Dall'Irlanda alla Grecia guai d'Europa, ma la Germania tira dritto

pubblicato da riva

europa grecia mercato finanza risultati andamento germania usa crisi euro

Anche durante questo incerto agosto le pressioni finanziarie sull’Europa periferica non cessano, anzi. Dopo fragili trimestrali statunitensi e il rallentamento della ripresa Usa confermato dalle fosche parole di Ben Bernanke che pensa che la crisi durerà e che la Fed continuerà a sostenere i buoni del Tesoro Usa, è arrivata la crisi della domanda interna cinese e dunque si è tornati al Vecchio Continente. L’intervento in favore dell’irlandese Allied Irish Bank ha proiettato fosche ombre sulla tenuta del sistema finanziario europeo e sulla cedibilità degli stress test Ue che avevano promosso questa banca.

In realtà va evidenziato che era già noto che il gruppo irlandese dovesse procedere a ricapitalizzazioni e che negli stessi risultati degli stress test condotti dal Cebs su stretta coordinazione con la Bce si legge che una serie di interventi avrebbero dovuto ricapitalizzare la banca a breve.

D’altra parte il successo delle aste dei titoli sovrani d’Irlanda e di Spagna ha cancellato rapidamente questi timori ottenendo anzi un calo dei rendimenti di questi bond. Stessa cosa si è vista sul decennale del Bund con forti richieste sulle scadenze lunghe, anche se qualcuno potrebbe tornare al discorso dell’Europa a due velocità e della locomotiva tedesca che impone dei distinguo.

Continua a leggere: Dall'Irlanda alla Grecia guai d'Europa, ma la Germania tira dritto

condividi condividi 0 commenti martedì 30 novembre 1999

Basilea: più trasparenza e rapidità non farebbero male

pubblicato da riva

mercato finanza banche basilea risultati andamento cina europa america stati uniti azioni unicredit intesa sanpaolo mps deutsche bank regole basilea 3 fondi liquidit�  leverage risultati nuove norme

Fiducia. Operatori, investitori grandi e piccoli, istituzioni di varia natura, osservatori terzi (se è possibile che qualcuno sia “terzo” all’economia globale) sembrano tutti assediati dalla paura, l’antitesi esatta di quello che si dovrebbe vedere durante una ripresa. L’elevata volatilità dei mercati (favorita anche dalla tradizionale scarsa liquidità di questa stagione) lo conferma. Così come lo conferma l’antologia delle previsioni apocalittiche o anche, all’opposto, delle minimizzazioni eccessive. Sembra quasi che le nazioni, come le grandi banche, siano ormai tanto fragili da dover essere trattate con guanti di velluto e possibilmente con complicità e sostegno. Sicuramente qualcosa di vero c’è, visto che ancora molti colossi bancari sono alle prese con scenari difficili sia per i tassi d’interesse, che per gli asset in portafoglio, che per le molte trimestrali (industriali soprattutto) che hanno deluso le attese degli analisti. Scenari preoccupanti tornano ad agitare lo spettro del double dip ossia della crisi a W e quindi di un nuovo inasprirsi delle condizioni dei mercati.

La fiducia il bene più importante che sostiene i mercati sembra ancora fragile, nonostante i recenti stress test abbiano consolidato la trasparenza del settore bancario europeo e confermato la sua resistenza a uno scenario di discostamento del Pil Ue di ben tre punti percentuali. Forse l’ipotesi di default di uno stato dell’Eurozona si poteva anche introdurre, tuttavia sarebbe stato contraddittorio con quanto affermato finora dai vari governi dell’Eurozona e disposto con il famoso salvagente da 750 miliardi di euro. Il rischio scontato dai cds sul debito sovrano dei maggiori paesi europei è sceso notevolmente, come rileva Markit, con gli spread sui credit default swap dell’Italia passati dai 177 del 15 luglio ai 132 di ieri. Nello stesso periodo gli spread sui cds della Grecia sono scesi da 809 a 690 punti e quelli sulla Spagna da 221 a 175. Come molti hanno sottolineato oggi anche gli spread tra i titoli di stato europei e quelli tedeschi che fanno da benchmark sono scesi notevolmente. Il successo delle ultime aste spagnola e italiana di ieri ha confermato un ritorno della fiducia sui titoli di stato europei mentre le esposizioni delle banche europee ai titoli di debito dei paesi dell’Europa periferica si dimostrano ancora molto consistenti fornendo uno dei più concreti segnali di fiducia al mercato sull’impossibilità di un default.

