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OPA per tutti

Opa sì, Opa no: gli opposti destini di Parmalat e Fondiaria-Sai

pubblicato da alessandro condina in: OPA per tutti Alimentare Assicurazioni

Hanno imboccato due strade diverse i due dossier più scottanti finiti sul tavolo della Consob dopo il cambio al vertice, con l’arrivo di Giuseppe Vegas. Parmalat ormai è incardinata sulla strada dell’Opa lanciata da Lactalis, che alla fine ha rotto gli indugi e chiuso le porte a ogni illusione di “cavalieri bianchi” e fantomatiche “cordate italiane”. Al contrario Fondiaria-Sai - con tutta la galassia dei Ligresti in Borsa - potrà essere “salvata” dall’intervento di Unicredit senza bisogno di un’Offerta pubblica di acquisto, con grande sollievo della banca di piazza Cordusio e della famiglia di Salvatore Ligresti e con un certo dispiacere dei piccoli azionisti che restano a bocca asciutta; ma almeno salveranno il loro investimento visto che la compagnia assicurativa era in guai grossi.

Nel caso di Fondiaria-Sai, infatti, la Consob ha deciso di derogare all’obbligo di Opa proprio in virtù di una norma del proprio regolamento, l’articolo 49 in base al quale è prevista l’esenzione dall’Opa qualora sia in atto un’operazione di salvataggio da una crisi aziendale comprovata da «richieste formulate da un’autorità di vigilanza prudenziale, nel caso di gravi perdite, al fine di prevenire il ricorso all’amministrazione straordinaria o alla liquidazione coatta amministrativa».

In pratica nel caso Sai-Fondiaria la Consob - che aveva in precedenza obbligato all’Opa totalitaria Groupama e Premafin - ha certificato il pessimo stato di salute della compagnia assicurativa e ha rinunciato a imporre l’Opa in base a questo e alle rilevazioni dell’Isvap, l’istituto di vigilanza sulle assicurazioni che di recente aveva ingiunto a Fonsai di ripristinare il proprio margine di solvibilità, cioè il rapporto tra il capitale e le polizze da garantire.

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Lvmh si prende Bulgari e lancia un'Opa a 12,5 € per azione

pubblicato da alessandro condina in: OPA per tutti Luxury


Non poteva che finire così: monsier Arnault, patron del colosso francese del lusso Lvmh, si prende anche Bulgari, il terzo gruppo al mondo nella gioielleria quotato alla Borsa di Milano, e rafforza la gamma delle griffe che controlla sotto il proprio ombrello. Dopo l’acquisizione del pacchetto di maggioranza dalla famiglia Bulgari, entro la fine di maggio Lvmh lancerà un’Opa totalitaria sul titolo a 12,25 euro per azione, tutti in contanti, per un totale di 4,3 miliardi di dollari: un premio del 61% rispetto alla chiusura di venerdì a 7,59 €.

E infatti ieri in Borsa Bulgari è schizzato in alto, avvicinandosi di molto al prezzo dell’Opa che comunque dovrebbe premiare anche i piccoli azionisti, tanto che diversi analisti consigliano di aderire all’offerta francese: il titolo ha chiuso a 12,1 euro ed è passato di mano il 21,9% del capitale con 66,2 milioni di azioni scambiate, contro una media di 1,4 milioni.

Al termine di una trattativa che era rimasta segreta, Bertrand Arnault - che alla fine degli anni Novanta fu respinto nella sua scalata a Gucci e fino alla settimana scorsa aveva provato invano a conquistare Hermès, con un corteggiamento rifiutato dalla famiglia controllante - aggiunge “un nuovo gioiello alla sua corona” come scrive il Financial Times con una metafora decisamente azzeccata.

