Mps: semestre brillante, ma rimangono alcune criticità

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Faranno bene al titolo Mps i rialzi di oggi all’indomani della pubblicazione della trimestrale. Gli analisti di Citigroup e di Credit Suisse hanno subito promosso i risultati della banca senese da sell a hold e da undeperform a neutral. In altri termini il gruppo ritorna, secondo le due banche, alla sufficienza. Se si guardano i prezzi obiettivo posti dai due broker sono a 91 centesimi e a 1,15 euro: visto che il titolo viaggia già a 94 centesimi stamattina, quello di Citigroup rischia di essere un suggerimento di vendita, mentre le valutazioni della banca svizzera indicano che, entro una anno, il titolo dovrebbe tornare sui valori di fine aprile. Francamente in entrambi i casi la valutazione dei risultati di Mps appare un po’ ingenerosa, anche se giustamente prudente. Soprattutto se si considera l’annunciato ritorno alla cedola.

Gli utili trimestrali del gruppo Mps sono pari a 118,9 milioni di euro, contro i 31,5 del secondo trimestre del 2009: significa che sono quasi quadruplicati. Se però si guarda al saldo semestrale si nota una flessione del 21,4% nella bottom line del conto economico a quota utili 261,2 milioni di euro. Un trimestre brillante in un anno difficile? Non proprio, anzi. Il business di Mps sembra solido come non lo si vedeva da tempo. Il risultato operativo del gruppo alla fine di giugno raggiunge i 510,8 milioni di euro con un incremento dell’8,1% assolutamente lodevole in questo periodo difficile.

Come noto i margini d’interesse delle banche sono a dir poco compressi dalla politica espansiva della Bce, tuttavia Mps riesce a comprimere la flessione del margine d’interesse all’1,4% mantenendosi sopra gli 1,8 miliardi di euro. Quello che però davvero cresce a monte del conto economico senese sono le commissioni nette che raggiungono i 986,6 milioni di euro (+3,7%). Il calo delle rettifiche sui crediti da 686,7 a 590 milioni che invia un altro segnale di solidità al mercato. A valle va evidenziata la flessione degli oneri operativi (-3,5% a 1,69 miliardi) dovuta a riduzioni di costo nelle spese amministrative e nel personale. Crescono invece gli accantonamenti netti ai fondi rischi e oneri per circa 134 milioni con un impatto da 92,2 milioni di euro nel secondo trimestre che risente soprattutto dei timori possibili perdite operative collegate a una posizione in sofferenza.

Ci sono però anche fattori straordinari molto positivi, come gli utili da cessione da investimenti per 184,2 milioni legati alla vendite di 72 sportelli a Carige: se si considera che l’utile ante imposte del gruppo è di 324 milioni nell’ultimo trimestre si comprende quanto sia stata proficua questa cessione.

A guardare il business da un’altra prospettiva si può sottolineare che sono cresciuti in maniera robusta raccolta diretta (+8,8%) e raccolta indiretta (+4,2%). Che crescono gli impieghi del 7,1% con risultati notevoli nel credito al consumo (+10,8%) e nello stipulato del leasing (+23,2%). Registrati anche flussi di collocamento per ben 11,4 miliardi di euro che confermano l’intensa attività commerciale dell’area di gestione del risparmio. Sul fronte degli impieghi i nuovi mutui stipulati ammontano a 8,7 miliardi di euro con un incremento di ben il 73% sul dato del 2009.

Da evidenziare però anche la crescita per 700 milioni dei crediti deteriorati netti rispetto a marzo: i presidi a copertura sono a circa il 40%. Le sofferenze lorde pesano inoltre al 56,5% sul rettifiche di valore che, a loro volta, pesano per lo 0,6% sugli impieghi in bonis lordi. Il portafoglio degli impieghi ha però complessivamente migliorato la propria qualità abbassando di 10 pbs al 2,6% la probabilità media di default.