Continua a leggere: Basilea: più trasparenza e rapidità non farebbero male

condividi condividi 0 commenti mercoledì 28 luglio 2010
PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ

Stress test: le banche europee si confermano solide

pubblicato da riva

stress test banche finanza andamento risultati europa america stati uniti risultati test bancari germania spagna italia

E’ andata anche troppo bene. Gran parte del giornalismo anglosassone sintetizza così il risultato degli stress test europei sul sistema bancario del Vecchio Continente, eppure è palese che i criteri utilizzati per condurre queste prove sulle banche Ue non sono stati meno duri e completi di quelli condotti sulle banche statunitensi.

Non che manchino le criticità, senza dubbio, ma tutto sommato il lavoro svolto dagli esperti del Cebs (strettamente controllati dalla Bce e dalla Commissione) è stato accurato e coerente. Certo la mancanza dell’ipotesi di default di uno stato europeo può essere considerata un vulnus alla credibilità di questo esercizio. Va però ricordato che gli Stati Uniti nel loro stress test di successo hanno conteggiato solo 19 banche contro le nostre 91 e che non hanno certo incluso nel loro scenario l’ipotesi di fallimento di uno stato interno alla federazione (per esempio la California) che pure è allo stato delle cose non meno probabile di quella del fallimento di un membro della comunità europea.

Per garantire il mercato del debito sovrano Ue e l’appoggio alla liquidità delle nazioni dell’Europa periferica Bruxelles ha buttato in acqua un salvagente da ben 750 miliardi di euro che significa molto di più di quanto l’America abbia messo finora con il piano Paulson.

Se qualcuno poi volesse parlare della dipendenza delle banche europee dai finanziamenti della Bce (dipendenza peraltro in riduzione) si potrebbero ricordare i finanziamenti del programma americano Talf, non approvati dal Congresso Usa, ossia il sostegno diretto all’economia e a certi mercati che è stato una scelta senza dubbio assai meno forte di quella di consentire alla Bce un parziale intervento in favore delle banche con crisi di liquidità.

Se si passa alla Gran Bretagna, si può ricordare che il sistema bancario britannico esiste ancora solo perché il governo UK l’ha salvato con finanziamenti più o meno trasparenti e con l’aiuto di investitori stranieri. Gli haircut, ossia le previste riduzioni di valore del debito sovrano europeo nel caso di grave inasprimento delle condizioni economiche, non sono certamente paragonabili al default di uno Stato Sovrano, d’altra parte chi crede veramente che Stati Uniti e Gran Bretagna meritino un rating da tripla A?

Ovviamente simili dubbi non portano a niente di davvero costruttivo, ma almeno contestualizzano quanto rilevato. Il recente intervento della Cina nell’asta dei bonos ha rivelato un importante sostegno di Pechino all’euro e quindi fornito un paracadute potenziale in più. Le criticità sono emerse laddove tutti le cercavano, ossia in Spagna, Germania e Grecia. I capitali provenienti dagli aiuti di Stato sono stati inclusi nei requisiti patrimoniali del test: d’altra parte a che sarebbero serviti altrimenti? Se si conteggiano i capitali richiesti dalla tedesca Hypo Real Estate, dalla greca Ate e dalle 5 casse spagnole che non riuscirebbero a mantenere il tier 1 ratio sopra il 6% (in caso di grave crisi) si arriva alla cifra di 3,5 miliardi di euro di nuovo capitale richiesto: una cifra assai inferiore alle attese che spesso scontavano interventi ben superiori ai 30 miliardi di euro.

Fino a che punto questo risultato può davvero essere considerato una spia di un “soft test” e non un successo della finanza europea? La mina delle Landesbank non è esplosa, ma NordLB e PostBank si sono mostrate più fragili del previsto. Nessuno si nasconde certo che il sistema bancario tedesco è ancora debole (almeno in alcuni casi), nemmeno le autorità locali che, in qualche caso, stanno già correndo ai ripari. Idem per la Spagna che ha già avviato il processo di intervento nel mondo delle casse di risparmio iberiche spesso gravemente danneggiate dalla crisi immobiliare.

Quello che davvero hanno rivelato questi stress test è il forte legame tra l’economia reale e le banche europee. Irwin Stelzer, un esperto americano dell’Hudson Institute che ha pubblicato un articolo abbastanza critico sugli stress test Ue fra le pagine del Wall Street Journal, ha sottolineato che secondo Ubs e altri osservatori gli asset a rischio finanziati dalle banche spagnole non sarebbero solo il 5% ma si approssimerebbero al 14 per cento. Se è inoltre vero che il 70% dei debiti delle non quotate dell’Eurozona è stato contratto verso banche e non, come in America, sul mercato dei capitale, appare sempre più concreto il rischio che la debolezza della ripresa pesi anche sugli istituti di credito. I legami fra imprese e società da un lato e banche dall’altro raggiungono uno dei loro apici proprio nel Bel Paese dove le attività tradizionali, relativamente distanti dalla finanza internazionale, sono ancora la maggiore fonte di reddito delle banche. Questo significa in pratica un maggior legame col territorio e una maggiore ciclicità che però potrebbe tornare utile in vista di un miglioramento della congiuntura. Il prossimo importante appuntamento è quello di Basilea dove nuove regole saranno poste per tutti. La capacità di influenzare il dibattito sarà fondamentale per l’Italia che, per via di diverse sue peculiarità, rischia di trovare inadeguata e svantaggiosa la nuova veste normativa. Per questo le banche dovranno lottare ancora, per non scoprire, all’indomani di Basilea, che il modello di business che le ha salvate è diventato meno conveniente di quello delle banche meno “virtuose”.

