
A Barcellona i Benetton potrebbero essere chiamati in un secondo momento. L’intervento di Mediobanca nel dossier di ristrutturazione di Abertis non sembra infatti chiamare ancora in causa Atlantia, partecipata del gruppo spagnolo con il quale si era progettata una fusione in contesto totalmente diverso alcuni anni fa.
Di certo da subito il titolo Atlantia si è avvantaggiato delle voci di un’offerta su Abertis da 12 miliardi di euro che salirebbero a 25 miliardi con il debito. L’operazione viene rivelata in anticipo dal Financial Times e dunque confermata dagli azionisti di Abertis La Caixa e Acs su pressing della Cnmv, la Consob spagnola che ha anche sospeso il titolo ieri in attesa di chiarimenti. I dettagli dell’operazione non sono ancora noti, ma Mediobanca non ha smentito un suo coinvolgimento nell’operazione di leverage buy out in qualità di finanziatrice in pool con un gruppo di altre banche.
Si tratterebbe di un finanziamento che potrebbe raggiungere i 9-10 miliardi di euro e per il quale anche altre banche italiane sarebbero state allertate. Attualmente Criteria Caixa controlla il 28,91% di Abertis e Acs il 25,83 per cento. Il resto è in gran parte azionariato diffuso. Abertis è una società con un giro d’affari da 3,9 miliardi di euro l’anno (dato 2009 con incremento del 6,9%) ma ha un debito da 15,18 miliardi di euro a fronte di un patrimonio netto di 5,33 miliardi di euro. Per avere un termine di paragone, Atlantia ha un giro d’affari annuo di 3,61 miliardi di euro e un debito da 9,62 miliardi di euro a fronte di un patrimonio netto da 3,31 miliardi (al netto del recente aumento di capitale da qualche decina di milioni).
Le due società sono due concessionarie pubbliche che hanno allargato nel tempo le proprie attività dall’asfalto dalle piste di atterraggio e decollo. Abertis ha anche un discreto business nel settore delle telecomunicazioni. Adesso si prospetta un intervento sul gruppo da parte del fondo di private equity Cvc, l’azionista Criteria Caixa ha già smentito, però, le ipotesi di delisting in caso di ingresso nel capitale della società e confermato la volontà di rimanere il principale azionista di Abertis.
In realtà secondo diversi osservatori internazionali fra i motivi principali dell’operazione ci sarebbe la volontà di Florentino Perez, presidente di Acs e della squadra del Real Madrid, di stringere la morsa su Iberdrola, importante colosso iberico dell’energia che però non concede al manager neanche un posto nel consiglio di amministrazione.
Nel frattempo Atlantia prende vantaggio dalle indiscrezioni sull’eventuale opa dei soci sui Abertis che potrebbe dare una buona spinta ai multipli del settore. Ancora la struttura dell’operazione e dunque necessariamente le valutazioni di prezzo per un’eventuale offerta rimangono indeterminate, tuttavia la debolezza delle performance borsistiche di Atlantia di oggi (+0,4% contro un mercato che guadagna più di 3,3 punti percentuali) indica che l’effetto Abertis è per il momento congelato in attesa di chiarimenti.
Certo si ritornerà a parlare del caso e sicuramente le vicende di un azionista al 6,68% coinvolgono da vicino Atlantia. Forse però sarà meglio aspettare ancora un poco prima di sbilanciarsi. D’altra parte una fusione fra i due oggi (e il tema non sembra proprio all’ordine del giorno) vedrebbe rapporti di forza molto diversi da quelli di qualche tempo fa e dunque forse sarà meglio valutare prima l’evoluzione nella catena partecipativa di Abertis, dunque gli eventuali asset che questa potrebbe vendere magari anche alla stessa Atlantia. Questo secondo scenario sembra infatti per il momento più probabile di quello di un’aggregazione, anche se, lo ripetiamo, è troppo presto per pronunciarsi su uno scenario tanto incerto.

L’espansione di Telefonica in Sudamerica, Cina ed Europa sembra inarrestabile. Martedì sera, di fronte alle incertezze portoghesi sull’offerta per la brasiliana Vivo, il numero uno di Telefonica Cesar Alierta ha alzato la posta in gioco e messo sul piatto 6,5 miliardi di euro per il 50% della compagnia brasiliana divisa tra Portugal Telecom e la stessa Telefonica.
