
L’attuale modello economico occidentale sta vivendo uno dei momenti di crisi più tragici della sua storia. Che il modello sia malato è stato da tempo ribadito e assodato, anche da coloro che inizialmente l’hanno sostenuto e ne hanno largamente beneficiato. Eppure l’inversione di tendenza tarda ad arrivare, nonostante uno stato delle cose chiarissimo e l’opinione di autorevoli economisti e manager.
Roger L. Martin preside della Rotman School of Management presso l’Università di Toronto, è uno di questi, e nel suo nuovo libro Fixing the Game utilizza un linguaggio metaforico per dare voce e sostanza ad una considerazione che risale al 1999 ed è stata attribuita a Jack Welch, celebre amministratore delegato della General Electric, un manager in grado di portare la sua azienda da 12 miliardi di dollari di fatturato ad oltre 360.
“Massimizzare il valore delle azioni è l’idea più stupida del mondo“.
Oggi esiste una scollatura tra l’economia reale (per semplificare quella delle fabbriche e degli uffici in cui vengono progettati e realizzati prodotti, le merci e i servizi sono venduti e comprati e alla fine ai ricavi si sottraggono le spese per determinare l’esatta quantità di dollari di profitto realizzati) e il cosiddetto “mercato delle aspettative”, l’economia finanziaria.
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Si apre una settimana che si annuncia di forti difficoltà sui mercati finanziari. Le Borse europee hanno avviato le contrattazioni in forte calo sulla scia degli indici asiatici e soprattutto della chiusura di venerdì a Wall Street. I dati macroeconomici - in particolare l’assenza di nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti - avevano infatti spinto al ribasso i listini americani, anche a causa della crisi di fiducia nella leadership del presidente Obama.
In Europa, per di più, si sommano le incertezze legati alla crisi dei debiti sovrani, con un riflesso immediato sull’andamento dei titoli di stato. La manovra economica studiata dal governo italiano - e modificata con una frequenza inquietante - mette in apprensione i partner europei e non rassicura affatto i mercati, come scrive oggi anche il Wall Street Journal.
L’Italia deve fare molto di più - e meglio - se vuole recuperare parte della credibilità perduta e sostenere i titoli del Tesoro senza l’aiuto della Bce. Per adesso infatti lo spread fra i Btp a dieci anni e i Bund tedeschi è aumentato ancora di dieci punti e ha raggiunto i massimi da quando la Banca centrale europea ha annunciato l’acquisto di titoli italiani sul mercato: il differenziale ha toccato i 348 punti.
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Quanti sono 14.5 Trilioni di dollari (vale a dire l’ammontare, in costante crescita, del debito pubblico americano)? Il “Trilione” corrisponde a mille miliardi, una cifra talmente grande da perdere anche senso e significato. Proprio per questo è utile andare a dare un’occhiata all’infografica pubblicata qui che cerca di spiegarlo nel modo più semplice ed intuitivo possibile.
In questo modo possiamo scoprire che se noi prendessimo in prestito 1 dollaro ogni secondo ci vorrebbero 12 giorni prima di raggiungere un milione di dollari. Allo stesso modo sarebbero necessari 31 mila anni per arrivare alla cifra di un trilione. Bene, nell’ultimo anno il governo americano ha preso in prestito ogni secondo 41.6 milioni di dollari. D’altra parte con 14.5 trilioni di dollari si potrebbe sfamare l’intera Africa orientale per qualcosa come 4000 anni, due volte lo sviluppo della civiltà della nascita di Cristo in avanti.
Ha ancora senso considerarlo un “credito esigibile” nel senso assoluto del termine?
Via | Business Insider

Tutto sommato è andata bene: l’uragano Irene, vuoi per il catastrofismo dei media, vuoi per l’incredibile attenzione dedicata all’evacuazione di Manhattan (scommettiamo che se non avesse riguardato la Grande Mela ne avrebbero parlato in pochi?), non ha provocato l’apocalisse che in molti si erano affrettati ad ipotizzare e a definire persino probabile. Attenzione però a non cadere nell’errore opposto, le vittime sono state “poche”, ma i danni sono stati considerevoli anche se New York è stata sostanzialmente risparmiata.
Prima che venisse declassata a “tempesta tropicale” (non è gradevole affrontare nemmeno quelle) Irene potrebbe aver causato qualcosa come 12 miliardi di dollari in danni ad infrastrutture e case. La stima è del Wall Street Journal, ma ci vorranno ancora diversi giorni prima che la contabilità sia completa, ma fino ad ora la cifra è andata progressivamente a crescere senza soluzione di continuità.
Le conseguenze a livello politico? Un’ovvia riapertura del dibattito, meglio definito “la guerra”, fra Repubblicani e Democratici sul budget. Per gli esponenti del partito dell’elefantino ogni dollaro impiegato per riparare ai danni provocati dovrà provenire da tagli su altre voci di spesa, nessun aumento della spesa federale dovrebbe essere consentito, nonostante l’eccezionalità della situazione. D’altra parte quest’anno il clima non è stato tenero con gli USA: fra inondazioni, tornado e ondate di calore le cifra dovrebbe raggiungere i 35 miliardi di dollari.