La famiglia Bulgari, che dal capostipite Soterios Bulgaris controlla la società nata a Roma 127 anni fa, insieme all’ad Francesco Trapani cede a Lvmh il proprio 50,4%, ma Arnault pur di conquistare il gioiello romano ha messo sul piatto un’offerta senza precedenti: il pacchetto di controllo sarà pagato in azioni proprie, così gli italiani avranno il 3,5% di Lvmh e diventeranno il secondo azionista del gruppo, dietro lo stesso Arnault che comunque mantiene il 46,5% circa.

Il gruppo francese emetterà 16,5 milioni di azioni a favore dei Bulgari e di Trapani con un concambio di 0,108407 nuove azioni Lvmh per ogni titolo Bulgari. Paolo e Nicola Bulgari rimarranno per sei anni presidente e vicepresidente di Bulgari Spa, cui è stata garantita autonomia all’interno del gruppo che comprende in primis la griffe Louis Vuitton, lo champagne Moet et Chandon e Hennessy, oltre a un ventaglio di altri marchi, fra cui Dior, Fendi, Berluti, Emilio Pucci, Marc Jacobs, Kenzo.

Francesco Trapani, invece, farà parte del consiglio di amministrazione LVMH e sarà responsabile della divisione orologeria: con questa acquisizione, che è la più importante degli ultimi 10 anni, Vouitton punta a raddoppiare a 2 miliardi il proprio giro d’affari nel settore gioielli e orologeria che in questa periodo si dimostra il più vitale nel comparto del lusso. Bulgari è stata valutata generosamente, ma è pur sempre il terzo gruppo mondiale della gioielleria dietro Cartier e Tiffany: probabilmente i francesi contano di poter valorizzare maggiormente il marchio e poter creare sinergie con le aziende che già controllano.

Un altro pezzo di made in Italy finisce in mani francesi, ma dal punto di vista della famiglia Bulgari - che comunque non esce dal mondo del lusso e della finanza - meglio essere un gioiello sulla testa del re del lusso, che rimanere un po’ in periferie; d’altro canto è dai tempi della guerra su Gucci e poi dello scontro per Fendi - che vide Prada alleata con Arnault e contro i fiorentini della doppia G - che è stata evidente l’assenza in Italia di un gruppo nazionale capace di fare da aggregatore.

Sarà l’arretratezza del capitalismo tricolore, sarà la miopia delle banche investitrici, sarà che non abbiamo i capitali, sarà che non siamo capaci di fare sistema e preferiamo restare divisi (”perché non siam popolo, perché siam divisi” cantava non a caso Goffredo Mameli), fatto sta che dopo lo smantellamento dell’alimentare, in cui i francesi si sono dimostrati infinitamente più abili di noi a fare sistema e creare grandi gruppi, anche nel lusso la nostra ininfluenza, almeno finanziariamente parlando, è conclamata. Allora meglio che Bulgari sia gestita dai francesi: la faranno crescere di più e meglio che se finisse in pasto a un finanziere delle nostre parti.

La Consob blocca i francesi e rovina i piani di Ligresti

pubblicato da alessandro condina in: OPA per tutti Assicurazioni Ligresti Salvatore


Chi di Opa ferisce, di Opa ferisce. O anche, la Consob dà, la Consob toglie. Dieci anni fa la Consob, guidata da Luigi Spaventa, rima impose un’Opa obbligatoria (insostenibile) alla vecchia Sai di Salvatore Ligresti sulla compagnia fiorentina La Fondiaria, poi fece marcia indietro, dopo l’intervento di cinque “cavalieri bianchi” - Jp Morgan, Interbanca, Francesco Micheli, Commerzbank e Mittel - messi insieme grazie ai buoni uffici della Mediobanca guidata da Vincenzo Maranghi, perché non c’era più un’azione “di concerto”; salvo poi concludere che il concerto invece c’era stato, eccome.

