Non è certo una coincidenza che il premio Tiepolo organizzato dalla Camera di commercio italiana di Madrid sia stato assegnato a Cesar Alierta e a Fulvio Conti. Il primo controlla tramite Telefonica il 40% di Telco, la holding cui fa riferimento Telecom Italia; il secondo invece ha conquistato con Enel Endesa diventando in pratica il protagonista dell’energia spagnola. Un premio dedicato alle collaborazioni tra Italia e Spagna non poteva che andare a questi due, sebbene gli esiti delle due operazioni appaiano più che mai divergenti.
Se infatti Conti nel tempo ha consolidato la posizione finanziaria di Enel dopo l’acquisizione di Endesa e pensa già al futuro e al nucleare, Cesar Alierta si trova in una situazione sempre più spinosa in Italia. Proprio in occasione del premio consegnato a Madrid, il manager ha sottolineato le relazioni di trasparenza e lealtà che legano Telefonica e Telecom Italia promettendo per il futuro sinergie e complementarità che finora si sono viste poco sia nel Vecchio che nel Nuovo Continente.
Nonostante il solido appoggio dell’amministratore delegato di Telecom Italia Franco Bernabè le incertezze rimangono però nell’aria e gli intrecci internazionali sulla nostra compagnia telefonica di rango si aggrovigliano. Innanzitutto bisogna ricordare la data del 29 settembre, quando il viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani affermò che la quota del 42,3% di Telco in pancia a Telefonica era un “problema da risolvere” e che l’italianità della rete delle telecomunicazioni di Telecom Italia era una priorità: il problema lo deve risolvere l’azienda, ma il governo monitora il dossier.
Già da tempo la sfilza di problemi di Antitrust in Sudamerica ha creato perplessità negli azionisti di Telecom Italia, la società appare ancora oggi paralizzata negli importanti mercati emergenti dell’Argentina e del Brasile a causa della presenza di un socio ingombrante come Telefonica nel proprio azionariato. La stessa associazione dei piccoli azionisti di Telecom, l’Asati, ha di recente chiesto una ricapitalizzazione da 10 miliardi di euro a cui Telefonica non possa partecipare.
Le dichiarazioni di Romani sono state comunque lette a livello internazionale come l’annuncio di un intervento del Governo Italiano sul dossier. Entro il 28 ottobre i soci di Telco dovranno confermare o disdire il patto di sindacato e da più parti si è invocata una rottura con gli spagnoli e una riprogettazione della compagine proprietaria di Telecom Italia in chiave italiana. Fra le ipotesi un ingresso di Mediaset o un riposizionamento degli azionisti di Findim (i Fossati). Nel frattempo, a complicare le cose, diverse indiscrezioni della stampa straniera parlano di un interesse della stessa Mediaset per Cuatro e Digital+, due asset del gruppo Prisa che interesserebbero molto alla società del biscione già fortemente presente in Spagna con Telecinco.
Questi due asset potrebbero interessare un più ampio dossier su Prisa, società per la quale già la stessa Telefonica e il gruppo Vivendi hanno avanzato delle offerte. Quanto possano essere collegate le scelte del Governo su Telecom Italia con le manovre di Mediaset sui mercati esteri è però difficile da dire. Nel frattempo anche in Sudamerica i rappresentanti del Governo sondano il terreno e si scopre che in casa di Ernesto Eurnekian, uno degli interessati alle quote di Telecom Argentina in via di dismissione, si sono recati anche il presidente della Commissione Telecomunicazioni della Camera Mario Valducci e il presidente del Comitato Microcredito Mario Baccini. Degli abboccamenti insomma, in occasione di questa grigliata sudamericana, ci sono già stati e probabilmente gli incontri nei prossimi mesi si moltiplicheranno. Resta solo da capire adesso dove vuole andare Telecom Italia e qual è il ruolo esatto del governo nella vicenda.