condividi condividi 0 commenti lunedì 26 luglio 2010

Europa: l'elevata volatilità dei mercati richiede una trasparenza ancora maggiore

pubblicato da riva

europa finanza regole bruxelles cebs core tier 1 banche requisiti dibattito trasparenza stress test banche

L’Unione europea cerca con molta fatica di tracciare un cammino verso la trasparenza e la costituzione di una stanza di monitoraggio finanziario di livello comunitario. Sia chiaro il livello di una autentica cabina di regia economica europea, prospettato più volte da molti osservatori nelle fasi più buie della crisi, appare molto lontano, tuttavia qualche passo in direzione della coordinazione è comunque innegabile. Difficile distinguere a una decina di giorni dagli attesi risultati degli stress test i tanto decantati provvedimenti in favore della trasparenza. Gli stress test sulle banche sono ancora vaghissimi e, nonostante diversi osservatori esterni si siano anche cimentati in scenari fatti in casa anche con notevole professionalità, dei criteri ufficiali, precisi e trasparenti latitano in sede Ue. Cosa si sa oggi degli stress test europei per esempio?

Si sa che coprono 91 banche e il 65% del settore bancario europeo. Si sa che, come nel caso dello stress test condotto dagli Stati Uniti su appena 19 istituzioni finanziarie, sono previsti due scenari macroeconomici. Nel caso delle prove europee, si sa che il primo scenario (quello “conservativo”) è basato su un’evoluzione del Pil, della disoccupazione, dell’inflazione e di altri macroindicatori in linea con le attese di Bruxelles. Nel secondo caso si presuppone invece una situazione assai meno rosea con una deviazione pari anche a tre punti percentuali in termini di Pil rispetto alle stime di oggi. In Germania saranno testate 14 banche tra le quali colossi come Deutsche bank o Commerzbank, ma anche le varie Landesbank che rischiano di impensierire gli osservatori. In Spagna finiranno sotto esame altri 27 istituti, mentre in Italia le banche testate saranno solo 5.

Nel caso degli Stati Uniti le caratteristiche del capitale primario, e del suo rapporto con gli asset ponderati per il rischio, ebbero un ruolo importante, ma non è ancora chiaro in Europa questo indicatore (core tier 1 e core tier 1 ratio) che peso avrà. Gli stress test pubblicheranno anche i dati relativi ai rischi di default di stati sovrani. Il metodo utilizzato non è stato, però, pubblicato nei dettagli particolari, anzi rimangono diverse aree di indeterminazione motivate anche da opposte visioni fra alcuni membri dell’Eurozona.

Di recente le autorità europee hanno anche evidenziato la necessità di una regolamentazione degli hedge fund, dei prodotti derivati, delle vendite allo scoperto dei credit default swap e sui sistemi di garanzia dei depositi bancari. Per quel che riguarda quest’ultima voce va ricordato l’aumento a 100 mila euro della copertura garantita ai correntisti Ue in caso di default della banca depositaria. I veti incrociati paralizzano però ancora il processo decisionale.

Ancora vivo anche il dibattito sulle modifiche eventuali al patto di stabilità e di crescita, ma è probabile che, a differenza degli stress test, tutte queste nuove regole vengano nel tardo autunno o anche oltre. Dopo i recenti terremoti del mercato dei credit default swap sui debiti sovrani, la Commissione sembra avere sottolineato (maggiormente) l’importanza di un riassetto di questo mercato finanziario. Né sarebbe stata accantonata la questione delle agenzie di rating per le quali è prevista una particolare autorizzazione e forse anche l’incentivo allo sviluppo di nuovi concorrenti nel comparto attualmente dominato da Standard& Poor’s, Moody’s e Fitch. E’ comunque palese che le nuove regole non diverranno efficaci quest’anno e forse neanche l’anno prossimo. Basilea impone infine un ulteriore coordinamento all’interno della selva di istituzioni che stanno affrontando il tema in contemporanea.