Le pressioni su Lisbona, negli ultimi giorni, sono state granitiche. Telefonica ha anche messo nell’offerta il 10% della stessa Portugal Telecom che, direttamente o indirettamente, controlla: come a dire “dateci il vostro futuro, che al momento passa inevitabilmente per il Brasile, e vi renderemo la vostra libertà”. Il management da subito fortemente contrario all’offerta di Alierta adesso fa i conti con una proposta che copre una cifra vicina a quella della capitalizzazione attuale della stessa Portugal Telecom.
In alternativa il numero uno di Portugal Telecom, Henrique Granadeiro, potrebbe optare per una conquista più “soft” di Vivo con la cessione a Telefonica prima di un terzo delle quote portoghesi (per oltre 2,16 miliardi di euro) e dunque con l’esercizio entro tre anni di un’opzione put delle azioni della società brasiliana rimaste in portafoglio. A quel punto comunque Telefonica avrebbe da subito il controllo di Vivo e quindi la questione, da un punto di vista strategico, sarebbe marginale.
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Se le banche avessero voluto il fallimento di Risanamento, Zunino sarebbe finito a gambe all’aria da un pezzo. Con 2,86 miliardi di euro di debito e un patrimonio netto da neanche 33 milioni, con perdite da quasi 50 milioni di euro nel primo trimestre del 2009 il colosso immobiliare Risanamento è a rischio da un pezzo, ma la richiesta di fallimento da parte del pm Roberto Pellicano lo fa tremare oggi come non mai.
Proprio adesso che la consulenza di Gerardo Braggiotti (Banca Leonardo) sembrava ottenere dei risultati esplode, inattesa, la mina. Il 29 luglio l’udienza durante la quale il tribunale di Milano potrebbe anche dichiarare il fallimento del gruppo.
Sarebbe un disastro per Milano, dove il gruppo di Luigi Zunino gestisce progetti chiave come quello di Santa Giulia e dell’Ex Area Falck, sarebbe un danno notevole per le banche cha hanno forti esposizioni nei confronti della società. Non solo Intesa Sanpaolo (476 milioni di euro di crediti) e Unicredit, ma anche il Banco Popolare che, insieme alla controllata Italease, ha un credito da 500 milioni di euro circa (di cui 220 milioni riferibili alla banca del leasing).
Proprio da Banca Italease e da alcune inchieste sulla ex-gestione Faenza partono le indagini del pm Pellicano che, evidentemente ha trovato un buco inatteso. Che la situazione di Risanamento fosse critica era noto da tempo, tanto che la stessa Italease ha già messo a incaglio i propri crediti (principalmente leasing mobiliari). Il totale degli incagli registrati dalla frastornata banca del leasing ammonta a circa 4 miliardi di euro e quindi le esposizioni verso Risanamento sono solo una frazione ridotta dei crediti problematici complessivi (e peraltro come detto già considerata a rischio).
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Riceviamo da Passenger e con piacere pubblichiamo
Il gruppo minerario anglo-australiano Bhp Billiton ha reso noto, attraverso un comunicato stampa, di aver ritirato l’OPA ostile sul competitor Rio Tinto a causa delle cattive condizione economiche attuali che hanno ridotto notevolmente le quotazioni delle materie prime.
Nella nota della società si fa riferimento alla forte discesa del prezzo del rame. Nel periodo tra il 21 ottobre e il 21 novembre il ribasso si è, infatti, attestato al 23% (nei dodici mesi precedenti il calo è stato del 43%).
Tali flessioni dei corsi delle materie prime hanno cambiato il livello di ‘rischio’ dell’ operazione. L’amministratore delegato di Bhp, Marius Kloppers, ha infatti affermato che l’operazione avrebbe gravato sul debito della società aumentando così i rischi per gli azionisti.
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Alla fine i “capitani coraggiosi” incaricati di salvare Alitalia si sono fatti vivi e hanno messo la loro fiche sul piatto della newcompany sponsorizzata da Roberto Colaninno con 200 milioni di euro. La Compagnia aerea italiana che dovrà traghettare la Magliana attraverso fusioni, scorpori, alleanze e aumenti di capitale sarà per il momento affidata a Rocco Sabelli, già nominato amministratore unico della Srl da un miliardo di euro pronta a divenire una società per azioni.
Il Governo ha fatto i salti mortali per promuovere questa impresa che raggruppa alcuni dei più importanti imprenditori italiani, da Benetton a Marco Tronchetti Provera, da Salvatore Ligresti a Marcellino Gavio passando per il numero uno di Confindustria nonché ad delle acciaierie omonime Emma Marcegaglia. Insomma la cordata italiana annunciata da Silvio Berlusconi in tempo di elezioni non ha tagliato la corda - come molti temevano - e alla fine ha messo la faccia e i quattrini in cambio di un appoggio più che conciliante di banche e istituzioni.