Continua a leggere: Quanti sono e chi pagherà i danni dell'uragano Irene?
Quali sono gli indicatori classici per verificare lo stato dell’economia? Ci sono gli andamenti dei mercati, il rating dei debiti sovrani, la salute dei conti delle imprese, i consumi, la disoccupazione, il PIL, il reddito medio ed altri altri. Se volessimo cercare indicatori alternativi? Non istituzionalizzati? Le ipotesi sono tante, strambe alcune, e vanno ben oltre al celebre Indice Big Mac.
C’è chi crede sarebbe utile verificare le vendite di preservativi (un loro calo potrebbe indicare una forte percezione della crisi con un conseguente calo della libido), ma anche la misurazione empirica dell’attaccatura dei capelli seguendo l’idea che ad un maggiore stress corrisponde una cospicua riduzione del cuoio capelluto. Alcuni lettori dell’Economist hanno anche consigliato di dare un’occhiata ai redditi dei veterinarie: le vaccinazioni e le cure per gli animaletti domestici sono le prime a calare quando il reddito disponibile scarseggia.
Tutte misurazioni un po’ complicate, con dati non sempre disponibili. E se si usassimo internet? Semplice, veloce ed immediato. Proprio da questo esperimento arriva l’immagine che potete vedere nel post: contare il numero di ricerche su Google per “Gold Price” e confrontarlo con l’indice della fiducia dei consumatori americani. L’evidenza mostra come il dato statistico delle ricerche proveniente da Google Analytics sia molto più “veritiero” nel raccontare l’insorgenza di una crisi finanziaria di quanto non lo sia l’indice istituzionale. Non sarà esattamente scientifico, ma certamente suggestivo.

La crisi finanziaria e i pesanti crolli nelle borse di tutto il mondo stanno rendendo l’eco di chi evoca il fantasma della Crisi del ‘29 e della grande depressione che ne seguì sempre più forte. Le conseguenze di quella crisi furono drammatiche e prolungate negli anni successivi, proprio al 1933 risale il “reperto” mostrato in questa fotografia.
Si tratta di una “conchiglia-moneta” del valore di 50 centesimi di dollaro. La storia racconta che nel marzo di quell’anno il Presidente Roosevelt ordinò quattro giorni di chiusura forzata a tutte le banche per cercare di frenare una delle tante ondate di panico durante le quali i risparmiatori accorrevano agli sportelli per ritirare tutto il loro denaro.
Il contante scarseggiava e così le comunità, per evitare che l’economia si fermasse, crearono diversi tipi di “valute d’emergenza”. La conchiglia della foto è frutto della fantasia della Leiter’s Pharmacy in Pismo Beach, California, che “emise” una serie di queste particolari valute, con tanto di possibilità di essere “girate” ad altri consumatori con una firma sul retro. Per il bene di tutti si spera che questo genere di stranezze non si rendano necessarie anche in futuro…
[Via | New York Fed]

Cosa ha provocato la crisi finanziaria di queste settimane? La risposta più ovvia e banale è una soltanto: i debiti sovrani. Gli stati sono troppo indebitati, le agenzie di rating declassano persino i titoli americani, le borse crollano bruciando capitalizzazioni già fragili, e parte la corsa folle ai tagli. In Italia siamo arrivati alla soglia dei 50 miliardi di euro recuperati con il decreto anti-crisi, ma qualcosa di simile stanno facendo anche altri paesi europei, Francia in testa.
Il timore è sempre il solito: uno spread in salita e il declassamento di una delle famigerate Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch a provocare il panico degli investitori, mentre gli speculatori possono gioire. I governi fanno a gara ad emanare misure d’urgenza per contenere il debito, ma perdono di vista il problema fondamentale: il debito è insostenibile nel momento in cui le entrate fiscali non riescono a sostenerlo.
Dobbiamo forse ritenere che tutti i politici del mondo, da destra a sinistra, hanno smesso di credere alla possibilità di una crescita economica infinita? Potrebbe essere, ma non è quello che ci stanno raccontando. Nei fatti la crisi finanziaria sta colpendo indistintamente tutti, compreso il Regno Unito guidato da David Cameron. Proprio guardando a questo esempio risulta “profetico” l’intervento di un celebre economista a commento della legge di bilancio approvata dal governo conservatore all’inizio del 2011.
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Steve Jobs ha lasciato la carica di CEO dell’azienda di Cupertino. Passaggio storico per Apple per un uomo simbolo di una rivoluzione hi-tech (e di altissimi profitti) ancora in corso. Quando Jobs era tornato al timone dell’azienda che aveva contribuito a fondare dopo alcuni anni di lontananza le azioni Apple valevano 6,56$ ciascuna, ieri, prima dell’annuncio delle dimissioni per problemi di salute, erano arrivate a 376,18$ (ed un anno fa con il lancio dell’iPhone 4 toccarono il record di 403,41$). Si stanno sprecando sul web le agiografie dell’A.d. perennemente con jeans e lupetto nero indosso e sul nostro MelaBlog hanno tradotto un post di Robert Scoble che sul The Next Web racconta il suo “perché” Jobs sia stato tanto speciale:
Perché proprio lui?
