
Se la guerra al terrore ha segnato un punto a favore deglu Stati Uniti con l’uccisione di Osama bin Laden, sta per scoppiare a quanto pare un altro conflitto, per fortuna molto meno cruento, ma che rischia di coinvolgere due dei principali mercati finanziari di Oltreoceano, il New York Stock Exchange e il listino tecnologico Nasdaq.
Dopo l’ennesimo rifiuto da parte del Nyse, che ha respinto ufficialmente l’offerta amichevole lanciata da Nasdaq e Ice, che offrivano insieme 11,3 miliardi di dollari, i due pretendenti respinti si preparano a trasformare la loro proposta in un’offerta ostile: visto il no del management, Nasdaq e Ice si rivolgeranno direttamente agli azionisti da cui sperano di ottenere un’accoglienza migliore.
Il consiglio di amministrazione di Nyse Euronext, infatti, ritiene l’offerta del Nasdaq rischiosa dal punto di vista delle autorità di sorveglianza e soprattutto penalizzante per la forza lavoro del gruppo: i due pretendenti, infatti, puntano a uno “spezzatino” in cui IntercontinentalExchange rileverebbe il business dei derivati, mentre Nasdaq OMX conquisterebbe le restanti attività. Il cda del Nyse preferisce quindi l’offerta di Deutsche Boerse, che garantisce meno sovrapposizioni e secondo i consigliere si integrerebbe meglio con la società americana.
Una battaglia del genere, ovviamente, non può che favorire gli azionisti che hanno tutto da guadagnare da una sorta di asta fra due pretendenti. Da parte sua il Nasdaq, in un comunicato, attraverso il Ceo Robert Greifeld ha accusato il Nyse di aver “messo in discussione la serietà della proposta e aver rifiutato di intavolare una trattativa”. Per questo motivo il piano B è adesso quello di rivolgersi direttamente agli azionisti. Un passo ulteriore sulla strada dell’integrazione fra i diversi listini azionari che ha già visto Borsa Italiana unirsi al London Stock Exchange.
Il “fallimento” della Grecia era un po’ sparito dalle prime pagine dei giornali: ma le cose non si erano affatto sistemate. Anzi: oggi su Linkiesta leggo di un report di UBS non particolarmente tranquillizzante.
L’ultimo report del colosso bancario elvetico UBS non lascia spazio all’ottimismo per il futuro di Atene. Nonostante le raccomandazioni alla calma del ministro delle Finanze George Papaconstantinou, il destino del Pireo è segnato. Il fallimento arriverà e la Grecia dovrà rinegoziare i suoi debiti. Per l’Eurozona potrebbero esserci perdite per almeno 155 miliardi di euro. Ma a preoccupare è il contagio che si scatenerà in seguito alla dichiarazione d’insolvenza.
Si mette molto male quindi per Papaconstantinou, ma soprattutto per i creditori del debito greco. Le cifre sono importanti…
Continua a leggere: Crisi Grecia, UBS avverte: «Ristrutturerà il suo debito nel 2012»
Sembrano già così lontani quegli anni, sembra una vita fa: era il 2005, quando quella che giornalisticamente passò alla storia come “bancopoli” riempì le colonne dei quotidiani. Fu coniata anche un’espressione che gira ancora oggi, “i furbetti del quartierino”, e anche certe intercettazioni - Fassino al telefono con Consorte che domanda “Abbiamo una banca?” - ce le ricordiamo ancora…
Perché tornare a parlarne oggi? Perché oggi di fronte alla prima sezione penale del tribunale di Milano i pm Luigi Orsi e Gaetano Ruta hanno chiesto condanne pesanti per i protagonisti della vicenda:
I reati contestati vanno dall’aggiotaggio informativo all’insider trading, all’ostacolo alle funzioni di vigilanza. Assoluzione richiesta solo per Emilio Gnutti e Pierluigi Stefanini, all’epoca dei fatti rispettivamente presidente di Hopa e di Holmo, la controllante di Unipol, e per due manager della Deutsche Bank (…) Condanna proposta per l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio (tre anni e sei mesi) e per l’allora capo della vigilanza Francesco Frasca (due anni e quattro mesi), che segue puntualmente ogni udienza che lo riguarda anche nel processo Antonveneta. La pena più elevata è stata quella richiesta per l’ex presidente di Unipol Giovanni Consorte (quattro anni e sette mesi)
Su La Stampa c’è un articolo di approfondimento. Fazio, ex governatore della Banca d’Italia non ne esce bene, viene definito un “autocrate con una visione medievale della finanza”…
Continua a leggere: Unipol: le richieste dei pm per Fazio e Consorte
Deliberato il 13 aprile scorso dal Consiglio dei Ministri il DEF - Documento di Economia e Finanza - scatta una foto al presente dell’Italia e cerca di delineare il futuro del Paese. È al centro dell’attenzione in questi giorni, sono tante le reazioni al documento. Intanto, potete farvi un’idea da voi, scaricando integralmente i pdf di DEF e PNR per esempio dal sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Questo pezzo di Repubblica di alcuni giorni fa riassume bene il contenuto del documento, la parola chiave è una sola, stabilità.
