Riforma finanzaria Usa: un fragile compromesso è meglio di niente

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Un passettino avanti nella nuova finanza del dopo-crisi il mondo lo ha fatto con il via libera della Camera degli Stati Uniti alla riforma finanziaria. Si tratta però ancora di un passettino per diverse ragioni. La prima deriva dal fatto che, anche se gli Stati Uniti sono tra i maggiori protagonisti della finanza globale, certo una riforma nel loro mercato soltanto ha bisogno di ulteriore coordinazione con gli altri grandi e piccoli mercati.

In fondo se si critica il divieto dello short selling (ma dei soli cds naked) applicato dalla Merkel in Germania perché troppo locale, non si può pensare che una riforma degli Stati Uniti soltanto possa davvero cambiare le cose: se c’è una certezza in questo autunno della crisi è che la finanza si muove su scala globale e necessita dunque di soluzioni coordinate.

Sembra meno banale in questi giorni in cui si alternano prese di posizione e distinguo in sede europea e nel più largo consesso del G20, con il solito vorremmo, vedremo, faremo che in pratica lascia le cose invariate.

Sono passati quasi tre anni dall’inizio della crisi e ancora le grandi riforme dei mercati latitano. Oggi Washington, prima imputata di questa crisi senza fine, sembra voler voltare pagina. Circa 615 trilioni di derivati contrattati annualmente sui mercati non regolamentati OTC dovrebbero ora passare su piattaforme regolamentate.

In parte sarà applicata anche la Volcker Rule per la quale però sarebbe a questo punto più adeguato trovare un altro nome visto che, secondo quanto riportato da Bloomberg, la legge che dovrebbe separare il trading dalle altre attività delle banche evitando loro rischi troppo eccessivi sarebbe stata troppo diluita. Con un compromesso dell’ultima ora le banche ora potranno investire fino al 3% del proprio capitale in fondi di private equity e in hedge fund.

A molti è parso che questa riforma chiave sia stata alla fine troppo indebolita dalle pressioni repubblicane guidate dal senatore Scott Brown. In pratica si volevano evitare casi come quello di State Street che avendo corso troppi rischi con prodotti derivati legati ai mutui ha spostato i capitali dalle attività sane mettendo a rischio la propria sopravvivenza e imponendo allo stato un salvataggio oneroso.

In compenso è stato previsto per gli hedge fund un apposito registro con relativa autorizzazione e in generale sarà messo in piedi un monitoraggio dell’intero sistema finanziario e non dei suoi singoli componenti soltanto e sono stati attribuiti forti poteri di controllo e intervento alla Federal Reserve. Una legge di intervento particolare nei casi di crisi di grandi aziende del settore dovrebbe scongiurare salvataggi costosissimi come quello di AIG o fallimenti disastrosi come quello di Lehman Brothers. Il consumatore di prodotti finanziari avrà nuovi strumenti di informazione e la Fed regolerà i mercati dei mutui e delle carte di credito (non quelli dei finanziamenti per le auto).

Molte cose insomma dovrebbero cambiare, forse meno di quanto si sperava, ma comunque a sufficienza da inviare un segnale anche in Europa dove già la Germania ha compiuto dei passi autonomi e dove Berlino e Francia premono ancora per una nuova tassa sulle banche e sulle transazioni internazionali. Come per Washington però, senza una piattaforma globale (come quella di Basilea) gli effetti delle nuove norme rimangono ancora troppo parziali.

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Crisi: il dilemma della spesa pubblica confonde le ricette per la ripresa

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Un ipotetico diario di bordo della crisi in corso dovrebbe annotare che il vento si è fermato. Come il vento intorno alla nave del marinaio di Coleridge la ripresa e la crisi sembrano a un punto di sofferta riflessione in attesa di eventi poderosi. Qualche mese fa un analista preoccupatissimo ci diceva: “Se scoppia anche la bolla sull’obbligazionario, siamo fritti, possiamo chiudere tutto e tornare a casa”. In effetti la testa di ariete della crisi Greca e il suo relativamente rapido contagio dell’Europa periferica hanno prostrato le economie sulle due sponde dell’Atlantico in maniera a tratti drammatica.

Se i mercati azionari crollano di nuovo, ma viene meno anche la fiducia nel debito sovrano delle nazioni che guidano l’economia mondiale cosa dovremmo fare tutti noi dei nostri risparmi? Se la crisi è ancora una volta una crisi di fiducia, ben venga ogni concreto segnale di trasparenza. Il paracadute europeo da 750 miliardi di euro ha allontanato le ipotesi di default nell’Europa periferica, ma non lo ha del tutto cancellato: il rischio rimbalza ancora tra banche e debiti sovrani appesantendo i listini azionari.