Il mercato, però, non attende e valuta su tempi assai più brevi di quelli della politica europea. Reagisce così ai rating delle agenzie, alle aste dei titoli del debito sovrano, persino ai rapporti tra la Bce e le varie banche centrali del Vecchio Continente. La situazione non è per niente stabile, anzi. Il successo della recente asta di bonos spagnoli, le prospettive di crescita del Fondo Monetario internazionale, l’implementazione dei piani previsti per Atene e i segnali di ripresa (sebbene timida) dell’economia reale hanno temporaneamente rafforzato quei barlumi di fiducia di cui il mercato ha un esasperato bisogno: è bastata però la notizia della notevole crescita delle esposizioni delle banche spagnole a giugno nei confronti della Bce per rimandare le perdite del Ftse Mib e dell’Ibex 35 sopra il punto percentuale. Qualche rallentamento dopo la crescita delle ultime sedute era comunque prevedibile, anche se ogni giorno di più pare chiaro che i mercati azionari in questo periodo sono quanto mai insidiosi e che il dibattito a Bruxelles e al G20 sulle nuove regole non è riuscito in tanti mesi a portare la necessaria trasparenza e stabilità nella comunità finanziaria. Ancora una volta, come mostra palesemente il confronto con gli Stati Uniti che in qualche maniera sono già molto avanti nella ricostruzione di un più sostenibile mercato finanziario, la divisione dell’Europa non può che apparire colpevole e controproducente insieme.

condividi condividi 0 commenti mercoledì 14 luglio 2010

Riforma finanzaria Usa: un fragile compromesso è meglio di niente

pubblicato da riva

finanza regole usa riforma mercato borse derivati listini obama barack intervento volcker rule regola

Un passettino avanti nella nuova finanza del dopo-crisi il mondo lo ha fatto con il via libera della Camera degli Stati Uniti alla riforma finanziaria. Si tratta però ancora di un passettino per diverse ragioni. La prima deriva dal fatto che, anche se gli Stati Uniti sono tra i maggiori protagonisti della finanza globale, certo una riforma nel loro mercato soltanto ha bisogno di ulteriore coordinazione con gli altri grandi e piccoli mercati.

In fondo se si critica il divieto dello short selling (ma dei soli cds naked) applicato dalla Merkel in Germania perché troppo locale, non si può pensare che una riforma degli Stati Uniti soltanto possa davvero cambiare le cose: se c’è una certezza in questo autunno della crisi è che la finanza si muove su scala globale e necessita dunque di soluzioni coordinate.

Sembra meno banale in questi giorni in cui si alternano prese di posizione e distinguo in sede europea e nel più largo consesso del G20, con il solito vorremmo, vedremo, faremo che in pratica lascia le cose invariate.

Sono passati quasi tre anni dall’inizio della crisi e ancora le grandi riforme dei mercati latitano. Oggi Washington, prima imputata di questa crisi senza fine, sembra voler voltare pagina. Circa 615 trilioni di derivati contrattati annualmente sui mercati non regolamentati OTC dovrebbero ora passare su piattaforme regolamentate.

In parte sarà applicata anche la Volcker Rule per la quale però sarebbe a questo punto più adeguato trovare un altro nome visto che, secondo quanto riportato da Bloomberg, la legge che dovrebbe separare il trading dalle altre attività delle banche evitando loro rischi troppo eccessivi sarebbe stata troppo diluita. Con un compromesso dell’ultima ora le banche ora potranno investire fino al 3% del proprio capitale in fondi di private equity e in hedge fund.

A molti è parso che questa riforma chiave sia stata alla fine troppo indebolita dalle pressioni repubblicane guidate dal senatore Scott Brown. In pratica si volevano evitare casi come quello di State Street che avendo corso troppi rischi con prodotti derivati legati ai mutui ha spostato i capitali dalle attività sane mettendo a rischio la propria sopravvivenza e imponendo allo stato un salvataggio oneroso.

In compenso è stato previsto per gli hedge fund un apposito registro con relativa autorizzazione e in generale sarà messo in piedi un monitoraggio dell’intero sistema finanziario e non dei suoi singoli componenti soltanto e sono stati attribuiti forti poteri di controllo e intervento alla Federal Reserve. Una legge di intervento particolare nei casi di crisi di grandi aziende del settore dovrebbe scongiurare salvataggi costosissimi come quello di AIG o fallimenti disastrosi come quello di Lehman Brothers. Il consumatore di prodotti finanziari avrà nuovi strumenti di informazione e la Fed regolerà i mercati dei mutui e delle carte di credito (non quelli dei finanziamenti per le auto).