“L’unico messaggio responsabile e nell’interesse del Paese è che non esistono i presupposti per una crescita duratura ed equa senza stabilità dei conti pubblici”
Continua a leggere: DEF e PNR: Tremonti e il Documento di Economia e Finanza 2011
Non è certo piacevole né giusto, ma è così: i ricchi tendono diventare sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Il vantaggio genera ulteriore vantaggio e la disuguaglianza sociale aumenta mentre la forbice tra i redditi si allarga: si chiama “effetto San Matteo” l’ha approfondito Daniel Rigney in questo volume edito da Etas Libri.
E negli Stati Uniti come vanno le cose da questo punto di vista? Decisamente male. Ce lo raccontano una serie di infografiche uscite su MotherJones: la distribuzione del reddito - occhio però, i dati sono in alcuni del 2008 e in altri del 2007, prima della bolla immobiliare e della crisi - negli States vede un 90% delle famiglie con un reddito fino a 31.244 $ annui.
Nella fascia di reddito successiva con 164.647 $ di reddito medio annuo rientrano circa il 10% degli americani. Lo vedete qui sopra: i quadratini azzurri sono i redditi fino 31.244 $, quelli rosso scuro, invece arrivano fino a 164.647 $, e poi c’è il quadratino rosso chiaro… dal quale parte un altro quadratino ingrandito in alto a destra.
È quello dei mega ricchi, con un reddito medio annuo di 27.342.212 $: lo 0,01% della popolazione.
Via | MotherJones

I mercati sono inquieti e gli investitori diventano ogni giorni più avversi al rischio, come si dice in gergo, cioè sono meno disposti a investire i loro soldi in attività rischio: preferiscono le obbligazioni alle azioni e i titoli tedeschi a quelli dei paesi emergenti, per fare un esempio banale ma chiaro.
La crisi in Medio Oriente, in particolare l’incertezza e la guerra civile esplosa in Libia, e la minaccia nucleare in Giappone - con i rischi di black out e addirittura di contaminazione radioattiva - tengono il mondo con il fiato sospeso e non potevano non influenzare l’andamento dei mercati finanziari.
Come segnala il Financial Times anche la febbre da Ipo - i nuovi collocamenti azionari che dall’inizio dell’anno avevano ripreso a susseguirsi a un ritmo sostenuto - si è notevolmente ridotta e molte società, che erano pronte a sbarcare sulle Borse mondiali hanno rimandato il momento del debutto, in attesa di tempi migliori.
Continua a leggere: Il nucleare giapponese e la Libia fanno saltare diverse Ipo
Molto interessante questo post di John McDermott su Alphaville, uno dei blog del Financial Times. Che cosa spiega? Spiega di un nuovo indice per misurare i 3G ovvero i “Global Growth Generators”, cioè le nazioni che traineranno l’economia globale verso la crescita.
Bangladesh, Cina, Egitto, Indonesia, India, Iraq… li trovate in questa tabella e nelle immagini della gallery, insieme a un altro grafico dove si mostra lo spostamento inesorabile verso oriente del baricentro economico globale. Ma come si calcola questo indice 3G?