Gli stress test delle banche europee saranno un’ottima occasione per fare un altro po’ di chiarezza, ma le istanze che emergono in queste settimane sono ancora numerose. Discutere ancora di solidità delle banche non ha senso, se non si mette in primo piano la ripresa economica. Ieri il disastroso dato delle vendite di nuove case negli Stati Uniti (-32,7% sul mese precedente, con il peggior calo mensile dal 1963 ma spiegabile con la fine degli incentivi a fine aprile) ha proiettato ancora ombre scure su Washington, neanche l’aumento inatteso delle scorte di greggio è stato un buon segnale: complessivamente è sicuramente vero, come dice il numero uno della Federal Reserve Ben Bernanke, che la crisi europea è il maggiore fattore di rischio dell’economia globale, ma le fragilità del mondo anglosassone non sono di certo da sottovalutare.

L’indebolimento dell’euro che in molti vedono come una costante dei prossimi anni (insieme ai bassi tassi d’interesse Usa) dovrebbe incoraggiare ancora la ripresa, ma il timore che la politica di austerità decisa da Berlino e strenuamente difesa da Angela Merkel freni la ripresa echeggia ai quattro angoli del globo e sembra candidarsi a vero protagonista dei prossimi incontri del G20 di Toronto.

George Soros, l’uomo che nel ’92 fece crollare la lira e la sterlina con le sue manovre speculative, ha affermato che la Germania su questo punto è isolata a livello mondiale. Tuttavia pare difficile negare l’importanza della sostenibilità del debito in Europa e nel mondo. In questo senso il dibattito recentissimo tra Martin Wolf e Roberto Alesina inquadra perfettamente il dilemma che assilla governi ed economisti: il taglio della spesa pubblica varato in Europa non rischia di soffocare la crescita con i suoi effetti recessivi?

Secondo il docente italiano di Harvard le statistiche degli scorsi decenni dimostrano che un intervento sulla spesa pubblica è spesso accompagnato nell’immediato da una crescita. Con il vantaggio – viene da aggiungere – di un controllo delle spinte inflattive che un incremento delle tasse non consentirebbe. Secondo Wolf invece la spesa pubblica è ancora fondamentale per sostenere la crescita, soprattutto adesso che l’economia stenta nonostante tassi d’interesse sui minimi.

Nel microcosmo italiano, un laboratorio per molti verso assai peculiare, le stime appena pubblicate dal Centro studi di Confindustria sembrano tagliare la testa al toro: cresceremo più del previsto (+1,6% invece che +1,3% nel 2011) nonostante le pressioni restrittive della nuova manovra di risanamento dei conti pubblici. Forse non resta che incrociare le dita e sperare che i paletti normativi che il G20 e Basilea dovranno puntellare sostengano davvero il trampolino di lancio della ripresa.

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Europa ancora più divisa dopo la fuga in avanti della Merkel

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L’approvazione, non senza inceppi, del fondo di salvataggio europeo da 750 miliardi di euro è arrivata in un altro momento di profonda crisi. Lo slittamento al 14 giugno dell’incontro fra il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy ha ancora una volta segnato un punto minimo nei rapporti fondamentali tra Berlino e Parigi, i due perni principali dell’Eurozona negli ultimi anni.

Ancora una volta la fuga tedesca in avanti, con un inedito piano di tagli alla spesa pubblica da 80 miliardi di euro in quattro anni, ha messo alle strette, le diplomazie europee. Sicuramente, dopo la sconfitta nel Nord Reno-Westfalia, il governo della Merkel sta cercando di riguadagnare consensi ai danni della coesione del Vecchio Continente. Prima la decisione unilaterale sulle vendite allo scoperto “naked”, ora una manovra di austerity indifferente alle esigenze di coordinazione di Bruxelles e con forti tagli alla spesa sociale e alla difesa tedesche, domani la tassazione sulle transazioni finanziarie varata a Berlino con o senza gli altri membri della comunità europea.

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Le manovre europee non convincono ancora i mercati

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Come da copione tocca alla Spagna dare nuovi scossoni alle borse europee e mondiali. Poco importa che CajaSur, la cassa spagnola salvata dalla Banca centrale di Madrid, gestisca solo lo 0,6% degli asset dell’intero sistema creditizio spagnolo, la sfiducia dei mercati sull’Europa è ipersensibile a ogni segnale e lo trasforma in perdite dei listini. D’altra parte, se si considera che le attività di Caja de Ahorros del Mediterraneo, Grupo Cajastur, Caja de Ahorros de Santander y Cantabria e Caja de Ahorros y Monte de Piedad de Extremadura, ossia delle casse che dovranno fondersi con un partner più forte per salvarsi, si arriva alla cifra di 135 miliardi di euro che è assai più impegnativa. In realtà questi interventi di aggregazione delle 45 “cajas” spagnole erano già previsti da tempo e la decisione di Madrid di intervenire rapidamente denota una prontezza encomiabile, ma, quando Standard & Poor’s valuta in 35 miliardi di euro il costo complessivo di questa maxi-fusione tra casse iberiche, qualche perplessità rimane.