A quel punto, però, Fondiaria era già stata incorporata in Sai, a condizioni sfavorevolissime per i soci fiorentini e quelli emiliani; don Salvatore Ligresti ormai era riuscito a conquistare un boccone ghiottissimo pagando sì un prezzo esorbitante (9,5 euro per azione, il 55% in più rispetto ai corsi di Borsa), ma solo per il pacchetto di controllo ceduto da Montedison per volere di Mediobanca: i piccoli azionisti, compresi alcuni fondi stranieri, rimasero a bocca asciutta. Non erano bastate la Consob, che sorveglia le società quotate in Borsa, l’Isvap, istituto di vigilanza sulle assicurazioni, e neppure l’Antitrust, allora molto battagliera, per tutelare davvero gli investitori minuti, il “parco buoi”, e far valere regole che sembravano sempre più destinate restare sulla carta.

Il colosso, rispetto al mercato italiano, Fondiaria-Sai era nato in effetti da un’incorporazione di Fondiaria, più capitalizzata in Borsa e già risanata, in Sai, che aveva ancora bisogno di un importante intervento di razionalizzazione, per volere di Mediobanca, in una domenica d’estate del 2001, appena prima che Montedison dalla galassia di piazzetta Cuccia finisse in mano agli Agnelli e ai francesi di Edf: l’allora ad di Mediobanca aveva organizzato una vendita così affrettata che foro Buonaparte, secondo i comunicati, accettava un’offerta d’acquisto fatta da Sai prima ancora che si riunisse il cda della compagnia di Ligresti. Poi si disse che era stato l’errore di una segretaria (!).

Ma perché La Fondiaria era così importante? Da un lato era stata sempre molto cara a Enrico Cuccia in persona, dall’altro custodiva due partecipazioni molto preziose, l’1,9% della stessa Mediobanca e il 2% nelle Generali, da sempre il vero “gioiello della corona” nella galassia di piazzetta Cuccia: salvarla dall’assalto di Torino e affidarla alle mani “amiche” di Ligresti era esiziale per la sopravvivenza del “sistema Mediobanca”, anche a costo di calpestare i diritti dei piccoli azionisti e di uno zoccolo duro industriale che comprendeva anche i Maramotti, Gazzoni-Frascara e anche i Marcegaglia.

Da allora molte cose sono cambiate, Maranghi - il delfino di Cuccia - è uscito di scena, la centralità di Mediobanca è finita e Salvatore Ligresti sembra sempre più pronto a lasciare le redini del suo impero alle due figlie Jonella e Giulia e al figlio Paolo, ma ancora una volta la Consob si mette sul suo cammino e sventola quella parola minacciosa, Opa - Offerta pubblica di acquisto, che potrebbe complicare la vita all’ingegnere siciliano.

Premafin, la finanziaria di controllo di Fonsai, ha bisogno infatti di essere ricapitalizzata per 225 milioni di euro, dopo la ristrutturazione del debito operata l’anno scorso con le banche creditrici; Fonsai, invece, Fondiaria Sai, invece, annuncerà il bilancio il 23 marzo, ma ha già annunciato un aumento da 460 milioni, di cui 100 in arrivo proprio da Premafin. I Ligresti non hanno a disposizione però tutta questa liquidità, perciò avevano pensato di coinvolgere un socio “industriale”, ma che si comportasse da partner finanziario.

Il colosso francese delle assicurazioni Groupama si era impegnato a esercitare i diritti dei Ligresti nell’aumento di capitale per entrare in Premafin con una quota del 17% e successivamente acquisire una partecipazione del 17-20% in Fonsai; il tutto lasciando però la gestione alla famiglia Ligresti, ma ad alcune condizioni come un vincolo di lock-up che impedisce a don Salvatore di cedere anche quote parziali di Fondiaria. L’unico ostacolo per Groupama era un eventuale obbligo di Opa su Fonsai: per questo il gruppo francese aveva presentato in proposito un quesito alla Consob, da cui si attendeva un verdetto equilibrista che accontentasse un po’ tutti.