Si tratta di una media ponderata di sei indicatori. I sei indicatori sono: 1) il rapporto tra risparmio e investimenti 2) le prospettive di crescita o decrescita demografica 3) le condizioni sanitarie 4) le strutture educative e scolastiche 5) un indicatore qualitativo delle istituzioni e delle politiche di governo 6) un indicatore finale sulla apertura al commercio internazionale. Dal nostro punto di vista le nazioni più promettenti sono: Bangladesh, Cina, Egitto, India, Indonesia, Iraq, Mongolia, Nigeria, Isole Filippine, Sri Lanka e Vietnam
Loro hanno tutto il futuro davanti: e noi?
Foto | Flickr

Faranno bene al titolo Mps i rialzi di oggi all’indomani della pubblicazione della trimestrale. Gli analisti di Citigroup e di Credit Suisse hanno subito promosso i risultati della banca senese da sell a hold e da undeperform a neutral. In altri termini il gruppo ritorna, secondo le due banche, alla sufficienza. Se si guardano i prezzi obiettivo posti dai due broker sono a 91 centesimi e a 1,15 euro: visto che il titolo viaggia già a 94 centesimi stamattina, quello di Citigroup rischia di essere un suggerimento di vendita, mentre le valutazioni della banca svizzera indicano che, entro una anno, il titolo dovrebbe tornare sui valori di fine aprile. Francamente in entrambi i casi la valutazione dei risultati di Mps appare un po’ ingenerosa, anche se giustamente prudente. Soprattutto se si considera l’annunciato ritorno alla cedola.
Gli utili trimestrali del gruppo Mps sono pari a 118,9 milioni di euro, contro i 31,5 del secondo trimestre del 2009: significa che sono quasi quadruplicati. Se però si guarda al saldo semestrale si nota una flessione del 21,4% nella bottom line del conto economico a quota utili 261,2 milioni di euro. Un trimestre brillante in un anno difficile? Non proprio, anzi. Il business di Mps sembra solido come non lo si vedeva da tempo. Il risultato operativo del gruppo alla fine di giugno raggiunge i 510,8 milioni di euro con un incremento dell’8,1% assolutamente lodevole in questo periodo difficile.
Come noto i margini d’interesse delle banche sono a dir poco compressi dalla politica espansiva della Bce, tuttavia Mps riesce a comprimere la flessione del margine d’interesse all’1,4% mantenendosi sopra gli 1,8 miliardi di euro. Quello che però davvero cresce a monte del conto economico senese sono le commissioni nette che raggiungono i 986,6 milioni di euro (+3,7%). Il calo delle rettifiche sui crediti da 686,7 a 590 milioni che invia un altro segnale di solidità al mercato. A valle va evidenziata la flessione degli oneri operativi (-3,5% a 1,69 miliardi) dovuta a riduzioni di costo nelle spese amministrative e nel personale. Crescono invece gli accantonamenti netti ai fondi rischi e oneri per circa 134 milioni con un impatto da 92,2 milioni di euro nel secondo trimestre che risente soprattutto dei timori possibili perdite operative collegate a una posizione in sofferenza.
Ci sono però anche fattori straordinari molto positivi, come gli utili da cessione da investimenti per 184,2 milioni legati alla vendite di 72 sportelli a Carige: se si considera che l’utile ante imposte del gruppo è di 324 milioni nell’ultimo trimestre si comprende quanto sia stata proficua questa cessione.
A guardare il business da un’altra prospettiva si può sottolineare che sono cresciuti in maniera robusta raccolta diretta (+8,8%) e raccolta indiretta (+4,2%). Che crescono gli impieghi del 7,1% con risultati notevoli nel credito al consumo (+10,8%) e nello stipulato del leasing (+23,2%). Registrati anche flussi di collocamento per ben 11,4 miliardi di euro che confermano l’intensa attività commerciale dell’area di gestione del risparmio. Sul fronte degli impieghi i nuovi mutui stipulati ammontano a 8,7 miliardi di euro con un incremento di ben il 73% sul dato del 2009.
Da evidenziare però anche la crescita per 700 milioni dei crediti deteriorati netti rispetto a marzo: i presidi a copertura sono a circa il 40%. Le sofferenze lorde pesano inoltre al 56,5% sul rettifiche di valore che, a loro volta, pesano per lo 0,6% sugli impieghi in bonis lordi. Il portafoglio degli impieghi ha però complessivamente migliorato la propria qualità abbassando di 10 pbs al 2,6% la probabilità media di default.