Nel frattempo il Governo sta lavorando a un decreto legge ad hoc che piegherà la Legge Marzano alle circostanze e permetterà alla newco presieduta da Colaninno di fare tutto quello che riterrà opportuno, dalla cessione del personale a quella delle rotte o di rami industriali. E’ previsto anche che l’Antitrust chiuda un occhio sulla concentrazione delle rotte e delle quote di mercato dopo la fusione fra Alitalia e AirOne e in molti a Roma incrociano le dita perché le reazioni europee non siano troppo dure.
Si tratta, insomma, di una serie di manovre straordinarie e spesso poco ortodosse che il Governo sta attuando per salvare il salvabile (e la faccia) dopo le promesse elettorali. La regia finanziaria del film “Salviamo la compagnia” è affidata come noto a Intesa Sanpaolo che ha già previsto esuberi da 7000 unità (molti di più di quelli calcolati a suo tempo da AirFrance o da AirOne) e la scissione della società in due tronconi (uno sano affidato a manager e alleati e uno destinato al commissariamento, la cosiddetta bad company).
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Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Mariella Burani FG si muove in controtendenza alla fine di una mattinata pesantemente negativa per i mercati azionari. Il titolo e’ partito subito in netto rialzo grazie a un comunicato diramato dalla societa’ nel quale e’ stata confermata l’esistenza di un progetto teso al delisting del titolo mediante lancio di un’OPA volontaria parziale o totale a un prezzo indicativo compreso tra 17 e 18 euro. L’OPA verrebbe lanciata da un veicolo controllato dall’azionista di riferimento, la famiglia Burani, con la partecipazione di alcuni partner industriali.
Hanno quindi trovato conferma le indiscrezioni del fine settimana pubblicate da un importante quotidiano. Il titolo si e’ issato fin sui 16,56 euro per poi perdere terreno e stabilizzarsi al di sotto di area 16: restano quindi interessanti i margini di apprezzamento nel caso in cui l’operazione si dovesse effettivamente concretizzare.
Continua a leggere: Mariella Burani FG, le ipotesi di delisting non scaldano il titolo

Impregilo monta in testa alla classifica dei rialzi dell’S&P/Mib. Una pioggia di acquisti riporta il titolo a quota 4,37 euro con un guadagno del 4,24 per cento. A suggerire gli investimenti su uno dei più importanti costruttori italiani sono le ipotesi di opa da parte degli azionisti di Igli, holding di controllo che possiede poco meno del 30% del capitale della società.
Un articolo pubblicato sabato dal Sole 24 Ore ha infatti evidenziato che a questi prezzi il titolo della società presieduta da Massimo Ponzellini viaggia sopra il valore dell’equity swap che consentirebbe agli azionisti di Igli (Benetton, Gavio e Ligresti) di comprare fino al 3% del capitale del gruppo a un prezzo di 4,16 euro a titolo. Questo comporterebbe il superamento della soglia del 30% e il lancio di un’offerta su tutto il capitale di Impregilo.
Corollario di questa manovra sono gli acquisti di oggi ossia la scommessa su un eventuale premio sui corsi attuali in caso di lancio dell’opa. In realtà il Testo Unico della Finanza prevede che in caso di superamento della soglia del 30% del capitale l’offerta sia promossa “a un prezzo non inferiore alla media aritmetica fra il prezzo medio ponderato di mercato degli ultimi dodici mesi e quello più elevato pattuito nello stesso periodo dall’offerente per acquisti di azioni della medesima categoria”. Ora il prezzo medio ponderato di Impregilo è di 4,17 euro (quello standard sarebbe di 4,7). L’equity swap di Igli permette a questa holding di comprare a 4,16 euro i titoli della società di costruzioni. A conti fatti dunque il prezzo dell’opa di Igli potrebbe piazzarsi molto al di sotto dei prezzi di oggi e permettere a Benetton&company di lanciare un’offerta ben lontana dai 4,3 euro. Questo lascerebbe molti investitori con il cerino in mano.
