
Il consiglio di amministrazione di Parmalat, presieduto da Enrico Bondi, dice no all’Opa lanciata dai francesi di Lactalis. Quello che non piace agli amministratori della società è prima di tutto il prezzo offerto - 2,6 euro in contanti per azione - poi le caratteristiche industriali di Lactalis che secondo il cda non si sposerebbero bene con Parmalat.
Non è un segreto che Enrico Bondi non gradisce l’assalto francese al fortino Parmalat e farà di tutto per convincere l’azionariato a respingere questa offerta e confermare la fiducia nell’attuale compagine che ha guidato la società fuori dallo scandalo finanziario targato Calisto Tanzi e le ha permesso di diventare un boccone appetibile anche per un big del settore come Lactalis.
Dopo il via libera della Consob e il sì dei sindacati, che hanno giudicato accettabile l’offerta francese, il cda ha manifestato il proprio no, motivandolo perché
«ha esaminato il documento d’offerta e, anche considerata l’analisi svolta dall’advisor finanziario Goldman Sachs International, ha ritenuto che il corrispettivo offerto non rappresenti il valore del capitale economico di Parmalat nel contesto di un’operazione di presa di controllo».
Continua a leggere: Parmalat: Bondi respinge l'Opa di Lactalis

In tempi di prescrizione breve, basta quella normale a far perdere le speranze a migliaia di piccoli risparmiatori colpiti nei risparmi e nella fiducia dal crac Parmalat. Il processo in corso a Milano per aggiotaggio - con imputati le banche Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank e Morgan Stanley con i loro manager - rischia di chiudersi con la prescrizione prima ancora della sentenza di primo grado.
In ogni caso è certo che il procedimento non arriverà mai ai tre gradi di giudizio, ma una condanna in primo grado potrebbe aiutare i risparmiatori traditi a ottenere un risarcimento dalle banche e dai loro amministratori in sede civile; se invece il processo si chiudesse prima sarebbe l’ennesima beffa per chi si è già visto gabbato una volta.
Come spiega Massimo Sideri sul Corriere gran parte dei risparmiatori che si sono costituiti parte civile nel processo (32 mila rappresentati dall’avvocato Carlo Federico Grosso e circa 8 mila rappresentati dalle associazioni dei consumatori) hanno già firmato accordi con le banche, ma certo il risultato del processo di Milano - che pure è solo una costola della causa più importante, quella di Parma - ha un valore mediatico.
In ogni caso le associazioni dei consumatori, come Altroconsumo, puntano sulle cause civili e tentano di ridare fiducia a chi è in attesa di un risarcimento. Intanto Confconsumatori propone un’associazione di piccoli azionisti per pesare di più nell’assemblea della società e provare a far sentire la voce di chi è ignorato sia dalla politica sia dal mercato, con le scalate ferme a un passo dall’Opa obbligatoria.

Come volevasi dimostrare, per i mercati finaziari e per gli investitori non contano i passaporti, gli “interessi nazionali” e gli impegni fra gentiluomini: quello che conta è il denaro, possibilmente contante e sonante, e chi offre denaro - specialmente se dall’altra parte non ci sono prospettive concrete e fidejussioni, ma solo chiacchiere - ha ottime possibilità di averla vinta.
Così i francesi di Lactalis, al prezzo di 2,8 euro per azione, si sono aggiudicato il 15,3% di Parmalat riunito in un patto fra i tre fondi esteri azionisti di Collecchio, Skagen Global, Mackenzie financial corporation e Zenit. Sì, è vero, i tre fondi si erano detti propensi a una soluzione “itaiana”, ma non sono mica un ente caritatevole! Fanno affari e il miglior affare gliel’hanno proposto i francesi di Lactalis.
Questa cessione ingloba un premio del 13% circa in più rispetto alla chiusura di lunedì, ma per i tre fondi vuol dire, probabilmente, una plusvalenza del 30% sul loro pacchetto. Che dovrebbero fare? Immolarsi per la causa italiana? Per carità! Avrebbero dovuto pensarci prima quelli che urlano all’interesse nazionale - vero Emma Marcegaglia? - e si sgolano per tenere lontano lo straniero i giorni dispari, mentre nei giorni pari versano calde lacrime perché dall’estero nessuno è pronto a investire in Italia.
Continua a leggere: Lactalis si beve Parmalat, il Sistema Italia non ha soldi

