
Safilo ci vede benissimo anche senza gli occhiali della Diesel che dal prossimo anno non sarà più in partnership con l’azienda veneta per questo prodotto. Il titolo oggi ha toccato un massimo a 8,19 euro e potrebbe anche tentare un allungo, nelle prossime settimane oltre gli 8,5 euro. La perdita del marchio della Diesel riduce a 28 i marchi in licenza ai quali vanno comunque aggiunti 5 marchi di proprietà.
Se però si guarda all’ultima trimestrale, magari in attesa dei dati semestrali del prossimo 2 agosto, si nota che il business finora si è mostrato molto resistente, nonostante la società sia passata per fenomeni tumultuosi con il disimpegno dei Tabacchi, oggi scesi al 10% del capitale del gruppo, e l’ascesa nella compagine proprietaria del gruppo di Hal, grande distributore internazionale oggi al 37,2% del capitale.
Il conto economico del gruppo mostra praticamente risultati invariati con vendite a 286 milioni contro i 287,9 del primo trimestre del 2009 e un ebitda in crescita a 34,6 milioni contro i 30,2 milioni di un anno prima. L’utile del gruppo rimane invariato a 1,7 milioni per via di imposte cresciute da 2,6 a 3,9 milioni di euro e per svalutazioni di imposte differite per 4,8 milioni di euro. Il fatto che però nel conto economico l’utile operativo cresca da 19,1 a 24,1 milioni di euro lascia sperare per il trimestre in corso e per i prossimi in un forte miglioramento della reddittività del gruppo.
Tutto l’anno sarà influenzato dalla cessione del business retail a fine 2009 (vendute la catena spagnola e quella australiana con la riduzione dei punti vendita a 219 dai 221 precedenti) che modifica il perimetro della società ma sembra anche eliminare degli asset in perdita. Il calo dei prezzi degli occhiali pone sotto pressione i margini dei grandi gruppi e potrebbe avere effetti anche su Safilo che, in quanto produttrice, vuole cogliere le occasioni che il riposizionamento di grandi marchi con la creazione di linee più a basso costo offre ai vari produttori.
La buona redditività industriale e la solida generazione di cassa incoraggiano la ripresa dell’azienda. La posizione finanziaria netta, infine passa da un saldo negativo di 588 a uno di 315 milioni di euro con un patrimonio netto di 763,1 milioni di euro. La solidità patrimoniale del gruppo è dunque molto rafforzata.
Il rapporto conflittuale con gli storici soci della famiglia Tabacchi non sembra però essersi del tutto rasserenato. Circa un anno fa un impianto di Safilo a Precenicco (impianto oggi dismesso) era risultato irregolare: sembra che venissero trasformati in oggetti in made in Italy degli occhiali provenienti dalla Cina. Alla fine, riporta il Messaggero Veneto di qualche giorno fa, Vittorio Tabacchi, attualmente presidente onorario della Safilo, ha patteggiato una pena di 6 mesi di reclusione convertiti in 6.840 euro di ammenda.
Un’ammenda tanto ridotta da fare infuriare i sindacati della Cgil, della Cisl e i lavoratori che presidiano i cancelli dell’azienda e da fargli chiedere a gran voce una nuova legge sulla difesa del made in Italy. All’imprenditore in effetti è bastato cancellare il marchio “made in Italy” per ottenere il dissequestro della merce. In realtà Safilo, gigante mondiale delle montature per occhiali da sole e da vista non ha mai avuto gravissimi problemi industriali, a monte, però, i Tabacchi hanno rischiato di essere soffocati dai debiti tanto da dover cedere alla fine il controllo della società. Adesso i nuovi soci potrebbero avviare un nuovo corso in contemporanea a una ripresa che sembra incoraggiata dal recupero dell’export tricolore. Forse il ribasso dell’euro potrà incoraggiare una maggiore attenzione per la produzione italiana, di certo il gruppo ha i numeri per competere nello scenario attuale su tutti i mercati principali.

Sono giornate frenetiche per la finanza e per la politica globale. Stasera il presidente Barack Obama dovrà tenere un importante discorso dal quale potrebbe dipendere il suo futuro politico dopo la perdita nel Massachusetts di un seggio chiave al Senato. Dovrà ritrovare quella scintilla in cui sperano molti dei suoi sostenitori, ricucire i rapporti con il ceto medio e rilanciare le riforme chiave della sanità e della finanza globale alle quali in questi giorni rimane appeso il suo destino politico.