Molte cose insomma dovrebbero cambiare, forse meno di quanto si sperava, ma comunque a sufficienza da inviare un segnale anche in Europa dove già la Germania ha compiuto dei passi autonomi e dove Berlino e Francia premono ancora per una nuova tassa sulle banche e sulle transazioni internazionali. Come per Washington però, senza una piattaforma globale (come quella di Basilea) gli effetti delle nuove norme rimangono ancora troppo parziali.

condividi condividi 0 commenti giovedì 01 luglio 2010
PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ

L'Europa stringe la cinghia, ma la crescita è ancora incerta

pubblicato da riva

europa mercato finanza italia spagna debito aggregato criteri francia gran bretagna risultati andamento mercato borse

La Bce anche oggi è rimasta sospesa tra affermazioni vaghe e lapalissiane: la crescita c’è, ma è lenta e incerta, va meglio, ma non ancora bene. In effetti il termomentro delle borse indica elevata volatilità anche se la decisione dell’Unione europea di tenere conto nei parametri di conteggio del debito anche del debito privato è stata una mezza vittoria per l’Italia. Il Bel Paese mirava infatti all’introduzione di un vero e proprio parametro per questa grandezza da aggiungere a quelli assai più famigerati del deficit/Pil e del Debito pubblico/Pil e ha invece ottenuto un vago riferimento alla sostenibilità del debito.

Entrambi questi ratio - deficit/Pil e Debito Pil - che più amorevolemente un tempo erano chiamati criteri di convergenza, ci vedono sforare sulle indicazioni di Maastricht. Il rapporto del nostro deficit sul Pil dovrebbe essere del 3% ma lo abbiamo intorno al 5,2% (stime del Fondo monetario internazionale di maggio): secondo i calcoli del governo dovrebbe, però, rientrare con la nuova manovra in elaborazione da 24,9 miliardi di euro entro il biennio 2011-2012. Il dato attuale può sembrare disastroso visto che è quasi doppio rispetto al parametro che dovremmo rispettare, ma va considerato che paesi come la Gran Bretagna, la Spagna, la Grecia e l’Irlanda hanno tutte accumulato dei deficit superiori al 10% del Pil nel corso del 2009.

Nel caso del debito pubblico siamo messi ancora peggio con un 115,2% del Pil e previsioni in crescita per gli anni avvenire. La solidità che viene dalle attese di un avanzo primario per la fine dell’anno è relativa a paragone di un simile fardello (soprattutto visto che per definizione l’avanzo primario non tiene conto del pagamento degli interessi del debito), ma se oltre al debito pubblico si considera il debito privato all’improvviso tutto cambia e l’Italia diventa uno dei paesi più virtuosi: finisce infatti per essere la seconda d’Europa insieme alla Francia e poco dietro la Germania.

La presenza di una forte componente del risparmio privato nella nostra economia non è un fattore da sottovalutare come indicato anche dal riferimento alla sostenibilità del debito che l’Unione europea ha accettato nei propri documenti. Se la crisi delle banche internazionali ha colpito relativamente poco le nostre banche è dovuto in gran parte proprio alla solidità del risparmio privato. Grazie a esso solo due dei grandi gruppi finanziari italiani hanno dovuto fare ricorso ai Tremonti bond. Una recente analisi di Deutsche Bank, citata da MF, sostiene che le banche italiane corrono meno rischi di altre grazie al canale retail che potrebbe garantire la liquidità necessaria nel prossimo futuro. Circa il 60% della raccolta delle banche italiane proviene infatti dai depositi e il resto deriva dai bond. Fra i grandi gruppi Intesa, Unicredit e Ubi Banca hanno già un rapporto tra raccolta stabile e provvista superiore al 100% che Basilea 3 dovrebbe richiedere. Credem dovrebbe portarsi oltre il rapporti uno a uno entro l’anno mentre il Banco Popolare, Mps e Bpm sono viste ancora sotto questo (prospettato) parametro per almeno altri due anni.

Di certo le norme per la futura regolamentazione delle banche e del settore finanziario continuano a tenere sotto pressione i mercati e gli operatori. Indicatori come l’Euribor a 6 mesi passato in pochi mesi dallo 0,944% dei bottom di marzo all’attuale 1,006% o il Libor semestrale è passato dallo 0,8881% allo 0,9588 per cento evidenziano le tensioni sulla liquidità nel mercato interbancario e non è un caso che il comparto bancario europeo faccia pressione sui regolatori per un posticipo di Basilea 3 a condizioni più favorevoli dei mercati.

Nel frattempo ancora una volta il mercato obbligazionario fa da bussola di questa primavera dell’Unione Europea in crisi. Il centro della finanza europea non è mai stato così periferico, con il declassamento della Grecia da parte di Moody’s e il record degli spread spagnoli sul bund che giunge nel giorno in cui Zapatero vara una poco amata riforma del mondo del lavoro. A Madrid si decidono in questi giorni le quotazioni dell’euro, nel senso che le manovre di consolidamento delle cajas sono finanziate dalla liquidità fornita dall’Unione europea. A maggio dalla Bce sono arrivati fondi per 85,6 miliardi di euro pari a circa il 16,5% della liquidità erogata da Francoforte e un incremento del 15% sul dato di aprile.