Per riassumere in un numero la solidità patrimoniale della banca (dai tempi dell’acquisizione di Antonveneta faccenda scottante per la banca senese) il tier 1 ratio è al 7,8%, migliora dunque di 30 bps in tre mesi e conferma quanto già rivelato dagli stress test europei in merito: la banca ormai è solida. Non fa male infatti ricordare che nello scenario più avverso immaginato dal Cebs e dopo uno shock del debito sovrano europeo Mps mantiene ancora il tier 1 al 6,2%.

Questo ovviamente senza considerare il probabile inasprimento dei criteri di patrimonializzazione di Basilea 3 che potrebbe spostare ancora più in là le soglie minime. Al riguardo non è forse malizioso pensare che Roberto Mussari, neo presidente dell’Abi e numero uno di Mps, potesse pensare anche alla propria banca quando qualche giorno fa dichiarava, nelle vesti di numero uno dell’Associazione delle banche italiane, che sarebbe meglio aspettare ancora un po’ con il giro di vite di Basilea. Francamente però, almeno a livello europeo, sicuramente sono altri a doversi preoccupare delle nuove norme. Almeno che poi – e questo è un dubbio purtroppo legittimo- queste non finiscano per punire i modelli bancari solidi e tradizionali come quello italiano (che non ha dovuto chiedere se non i maniera marginale aiuto allo Stato, fra i sottoscrittori di Tremonti bond figura però proprio Mps) in favore di modelli diversi e più “finanziari”. Sarebbe senz’altro una sconfitta non solo di Siena, ma di tutto il Bel Paese, questo però – forse – ci porta troppo lontano da Siena.

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Dall'Irlanda alla Grecia guai d'Europa, ma la Germania tira dritto

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Anche durante questo incerto agosto le pressioni finanziarie sull’Europa periferica non cessano, anzi. Dopo fragili trimestrali statunitensi e il rallentamento della ripresa Usa confermato dalle fosche parole di Ben Bernanke che pensa che la crisi durerà e che la Fed continuerà a sostenere i buoni del Tesoro Usa, è arrivata la crisi della domanda interna cinese e dunque si è tornati al Vecchio Continente. L’intervento in favore dell’irlandese Allied Irish Bank ha proiettato fosche ombre sulla tenuta del sistema finanziario europeo e sulla cedibilità degli stress test Ue che avevano promosso questa banca.

In realtà va evidenziato che era già noto che il gruppo irlandese dovesse procedere a ricapitalizzazioni e che negli stessi risultati degli stress test condotti dal Cebs su stretta coordinazione con la Bce si legge che una serie di interventi avrebbero dovuto ricapitalizzare la banca a breve.

D’altra parte il successo delle aste dei titoli sovrani d’Irlanda e di Spagna ha cancellato rapidamente questi timori ottenendo anzi un calo dei rendimenti di questi bond. Stessa cosa si è vista sul decennale del Bund con forti richieste sulle scadenze lunghe, anche se qualcuno potrebbe tornare al discorso dell’Europa a due velocità e della locomotiva tedesca che impone dei distinguo.

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Stress test: le banche europee si confermano solide

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E’ andata anche troppo bene. Gran parte del giornalismo anglosassone sintetizza così il risultato degli stress test europei sul sistema bancario del Vecchio Continente, eppure è palese che i criteri utilizzati per condurre queste prove sulle banche Ue non sono stati meno duri e completi di quelli condotti sulle banche statunitensi.

Non che manchino le criticità, senza dubbio, ma tutto sommato il lavoro svolto dagli esperti del Cebs (strettamente controllati dalla Bce e dalla Commissione) è stato accurato e coerente. Certo la mancanza dell’ipotesi di default di uno stato europeo può essere considerata un vulnus alla credibilità di questo esercizio. Va però ricordato che gli Stati Uniti nel loro stress test di successo hanno conteggiato solo 19 banche contro le nostre 91 e che non hanno certo incluso nel loro scenario l’ipotesi di fallimento di uno stato interno alla federazione (per esempio la California) che pure è allo stato delle cose non meno probabile di quella del fallimento di un membro della comunità europea.