Proprio sulla finanza si gioca una delle partite più importanti, non solo per Washington, ma per il mondo intero. Seguendo i consigli di Paul Volcker il presidente americano ha infatti lanciato nuove proposte contro i “too big to fail”, quei colossi finanziari come Aig o Bank of America che non possono fallire, perché metterebbero in ginocchio tutto il sistema, e finiscono per pesare sui contribuenti nei periodi di crisi.
Continua a leggere: Il nuovo assetto della finanza globale appeso al discorso di Obama

Con il via libera della Banca europea degli investimenti si pongono le basi per una più stretta maglia di collegamenti tra l’Italia e la Francia. Ieri la Bei ha infatti approvato finanziamenti complessivi per 500 milioni di euro per diversi progetti autostradali portati avanti dal gruppo dei Gavio, i signori delle autostrade piemontesi e i secondi concessionari italiani alle spalle dei Benetton.
Nel dettaglio la Bei ha approvato un finanziamento da 350 milioni di euro per il completamento dell’autostrada tra Greggio (Vercelli) e Milano nell’ambito dell’Autostrada Torino-Milano: il costo totale del progetto è di circa 1,1 miliardi di euro e i 57 chilometri da completare dovranno essere pronti in quattro anni. Già nel 2002, ricorda la Bei, il primo tratto Torino-Greggio era stato finanziato con 150 milioni di euro interamente ripagati. Ai 350 milioni di euro che andranno al gruppo Sias, si sommano poi altri finanziamenti per 150 milioni di euro che saranno invece investiti in altre tratte autostradali gestite dalla famiglia tortonese sulla Torino-Ivrea e sulla Torino-Piacenza, sulla Ventimiglia-Savona, sulla tratta Liguria-Toscana e in Valle d’Aosta.
Il gruppo Gavio attraverso le holding Argo Finanziaria e Aurelia controlla un puzzle di attività che spaziano dalla logistica portuale (a Genova), alle concessioni autostradali (Sias, Autostrada Torino-Milano, quote in Milano Serravalle), alle costruzioni e agli aeroporti (Impregilo), ai trasporti (quote in Ferrovie Nord Milano) al nuovo importantissimo ramo dell’energia (Cie). Un impero che accoglie anche quote nello storico alleato Mediobanca, ma che è messo a dura prova dalla recente scomparsa del fondatore Marcellino Gavio e dalla divisione delle quote della holding Aurelia fra i figli e nipoti con il ruolo di successore designato a Beniamino Gavio.
Gli ultimi finanziamenti giungono dunque al momento opportuno, mentre si deve costruire una nuova strategia generale che regali al mercato un’immagine di compattezza in parte andata perduta. Le sfide sui mercati appaiono notevoli, qualcuno ha persino ipotizzato che gli spagnoli di Abertis, dopo il fallimento della fusione con Atlantia-Autostrade per l’Italia, potessero nutrire delle mire per il polo autostradale piemontese. Equilibrio finanziario e crescita potranno essere sostenuti nei prossimi mesi soltanto con una strategia unitaria, chiara e lungimirante. Il rapporto con le banche, con Unicredit e la sua partecipata Mediobanca in primis, non sarà meno importante, sebbene anche da lì c’è il rischio che provenga qualche insidia.
Il gruppo Fondiaria Sai continua a far parlare di sé, volente o nolente. Le ultime indiscrezioni di stampa del Giornale parlano di un contatto informale con il gruppo francese Axa che potrebbe essere interessato ad ampliare la propria presenza in Italia rilevando la prima compagnia assicurativa nazionale nel settore danni. Fonsai non è in vendita, ha chiarito subito la compagnia dei Ligresti; tuttavia un’offerta generosa potrebbe smuovere gli azionisti storici e convincerli a cedere una parte almeno della compagnia.