E invece no! Stavolta quel “concerto” che era stato eluso nella scalata di dieci anni fa è stato rilevato dalla Commissione di vigilanza, in cui si è appena insediato il nuovo presidente Giuseppe Vegas, cui non ha fatto velo l’essere stato sottosegretario del governo Berlusconi, di cui si dice che sia un sostenitore dell’ingegnere siciliano. La Consob ha stabilito che esiste un chiaro accordo tra la famiglia Ligresti e Groupama e che l’operazione architettata - sempre nei salotti felpati di Mediobanca - comporterebbe un obbligo di doppia Opa: su Premafin e a cascata sulla controllata Fonsai.

Un colpo che potrebbe essere esiziale per don Salvatore e potrebbe mettere in discussione la possibilità che tenga saldamente in mano le sue aziende quotate: l’alternativa potrebbe essere qualche cessione, come quelle della Milano Assicurazioni che fa gola a più di un gruppo assicurativo europeo. Come scrive il Sole, i patti parasociali sembrano far presagire un futuro rafforzamento di Groupama fino al controllo, mentre la quota Premafin in realtà è divisa tra Ligresti e i figli e, secondo la Consob, i legami familiari non hanno valenza autonoma rispetto al controllo. Un altro campanello d’allarme è arrivato dalla presenza anche di Vincent Bolloré nell’azionariato Premafin.

Adesso bisogna attendere per capire se Groupama getterà la spugna o modificherà i patti ovvero si acconcerà a lanciare un’Opa, il che sembra l’ipotesi più improbabile. Venerdì i titoli della galassia Ligresti sono rimasti sospesi per tutta la giornata, adesso sono attesi alla prova della riapertura dei mercati. L’Opa ha colpito, ma sembra più una minaccia che una prospettiva realistica.

Atlantia: l'effetto Abertis dura solo un giorno

pubblicato da Ferry Boat in: OPA per tutti Azioni Italia Automotive Autostrade Benetton family

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A Barcellona i Benetton potrebbero essere chiamati in un secondo momento. L’intervento di Mediobanca nel dossier di ristrutturazione di Abertis non sembra infatti chiamare ancora in causa Atlantia, partecipata del gruppo spagnolo con il quale si era progettata una fusione in contesto totalmente diverso alcuni anni fa.

Di certo da subito il titolo Atlantia si è avvantaggiato delle voci di un’offerta su Abertis da 12 miliardi di euro che salirebbero a 25 miliardi con il debito. L’operazione viene rivelata in anticipo dal Financial Times e dunque confermata dagli azionisti di Abertis La Caixa e Acs su pressing della Cnmv, la Consob spagnola che ha anche sospeso il titolo ieri in attesa di chiarimenti. I dettagli dell’operazione non sono ancora noti, ma Mediobanca non ha smentito un suo coinvolgimento nell’operazione di leverage buy out in qualità di finanziatrice in pool con un gruppo di altre banche.

Si tratterebbe di un finanziamento che potrebbe raggiungere i 9-10 miliardi di euro e per il quale anche altre banche italiane sarebbero state allertate. Attualmente Criteria Caixa controlla il 28,91% di Abertis e Acs il 25,83 per cento. Il resto è in gran parte azionariato diffuso. Abertis è una società con un giro d’affari da 3,9 miliardi di euro l’anno (dato 2009 con incremento del 6,9%) ma ha un debito da 15,18 miliardi di euro a fronte di un patrimonio netto di 5,33 miliardi di euro. Per avere un termine di paragone, Atlantia ha un giro d’affari annuo di 3,61 miliardi di euro e un debito da 9,62 miliardi di euro a fronte di un patrimonio netto da 3,31 miliardi (al netto del recente aumento di capitale da qualche decina di milioni).

Le due società sono due concessionarie pubbliche che hanno allargato nel tempo le proprie attività dall’asfalto dalle piste di atterraggio e decollo. Abertis ha anche un discreto business nel settore delle telecomunicazioni. Adesso si prospetta un intervento sul gruppo da parte del fondo di private equity Cvc, l’azionista Criteria Caixa ha già smentito, però, le ipotesi di delisting in caso di ingresso nel capitale della società e confermato la volontà di rimanere il principale azionista di Abertis.