Riceviamo da Faust e con piacere pubblichiamo
Ha destato non poche sorprese la notizia di ieri del deposito della sentenza del Tribunale di Milano relativa alla causa civile promossa da Cir nei confronti di Fininvest nell’ambito del caso Mondadori.
Una sentenza quest’ultima, avente carattere esecutivo, come precisa una nota del gruppo di De Benedetti, che ridesta l’interesse dell’opinione pubblica e del mercato verso la vicenda del “Lodo Mondadori” in un momento molto particolare e delicato della politica e dell’economia italiana.
La sentenza definita “incredibile e sconcertante” dal presidente di Fininvest, Marina Berlusconi, sancisce il diritto di Cir al risarcimento da parte di Fininvest di un danno patrimoniale, definito “perdita di chance”, per 749.955.611,93 euro. Cifra più che cospicua se si pensa che la capitalizzazione di Compagnie Industriali Riunite si attesta attorno a quota 1,1 miliardi di euro. A questa somma, pari a circa sei volte gli utili di Fininvest del 2008, andrebbe poi aggiunto un risarcimento per danni “non patrimoniali”, la cui quantificazione è stata destinata però ad un altro giudizio.
La causa di risarcimento intentata da Cir contro Mondadori nel 2004 in sede civile puntava inizialmente a un risarcimento di 450 milioni di euro.
Per De Benedetti la sentenza del Tribunale di Milano, che liquida a favore di Cir 750 milioni di euro di danno patrimoniale, non compensa il gruppo per non aver potuto realizzare il progetto industriale che avrebbe creato il primo gruppo editoriale italiano, ma stabilisce “in modo inequivocabile” i comportamenti “illeciti” che l’hanno impedito.
Nel frattempo Fininvest ha annunciato che andrà in appello ribadendo fermamente la correttezza del proprio operato.

Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Seduta positiva, almeno fino a questo momento per i titoli del gruppo De Benedetti che reagiscono prontamente alle flessioni registrate nella giornata precedente. Particolarmente brillante Gruppo Editoriale L’Espresso, seguita da CIR e Cofide. Le ottime performance dei titoli in parola non sono pero’ una novita’. Da inizio anno Espresso ha messo a segno un rialzo del 37%, Cofide ha guadagnato il 55% e Cir piu’ del 75%, contro il +9% scarso dell’indice FTSE Italia All-Share.
A cosa e’ riconducibile la marcata sovraperformance rispetto al mercato dei titoli della scuderia De Benedetti? Indubbiamente i risultati conseguiti nel primo semestre hanno evidenziato una discreta tenuta in un periodo decisamente difficile. Le difficolta’ di Espresso e Sogefi sono infatti state compensate dagli incoraggianti dati di HSS e Sorgenia. Su quest’ultima in primavera si e’ concentrata l’attenzione degli operatori in quanto si sono diffusi report in cui si evidenziava che i prezzi di borsa di CIR non rispecchiavano adeguatamente il valore della controllata.
Un altro fattore che ha sicuramente attratto i compratori e’ stato quello relativo alle ipotesi di accorciamento della catena di controllo del gruppo, con la fusione tra CIR e Cofide. Si tratta di una possibilita’ che secondo molti e’ piu’ che probabile e le mosse delle ultime settimane sembrerebbero confermarla. A inizio agosto la Carlo De Benedetti sapa ha acquistato dal fondo Amber il 3,48% di Cofide. La partecipazione dell’ingegnere e’ cosi’ salita al 51,4% circa.
Questa operazione permette a De Benedetti di rafforzare la sua presa sul gruppo, forse in vista della vociferata fusione. Secondo alcuni analisti infatti con la situazione precedente all’acquisto di cui sopra non vi era la certezza per De Benedetti di mantenere il controllo sulla societa’ post-fusione. Da notare inoltre che pochi giorni dopo l’acquisto da parte della sapa anche il secondo azionista di Cofide, ovvero i fondi Bestinver Gestion Sgiic, ha incrementato la propria partecipazione dal 16,071% al 16,446%.

