
L’Italia sembra entrata - almeno per adesso - in una situazione più tranquilla, con i rendimenti dei Titoli di stati scesi a un livello accettabile e lo spread in picchiata rispetto ai Bund tedeschi. Per il Portogallo, invece, si annunciano tempi cupi e la situazione sembra allarmante: il rischio default sembra più vicino in assenza di nuovi aiuti dall’Unione Europea.
Lo spread tra i titoli di stato decennali emessi da Lisbona e i Bund hanno toccato un nuovo record sopra quota 1.500 punti. Ricordiamoci che l’Italia era considerata “a rischio” già sopra i 500 punti. Anche i credit default swap, titoli con quali ci si assicura contro l’insolvenza del paese, raggiungono un nuovo massimo storico a 1.458 punti.
Ieri, secondo Markit, i cds sui bond a cinque anni avevano raggiunto i 1365 punti base, un livello mai visto prima. Questo, sommato al fatto che il rating del Portogallo è stato declassato a livello “junk” (spazzatura) dalle tre principali agenzie di rating, delinea un quadro fosco.
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Il 2011 che si sta per chiudere ha insegnato a molte persone il significato di alcune parole finora sconosciute o a stento sentite pronunciare in passato: bond, spread, bailout. La crisi del debito sovrano ha investito e quasi travolto la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo poi il contagio si è allargato alla Spagna e all’Italia, i cui titoli di stato sono stati messi sotto pressione. L’ultima asta dei Bot è stata un successo, ma l’Italia rimane un sorvegliato speciale, mentre Francia e Germania non possono stare tranquille.
Il settimanale tedesco Der Spiegel ha deciso di andare a controllare come sta adesso qualcuno che è già passato da una crisi del debito, è finito in bancarotta e ha dovuto attraversare dieci anni di purgatorio prima di tornare alla crescita: l’Argentina.
In pochi, credo, hanno dimenticato lo scandalo creato anche in Italia dai bond argentini, i cosiddetti tango-bond, che parecchie banche avevano rifilato a ignari investitori - comprese vecchiette e pensionati - inconsapevoli di mettere i propri miseri risparmi su un prodotto ad alto rischio. Il rischio poi si avverò, nel 2001 l’Argentina, stretta da una crisi terribile di liquidità, dovette svalutare il suo peso, che era legato al dollaro, smise di pagare i debiti e tagliò stipendi pubblici e investimenti.
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Finché la speculazione si accanirà sull’Europa, con l’obiettivo di indebolire e magari distruggere la costruzione, ancora fragile e incompiuta, dell’euro nessuno ci farà caso; ma al di là della Grecia e della Spagna, del Portogallo e dell’Italia, ci sono altri paesi con un debito pubblico monstre, che però fino a questo momento sono rimasti immuni al contagio e all’ondata di panico che ha travolto i mercati.
Se la Grecia ha un debto pubblico pari al 139% del Pil, l’Italia al 119 e gli Stati Uniti al 99% - con in più un deficit altissimo, sommato al deficit delle partite correnti - c’è un paese che vanta un debito pubblico che secondo il Fondo monetario internazionale nel 2011 ha raggiunto il 234% del Prodotto interno lordo: è il Giappone, come molti già sapranno.
The Motley Fool si chiede chi sarà il prossimo a fare default e in qualche modo lascia intendere che potrebbe essere proprio il paese del Sol Levante, che ormai da un paio di decenni è in crisi cronica, afflitto da stagnazione e inflazione. In realtà le cose non stanno così e il rischio di un default vero e proprio è praticamente da escludere; le prospettive di Tokyo, però, sono tutt’altro che buone.
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L’Eurozona è messa sotto pressione proprio dopo l’annuncio comune del presidente francese Sarkozy e della cancelliera tedesca Angela Merkel su un possibile accordo per rinnovare i meccanismi fiscali dell’Eurozona. Dopo il minivertice franco-tedesco e prima di un vertice ufficiale di tutti i paesi dell’Area euro è arrivato l’intervento di Standard and Poor’s, che ha messo sotto osservazione con implicazioni negative il rating del debito sovrano per 15 paesi di Eurolandia, compresi Francia e Germania.