Per garantire il mercato del debito sovrano Ue e l’appoggio alla liquidità delle nazioni dell’Europa periferica Bruxelles ha buttato in acqua un salvagente da ben 750 miliardi di euro che significa molto di più di quanto l’America abbia messo finora con il piano Paulson.

Se qualcuno poi volesse parlare della dipendenza delle banche europee dai finanziamenti della Bce (dipendenza peraltro in riduzione) si potrebbero ricordare i finanziamenti del programma americano Talf, non approvati dal Congresso Usa, ossia il sostegno diretto all’economia e a certi mercati che è stato una scelta senza dubbio assai meno forte di quella di consentire alla Bce un parziale intervento in favore delle banche con crisi di liquidità.

Se si passa alla Gran Bretagna, si può ricordare che il sistema bancario britannico esiste ancora solo perché il governo UK l’ha salvato con finanziamenti più o meno trasparenti e con l’aiuto di investitori stranieri. Gli haircut, ossia le previste riduzioni di valore del debito sovrano europeo nel caso di grave inasprimento delle condizioni economiche, non sono certamente paragonabili al default di uno Stato Sovrano, d’altra parte chi crede veramente che Stati Uniti e Gran Bretagna meritino un rating da tripla A?

Ovviamente simili dubbi non portano a niente di davvero costruttivo, ma almeno contestualizzano quanto rilevato. Il recente intervento della Cina nell’asta dei bonos ha rivelato un importante sostegno di Pechino all’euro e quindi fornito un paracadute potenziale in più. Le criticità sono emerse laddove tutti le cercavano, ossia in Spagna, Germania e Grecia. I capitali provenienti dagli aiuti di Stato sono stati inclusi nei requisiti patrimoniali del test: d’altra parte a che sarebbero serviti altrimenti? Se si conteggiano i capitali richiesti dalla tedesca Hypo Real Estate, dalla greca Ate e dalle 5 casse spagnole che non riuscirebbero a mantenere il tier 1 ratio sopra il 6% (in caso di grave crisi) si arriva alla cifra di 3,5 miliardi di euro di nuovo capitale richiesto: una cifra assai inferiore alle attese che spesso scontavano interventi ben superiori ai 30 miliardi di euro.

Fino a che punto questo risultato può davvero essere considerato una spia di un “soft test” e non un successo della finanza europea? La mina delle Landesbank non è esplosa, ma NordLB e PostBank si sono mostrate più fragili del previsto. Nessuno si nasconde certo che il sistema bancario tedesco è ancora debole (almeno in alcuni casi), nemmeno le autorità locali che, in qualche caso, stanno già correndo ai ripari. Idem per la Spagna che ha già avviato il processo di intervento nel mondo delle casse di risparmio iberiche spesso gravemente danneggiate dalla crisi immobiliare.

Quello che davvero hanno rivelato questi stress test è il forte legame tra l’economia reale e le banche europee. Irwin Stelzer, un esperto americano dell’Hudson Institute che ha pubblicato un articolo abbastanza critico sugli stress test Ue fra le pagine del Wall Street Journal, ha sottolineato che secondo Ubs e altri osservatori gli asset a rischio finanziati dalle banche spagnole non sarebbero solo il 5% ma si approssimerebbero al 14 per cento. Se è inoltre vero che il 70% dei debiti delle non quotate dell’Eurozona è stato contratto verso banche e non, come in America, sul mercato dei capitale, appare sempre più concreto il rischio che la debolezza della ripresa pesi anche sugli istituti di credito. I legami fra imprese e società da un lato e banche dall’altro raggiungono uno dei loro apici proprio nel Bel Paese dove le attività tradizionali, relativamente distanti dalla finanza internazionale, sono ancora la maggiore fonte di reddito delle banche. Questo significa in pratica un maggior legame col territorio e una maggiore ciclicità che però potrebbe tornare utile in vista di un miglioramento della congiuntura. Il prossimo importante appuntamento è quello di Basilea dove nuove regole saranno poste per tutti. La capacità di influenzare il dibattito sarà fondamentale per l’Italia che, per via di diverse sue peculiarità, rischia di trovare inadeguata e svantaggiosa la nuova veste normativa. Per questo le banche dovranno lottare ancora, per non scoprire, all’indomani di Basilea, che il modello di business che le ha salvate è diventato meno conveniente di quello delle banche meno “virtuose”.

