i titoli del comparto dei media, legati a doppio filo al mercato dell’advertising dal quale ricavano la maggior parte dei propri ricavi, ne seguono con attenzione gli sviluppi.

Un report di Credit Suisse pubblicato oggi non lascia invero molte speranze per l’immediato futuro. Secondo le stime del gruppo svizzero, condotte tramite un confronto con 40 direttori di marketing e media buyer (coloro che comprano gli spazi pubblicitari nei media) in tutta Europa, la crisi è ancora ben lungi dall’essere superata: soltanto il settore internet registra una crescita degli investimenti a spese della Tv, della stampa, della radio e della pubblicità in strada. Se si considera che ancora i ricavi del settore internet sono solo una minima porzione del mercato pubblicitario, si capisce che non è una grande consolazione.

La crisi accelera però anche l’evoluzione dalla tv analogica a quella digitale con effetti non sempre positivi come quello di un maggiore assorbimento di risorse dai già compressi budget delle società dedite all’intrattenimento e all’informazione. Fra media buyer e direttori di marketing le stime di calo del mercato pubblicitario oscillano fra il 10 e il 20 per cento e prolungano la crisi al 2010, anno coinvolto perché il suo budget sarà stilato ancora nel mezzo della recessione (ossia quest’anno). L’immediato passato mostra già d’altra parte i segni di questa crisi. I dati del gruppo L’Espresso ieri e di Telecom Italia Media oggi confermano infatti le attese pessimistiche del mercato, anche se con dei distinguo parecchio importanti.

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Tf1 e Antena 3 gelano il comparto dei media

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Le fosche previsioni della rete francese Tf1 per il 2009 hanno gelato oggi le quotazioni del comparto dei media. Nel 2008 il gruppo guidato da Nonce Paolini ha infatti perso più di un quarto dei propri utili e oggi ha soprattutto annunciato un calo dei ricavi 2009 del 9 per cento. Al cattivo dato francese ha subito fatto eco una bad news spagnola: Antena 3 non solo ha ridotto i propri utili a meno della metà dei profitti del 2007, ma ha anche registrato una flessione generale del mercato pubblicitario tradizionale dell’11 per cento.

Le notizie hanno fatto rapidamente il giro del Vecchio Continente e a Milano hanno appesantito le quotazioni dei maggiori operatori del settore. Mediaset risulta particolarmente colpita con perdite ridotte solo in chiusura al -1,38 per cento, mentre L’Espresso cede il 6,12 del proprio valore di Borsa ed Rcs il 2,91 per cento. Fra i peggiori anche Telecom Italia Media (-6,3%).

D’altra parte proprio Mediaset è uno degli operatori più importanti del mercato spagnolo tramite il gruppo Telecinco, mentre la spagnola Antena 3 conta fra i propri azionisti De Agostini (Dea Capital cede il 2,56%). Il controllo quasi totale (96,31%) del gruppo spagnolo Unidad Editorial estende poi il business del gruppo Rcs a testate iberiche di primo piano come El Mundo o Expansion.

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