L’intreccio tra politica e televisioni e tra televisioni e affari rimbalza ancora sulle cronache finanziarie e genera nuovi scenari e nuove ipotesi. D’altra parte con Sky che supera per ricavi Mediaset e si piazza al secondo posto dopo la Rai per giro di affari, con il passaggio da analogico a digitale alle porte, con la crisi che asciuga gli investimenti pubblicitari e prosciuga i bilanci dell’editoria, era inevitabile. Gli ultimi rumor sul comparto vengono, però, dall’ineffabile Dagospia che trova una solida sponda su La Stampa. Al centro delle nuove sorprendenti ipotesi il finanziere franco tunisino Tarek Ben Ammar che, tra le dichiarazioni sulla morte di Michael Jackson e le nuove strategie di Mediobanca (di cui è consigliere), avrebbe assunto lo scottante incarico di lavorare a una cessione degli asset televisivi di Telecom Italia Media allo stesso Rupert Murdoch.
L’ipotesi, per quanto scottante, consente però di riassumere bene i tormentoni della televisione italiana. Come noto, già a fine 2008 in molti lessero l’aumento dell’Iva dal 10 al 20% per le pay tv come un tentativo di sbarramento all’impetuosa avanzata di Sky in terra italica. Da allora, però, le cose si sono soltanto complicate.
Continua a leggere: TV: il tandem Murdoch-Berlusconi fa ancora discutere

Il gruppo Rcs continua anche oggi a ubriacare il mercato con una serie di rialzi da capogiro e sembra davvero volersi avvicinare a quell’obiettivo a 1,65 euro che Mediobanca gli ha posto per il prossimo maggio. Il fatto che Ferruccio De Bortoli, tornato da qualche tempo alla direzione del Corriere della Sera, abbia assunto una posizione forte di mediazione tra editore e redazione non può che essere positivo. Da un lato i manager del gruppo hanno deciso di varare un piano di risparmio da 200 milioni euro, che è parso a molti anche troppo ambizioso. Dall’altro il comitato di redazione (cdr) che ha in tutti i giornali un certo potere dovuto al suo ruolo istituzionale di difesa delle istanze dei lavoratori potrebbe ostacolare fattivamente in molte maniere dei tagli al costo del lavoro probabilmente consistenti (fra stampa, foliazione, peso della carta, borderò e soprattutto taglio dei costi per i giornalisti si arriva a una sforbiciata da 80-90 milioni di euro).
Nel mezzo il direttore che ha istituzionalmente il ruolo di mediare fra la redazione e la proprietà di un giornale e che, in questo caso, ha assunto una posizione proattiva giudicando inaccettabili le proposte degli azionisti, ma anche mostrando l’intenzione programmatica di trovare delle soluzioni alternative per il taglio dei costi. A gravare su tutta la vicenda contribuisce il fatto che tutto il settore editoriale è in crisi. Il calo della pubblicità ha toccato in Italia il 23% per i quotidiani e il 28% per le riviste.
In Spagna, dove il gruppo controlla tramite Unidad Editorial El Mundo e Expansion, le cose vanno anche peggio e i ricavi pubblicitari sono diminuiti del 28 per cento. Secondo Mediobanca però il piano di risparmio potrebbe funzionare e raggiungere, almeno nel 2009, l’obiettivo di un alleggerimento della struttura (fra aumento del prezzo del Corriere, tagli a produzione e trasporto e tagli da 50-60 milioni di euro anche nella sezione amministrazione-corporate del gruppo) di 130 milioni di euro. In fondo si sono già risparmiati 39 milioni nell’ultimo quarto del 2008 e altri 30 milioni nel primo trimestre del 2009, quindi la cosa potrebbe dimostrarsi fattibile.
Certo le considerazioni lusinghiere di Mediobanca vanno bilanciate con il fatto che essa è anche il primo azionista singolo di Rcs e che quindi è in palese conflitto di interesse quando ne parla, anche se i suoi ragionamenti possono comunque essere valutati in se stessi. Di certo va ricordato che il gruppo Rcs sta varando per la prima volta un piano importante di taglio dei costi mentre in passato ha sempre puntato su una crescita dei ricavi e su altri tipi di ristrutturazione.