Il governo ha blindato il “tesoretto” di Parmalat, cioè i soldi recuperati con le cause alle banche, attraverso un emendamento al decreto “Milleproroghe”, ma i fondi internazionali puntano ancora alla testa di Enrico Bondi e tenteranno di sostituire il management dell’azienda alla prossima assemblea dei soci. Intanto anche le associazioni dei consumatori, che contribuirono a fare esplodere lo scandalo Parmalat contro Calisto Tanzi, contestano l’attuale amministratore delegato soprattutto per il compenso da 32 milioni di euro che il ministero della Attività produttive “starebbe” per riconoscergli.
In Borsa il titolo Parmalat ha lasciato sul terreno lo 0,45% a 2,19 euro, dopo i rialzi degli ultimi giorni che comunque hanno portato le valutazioni ai massimi degli ultimi 12 mesi: il blocco legislativo alla distribuzione di un maxi-dividendo ha stoppato in una certa misura la corsa dell’azienda di Collecchio, ma alcuni analisti, come Banca Intermonte, vedono spazi per ulteriori aumenti, proprio in vista dell’assemblea dei soci di aprile.
I fondi internazionali Zenit, MacKenzie e Skagen - che hanno riunito in un patto il loro 15,3% e puntano a cambiare i vertici dell’azienda - potrebbero insistere a rastrellare ulteriori quote, magari con il sostegno di un alleato industriale o di una banca d’affari, per arrivare alla resa dei conti da una posizione di forza e costringere Enrico Bondi a una resa onorevole (magari con la nomima a presidente, senza deleghe) oppure a un compromesso che accontenti in parte i soci stranieri.
Secondo i fondi, infatti, l’azienda ha sufficienti risorse per crescere attraverso un’acquisizione di peso oppure per distribuire agli azionisti un dividendo straordinario. Questa strada si è complicata con il decreto Milleproroghe: l’emendamento, infatti, stabilisce che fino al 2020 non potrà essere distribuito ai soci che un dividendo non superiore al 50% dell’utile d’esercizio.
Non si toccano quindi i I 1400 milioni accantonati in questi anni attraverso le transazioni con le banche, che hanno preferito pagare piuttosto che farsi portare in tribunale con l’accuse di essere state corresponsabili del crac di Collecchio. Non si potrà modificare quindi la clausola concordataria di Parmalat
al fine di mantenere una equa distribuzione degli utili a garanzia dell’interesse dei soci e dell’interesse dell’impresa all’autofinanziamento e più in generale alla stabilità dell’impresa.
I fondi esteri intanto «confermano che proseguiranno nel lavoro comune per individuare liste di candidati che possano accompagnare Parmalat in una nuova fase di sviluppo», Bondi comunque per adesso non è affatto fuori gioco.