In un contesto in cui saranno probabilmente cancellati migliaia di posti di lavoro e le condizioni ci coloro che manterranno un posto peggioreranno è doveroso però anche evidenziare che le cajas rappresentano solo una percentuale minoritaria del mercato bancario iberico e che altri gruppi come il Santander si dimostrano solidi e combattivi. Alla fine sicuramente nascerà un polo da circa 340 miliardi di euro di asset che potrà competere sul mercato ma avrà circa il 12% in meno delle filiali di oggi e quindi molti meno impiegati. D’altra il sistema bancario spagnolo è esposto per 445 miliardi di euro alla peggiore bolla immobiliare d’Europa e la crescita ieri a nuovi record dello spread tra i titoli di Stato iberici e tedeschi indica ancora una certa diffidenza dei mercati (favorita ieri dalle voci poi smentite su un fondo da 250 miliardi di euro preparato da vari enti internazionali).

Nel frattempo la Francia (deficit all’8% del Pil e debito/pil all’83,6%) ha dovuto stringere la cinghia con un innalzamento delle tasse e dell’età pensionabile e la Germania (5% e 73,2% i rapporti del deficit e del debito sul Pil) punta a racimolare più di 80 miliardi in quattro anni (con interventi tali da mettere in cattiva luce la stessa Angela Merkel).

Insomma i tagli alla spesa pubblica si diffondono nel Vecchio Continente e qualcuno ingenuamente si chiede perché i lavoratori di Pomigliano, di Caja Madrid o dell’economia britannica (che potrebbe pagare presto alla crisi circa 300 mila posti) debbano pagare le magagne di un sistema finanziario distorto e i salvataggi di banche poco trasparenti. Probabilmente Basilea 3 (ammesso che sia una risposta a questa domanda) si farà attendere ancora qualche anno. Per quel che riguarda invece la produttività sarebbe meglio che qualcuno chiarisse subito a governanti e imprenditori che con la Cina non c’è partita e che forse bisognerà cercare strumenti più sostenibili di crescita, anche perché la domanda, più della produzione, è la vera forza delle nostre economie occidentali.

condividi condividi 0 commenti giovedì 17 giugno 2010

Le manovre europee non convincono ancora i mercati

pubblicato da riva

europa italia borfsa crisi finanza andamento mercato titoli obbligazioni usa stati uniti italia germania francia euro dollaro cina yuan

Come da copione tocca alla Spagna dare nuovi scossoni alle borse europee e mondiali. Poco importa che CajaSur, la cassa spagnola salvata dalla Banca centrale di Madrid, gestisca solo lo 0,6% degli asset dell’intero sistema creditizio spagnolo, la sfiducia dei mercati sull’Europa è ipersensibile a ogni segnale e lo trasforma in perdite dei listini. D’altra parte, se si considera che le attività di Caja de Ahorros del Mediterraneo, Grupo Cajastur, Caja de Ahorros de Santander y Cantabria e Caja de Ahorros y Monte de Piedad de Extremadura, ossia delle casse che dovranno fondersi con un partner più forte per salvarsi, si arriva alla cifra di 135 miliardi di euro che è assai più impegnativa. In realtà questi interventi di aggregazione delle 45 “cajas” spagnole erano già previsti da tempo e la decisione di Madrid di intervenire rapidamente denota una prontezza encomiabile, ma, quando Standard & Poor’s valuta in 35 miliardi di euro il costo complessivo di questa maxi-fusione tra casse iberiche, qualche perplessità rimane.

Il resto del mondo, comunque, non resta a guardare. Timothy Geithner e Ben Bernanke partecipano a un importante incontro bilaterale con la Cina di Hu Jintao che ha fra gli argomenti cardine il rapporto fra dollaro e yuan alla luce dei forti ribassi dell’euro delle ultime settimane. Persino la rottura dei rapporti commerciali fra le due coree dopo l’attacco di un sottomarino della Corea del Sud sembra passare in secondo piano nell’agenda delle due superpotenze. Probabilmente è troppo presto per parlare di prove di bipolarismo globale alle spalle dell’Europa (anche perché per oggi è anche previsto un incontro tra Napolitano e Obama), ma la questione dello yuan che l’Occidente vorrebbe più forte da molto tempo rimane fondamentale.

I deprezzamenti dell’euro sul dollaro e sullo yuan mettono infatti in crisi uno scenario a due con Washington e Pechino che fanno il braccio di ferro per le date del cauto riapprezzamento della moneta cinese.