Continua a leggere: Opa Impregilo: non è detto che ci sia il premio

Riceviamo da Gentle Shark e con piacere pubblichiamo
I riflettori si accendono su Mariella Burani dopo le indiscrezioni di stampa secondo le quali Burani Designer Holding, che detiene il 56% del gruppo, sarebbe in procinto di cedere il pacchetto di controllo al fondo Doughty Hanson. Quest’ultimo qualche mese fa avrebbe messo sul piatto 26 euro per azione e starebbe ora riproponendo la sua offerta, anche se non è chiaro se sempre a quel prezzo. In quest’ultimo caso si tratterebbe di un premio rispetto alle attuali quotazioni di mercato pari a circa il 30%. Il fondo britannico sarebbe tenuto però a sborsare circa 800 milioni di euro (metà equity e metà debito) visto che l’operazione comporterebbe una opa a cascata anche su Antichi Pellettieri, controllata al 53% da Mariella Burani.
Secondo indiscrezioni sarebbe interessato alla maison anche un altro fondo. Gli americani di Permira avrebbero presentato una offerta da 25 euro che potrebbe tuttavia essere rivista al rialzo. Permira in questo modo punterebbe a crescere ulteriormente nel settore della moda dopo la recente acquisizione del controllo di Valentino attraverso il proprio veicolo Red & Black Lux.
Continua a leggere: Ai fondi piace Burani, ma la famiglia non vuole

La Popolare di Milano rimbalza. Il titolo registra in chiusura di seduta un rialzo del 5,42% e si riporta a quota 9,92 euro recuperando parte delle perdite dei giorni scorsi. In realtà tutto lascia intendere che si tratti di una semplice correzione che probabilmente non intaccherà il downtrend che ha caratterizzato i corsi della Popolare milanese durante tutto il 2007. C’è infatti un canale ribassista disegnato dal massimo a 14,05 euro dello scorso 12 gennaio che si mostra molto solido. La performance annuale del titolo evidenzia poi un brutto -23% e anche durante l’ultimo mese le cose non sono andate bene, anzi. Un confronto con l’indice bancario domestico mostra infatti che l’azione Bpm ha perso in media più di quelle delle altre banche nelle ultime quattro ottave. In altre parole il settore delle banche va male in Borsa da un po’, ma la Popolare di Milano riesce a fare anche peggio.
L’andamento del titolo rivela quello che la stampa finanziaria più o meno gentilmente continua a ripetere da qualche mese, ossia che ci vuole una sposa se si vuole uscire dall’impasse. Il fatto che nell’ultimo periodo, nonostante gli annunci di possibili partnership con il Credit Mutuel o con la Bper (viene in mente quella canzone che ripeteva “ancora tu? Ma non dovevamo rivederci più?”), il titolo abbia continuato a scendere suggerisce due immediate considerazioni. Come commentano molti analisti gli accordi in gioco non sono poi un gran cambiamento e lasciano la situazione un po’ come l’hanno trovata.
Si torna dunque al niente di fatto, con l’impressione che ancora una volta i sindacati interni e le questioni di politica e di poltrona abbiano trionfato sull’interesse della banca.
Continua a leggere: Bpm: il mercato sembra aver perso le speranze

In difesa dell’onore di Antoine Bernheim, presidente di Generali sulla graticola a causa delle critiche al suo operato da qualche mese, sono scesi in campo il Financial Times e lo stesso Stato francese. La Patria gli ha regalato la Legion d’onore alla presenza di René Caron, numero uno del Credit Agricole, e di Jean-Marie Messier, ex guida del gruppo Vivendi.
Il quotidiano britannico ha giudicato invece discutibili gli attacchi sferrati da Algebris alla struttura della corporate governance (passando per critiche all’età e alla remunerazione di Bernheim) e all’influenza di Mediobanca sulle scelte del gruppo. Questi gli argomenti del giornalista Paul Betts. Le prospettive di Bernheim nel gruppo sembrano comunque limitate perché già lui stesso ha dichiarato di non volere rinnovare il proprio mandato dopo la sua naturale scadenza, quindi la richiesta di cambiamenti entro i prossimi tre anni è sostanzialmente inutile perché già prevista. Quanto al ruolo di Mediobanca, maggiore azionista di Generali con una quota del 15,1 per cento, è possibile che una banca con un azionariato e un management tanto divisi sul futuro della banca d’affari debba essere tanto vincolata dalla gestione di un colosso come Generali? Fra l’altro lo sviluppo di quest’ultima deriva in gran parte dalle sue imprese estere e dalla sua capacità di crescere fino a combattere alla pari con i colossi europei Allianz e Axa. In quest’ottica Betts si chiede che senso abbia vincolarsi tanto a Generali.
Continua a leggere: Manovre Generali: chi difende l'onore di Bernheim