Dopo essere andato indietro di 34 anni con la memoria, la risposta mi fu chiara: c’è un solo imprenditore che mi abbia mai detto di guardare il retro di un prodotto per capirne la sua bellezza. Era stato al lancio dell’iMac, quando Jobs mostrava le linee moderne che ancora oggi ho sulla mia scrivania che disse “guardate al metallo, dietro, non è bellissimo?”. E lo era. A tutti gli altri ceo non importava nulla di cosa ci fosse sul posteriore dei loro prodotti. Pensavano solo a tagliare i costi. Non era stata quella la prima volta che notavo l’attenzione che prestava Jobs a questioni apparentemente irrilevanti (…) ricordo quando Jobs volle dipingere di giallo il pavimento della fabbrica dei Macintosh. Dopo tutto, un prodotto come quello, andava assemblato in un bel posto.
Beh, quei tempi sono cambiati, ora i pavimenti gialli non ci sono più e i prodotti Apple sono assemblati dalla Foxconn (con i risultati che sappiamo) in Cina, ma nell’immaginario Jobs resta il romantico visionario di “Stay Hungry, Stay Foolish“. I fanboy hanno colto con ovvia delusione la sua parziale uscita di scena, ma sui mercati le quotazioni in apertura non calano considerevolmente (si balla attorno al -2% a quota 368 dollari per azioni), ed in chiusura di seduta il segno è positivo, +0.15%, ogni azione vale 57 cent in più rispetto a ieri.
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La fortuna di aziende cinesi come la Foxconn deriva dai bassi costi della manodopera, è un fatto. I prodotti della Apple, dai Mac agli iPhone fino agli iPad, sono autentici status symbol, “costano di più ma funzionano meglio” si dice, pur essendo tutti assemblati in Cina esattamente come i prodotti dei concorrenti dell’azienda guidata da Steve Jobs. La Foxconn può contare su 1 milione e 200 mila dipendenti ed è finita più volte nel mirino della stampa per i salari bassi e le condizioni di lavoro proibitive che sarebbero fra le cause dei tanti suicidi registrati fra i lavoratori.
Il tema delle condizioni di lavoro è delicatissimo, soprattutto quando il tuo committente principale è la Apple, e Terry Gou, fondatore della Foxconn lo sa bene. Negli ultimi due anni sono stati costretti ad aumentare i salari, a fornire assistenza psicologica gratuita e finanche a costruire reti di contenimento per ridurre lo sport più diffuso fra i dipendenti: “il salto dal palazzo senza corda di sicurezza“.
La soluzione però rischia di diventare anti-economica così arriva l’annuncio di un piano che prevede l’acquisto di un numero non meglio precisato di robot da affiancare ai 10 mila già presenti nelle diverse fabbriche sparse nel paese per affidare alle macchine tutta quella parte del lavoro di routine di lubrificazione, assemblaggio e saldatura che fino ad oggi era più conveniente lasciare nelle mani degli operai.
Continua a leggere: Foxconn: iPad e iPhone assemblati da robot per ridurre il numero di suicidi?

Ormai lo saprete tutti, Google ha comprato la divisione mobile di Motorola. Un investimento da 12,5 miliardi di dollari, una mossa inattesa ed imprevista dalla gran parte degli analisti che può avere diverse conseguenze per Google, per Motorola e per Android. Nella torrida giornata di ferragosto i colleghi di MobileBlog annunciavano:
L’accordo nasce “spontaneamente”, a detta dell’amministratore delegato e fondatore di Google che si é complimentato per l’impegno dimostrato dalla Motorola nei confronti della piattaforma Android. La mossa di Google viene dopo la tentata ma non riuscita di acquisizione dei brevetti Nortel, e segna di fatto una svolta storica nella telefonia mobile, permettendogli per la prima volta di poter produrre, oltre al software, anche il proprio hardware.
Tutto vero, ma non basta. In realtà un collegamento fra Google e Motorola c’era già attraverso due membri del consiglio d’amministrazione. William Hambrecht e Jeff Levick, entrambi presenti anche nel board di AOL. Non solo, l’interesse di Big G per Motorola Mobile deriva anche dai circa 17 mila brevetti che la multinazionale che produce smartphone possiede, lo spiega Gianluca Pezzi sul nostro DownloadBlog:
Ebbene, si può spiegare con i 17.000 brevetti di Motorola, la cifra di 12,5 miliardi di dollari spesi da Google per un’azienda che ha avuto perdite secche negli ultimi quadrimestri. Nessuna azienda, neanche Google, può spendere così tanto senza pensare di rientrare dell’investimento fatto.