Ieri la condanna a 18 anni di carcere per Calisto Tanzi, dopo ben sette anni dal crack da 14 miliardi di euro di Parmalat, è stato letta in maniera variegata dai giornali e si inserisce nelle complesse vicende giudiziarie che hanno seguito il riassetto del gruppo di Collecchio. Si tratta certo di una vicenda ancora aperta visti i diversi giudizi ancora pendenti sul caso, ma allo stesso tempo questa condanna è una tappa importante in un percorso che è stato letto, questa volta quasi unanimente, come troppo lungo. Insomma di certo sembra che ci sia al momento solo che è passato troppo tempo per i risparmiatori che furono frodati più di sette anni fa.
I processi in corso sul caso sono almeno due, uno a Parma che riguarda solo i manager e uno a Milano che invece riguarda anche e principalmente le banche. Il primo processo conclusosi ieri con la condanna di quindici manager sui diciassette imputati aveva come capi di imputazione l’associazione a delinquere e la bancarotta che hanno carattere penale, mentre a Milano sono arrivate diverse cause civili per aggiottaggio, ostacolo alla vigilanza, falso in comunicazioni e ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza della Consob.
Secondo alcuni calcoli ammontano a circa 600 milioni di euro i crediti vantati da oltre 36 mila risparmiatori che avevano acquistato bond del gruppo e che ora possono chiedere un risarcimento di appena il 5% del proprio investimento (circa 30 milioni di euro). Oltre tutto su queste condanne pendono già degli annunciati ricorsi in Cassazione.
A Milano solo la sentenza di Appello aveva quantificato in una provvisionale tra il 10% e il 30% dell’investimento il danno derivante dall’aggiottaggio.
Al tempo del crack il debito di Parmalat lievitò improvvisamente da 7 a 14 miliardi di euro e scomparve contemporaneamente liquidità per 4 miliardi di euro che doveva essere nelle disposizioni del gruppo e invece era solo un falso con incollato sopra il marchio di Bank of America che non ne sapeva nulla.
Ai 600 milioni di crediti vantati (e ripagati come detto solo in minima parte ai risparmiatori) vanno aggiunti dunque 2 miliardi di euro che gli imputati ora devono in solido alla stessa Parmalat. Gli ammanchi, però, come detto sono ancora di più e la verità su quello che successe nei conti del gruppo prima del crack del 2003 appare ancora davvero troppo lontana.
Diverse transazioni negli ultimi anni hanno permesso a Parmalat di risollevarsi in Borsa e diversi creditori a cui sono state assegnate azioni e warrant (in scadenza al 2015) hanno potuto rivedere parte del proprio capitale.
Quanta parte però questi risparmiatori non potranno più rivedere dei loro crediti sembra ancora difficile da stabilire con esattezza. Di certo al momento i conti non tornano ancora.
Non poteva arrivare in un momento migliore per Parmalat la notizia dell’accordo con due grosse banche in tema di risarcimenti. La società guidata da Enrico Bondi incasserà un totale di circa 350 mln di euro e metterà fine ai contenziosi legati alla gestione Tanzi con i due istituti svizzeri.
Ubs, colpevole secondo la magistratura inquirente di aver assistito come consulente nel 2003 Parmalat nel lancio di un bond da 420 mln di euro, verserà nelle casse della società di Collecchio 149 mln di euro per le revocatorie e 33 mln di euro come risarcimento dei danni, mentre 2 mln di euro finiranno alle società in amministrazione controllata. Per quanto riguarda Credit Suisse invece verserà in totale 172,5 mln di euro.
Tempismo perfetto quindi, non tanto per il fabbisogno finanziario di Parmalat, ma per i corsi del titolo in borsa, arrivato a quota 1,6 euro la settimana scorsa, nuovo minimo storico.
Stamani la reazione è stata importante, con un rialzo (che prosegue in queste ore) dell’8%. Adesso gli azionisti staranno rimpiangendo di non aver deliberato l’innalzamento degli utili distribuibili, che, in base allo statuto attuale, non possono superare il 50% degli utili complessivi. Ora il primo obiettivo tecnico è il recupero dei precedenti minimi (poi violati al ribasso) a 1,85 euro. Secondo indiscrezioni di stampa, non confermate dalla società, presto sarà raggiunto un altro importante accordo transattivo. E chissà che non sia quest’ultimo a dare un’ulteriore spinta al titolo per superare la resistenza e permettere a Parmalat di ritornare almeno sopra i 2 euro.
Riceviamo da Robby e con piacere pubblichiamo
Parmalat in calo dopo il bel rialzo messo a segno nella scorsa seduta. Domani presso il Tribunale di Parma si aprira’ il processo per il crack del gruppo agroalimentare: si tratta di un procedimento di dimensioni gigantesche (56 imputati e oltre 34mila testimoni) che ha gia’ innestato polemiche a causa dei grossi problemi che creera’ al lavoro della Procura della citta’ emiliana.
Se però l’udienza di domani riguarda il passato, anche il futuro gestionale della nuova Parmalat non appare scevro da incertezze. Il prossimo 9 aprile si terra’ l’assemblea dei soci con all’ordine del giorno il rinnovo del consiglio di amministrazione. Enrico Bondi, amministratore delegato del gruppo di Collecchio, starebbe cercando, insieme all’advisor Lehman Brothers, di compattare un fronte composto da una trentina di fondi per puntare alla riconferma in toto del board uscente.
L’operazione non appare semplice in quanto i fondi vorrebbero avere voce in capitolo nella composizione del cda, mentre Bondi appare irremovibile nel voler riproporre gli stessi nomi. Potrebbe quindi prospettarsi un ribaltone e un conseguente allontanamento di Bondi: questa ipotesi sarebbe in particolare caldeggiata da Jp Morgan e Deutsche Bank. Incerta (e a questo punto forse decisiva) la posizione di Intesa San Paolo.
Continua a leggere: Parmalat: i piani di Bondi per il 9 aprile

Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Parmalat oscilla sotto la parita’ dopo la notizia del rinvio al 25 febbraio del processo presso il Tribunale di Milano per il fallimento dell’azienda emiliana, procedimento che vede sul banco degli imputati Calisto Tanzi e i vecchi manager. Il rinvio e’ stato determinato da una richiesta del nuovo avvocato di Lorenzo Penka, ex contabile Parmalat.
Intanto la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di Cesare Geronzi, ex numero uno di Capitalia e attuale presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, contro il rinvio a giudizio disposto dal Gup di Parma con l’accusa di usura e concorso in bancarotta fraudolenta per il caso Ciappazzi.
Secondo gli inquirenti Geronzi obbligo’ Tanzi ad acquistre la Ciappazzi (acque minerali) dal gruppo Ciarrapico ad un prezzo esorbitante, in modo tale che quest’ultimo disponesse delle risorse per appianare i debiti con l’istituto capitolino. Una situazione molto simile a quella che vide protagoniste la stessa Parmalat e Cirio, anche in questo caso con la regia di Geronzi e della allora Banca di Roma.
Nel ‘99 Tanzi acquisto’ la Eurolat da Cirio pagandola 200 miliardi di lire in piu’ rispetto ai valori di mercato.
Continua a leggere: Affaire Cirio-Parmalat, Geronzi va a giudizio

Era meglio dire direttamente di no. Oggi i titoli del colosso di Collecchio sono crollati del 5,37% nel giorno del preconsuntivo del bilancio 2006 e, a chi gli chiedeva dell’ebitda previsto per il 2007, Enrico Bondi (superato nell’Olimpo dei salvatori della finanza nostrana soltanto da Sergio Marchionne) rispondeva: “Fisseremo il target per il 2007 entro i prossimi due mesi. Non dico né no né sì, ma è altamente probabile che non saremo in grado di raggiungere questo livello”, ossia 450 milioni di euro.
Il risultato è stato ancora una volta un serie di vendite, anche se, a dire il vero, non sembra che poi i dati del bilancio 2006 annunciati oggi fossero malvagi, anzi. L’indebitamento finanziario di Parmalat è passato da 369,3 milioni di euro a 151,7 milioni con una riduzione di quasi il 60 per cento.
Continua a leggere: Parmalat si sgonfia nel giorno dei preliminari 2006

Oggi c’è un articolo su La Voce che ha la splendida idea di raccontare in breve la storia del crack Parmalat. Un caso ancora d’attualità sia perché ancora molte cause sono in corso e lo stesso Enrico Bondi sarà sentito il prossimo 4 febbraio per deporre davanti agli avvocati di Bank of America e altri; sia soprattutto perché i mali che hanno generato il crack Parmalat sono ancora tutti lì, sul nostro mercato, a minacciare nuovi disastri.
Lo scorso febbraio lo stesso Geronzi che ieri è stato riammesso alla presidenza nonostante le condanne per il crack Italcase-Bagaglino, era già stato sospeso per via di sentenze sul caso Parmalat. Ma il problema non è certo il presidente di Capitalia, non soltanto almeno. Il problema è che dal crack Parmalat sono saltati fuori dei vizi irriducibili del nostro sistema. Qualche esempio? Callisto Tanzi progettava piani sempre più ambiziosi, ma non cacciava mai un euro (anzi una lira) per sostenerli. Non sta succedendo la stessa cosa con Alitalia (vedi i borbottii di De Benedetti e di altri ancora)? Non è successa la stessa cosa quando Tronchetti Provera incorporò in Telecom la Tim creando quel buco che ancora oggi non si sa bene come verrà tappato? Per non parlare poi di tutte quelle scalate a debito che si sono viste, e si vedono, nelle privatizzazioni di ieri e di oggi.