Il resto del mondo, comunque, non resta a guardare. Timothy Geithner e Ben Bernanke partecipano a un importante incontro bilaterale con la Cina di Hu Jintao che ha fra gli argomenti cardine il rapporto fra dollaro e yuan alla luce dei forti ribassi dell’euro delle ultime settimane. Persino la rottura dei rapporti commerciali fra le due coree dopo l’attacco di un sottomarino della Corea del Sud sembra passare in secondo piano nell’agenda delle due superpotenze. Probabilmente è troppo presto per parlare di prove di bipolarismo globale alle spalle dell’Europa (anche perché per oggi è anche previsto un incontro tra Napolitano e Obama), ma la questione dello yuan che l’Occidente vorrebbe più forte da molto tempo rimane fondamentale.

I deprezzamenti dell’euro sul dollaro e sullo yuan mettono infatti in crisi uno scenario a due con Washington e Pechino che fanno il braccio di ferro per le date del cauto riapprezzamento della moneta cinese.

A complicare le cose c’è la passione dei leader europei per il gioco del battitore libero. Non è un caso se in passato più volte gli Stati Uniti hanno sottolineato la difficoltà di trovare un referente unico con cui confrontarsi in Europa: se volessero fare una scelta che riguardasse il cambio euro/dollaro con chi dovrebbero parlare? Con Barroso? Con la Merkel? Con Sarkozy? In questo contesto confuso il ruolo dell’Italia nelle ultime settimane è stato spesso più attento e saggio di quanto non evidenziato dalla stampa.Silvio Berlusconi è stato tra i primi a raccomandare un fondo unico europeo per il salvataggio dell’euro pochi giorni prima degli incontri che hanno permesso la progettazione del salvagente da 750 miliardi di euro per il Vecchio Continente. L’incontro di oggi fra Napolitano e Obama giunge dopo un incontro del nostro presidente con il numero uno della Commissione europea Barroso che sembra credere in un mediatore italiano tra Francia e Germania.Servono segnali di coesione dall’Unione europea: manovre da 6,2 miliardi di sterline per la Gran Bretagna, da 10 miliardi di euro l’anno fino al 2016 in Germania, da 100 miliardi in tre anni in Francia e da 24 miliardi di euro in due anni dell’Italia non sono ancora riuscite a tranquillizzare i mercati che temono un congelamento della ripresa del Vecchio Continente.

Gli Stati Uniti non sono messi tanto meglio di noi europei, ma almeno soffrono assieme. In Europa la Merkel chiede modifiche del patto di stabilità con sanzioni più severe alle nazioni che non rispettano gli accordi, Barroso le risponde che questi meccanismi esistono già e che in certi casi uno stato può anche perdere il diritto di voto in sede Ue. Negli Stati Uniti, invece, Obama fa squadra con Geithner e Bernanke mandando i due a cercare di convincere la Cina a rafforzare lo yuan mentre lui si occupa del versante europeo. In fondo le valute in certi casi indicano la coesione delle entità politiche che hanno alle spalle più di mille tabelle su Pil e deficit nazionali.

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Usa: nella riforma della finanza cambiamenti epocali

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Negli Stati Uniti sono cominciati i problemi e negli Stati Uniti si intravedono le prime soluzioni concrete al collasso finanziario degli ultimi 3 anni. L’Europa al solito segue con fatica quanto si decide a Washington per Wall Street e non si è dimostrata in grado di promuovere una autonoma riforma di ampio respiro della finanza nell’Eurozona.

Certo mercati globali chiedono soluzioni globali, ma sicuramente la riforma Usa passata al Senato con “soli” 59 voti contro 39 farà da battistrada. L’argomento sicuramente più importante è quello dei derivati che negli anni sono sempre di più diventati una mina inesplosa sul cammino dell’economia globale. Sono derivati i future sul petrolio che praticamente prezzano il costo dei trasporti mondiali, sono derivati i cds che tanta parte hanno avuto nella percezione del rischio della Grecia, sono derivai i vari abs, mbs e titoli salsiccia vari che hanno fatto da innesco a questa crisi globale.