A complicare le cose c’è la passione dei leader europei per il gioco del battitore libero. Non è un caso se in passato più volte gli Stati Uniti hanno sottolineato la difficoltà di trovare un referente unico con cui confrontarsi in Europa: se volessero fare una scelta che riguardasse il cambio euro/dollaro con chi dovrebbero parlare? Con Barroso? Con la Merkel? Con Sarkozy? In questo contesto confuso il ruolo dell’Italia nelle ultime settimane è stato spesso più attento e saggio di quanto non evidenziato dalla stampa.Silvio Berlusconi è stato tra i primi a raccomandare un fondo unico europeo per il salvataggio dell’euro pochi giorni prima degli incontri che hanno permesso la progettazione del salvagente da 750 miliardi di euro per il Vecchio Continente. L’incontro di oggi fra Napolitano e Obama giunge dopo un incontro del nostro presidente con il numero uno della Commissione europea Barroso che sembra credere in un mediatore italiano tra Francia e Germania.Servono segnali di coesione dall’Unione europea: manovre da 6,2 miliardi di sterline per la Gran Bretagna, da 10 miliardi di euro l’anno fino al 2016 in Germania, da 100 miliardi in tre anni in Francia e da 24 miliardi di euro in due anni dell’Italia non sono ancora riuscite a tranquillizzare i mercati che temono un congelamento della ripresa del Vecchio Continente.

Gli Stati Uniti non sono messi tanto meglio di noi europei, ma almeno soffrono assieme. In Europa la Merkel chiede modifiche del patto di stabilità con sanzioni più severe alle nazioni che non rispettano gli accordi, Barroso le risponde che questi meccanismi esistono già e che in certi casi uno stato può anche perdere il diritto di voto in sede Ue. Negli Stati Uniti, invece, Obama fa squadra con Geithner e Bernanke mandando i due a cercare di convincere la Cina a rafforzare lo yuan mentre lui si occupa del versante europeo. In fondo le valute in certi casi indicano la coesione delle entità politiche che hanno alle spalle più di mille tabelle su Pil e deficit nazionali.

condividi condividi 0 commenti martedì 25 maggio 2010

Agenzie di rating? Nuove regole da subito in Europa

pubblicato da riva

regole agenzie di rating standard & poor's portogallo grecia italia risultati giudizi mercato finanza conflitto di interessi barnier europa standard giudizi frodi consumatori rmbs mbs titoli salsiccia derivati finanza

Ha ragione Michel Barnier, commissario europeo ai servizi finanziari, nel dire che bisogna agire subito sulle regole finanziarie europee. Non basta aspettare le riforme americane, serve un’azione autonoma europea che metta sotto controllo anche le agenzie di rating oltre al mercato dei derivati. L’impianto Ue andrà senz’altro coordinato con le norme statunintesi e internazionali, ma il sistema finanziario europeo deve dimostrare la propria autonomia. Non perché Mody’s abbia appena messo sotto osservazione il debito del Portogallo o perché Standard & Poor’s abbia appena tracciato le linee di un “contagio” europeo della crisi greca, ma perché troppo spesso le agenzie di rating hanno sbagliato e perché alcuni dogmi come il rating da tripla A della Gran Bretagna e degli Stati Uniti oggi non sono più accettabili. A Washington si discute infatti da tempo della trasparenza di questi giudici privati dei bilanci di colossi finanziari e di nazioni e fra le proposte in campo c’è quella di sottoporre il loro operato alla vigilanza della Sec, la Consob americana.

Il premio Nobel dell’Economia Paul Krugmann ha ricordato recentemente sulle colonne del New York Times che il 93% delle Mbs (titoli che avevano come sottostante dei mutui cartolarizzati) che avevano ricevuto un bel AAA dalle agenzie di rating nel 2006 oggi sono ridotte a titoli spazzatura.

Il senatore statunitense Carl Levin, che guida una commissione d’inchiesta in merito, ha portato delle mail interne di molti operatori delle agenzie che secondo lui confermano “i peggiori sospetti” sia sui conflitti di interessi con le banche che sulla superficialità di molti rating.

Continua a leggere: Agenzie di rating? Nuove regole da subito in Europa

condividi condividi 0 commenti mercoledì 05 maggio 2010

Grecia: la crisi di Atene rischia di affondare l'Europa

pubblicato da riva

europa grecia crisi mercato finanza bond portogallo agenzie di rating risultati credit default swap cds finanza unione europea unione monetaria italia spagna crisi crisi finanza

Il 10 maggio non è mai parso così lontano. Solo per quel giorno è previsto il vertice dei 16 paesi dell’Eurogruppo che dovranno sbloccare i prestiti ad Atene. Ovviamente il fatto che il giorno prima si tengano le elezioni tedesche nel land del Nord Reno Westfalia non è un caso. In quell’occasione Angela Merkel potrebbe giocarsi la maggioranza al Senato mentre circa il 57% dei tedeschi secondo alcuni sondaggi è contro gli aiuti ad Atene. Che Berlino fosse tanto antieuropea fino a poco tempo fa non lo sapeva nessuno. In fondo ai Balcani però anche due greci su tre sono contrari all’intervento dell’Europa e del Fondo monetario internazionale. Insomma i popoli vogliono lasciare le cose come sono e danno quindi l’impressione netta di non rendersi conto che sono insostenibili.