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Agenzie di rating? Nuove regole da subito in Europa

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Ha ragione Michel Barnier, commissario europeo ai servizi finanziari, nel dire che bisogna agire subito sulle regole finanziarie europee. Non basta aspettare le riforme americane, serve un’azione autonoma europea che metta sotto controllo anche le agenzie di rating oltre al mercato dei derivati. L’impianto Ue andrà senz’altro coordinato con le norme statunintesi e internazionali, ma il sistema finanziario europeo deve dimostrare la propria autonomia. Non perché Mody’s abbia appena messo sotto osservazione il debito del Portogallo o perché Standard & Poor’s abbia appena tracciato le linee di un “contagio” europeo della crisi greca, ma perché troppo spesso le agenzie di rating hanno sbagliato e perché alcuni dogmi come il rating da tripla A della Gran Bretagna e degli Stati Uniti oggi non sono più accettabili. A Washington si discute infatti da tempo della trasparenza di questi giudici privati dei bilanci di colossi finanziari e di nazioni e fra le proposte in campo c’è quella di sottoporre il loro operato alla vigilanza della Sec, la Consob americana.

Il premio Nobel dell’Economia Paul Krugmann ha ricordato recentemente sulle colonne del New York Times che il 93% delle Mbs (titoli che avevano come sottostante dei mutui cartolarizzati) che avevano ricevuto un bel AAA dalle agenzie di rating nel 2006 oggi sono ridotte a titoli spazzatura.

Il senatore statunitense Carl Levin, che guida una commissione d’inchiesta in merito, ha portato delle mail interne di molti operatori delle agenzie che secondo lui confermano “i peggiori sospetti” sia sui conflitti di interessi con le banche che sulla superficialità di molti rating.

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Telecom Italia: mancano sia le risposte che le strategie

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Questo Paese a tratti si rivela inquietante. Di certo una vicenda come quella di Telecom Italia Sparkle avrebbe causato terremoti peggiori in un’altra nazione anche se scandali simili si sono visti altrove. Nel mezzo delle elezioni britanniche si potrebbe ricordare che il News Group pagò secondo il Guardian 1 milione di sterline per risarcire personaggi pubblici spiati dai suoi giornalisti. Più spesso avviene il contrario, ossia che siano i giornalisti ad essere spiati come nel caso italiano, in cui è stato acclarato che Marco Mancini, il numero due del Sismi che lavorava anche in Telecom, spiava i giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo. Lo ha ammesso lui stesso. In Germania è successa la stessa cosa con le Ferrovie tedesche che spiavano clienti, fornitori, giornalisti e persino parlamentari e gli esempi si potrebbero moltiplicare ancora.

Ma quel che inquieta è il corto circuito che si sta creando e che è tutt’altro che finito. Secondo diverse indiscrezioni assai diffuse da tempo sul mercato motivi di sicurezza strategica imporrebbero al gruppo Telecom Italia di non cedere Sparkle che pure è stata l’epicentro del maxicarosello che ha imposto accantonamenti per 507 milioni di euro di cui solo 10 scontati già nel 2009. Il caso grave di un sistema di frodi collegate al primo e al secondo operatore di telefonia italiana (Fastweb) rimane comunque ancora aperto e gli sviluppi sono tutt’altro che certi.