I governi europei, così, sono più indeboliti e soprattutto minacciati da un nuovo taglio che punirebbe non solo i paesi più fragili - il famoso Club Med di cui fanno parte Spagna, Portogallo, Italia e Grecia - ma anche quelli apparentemente più solidi, come Francia e Germania. Non sarà - come scrive Libération - che S&P ormai agisce con una prospettiva più politica che economica e finanziaria?
Nel suo comunicato S&P spiega che i paesi dell’euro stanno affrontando una situazione difficile sotto il profilo economico e aggravata dalle continue discussioni che finora hanno portato solo a risposte parziali e inadeguate e mettono in evidenza la grande difficoltà decisionale che attanaglia Eurolandia.
L’agenzia di rating ha annunciato che potrebbe anche tagliare la valutazione sull’Efsf, il Fondo di salvataggio europeo che dovrebbe essere chiamato a sostenere i paesi in difficoltà e fornire credito e finanziamenti a tassi migliori di quelli di mercato. Come scrive anche il Wall Street Journal, comunque, i primi a protestare contro l’intervento di S&P, contrariamente al solito, non sono stati i governi e i ministri dell’Economia, bensì i componenti della Banca centrale europea.
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Che cos’hanno i paesi europei che potrebbe aiutarli a superare questo momento di crisi e ottenere denaro in prestito senza tassi da rapina e senza doversi piegare a politiche restrittive che strozzino le loro economie? L’oro è la risposta, almeno secondo Neil Behrmann che sul Guardian spiega questo scenario possibile, anche se per adesso solo teorico.
I paesi europei - e l’Europa vista nel complesso - conservano nei loro forzieri alcune tra le più ingenti riserve d’oro del pianeta e, anche se in parte le hanno investite e vendute nei momenti di difficoltà, possono ancora vantare buone risorse che potrebbero utilizzare senza, però, doverle cedere.
Anche i paesi più indebitati, come Grecia Spagna e Portogallo, hanno una dote in oro su cui potrebbero fare leva per finanziarsi senza farsi strozzare dalla speculazione, anche dopo l’11 settembre 2001 quando molti paesi cedettero parte delle proprie riserve: la Grecia per esempio possiede oltre 3 milioni e mezzo di once di oro, la Spagna oltre 9 milioni e il Portogallo più di 12 milioni. Ancora più notevole il peso del metallo giallo se valutiamo l’Eurozona nella sua totalità: 347 milioni di once, che al prezzo attuale valgono oltre 600 miliardi di dollari.
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La crisi del debito che attanaglia i paesi europei non sembra attenuarsi, anzi il focolaio si allarga dall’Italia, alla Spagna fino a lambire la Francia, che potrebbe rischiare persino la tripla A sul suo debito sovrano. Nel frattempo la politica americana è in pieno stallo, visto che i repubblicani hanno rifiutato qualsiasi ipotesi di aumento delle tasse per i super-ricchi, mentre i democratici non sono disponibili a tagliare i servizi sociali.
In questo quadro, una crisi irreversibile dell’euro non è impossibile, anzi sembra che alcune istituzioni si stiano preparando allo scenario peggiore, quello di un paese costretto a dare l’addio all’euro a causa di un default, con la possibile conseguenza del fallimento completo dell’euro con il conseguente ritorno alle vecchie valute.
Una previsione di questa entità dodici mesi fa sarebbe valsa un ricovero alla neuro e ancora sei mesi fa poteva sembrare un delirio; adesso, invece, in un quadro così deteriorato può diventare addirittura una profezia che si autoavvera e che diventa realtà proprio perché viene considerata plausibile. Non si dice sempre che alla base dei mercati c’è la fiducia?
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La crisi è nata dalle banche, si è aggravata a causa delle banche, si è spostata sui bilanci degli stati per salvare le banche e adesso - a quanto pare - viene affrontata per lo più da uomini che provengono dalle banche (Goldman Sachs ringrazia).