In realtà secondo diversi osservatori internazionali fra i motivi principali dell’operazione ci sarebbe la volontà di Florentino Perez, presidente di Acs e della squadra del Real Madrid, di stringere la morsa su Iberdrola, importante colosso iberico dell’energia che però non concede al manager neanche un posto nel consiglio di amministrazione.

Nel frattempo Atlantia prende vantaggio dalle indiscrezioni sull’eventuale opa dei soci sui Abertis che potrebbe dare una buona spinta ai multipli del settore. Ancora la struttura dell’operazione e dunque necessariamente le valutazioni di prezzo per un’eventuale offerta rimangono indeterminate, tuttavia la debolezza delle performance borsistiche di Atlantia di oggi (+0,4% contro un mercato che guadagna più di 3,3 punti percentuali) indica che l’effetto Abertis è per il momento congelato in attesa di chiarimenti.

Certo si ritornerà a parlare del caso e sicuramente le vicende di un azionista al 6,68% coinvolgono da vicino Atlantia. Forse però sarà meglio aspettare ancora un poco prima di sbilanciarsi. D’altra parte una fusione fra i due oggi (e il tema non sembra proprio all’ordine del giorno) vedrebbe rapporti di forza molto diversi da quelli di qualche tempo fa e dunque forse sarà meglio valutare prima l’evoluzione nella catena partecipativa di Abertis, dunque gli eventuali asset che questa potrebbe vendere magari anche alla stessa Atlantia. Questo secondo scenario sembra infatti per il momento più probabile di quello di un’aggregazione, anche se, lo ripetiamo, è troppo presto per pronunciarsi su uno scenario tanto incerto.

Telefonica stringe la presa sulla brasiliana Vivo

pubblicato da Ferry Boat in: OPA per tutti Telecomunicazioni Telecom Italia

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L’espansione di Telefonica in Sudamerica, Cina ed Europa sembra inarrestabile. Martedì sera, di fronte alle incertezze portoghesi sull’offerta per la brasiliana Vivo, il numero uno di Telefonica Cesar Alierta ha alzato la posta in gioco e messo sul piatto 6,5 miliardi di euro per il 50% della compagnia brasiliana divisa tra Portugal Telecom e la stessa Telefonica.

Le pressioni su Lisbona, negli ultimi giorni, sono state granitiche. Telefonica ha anche messo nell’offerta il 10% della stessa Portugal Telecom che, direttamente o indirettamente, controlla: come a dire “dateci il vostro futuro, che al momento passa inevitabilmente per il Brasile, e vi renderemo la vostra libertà”. Il management da subito fortemente contrario all’offerta di Alierta adesso fa i conti con una proposta che copre una cifra vicina a quella della capitalizzazione attuale della stessa Portugal Telecom.

In alternativa il numero uno di Portugal Telecom, Henrique Granadeiro, potrebbe optare per una conquista più “soft” di Vivo con la cessione a Telefonica prima di un terzo delle quote portoghesi (per oltre 2,16 miliardi di euro) e dunque con l’esercizio entro tre anni di un’opzione put delle azioni della società brasiliana rimaste in portafoglio. A quel punto comunque Telefonica avrebbe da subito il controllo di Vivo e quindi la questione, da un punto di vista strategico, sarebbe marginale.

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Il crack di Risanamento complicherebbe la vita a tanti

pubblicato da Ferry Boat in: OPA per tutti Banche Azioni Italia Unicredito Intesa Sanpaolo

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Se le banche avessero voluto il fallimento di Risanamento, Zunino sarebbe finito a gambe all’aria da un pezzo. Con 2,86 miliardi di euro di debito e un patrimonio netto da neanche 33 milioni, con perdite da quasi 50 milioni di euro nel primo trimestre del 2009 il colosso immobiliare Risanamento è a rischio da un pezzo, ma la richiesta di fallimento da parte del pm Roberto Pellicano lo fa tremare oggi come non mai.