Il debito della holding quotata Premafin ammontava a fine settembre scorso a 2,17 miliardi di euro a fronte di un patrimonio netto di 3,79 miliardi di euro, ma anche di un combined ratio del settore danni pericolosamente cresciuto al 103,3 per cento. Nei nove mesi gli oneri correlati a sinistri sono passati da 6 a 9 miliardi di euro cancellando in pratica la crescita dei ricavi e le buone performance del ramo vita: risultato? Primi nove mesi in rosso e situazione in peggioramento nel terzo trimestre. La debolezza del comparto immobiliare, storica attività dalla quale nasce l’impero del costruttore siciliano Ligresti, non ha bilanciato gli effetti di questa congiuntura negativa, al punto che si era ipotizzata una cessione di Citylife, uno dei più importanti progetti immobiliari di Milano e anche una delle maggiori occasioni di crescita della società. Lo stesso Salvatore Ligresti ha poi smentito questa ipotesi, dopo aver proposto delle modifiche alla distribuzione dei volumi nei progetti riguardanti i grattacieli centrali dell’area in questione.
Ieri Il Sole 24 Ore ha rivelato il raggiungimento di un accordo con gli istituti di credito per la ristrutturazione dei debiti accumulati nella holding Sinergia che controllava anche alcune attività e beni personali della famiglia Ligresti. Di recente altri interventi sul debito sono stati compiuti anche nel ramo immobiliare e nelle società quotate Premafin e Fondiaria. Una cessione corposa ai francesi di Axa non pare dunque strettamente necessaria, almeno per il momento.
Tuttavia va ricordato che una simile operazione avrebbe risvolti politici di primo piano e cambierebbe tanto gli equilibri del settore assicurativo in Italia da richiedere un placet di Roma. Da un lato per il semplice fatto che Fonsai è una compagnia di primo piano a livello nazionale, dall’altro perché controlla quote importanti della stessa concorrente Generali (fin dai tempi di una celebre sponda tra Ligresti ed Enrico Cuccia) che è una compagnia di dimensioni paragonabili alla stessa Axa e fortemente influenzata da un’ala francese del proprio azionariato. I rappresentanti del governo appaiono coinvolti persino a titolo personale nella faccenda. Visto che Ligresti è da tempo un noto sostenitore e amico personale di Silvio Berlusconi, che familiari del premier ricoprono ruoli di primo piano in Mediobanca (primo azionista di Generali) e che i legami del leader della Pdl con il mondo assicurativo (anche tramite Mediolanum) sono da tempo molto forti. Insomma, prima di tentare l’assalto della roccaforte finanziaria dei Ligresti, bisognerà che Axa faccia una capatina a Roma. Ammesso che non l’abbia già fatta.

Sicuramente gli ultimi anni si stanno rivelando particolarmente vivaci per Pirelli Re che in più settori si è mossa con attenzione e rapidità raggiungendo dei risultati spesso notevoli, ma anche subendo pesantemente gli effetti della crisi generale e di un indebitamento notevole. L’ultima novità riguarda però un’alleanza appena progettata: quella con Fimit, società che gestisce 12 fondi e che potrebbe allearsi al ramo immobiliare dell’impero industriale di Marco Tronchetti Provera.
La notizia sembra piacere molto al mercato che oggi scalda il titolo Pirelli Re con rialzi di quasi cinque punti percentuali. D’altra parte che Pirelli Re abbia bisogno di strategie decise in questo momento di crisi è noto. L’aumento di capitale da 400 milioni di euro completato a luglio è sicuramente servito, ma i problemi sono ancora numerosi. Il gearing (inteso come rapporto tra posizione finanziaria netta esclusi i crediti per finanziamenti e patrimonio netto: quindi come capacità di far fronte con mezzi propri agli investimenti del gruppo) è passato a 0,65 dal 2,35 di fine 2008. La posizione finanziaria netta è passata da un saldo negativo di 861,8 milioni di euro a uno di 447,4 milioni di euro.

L’attenzione del Governo e del mercato si focalizza in questi giorni sulle infrastrutture e ancora una volta un ruolo di primo piano sembra giocato in questo settore dalla famiglia Benetton. Il gruppo di Ponzano Veneto che controlla Atlantia, Autogrill, quote importanti di Gemina (quindi degli Aeroporti di Roma) e di Impregilo, oltre a diversi altri asset nel settore aeroportuale e ferroviario non poteva d’altronde rimanere estraneo ai progetti di rilancio infrastrutturale italiano.
Le recenti delibere del Cipe che finanzieranno opere fondamentali un po’ in tutto il Bel Paese (dalla Pedemontana lombarda al Ponte sullo Stretto) vedranno, infatti, Impregilo spesso al primo posto fra i beneficiari dei finanziamenti.