Per riassumere in un numero la solidità patrimoniale della banca (dai tempi dell’acquisizione di Antonveneta faccenda scottante per la banca senese) il tier 1 ratio è al 7,8%, migliora dunque di 30 bps in tre mesi e conferma quanto già rivelato dagli stress test europei in merito: la banca ormai è solida. Non fa male infatti ricordare che nello scenario più avverso immaginato dal Cebs e dopo uno shock del debito sovrano europeo Mps mantiene ancora il tier 1 al 6,2%.
Questo ovviamente senza considerare il probabile inasprimento dei criteri di patrimonializzazione di Basilea 3 che potrebbe spostare ancora più in là le soglie minime. Al riguardo non è forse malizioso pensare che Roberto Mussari, neo presidente dell’Abi e numero uno di Mps, potesse pensare anche alla propria banca quando qualche giorno fa dichiarava, nelle vesti di numero uno dell’Associazione delle banche italiane, che sarebbe meglio aspettare ancora un po’ con il giro di vite di Basilea. Francamente però, almeno a livello europeo, sicuramente sono altri a doversi preoccupare delle nuove norme. Almeno che poi – e questo è un dubbio purtroppo legittimo- queste non finiscano per punire i modelli bancari solidi e tradizionali come quello italiano (che non ha dovuto chiedere se non i maniera marginale aiuto allo Stato, fra i sottoscrittori di Tremonti bond figura però proprio Mps) in favore di modelli diversi e più “finanziari”. Sarebbe senz’altro una sconfitta non solo di Siena, ma di tutto il Bel Paese, questo però – forse – ci porta troppo lontano da Siena.

Anche durante questo incerto agosto le pressioni finanziarie sull’Europa periferica non cessano, anzi. Dopo fragili trimestrali statunitensi e il rallentamento della ripresa Usa confermato dalle fosche parole di Ben Bernanke che pensa che la crisi durerà e che la Fed continuerà a sostenere i buoni del Tesoro Usa, è arrivata la crisi della domanda interna cinese e dunque si è tornati al Vecchio Continente. L’intervento in favore dell’irlandese Allied Irish Bank ha proiettato fosche ombre sulla tenuta del sistema finanziario europeo e sulla cedibilità degli stress test Ue che avevano promosso questa banca.
In realtà va evidenziato che era già noto che il gruppo irlandese dovesse procedere a ricapitalizzazioni e che negli stessi risultati degli stress test condotti dal Cebs su stretta coordinazione con la Bce si legge che una serie di interventi avrebbero dovuto ricapitalizzare la banca a breve.
D’altra parte il successo delle aste dei titoli sovrani d’Irlanda e di Spagna ha cancellato rapidamente questi timori ottenendo anzi un calo dei rendimenti di questi bond. Stessa cosa si è vista sul decennale del Bund con forti richieste sulle scadenze lunghe, anche se qualcuno potrebbe tornare al discorso dell’Europa a due velocità e della locomotiva tedesca che impone dei distinguo.
Continua a leggere: Dall'Irlanda alla Grecia guai d'Europa, ma la Germania tira dritto

E’ andata anche troppo bene. Gran parte del giornalismo anglosassone sintetizza così il risultato degli stress test europei sul sistema bancario del Vecchio Continente, eppure è palese che i criteri utilizzati per condurre queste prove sulle banche Ue non sono stati meno duri e completi di quelli condotti sulle banche statunitensi.
Non che manchino le criticità, senza dubbio, ma tutto sommato il lavoro svolto dagli esperti del Cebs (strettamente controllati dalla Bce e dalla Commissione) è stato accurato e coerente. Certo la mancanza dell’ipotesi di default di uno stato europeo può essere considerata un vulnus alla credibilità di questo esercizio. Va però ricordato che gli Stati Uniti nel loro stress test di successo hanno conteggiato solo 19 banche contro le nostre 91 e che non hanno certo incluso nel loro scenario l’ipotesi di fallimento di uno stato interno alla federazione (per esempio la California) che pure è allo stato delle cose non meno probabile di quella del fallimento di un membro della comunità europea.