Certo anche gli speculatori ci mettono del proprio, non meno che l’agenzia Standard & Poor’s che, più male di così, all’Europa non poteva fare. Ieri ha segato di ben tre punti il rating sovrano di Atene catapultandolo direttamente tra i junk bond con un drastico B+. In giornata ha tagliato di due gradi anche il rating sul debito di Lisbona (ad A-) decidendo che il Portogallo è l’ottavo paese più rischioso del mondo, il che francamente sembra un po’ eccessivo. Con i suoi netti downgrade l’agenzia ha quindi tracciato una prima bozza di crisi dell’Unione Europea che, da copione, prevede un default della Grecia, un contagio al Portogallo, all’Irlanda e forse all’Italia e, infine, un bel default della Spagna che spaccherebbe definitivamente l’Europa in due per la felicità di euroscettici, nazionalisti e grandi interessati come Stati Uniti e Cina. Bye bye Bruxelles!

Sarebbe la fine di un esperimento ancora molto incompleto, ma anche di un progetto nato sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. Il mercato intanto corre e il Fondo Monetario Internazionale si è già detto disposto a metterci altri 10 miliardi di euro dopo i 15 già previsti da questo piano di rientro. L’urgenza della crisi greca è evidente da tempo a tutti coloro che hanno seguito anche sommariamente la vicenda, tuttavia l’Europa e soprattutto la Germania si stanno mostrando troppo lente e troppo incerte. Se qualcosa non dovesse funzionare, tutto potrebbe andare perduto ad Atene e il cambiamento radicale del Paese promesso dal premier Papandreou probabilmente diverrebbe ancora più duro.

Il paese intanto si avvicina sempre di più al rischio di una rivolta sociale. Evasori e corrotti sono diffusi e l’economia sommersa copre secondo alcune stime circa il 25,1% del Pil, oggi ad Atene c’è dell’odio per i ricchi che non pagano le tasse e per i responsabili di questa crisi, ma c’è anche molta rabbia contro una crisi improvvisa e gravissima che in un modo o nell’altro è destinata a cambiare il Paese. La crescita già prevista prossima allo zero dei prossimi anni rischia inoltre di rendere poco affidabili le stime di rientro del debito greco e questa incertezza prospettica aggrava ulteriormente la crisi.

Intanto le banche europee già pagano il conto dei timori sulle loro esposizioni con Atene e perdono quota in Borsa. Il mercato non sta certo accogliendo bene questa fase della crisi europea. Stupisce, però, ancora una volta come un downgrade pesante come quello di Standard &Poor’s sul debito portoghese possa essere influenzato più dall’andamento dei credit default swap (cds) che dai dati dell’economia reale del Paese lusitano. Intanto la situazione sembra andare fuori controllo e l’Europa pare ancora una volta incapace di mostrarsi unita. Forse mai il rigore tedesco è parso tanto fuori luogo e controproducente.

condividi condividi 0 commenti mercoledì 28 aprile 2010

Atene chiede ufficialmente aiuto dopo la debacle di ieri

pubblicato da riva

grecia mercato finanza andamento bond unione europea fondo monetario internazionale papandreou berlino atene europa disastro intervento 35 miliardi 8,54 miliardi billion euro eurozona

Atene chiede ufficialmente l’attivazione rapida degli aiuti dell’Unione Europea e del Fondo monetario internazionale. Dopo la terribile seduta di ieri, quando l’Eurostat ha alzato le stime sul deficit ellenico nel 2009 dal 12,9 al 13,6% del Pil e in contemporanea Moody’s ha tagliato da A2 ad A3 il proprio giudizio sul debito greco, si intravede dunque qualche segnale di stabilizzazione. I recuperi odierni della Borsa di Atene, la parziale rimonta dell’euro/dollaro dopo l’affondo in zona 1,32, il calo dei cds greci dopo i record di ieri in area 630 punti concorrono a dare un po’ di respiro a un mercato ieri finito nel baratro.

L’ipotesi peggiore è stata quella di un’uscita della Grecia dell’Eurozona che le consentisse di svalutare la sua nuova moneta e alleviare la pressione di un debito ormai ben oltre il 120 per cento del Pil: le pressioni speculative hanno subito messo sotto assedio gli altri deboli d’Europa, come Portogallo, Irlanda (ieri il suo deficit è volato al 14,3% del Pil oltre i livelli greci) e Spagna. Un potenziale effetto domino da brivido capace di minare le fondamenta dell’Unione.

Continua a leggere: Atene chiede ufficialmente aiuto dopo la debacle di ieri

condividi condividi 0 commenti venerdì 23 aprile 2010
Network Blogo