Non meno importante è il ruolo degli stessi Benetton nel settore aeroportuale, dove la famiglia di Ponzano Veneto controlla una quota importante di Gemina (e quindi della sua controllata Aeroporti di Roma) e ha di recente tirato un po’ la giacca ai soci dicendosi pronta a supportare un aumento di capitale da oltre 500 milioni di euro, se necessario. Anche in questo caso il travagliato via libera all’aumento delle tariffe aeroportuali giunge gradito in un momento delicato per il riassetto del traffico aereo italiano. Altri interessi ancora portano la famiglia veneta nel business delle ferrovie (Eurostazioni-Grandi Stazioni).
Continua a leggere: Infrastrutture: quanti dossier portano a Ponzano

Agnelli a Detroit. La storica famiglia che controlla la Fiat forse ha già prenotato un biglietto aereo per gli States, dove giovedì sera potrebbe festeggiare le nozze del Lingotto con Chrysler. L’accordo sembra oggi più vicino. Indiscrezioni rimbalzate dalle pagine del Washington Post e del Wall Street Journal sui giornali di tutto il mondo confermano il via libera all’operazione da parte delle principali banche Usa (JP Morgan, Goldman Sachs, Citigroup e Morgan Stanley) che detengono da sole circa il 70% del debito di Chrysler.
Secondo queste ipotesi non confermate (né smentite) dalle fonti ufficiali dei gruppi coinvolti, quei circa 6,9 miliardi di dollari di debiti che lasciano Chrysler ancora in bilico sulla bancarotta e gli Agnelli con il fiato sospeso potrebbero essere tagliati a 2 miliardi di dollari ed essere convertiti per la quota rimanente in una partecipazione di circa il 5% nel capitale della casa statunitense.
Lo schema riportato dalla stampa internazionale prevede dunque che i nuovi soci di Chrysler siano per il 55% i suoi operai sindacalizzati, per il 35% siano gli italiani di Fiat e per il rimanente 10% siano divisi fra il Dipartimento del Tesoro di Washington e i creditori di cui sopra. Tutto sembra filare per il verso giusto dunque e, secondo i piani dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, già il prossimo giovedì il Lingotto potrebbe ufficialmente entrare a Detroit da proprietario. Numerose incertezze rimangono però ancora sul tavolo.
Continua a leggere: Fiat-Chrysler: il biglietto degli Agnelli per Detroit

Barack Obama mostra i muscoli in vista del G20. Giovedì i grandi della terra si riuniranno a Londra in uno dei breafing internazionali più importanti degli ultimi decenni e saranno chiamati a mettere a punto un piano coordinato per l’uscita dalla crisi in corso. Nuove regole per la finanza globale, nuove alleanze politiche, nuovi interventi miliardari in favore delle varie e sconquassate economie del globo probabilmente ne verranno fuori. Intanto Obama, il leader dell’economia più forte del mondo dove pure si è generato questo ciclone, prosegue a tappe forzate verso il risanamento, o almeno verso dei provvedimenti che gli permettano di dire a Londra che ha già fatto il possibile e che ora tocca al resto del mondo dimostrare la propria volontà di uscire dalla crisi.
Il piano di Geithner per la pulizia dei bilanci delle banche dagli asset tossici con l’intervento dei privati nella manovra è stato il primo passo. La “cacciata” di Rick Wagoner dal vertice di General Motors e il no ai finanziamenti alle case automobilistiche di Detroit condizionato da piani di risanamento affidabili, “forti” e credibili sono stati il secondo. Gli effetti di questo “giro di vite” si vedranno anche in Italia, dove in pratica alla Fiat è stato imposto di allearsi con Chrysler prima che il Tesoro Usa la finanzi e non dopo (come precedentemente previsto): col dubbio sicuramente vivo a Torino in queste ore se proseguire nell’ardita conquista del gigante di Detroit o lasciarlo al suo destino rinunciando a un’occasione unica di ingresso nel mercato Usa in grande stile.

La crisi mondiale dell’automobile è ormai al paradosso. I giganti di Detroit sono stati trascinati nel fango a un passo dal baratro. Dopo settimane di funesti annunci alla fine è approdata sui tavoli del Congresso Usa una proposta di legge che promuove incentivi da 4.500 dollari per la rottamazione. Si tratta di un genere di aiuti molto diffuso in Italia e in Francia e a questi paesi ha fatto esplicito riferimento anche il presidente di General Motors Rick Wagoner. La prospettiva è quella incoraggiata da mesi da Barack Obama di una pioggia di miliardi di dollari in soccorso di GM, Ford e Chrysler.