Rimane però un problema di fondo che è come mettere in sicurezza il sistema del credito bancario - che è fondamentale per il funzionamento dell’economia di mercato su cui, volenti o nolenti, si fonda il nostro sistema - senza “graziare” i banchieri che hanno provocato la crisi e, soprattutto, cercando di evitare che una situazione del genere si ripresenti e che il sistema creditizio possa degenerare ancora.
Già qualche settimana fa la presidente del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, ha sollevato questo problema sostenendo che i governi non devono intervenire per salvare le banche “tutte intere”, ma tutelare solo la parte retail, cioè le attività rivolte alla clientela: fondamentalmente le vecchie banche commerciali, che conservavano i risparmi e con quei soldi finanziavano privati e imprese. Per poterlo fare, però, bisognerebbe tornare a dividere le attività di investment banking da quelle retail.
Continua a leggere: Le banche devono tornare a separarsi in retail e affari?

La dimostrazione finale - se mai ce ne fosse una - che il vero atout sui mercati è la fiducia viene dagli Us Treasury Bond, i buoni del tesoro americani. Anche se gli Stati Uniti hanno perso una delle tre A sulla valutazione del proprio debito, in tutto il mondo l’investimento in obbligazioni del Tesoro americano è visto come una garanzia, con un riflesso paradossale sui tassi di interesse.
Il Tesoro americano, come scrive il Wall Street Journal, ha offerto bond a breve scadenza con un tasso persino inferiore a zero; e alcune banche e istituzioni finanziarie hanno accettato di acquistarli! In pratica gli investitori sono disposti a pagare per finanziare il debito degli Stati Uniti: il sogno di qualsiasi ministro del Tesoro.
Non importa il downgrade deciso dalle agenzie di rating né le prospettive poco brillanti sulla crescita economica - che nel 2011 non ha superato l’1 per cento - gli investitori in questo momento hanno un’unica preoccupazione: la sicurezza. A tal punto da rinunciare ai rendimenti e persino a rimetterci pur di preservare gran parte del capitale.
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Ma non è che alla fine - come dice qualche maligno - bisognerà studiare qualche piano di salvataggio per il fondo di salvataggio? Di certo il mitico Efsf - il Fondo europeo che doveva risolvere i problemi del debito sovrano per i paesi dell’area euro - non sembra essere sufficientemente attraente per gli investitori.
A una settimana dal collocamento di un’asta da 3 miliardi di euro per finanziare l’Irlanda, sono stati raccolti poco più di 3 miliardi di ordini, appena sufficienti a coprire l’offerta. Eppure solo a gennaio - per un’emissione da 5 miliardi - c’erano state richieste per 44,5 miliardi. Che cos’è successo?
Forse gli investitori istituzionali - e soprattutto i paesi emergenti e i loro fondi sovrani - non se la sono sentita di investire in un Fondo europeo in cui i paesi europei stessi - specie i più ricchi come Francia e Germania - non hanno intenzione di investire granché. Se i soldi non ce li mettono gli europei - pare di sentire brasiliani, indiani e cinesi in coro - perché dobbiamo metterceli noi?
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Il governo italiano non ha più una maggioranza, lo dice anche il ministro dell’Interno, lo spread fra i titoli di stato italiani e i Bund ha toccato un nuovo record, gli interessi che l’Italia dovrà pagare sul suo debito sono i più alti degli ultimi dieci anni, ma è davvero possibile che l’Italia vada in fallimento?
Possibile sì, probabile no, se guardiamo l’andamento dei credit default swap mostrato dalla tabella. Scott Grannis ha elaborato questo grafico che mostra come Portogallo e Irlanda viaggino al di sopra del livello di rischio in cui è plausibile un default, mentre Spagna e Italia siano ancora lontane da questa prospettiva.
Per fare una comparazione, i cds della Grecia viaggiano sui 6500 punti base, mentre Irlanda e Portogallo - le cui prospettive si erano deteriorate notevolmente a luglio - sono in discesa: l’Irlanda in particolare è sotto gli 800 punti e il Portogallo attorno ai mille. Un livello - sottolinea Grannis - non differente da quello di parecchie società quotate.
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