Basta osservare che ieri le dure accuse dei piccoli azionisti di Telecom (Asati), dei sindacati e persino di Beppe Grillo hanno comunque scosso l’assemblea. Mentre i rappresentanti dei lavoratori inscenavano il funerale dell’azienda, lo stesso consigliere indipendente Luigi Zingales (pur specificando che i fatti sono precedenti all’insediamento dell’attuale consiglio) affermava: “È un fallimento del cda essere arrivati a questo punto” nella vicenda Sparkle.

D’altra parte le batoste di Telecom Italia sembrano davvero non finire mai: dal caso Tavaroli-Mancini, alla vendita a Telefonica con successive cessioni di Hansenet e problemi ancora irrisolti in Argentina a quest’ultimo scandalo delle carte prepagate per siti porno che chiama anche in causa La ‘Ndrangheta sembrano davvero una discesa agli inferi.

Forse l’azione di responsabilità contro il vecchio management potrebbe ridare un po’ di credibilità a una società che non può certo vivere soltanto dei sorrisi di Belén Rodrìguez. Bisognerà senz’altro fare qualcosa di più che accantonare 10 milioni. Nel frattempo un aiuto forse insperato arriva dall’Autorità delle Telecomunicazioni che ha proposto un rinnovo delle tariffe unbundling a tutto vantaggio di Telecom Italia.

Si tratta in pratica delle tariffe che le altre compagnie pagano al gestore della rete telefonica di Telecom Italia, ossia all’unica rete veramente nazionale e per loro è previsto un graduale aumento da 8,7 a 9,67 euro al mese entro il 2012. Fastweb nella pubblicazione odierna della prima trimestrale ha calcolato che “L’aumento che scatterebbe a maggio avrebbe un impatto negativo sull’EBITDA 2010 di FASTWEB pari a 1,7 milioni di euro (non incorporato nella guidance). Considerando l’aumento già introdotto nel 2009 e quelli proposti, l‘impatto cumulato sull’EBITDA nel periodo 2009-2012 sarebbe negativo per circa 70 milioni di euro”.

Non si tratta dunque di bruscolini, anzi. Sempre in base alle indiscrezioni (che però sul mercato come noto contano) negli ultimi mesi si sarebbe coagulato un interesse degli operatori antagonisti a Telecom per la costituzione di una rete alternativa per la copertura almeno delle grandi città. In effetti di infrastrutture alternative (ma non complete per il territorio nazionale) ne esistono, come quella di Retelit o di Eutelia, ma finora ogni riflessione ufficiale su una rete alternativa a quella di Telecom Italia è approdata a un solo aggettivo: “antieconomico”.

Di certo, però, la rendita di posizione che ancora la ex Sip vanta non potrà essere eterna. Senza considerare che la riduzione delle attività nei mercati emergenti e l’uscita da diversi mercati maturi rischia di comprimere la redditività del gruppo e di marginalizzarlo ulteriormente nel contesto internazionale. Forse, come per i paesi, anche per le grandi aziende l’unico modo per uscire realmente dal debito è quello di guadagnare di più.

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Risparmio gestito: finalmente un successo a maggio

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Sole di maggio sui fondi italiani. Dopo ben 20 mesi di crisi e di fuga degli investitori dal risparmio gestito Assogestioni ha registrato lo scorso mese un dato positivo, il primo dall’agosto del 2007. La raccolta di maggio ha raggiunto gli 1,57 miliardi di euro inviando forti segnali di inversione a fronte di deflussi da 808 milioni registrati ancora ad aprile.

Numerose le sorprese giunte da un diffuso ritorno degli investitori nell’industria del risparmio gestito. Sicuramente ha avuto un peso importante la politica commerciale delle banche che sono tornate a collocare gli strumenti più semplici del risparmio gestito invece che obbligazioni bancarie o altri prodotti paralleli. Il patrimonio gestito italiano raggiunge i 401 miliardi di euro a maggio (+1,8% su aprile) e vede comunque il 42% degli asset in mano al duo Intesa Sanpaolo-Pioneer Investments (Unicredit).