L’Europa e l’Italia però sono apparse tutt’altro che fiere del successo delle loro manovre passate e hanno cominciato a innervosirsi in concomitanza con i dati sempre più disastrosi sul mercato dell’auto nel Vecchio Continente. L’Acea - l’associazione delle case automobilistiche europee - ha infatti pubblicato da poco un report in cui rivela che la domanda di nuove vetture in Europa è scesa del 19,3% nell’ultimo trimestre del 2008. Cali drammatici si sono visti in Spagna, in Islanda e in Irlanda, ma anche l’Italia e il Regno Unito registrano una flessione a due cifre (-13,4% e -11,3% rispettivamente). Più contenuti sono stati i rallentamenti della Germania e della Francia.
Con un mercato in brusca frenata la prospettiva di decine di miliardi di dollari investiti dagli Stati Uniti nelle proprie case automobilistiche ha così impensierito anche i produttori del Vecchio Continente. Il problema è che l’Europa non è uno stato ma una sorta di federazione e quindi le reazioni sono partite (come sempre) alla spicciolata.
Già sei paesi almeno hanno varato interventi di vario tipo in favore del comparto auto e nel frattempo, ovviamente, i malumori sono cresciuti. Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, da tempo denuncia una pesante distorsione del mercato, anche perché ha il fondato timore che i concorrenti francesi e tedeschi ricevano (insieme agli americani) consistenti aiuti pubblici ignorando così a bella posta le leggi di mercato. Se si considera poi che Moody’s ha appena messo sotto osservazione il rating sul debito della casa automobilistica torinese si capisce bene perché il manager italo-canadese appaia tanto preoccupato.
La posta in gioco però rischia di essere davvero alta e di fatto il mercato unico europeo potrebbe subire un duro colpo. Così oggi il ministro dell’industria europea Guenter Verheugen ha riunito 27 ministri Ue e ha dato finalmente il proprio via libera a un piano coordinato di intervento europeo in favore del comparto auto. La Bei (Banca europea per gli investimenti) promuoverà dei finanziamenti continentali per la rottamazione. Sicuramente la declinazione di questi aiuti nei vari paesi farà ancora discutere e molto probabilmente il sigillo Ue al salvagente pubblico non impedirà agli stati membri di agire ancora una volta ognuno per conto proprio. Un passo avanti, però, è stato fatto.

Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Giornate dense di appuntamenti per i manager delle principali banche italiane. Oltre ai cda per l’esame e l’approvazione dei dati relativi al terzo trimestre gli impegni prevedono anche la risoluzione del dossier-Zaleski. Il finanziere francese di origini polacche, protagonista in passato di operazioni molto fortunate grazie alle quali oggi si ritrova in portafoglio una impressionante serie di partecipazioni in importanti societa’ quotate, e’ infatti rimasto inguaiato nel crollo delle borse.
La discesa dei prezzi delle azioni non ha solo causato ingenti minusvalenze, ma ha anche messo in crisi i rapporti tra lo stesso Zaleski e il sistema bancario. Questo perche’ i suoi raid in borsa sono stati possibili grazie all’assistenza degli istituti di credito che hanno nel tempo erogato i crediti necessari. A tal proposito sembra che Zaleski goda della stima di Giovanni Bazoli, presidente di Intesa San Paolo. Tra l’altro i due guidano la finanziaria Mittel nella quale Bazoli ricopre la carica di presidente e Zaleski che ha quella di vicepresidente. D’altra parte la Carlo Tassara di Zaleski e’ primo azionista del gruppo Mittel con il 19% circa del capitale.
I problemi di Zaleski nascono dal fatto che i prestiti bancari sono garantiti dal pegno sulle azioni detenute: fin tanto che i corsi delle stesse restano su valori elevati va tutto bene, ma se crollano come successo negli ultimi mesi, allora non sono piu’ sufficienti a garantire i prestiti. Sono quindi scattati obblighi di rientro dalle esposizioni e il finanziere vi ha fatto fronte, a quanto risulta, riducendo drasticamente le partecipazioni in societa’ estere come ArcelorMittal ed EdF.
Continua a leggere: Zaleski: sempre più delicati i rapporti col sistema bancario