Il mercato pubblicitario continua a mostrare segni di debolezza e i titoli del comparto dei media, legati a doppio filo al mercato dell’advertising dal quale ricavano la maggior parte dei propri ricavi, ne seguono con attenzione gli sviluppi.
Un report di Credit Suisse pubblicato oggi non lascia invero molte speranze per l’immediato futuro. Secondo le stime del gruppo svizzero, condotte tramite un confronto con 40 direttori di marketing e media buyer (coloro che comprano gli spazi pubblicitari nei media) in tutta Europa, la crisi è ancora ben lungi dall’essere superata: soltanto il settore internet registra una crescita degli investimenti a spese della Tv, della stampa, della radio e della pubblicità in strada. Se si considera che ancora i ricavi del settore internet sono solo una minima porzione del mercato pubblicitario, si capisce che non è una grande consolazione.
La crisi accelera però anche l’evoluzione dalla tv analogica a quella digitale con effetti non sempre positivi come quello di un maggiore assorbimento di risorse dai già compressi budget delle società dedite all’intrattenimento e all’informazione. Fra media buyer e direttori di marketing le stime di calo del mercato pubblicitario oscillano fra il 10 e il 20 per cento e prolungano la crisi al 2010, anno coinvolto perché il suo budget sarà stilato ancora nel mezzo della recessione (ossia quest’anno). L’immediato passato mostra già d’altra parte i segni di questa crisi. I dati del gruppo L’Espresso ieri e di Telecom Italia Media oggi confermano infatti le attese pessimistiche del mercato, anche se con dei distinguo parecchio importanti.
Continua a leggere: Media appesi al mercato (in calo) della pubblicità

Le fosche previsioni della rete francese Tf1 per il 2009 hanno gelato oggi le quotazioni del comparto dei media. Nel 2008 il gruppo guidato da Nonce Paolini ha infatti perso più di un quarto dei propri utili e oggi ha soprattutto annunciato un calo dei ricavi 2009 del 9 per cento. Al cattivo dato francese ha subito fatto eco una bad news spagnola: Antena 3 non solo ha ridotto i propri utili a meno della metà dei profitti del 2007, ma ha anche registrato una flessione generale del mercato pubblicitario tradizionale dell’11 per cento.
Le notizie hanno fatto rapidamente il giro del Vecchio Continente e a Milano hanno appesantito le quotazioni dei maggiori operatori del settore. Mediaset risulta particolarmente colpita con perdite ridotte solo in chiusura al -1,38 per cento, mentre L’Espresso cede il 6,12 del proprio valore di Borsa ed Rcs il 2,91 per cento. Fra i peggiori anche Telecom Italia Media (-6,3%).
D’altra parte proprio Mediaset è uno degli operatori più importanti del mercato spagnolo tramite il gruppo Telecinco, mentre la spagnola Antena 3 conta fra i propri azionisti De Agostini (Dea Capital cede il 2,56%). Il controllo quasi totale (96,31%) del gruppo spagnolo Unidad Editorial estende poi il business del gruppo Rcs a testate iberiche di primo piano come El Mundo o Expansion.
Continua a leggere: Tf1 e Antena 3 gelano il comparto dei media