Spiccano le performance del gruppo straniero Bnp Paribas che raccoglie da sola oltre 465 milioni di euro e si pone in vetta alla classifica degli afflussi per gruppo. Fa molto bene anche Pioneer Investments che passa da -255 milioni a un saldo della raccolta positivo per 307,3 milioni: qualcuno parla già di successo del processo di ristrutturazione degli investimenti della controllata del gruppo Unicredit.

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La crisi della febbre suina scuote i mercati

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L’allarme febbre suina impatta da subito i mercati europei che, per questioni di fuso orario, scontano prima gli effetti di questa cattiva notizia sui mercati. Il virus H1N1, che ha già causato la morte di 103 persone e l’infezione di oltre 1.600 nel Messico, nel frattempo è sbarcato in Europa dove ha fatto registrare un caso in Spagna. Altri casi sono stati registrati in Canada, Nuova Zelanda e Israele (niente per fortuna per ora in Italia).

Negli Stati Uniti è scattata l’emergenza sanitaria e sono state accertate alcune decine di casi. Le borse intanto reagiscono al nuovo pericolo sanitario dopo il caso dell’aviaria punendo i titoli delle compagnie aeree e quelli delle agenzie turistiche e premiando, al contrario, molti titoli del comparto sanitario.

Fra le compagnie aree europee che subiscono sul mercato le vendite sono da evidenziare British Airways che cede il 9,27% a Londra, mentre a Parigi Air France perde il 7% circa e a Madrid Iberia torna a quota 1,41 euro con una flessione di 7,24 punti percentuali. Male anche Lufthansa che cede al giro di boa oltre 9 punti percentuali.

In ritracciamento anche diversi titoli del settore turismo come le britanniche Tui Travel (-2,76%) e Intercontinental Hotels (-4,76%). In rosso anche Carnival, colosso delle crociere che cede il 7,74% a Londra.

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La sfida dei credit default swap riparte dal Big Bang

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Il nome un po’ inquietante del protocollo destinato a regolamentare i famigerati credit default swap è Big Bang. Per capire l’importanza di questi nuovi meccanismi di regolamentazione di uno dei mercati più coinvolti nell’attuale crisi economica e finanziaria bisogna però fare un passo indietro. Cos’è un credit default swap? Il credit default swap è in pratica un’assicurazione contro il fallimento (default) di una società o di uno stato, una sorta di polizza che degli investitori (in genere banche e professionisti della finanza) sottoscrivono per evitare di rimanere con il cerino in mano nel caso in cui la società o la nazione di cui ha comprato titoli o obbligazioni per un qualche motivo non faccia fronte al proprio debito.

Si tratta in pratica di un mercato di dimensioni imprecisate ma che dovrebbe “coprire” transazioni che la Banca dei regolamenti internazionali stima in 57 mila miliardi di dollari! Secondo indiscrezioni di stampa un rapporto riservato al Governo Usa affermerebbe che Aig (American International Group la più grande compagnia assicurativa del mondo più volte rifinanziata dal Governo Usa durante questa crisi) avrebbe venduto 375 milioni di Credit Default Swap per un totale di 19 mila miliardi di dollari. Una cifra che da sola, se si convertisse in perdita, basterebbe a far fallire gli Stati Uniti e che supera il loro debito pubblico che, come noto, è il più grande del mondo e si aggirera sui 14 trilioni di dollari.

Non molto tempo fa Andrew Cuomo, procuratore generale di New York, ha chiesto di visionare i dati relativi proprio ai credit default swap di Aig. Una richiesta che non ha sopreso nessuno visto che la stessa Aig ha incassato da Washington finanziamenti per 173 miliardi di dollari e ne ha versati (a titolo di risarcimento di credit swap appunto) circa 93 miliardi, solo tra settembre e dicembre, nelle casse di banche connazionali ed estere fra le quali spiccava il nome di Goldman Sachs (12,9 miliardi ricevuti).