Proprio adesso che la consulenza di Gerardo Braggiotti (Banca Leonardo) sembrava ottenere dei risultati esplode, inattesa, la mina. Il 29 luglio l’udienza durante la quale il tribunale di Milano potrebbe anche dichiarare il fallimento del gruppo.

Sarebbe un disastro per Milano, dove il gruppo di Luigi Zunino gestisce progetti chiave come quello di Santa Giulia e dell’Ex Area Falck, sarebbe un danno notevole per le banche cha hanno forti esposizioni nei confronti della società. Non solo Intesa Sanpaolo (476 milioni di euro di crediti) e Unicredit, ma anche il Banco Popolare che, insieme alla controllata Italease, ha un credito da 500 milioni di euro circa (di cui 220 milioni riferibili alla banca del leasing).

Proprio da Banca Italease e da alcune inchieste sulla ex-gestione Faenza partono le indagini del pm Pellicano che, evidentemente ha trovato un buco inatteso. Che la situazione di Risanamento fosse critica era noto da tempo, tanto che la stessa Italease ha già messo a incaglio i propri crediti (principalmente leasing mobiliari). Il totale degli incagli registrati dalla frastornata banca del leasing ammonta a circa 4 miliardi di euro e quindi le esposizioni verso Risanamento sono solo una frazione ridotta dei crediti problematici complessivi (e peraltro come detto già considerata a rischio).

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Bhp Billiton rinuncia all’acquisto di Rio Tinto

pubblicato da Ferry Boat in: OPA per tutti

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Riceviamo da Passenger e con piacere pubblichiamo

Il gruppo minerario anglo-australiano Bhp Billiton ha reso noto, attraverso un comunicato stampa, di aver ritirato l’OPA ostile sul competitor Rio Tinto a causa delle cattive condizione economiche attuali che hanno ridotto notevolmente le quotazioni delle materie prime.

Nella nota della società si fa riferimento alla forte discesa del prezzo del rame. Nel periodo tra il 21 ottobre e il 21 novembre il ribasso si è, infatti, attestato al 23% (nei dodici mesi precedenti il calo è stato del 43%).

Tali flessioni dei corsi delle materie prime hanno cambiato il livello di ‘rischio’ dell’ operazione. L’amministratore delegato di Bhp, Marius Kloppers, ha infatti affermato che l’operazione avrebbe gravato sul debito della società aumentando così i rischi per gli azionisti.

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Alitalia: fiches sul tavolo, il banco a Colaninno

pubblicato da Ferry Boat in: OPA per tutti Azioni Italia Alitalia

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Alla fine i “capitani coraggiosi” incaricati di salvare Alitalia si sono fatti vivi e hanno messo la loro fiche sul piatto della newcompany sponsorizzata da Roberto Colaninno con 200 milioni di euro. La Compagnia aerea italiana che dovrà traghettare la Magliana attraverso fusioni, scorpori, alleanze e aumenti di capitale sarà per il momento affidata a Rocco Sabelli, già nominato amministratore unico della Srl da un miliardo di euro pronta a divenire una società per azioni.

Il Governo ha fatto i salti mortali per promuovere questa impresa che raggruppa alcuni dei più importanti imprenditori italiani, da Benetton a Marco Tronchetti Provera, da Salvatore Ligresti a Marcellino Gavio passando per il numero uno di Confindustria nonché ad delle acciaierie omonime Emma Marcegaglia. Insomma la cordata italiana annunciata da Silvio Berlusconi in tempo di elezioni non ha tagliato la corda - come molti temevano - e alla fine ha messo la faccia e i quattrini in cambio di un appoggio più che conciliante di banche e istituzioni.