L’amministrazione controllata di Tribune ha proiettato drammaticamente nel settore della carta stampata e dei media in generale la crisi finanziaria dei mutui ad alto rischio. Era sicuramente prevedibile, ma senza dubbio il caso del Tribune, proprietario di testate come Los Angeles Times e Chicago Tribune, è il sintomo di una crisi sistemica del mondo della comunicazione.
Poco importa se i debiti del numero uno del gruppo, Sam Zell, abbiano schiacciato i margini molto più di quanto li abbiano alzati i pesanti tagli al personale e ai costi. In realtà sugli editori a cavallo dell’Oceano Atlantico pesano sia la crisi finanziaria che un cambiamento generale che viene da lontano.
Non è un caso che il New York Times abbia dato a Cushman&Wakefield (gruppo Ifil) il mandato per studiare un’ipoteca sulla sede dell’Ottava Strada puntando così a raccogliere 225 milioni di dollari.
Il declino dei media Usa è solo parte di una crisi degli editori di tutto il mondo. In una dichiarazione riportata dal Financial Times Alan Mutter, un esperto del settore, lo ha sottolineato bene: “Le circostanze del
Tribune sono lontane dall’essere uniche”.
Continua a leggere: Tribune: la crisi ora colpisce i giornali

L’articolo 44 dell’ultima manovra finanziaria prevede un taglio dei contributi statali all’editoria e ha sollevato rapidamente una serie di polemiche. Qualcuno è arrivato a definirlo “decreto tritacarne” e anche Walter Veltroni, a nome del Pd, ha parlato di taglio indiscriminato, inaccettabile e vessatorio. Nello specifico la manovra prevede che dai 414 milioni di euro di finanziamento attuale a testate cooperative, non profit e a giornali politici siano sottratti 87 milioni nel 2009 e 100 nel 2010. Una sforbiciata che potrebbe fare chiudere i battenti a una cinquantina di piccoli quotidiani dall’Unita alla Padania, dal Manifesto a Il Foglio passando per L’Avvenire e per numerosi quotidiani locali. I sindacati Cgil, Cisl e Uil fanno fronte comune contro questo intervento previsto dalla nuova Legge 112/2008 (quella appunto che anticipa la nuova manovra finanziaria) e parlano di attacco alla libertà di informazione.
Questi interventi, sostiene l’opposizione, in pratica giovano soltanto ai grandi gruppi editoriali quotati che potrebbero a questo punto divorare le quote di mercato lasciate libere dai concorrenti più piccoli. Rcs, L’Espresso, Poligrafici Editoriale, Caltagirone Editore, Il Sole 24 Ore hanno in altre parole soltanto da guadagnarci.
Un aiuto inaspettato in questo momento difficile per il mondo ciclico dell’editoria potrebbe insomma arrivare proprio dal Governo. Se si considera che il settore editoriale è in crisi strutturale da tempo in tutto il mondo e in particolare in Italia, si intuisce subito che non si tratta di un aiuto poco gradito.
Continua a leggere: Editoria: questo agosto serve un'ombrellone

In realtà lo scoop l’ha fatto il quotidiano La Stampa che, dopo indiscrezioni non molto coltivate invero dalla stampa nostrana, è riuscito ad anticipare su tutti la notizia che Carlo De Benedetti separava L’Espresso dal resto del proprio impero. Gli osservatori hanno capito subito che quella ipotesi era decisamente verosimile quando hanno visto i titoli della galassia De Benedetti sospesi dall’inizio della seduta di ieri. Nei fatti alla Cofide, alla Cir, al Gruppo Editoriale L’Espresso, alla Sogefi si aggiunge una nuova società destinata al mercato.
Troppo facile sarebbe parlare di scatole cinesi all’italiana o chiedersi perché la Cir, svuotata di tutto e con in portafoglio solo L’Espresso (anch’esso quotato a Piazza Affari), rimanga sul mercato. La risposta sarebbe un banale “diversamente non sarebbe convieniente”. Ragionando, invece, in senso positivo la mossa dei De Benedetti, suggerita dal padre o dal figlio che sia (sono retroscena di scarsa importanza), permetterà al gruppo di valorizzare, ossia di far finanziare dai futuri azionisti di questa nascente matricola, gli asset più solidi e più adatti al momento.