Per garantire il mercato del debito sovrano Ue e l’appoggio alla liquidità delle nazioni dell’Europa periferica Bruxelles ha buttato in acqua un salvagente da ben 750 miliardi di euro che significa molto di più di quanto l’America abbia messo finora con il piano Paulson.
Se qualcuno poi volesse parlare della dipendenza delle banche europee dai finanziamenti della Bce (dipendenza peraltro in riduzione) si potrebbero ricordare i finanziamenti del programma americano Talf, non approvati dal Congresso Usa, ossia il sostegno diretto all’economia e a certi mercati che è stato una scelta senza dubbio assai meno forte di quella di consentire alla Bce un parziale intervento in favore delle banche con crisi di liquidità.
Se si passa alla Gran Bretagna, si può ricordare che il sistema bancario britannico esiste ancora solo perché il governo UK l’ha salvato con finanziamenti più o meno trasparenti e con l’aiuto di investitori stranieri. Gli haircut, ossia le previste riduzioni di valore del debito sovrano europeo nel caso di grave inasprimento delle condizioni economiche, non sono certamente paragonabili al default di uno Stato Sovrano, d’altra parte chi crede veramente che Stati Uniti e Gran Bretagna meritino un rating da tripla A?
Ovviamente simili dubbi non portano a niente di davvero costruttivo, ma almeno contestualizzano quanto rilevato. Il recente intervento della Cina nell’asta dei bonos ha rivelato un importante sostegno di Pechino all’euro e quindi fornito un paracadute potenziale in più. Le criticità sono emerse laddove tutti le cercavano, ossia in Spagna, Germania e Grecia. I capitali provenienti dagli aiuti di Stato sono stati inclusi nei requisiti patrimoniali del test: d’altra parte a che sarebbero serviti altrimenti? Se si conteggiano i capitali richiesti dalla tedesca Hypo Real Estate, dalla greca Ate e dalle 5 casse spagnole che non riuscirebbero a mantenere il tier 1 ratio sopra il 6% (in caso di grave crisi) si arriva alla cifra di 3,5 miliardi di euro di nuovo capitale richiesto: una cifra assai inferiore alle attese che spesso scontavano interventi ben superiori ai 30 miliardi di euro.
Fino a che punto questo risultato può davvero essere considerato una spia di un “soft test” e non un successo della finanza europea? La mina delle Landesbank non è esplosa, ma NordLB e PostBank si sono mostrate più fragili del previsto. Nessuno si nasconde certo che il sistema bancario tedesco è ancora debole (almeno in alcuni casi), nemmeno le autorità locali che, in qualche caso, stanno già correndo ai ripari. Idem per la Spagna che ha già avviato il processo di intervento nel mondo delle casse di risparmio iberiche spesso gravemente danneggiate dalla crisi immobiliare.
Quello che davvero hanno rivelato questi stress test è il forte legame tra l’economia reale e le banche europee. Irwin Stelzer, un esperto americano dell’Hudson Institute che ha pubblicato un articolo abbastanza critico sugli stress test Ue fra le pagine del Wall Street Journal, ha sottolineato che secondo Ubs e altri osservatori gli asset a rischio finanziati dalle banche spagnole non sarebbero solo il 5% ma si approssimerebbero al 14 per cento. Se è inoltre vero che il 70% dei debiti delle non quotate dell’Eurozona è stato contratto verso banche e non, come in America, sul mercato dei capitale, appare sempre più concreto il rischio che la debolezza della ripresa pesi anche sugli istituti di credito. I legami fra imprese e società da un lato e banche dall’altro raggiungono uno dei loro apici proprio nel Bel Paese dove le attività tradizionali, relativamente distanti dalla finanza internazionale, sono ancora la maggiore fonte di reddito delle banche. Questo significa in pratica un maggior legame col territorio e una maggiore ciclicità che però potrebbe tornare utile in vista di un miglioramento della congiuntura. Il prossimo importante appuntamento è quello di Basilea dove nuove regole saranno poste per tutti. La capacità di influenzare il dibattito sarà fondamentale per l’Italia che, per via di diverse sue peculiarità, rischia di trovare inadeguata e svantaggiosa la nuova veste normativa. Per questo le banche dovranno lottare ancora, per non scoprire, all’indomani di Basilea, che il modello di business che le ha salvate è diventato meno conveniente di quello delle banche meno “virtuose”.