Nel frattempo il Governo sta lavorando a un decreto legge ad hoc che piegherà la Legge Marzano alle circostanze e permetterà alla newco presieduta da Colaninno di fare tutto quello che riterrà opportuno, dalla cessione del personale a quella delle rotte o di rami industriali. E’ previsto anche che l’Antitrust chiuda un occhio sulla concentrazione delle rotte e delle quote di mercato dopo la fusione fra Alitalia e AirOne e in molti a Roma incrociano le dita perché le reazioni europee non siano troppo dure.

Si tratta, insomma, di una serie di manovre straordinarie e spesso poco ortodosse che il Governo sta attuando per salvare il salvabile (e la faccia) dopo le promesse elettorali. La regia finanziaria del film “Salviamo la compagnia” è affidata come noto a Intesa Sanpaolo che ha già previsto esuberi da 7000 unità (molti di più di quelli calcolati a suo tempo da AirFrance o da AirOne) e la scissione della società in due tronconi (uno sano affidato a manager e alleati e uno destinato al commissariamento, la cosiddetta bad company).

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Mariella Burani FG, le ipotesi di delisting non scaldano il titolo

pubblicato da Ferry Boat in: OPA per tutti Azioni Italia

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Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo

Mariella Burani FG si muove in controtendenza alla fine di una mattinata pesantemente negativa per i mercati azionari. Il titolo e’ partito subito in netto rialzo grazie a un comunicato diramato dalla societa’ nel quale e’ stata confermata l’esistenza di un progetto teso al delisting del titolo mediante lancio di un’OPA volontaria parziale o totale a un prezzo indicativo compreso tra 17 e 18 euro. L’OPA verrebbe lanciata da un veicolo controllato dall’azionista di riferimento, la famiglia Burani, con la partecipazione di alcuni partner industriali.

Hanno quindi trovato conferma le indiscrezioni del fine settimana pubblicate da un importante quotidiano. Il titolo si e’ issato fin sui 16,56 euro per poi perdere terreno e stabilizzarsi al di sotto di area 16: restano quindi interessanti i margini di apprezzamento nel caso in cui l’operazione si dovesse effettivamente concretizzare.

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Opa Impregilo: non è detto che ci sia il premio

pubblicato da Ferry Boat in: OPA per tutti Azioni Italia Impregilo

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Impregilo monta in testa alla classifica dei rialzi dell’S&P/Mib. Una pioggia di acquisti riporta il titolo a quota 4,37 euro con un guadagno del 4,24 per cento. A suggerire gli investimenti su uno dei più importanti costruttori italiani sono le ipotesi di opa da parte degli azionisti di Igli, holding di controllo che possiede poco meno del 30% del capitale della società.

Un articolo pubblicato sabato dal Sole 24 Ore ha infatti evidenziato che a questi prezzi il titolo della società presieduta da Massimo Ponzellini viaggia sopra il valore dell’equity swap che consentirebbe agli azionisti di Igli (Benetton, Gavio e Ligresti) di comprare fino al 3% del capitale del gruppo a un prezzo di 4,16 euro a titolo. Questo comporterebbe il superamento della soglia del 30% e il lancio di un’offerta su tutto il capitale di Impregilo.

Corollario di questa manovra sono gli acquisti di oggi ossia la scommessa su un eventuale premio sui corsi attuali in caso di lancio dell’opa. In realtà il Testo Unico della Finanza prevede che in caso di superamento della soglia del 30% del capitale l’offerta sia promossa “a un prezzo non inferiore alla media aritmetica fra il prezzo medio ponderato di mercato degli ultimi dodici mesi e quello più elevato pattuito nello stesso periodo dall’offerente per acquisti di azioni della medesima categoria”. Ora il prezzo medio ponderato di Impregilo è di 4,17 euro (quello standard sarebbe di 4,7). L’equity swap di Igli permette a questa holding di comprare a 4,16 euro i titoli della società di costruzioni. A conti fatti dunque il prezzo dell’opa di Igli potrebbe piazzarsi molto al di sotto dei prezzi di oggi e permettere a Benetton&company di lanciare un’offerta ben lontana dai 4,3 euro. Questo lascerebbe molti investitori con il cerino in mano.

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