Molti degli asset tossici che sono nominati di frequente dalla stampa sono appunto credit default swap (cds), molti dei derivati di cui si è tanto parlare per il grave indebitamento di regioni e comuni italiane con strumenti di “finanza creativa” contengono al loro interno dei credit swap. Eppure in sé questi strumenti dovrebbero rappresentare una sorta di polizza assicurativa e da molti operatori sono usati come un indicatore dell’andamento delle società più importanti: il credit swap di questa società sale? Vuol dire che la società è nei guai o addirittura che sta per fallire (aumenta infatti la domanda di copertura e quindi il prezzo delle polizze pagare per salvaguardarsi). Il problema è proprio la trasparenza, la trasparenza e le dimensioni di un mercato fuori misura e fuori dal controllo dei regolatori finanziari delle varie nazioni (Sec e Fed in primis, ma anche molti altri anche europei).

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L'Europa rallenta, Italia in recessione

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Ombre scure sull’Europa. L’ultima tornata di rilevazioni del Prodotto interno lordo, ossia della ricchezza creata dalle varie economie nazionali del Vecchio Continente, conferma infatti i timori di un allargamento all’economia reale della crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti e allargatasi ormai al mondo intero.

Il Pil italiano ha registrato oggi una flessione del nostro prodotto su base trimestrale di circa 0,5 punti percentuali (fonte Istat). Su base annua la flessione sale allo 0,9 per cento. Visto che già il secondo trimestre del 2008 era stato caratterizzato da un rallentamento del Bel Paese dello 0,4 per cento, l’Italia entra ufficialmente in recessione tecnica.

Una fase di rallentamento che purtroppo si diffonde a macchia d’olio nelle economie dei paesi industrializzati. In Europa già ieri la Germania, con una flessione dello 0,5% nel Pil del terzo trimestre che seguiva un calo dello 0,4% nel secondo trimestre del 2008, era entrata in recessione tecnica.

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Crisi Usa: forse è il caso di ricordare Charles Dow

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Charles Dow, il padre dell’analisi tecnica finanziaria, sosteneva nella sua prima legge che il mercato sconta tutto. I prezzi degli indici del mercato azionario riflettono insomma tutto quello che è conosciuto sulle azioni che li compongono e non appena spunta una nuova informazione si muovo per adattarsi ai mutamenti che questa comporta. In un certo senso la crisi finanziaria globale che sta terrorizzando operatori finanziari e piccoli risparmiatori di tutto il mondo smentisce clamorosamente proprio questo assioma di Dow o, se si preferisce, lo vendica. Perché quello che ha generato questo terremoto della finanza globale che sta travolgendo l’economia reale è stato proprio la mancanza di informazioni. Le banche non sapevano cosa avevano in pancia, i titoli legati in varia maniera ai mutui subprime rimpallavano da un lato all’altro del pianeta senza che nessuno sapesse bene cosa maneggiava. Non è concepibile che le banche sapessero cosa ci fosse dentro i vari titoli salsiccia, abs e affini per il semplice fatto che molte di loro hanno pagato il conto di questa disinformazione con la bancarotta. Le banche, dunque, non sapevano, anche se, loro per prime, avrebbero dovuto sapere.

Oggi la sfiducia è diventata tale che nessun istituto presta più niente a nessun altro collega. Tutti hanno paura di tutto in quanto non sanno più di cosa fidarsi: in altre parole ci si muove al buio ovvero in un contesto informativo non solo carente, ma anche insidioso. Un clima sconfortante che non viene alleviato dagli storici e massicci interventi di governi e banche centrali, ma si nutre di sfiducia ed è ormai arrivato a colpire i piccoli risparmiatori, quelli che, in ultima analisi, di solito alla fine pagano il conto per tutti.

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