I derivati esistenti dovrebbero valere circa 615 trilioni di dollari ossia più di 10 volte il Prodotto interno lordo di tutto il mondo. Se si prendono assieme i portafogli di JP Morgan, HSBC e Citibank si ottengono derivati del valore di 4-5 volte il Pil globale. D’altra parte JP Morgan, Citigroup, Bank of America, Morgan Stanley e Goldman Sachs hanno guadagnato l’anno scorso circa 28 miliardi di dollari molti dei quali riferibili proprio a strumenti derivati.

Con il testo appena approvato si regolamenta finalmente questo gigantesco mercato e si progetta una piattaforma di scambio affidata a soggetti terzi rispetto alle banche che renderà per forza di cose più trasparenti questi mercati, portando forse un po’ di luce in cose “misteriose” come i barili di carta o le cartolarizzazioni dei mutui subprime.

Sembra ancora probabile che la posizione del Senato in merito al problema dei derivatives che, anche a detta del Fondo Monetario Internazionale, ha contribuito in maniera sostanziale ad aggravare la crisi forse sarà ammorbidita prima di passare alla Camera, ma alla fine qualcosa il Congresso dovrà tirare fuori e probabilmente le sue scelte condizioneranno la storia dei prossimi anni o anche decenni.

Sembra che ci sia persino una disposizione nel testo del Senato che potrebbe obbligare in pratica i grandi gruppi bancari a scorporare le proprie divisioni di trading sui derivati. Un forte potere di controllo sarà affidato comunque ai regolatori che il Senatore Chris Dodd, vero artefice di questo nuovo sistema di norme, ha voluto rafforzare notevolmente. Tra questi regolatori la Federal Reserve in pratica acquisirà il potere necessario a contrastare il sistema del “troppo grande per fallire” che ha permesso ai giganti della finanza di salvarsi con il denaro pubblico.

Previsti anche nuovi requisiti di capitale, limiti ai rischi che le grandi banche possono correre e controlli che fino a non molto tempo fa sembravano inimmaginabili. Un intero sistema cambia e riparte dal basso, tanto che la tutela dei consumatori occupa circa un terzo delle nuove disposizioni, anche perché il sovraccarico di debiti privati è stato fra le cause di questo patatrack. Dove ci potrebbe portare questo nuovo sistema non lo sappiamo, che serve una sterzata decisa è indubbio.

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Berlino blocca lo short selling, ma spaventa il mercato

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Da Berlino continua a soffiare un vento freddo che rischia di gelare questa primavera. “L’euro è in pericolo” ha dichiarato ieri il cancelliere Angela Merkel. Da diverse settimane le sue parole fanno tremare l’Eurozona e la decisione improvvisa della Bafin, la Consob tedesca, di bloccare le vendite allo scoperto “naked” su dieci grosse istituzioni finanziarie tedesche, sui titoli del debito pubblico dei membri dell’Eurozona e sui correlati CDS sono la prima causa dell’ondata di vendite che oggi affonda nuovamente i listini.

Non è una novità: si tratta di un divieto già imposto negli Stati Uniti, ma l’ultima volta che è stato applicato nei principali paesi d’Europa è stato in occasione del crack di Lehman Brothers. Il divieto di vendere allo scoperto senza prima aver preso in prestito i titoli di Deutsche Bank o di Deutsche Post, di Commerzbank o di Allianz inevitabilmente innervosisce i risparmiatori e insinua il timore che qualche nuova bad news deprima l’industria finanziaria europea. Francamente era l’ultima cosa che Bruxelles voleva dopo il faticoso varo del piano da 750 miliardi di euro per il salvataggio dei paesi dell’Europa periferica.

Il nervosismo delle massime istituzioni europee sugli strattoni tedeschi, d’altra parte, diviene sempre più palpabile. Ieri lo stesso presidente tedesco dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker aveva invitato la Merkel a tacere dopo che domenica il cancelliere aveva detto di temere che il maxipiano da 750 milioni servisse solo a “guadagnare tempo”.

I politici di Berlino continuano, però, a giocare da soli e, dopo aver alzato con le proprie incertezze il prezzo del salvataggio di Atene (perdendo comunque le elezioni del Nord Reno-Westfalia), ora vorrebbero imporre un controllo dei bilanci degli stati a rischio che va ben oltre i limiti del trattato di Maastricht. Il ministro belga delle Finanze Didier Reynders ha criticato aspramente le “lezioni di disciplina del budget” che Berlino cerca di imporre ai suoi partner.

Qualche maligno però insinua che in fondo la Germania è il paese che più si avvantaggia di un euro scivolato (troppo rapidamente) in zona 1,21 dollari ma che rilancerà le sue esportazioni. La Merkel si muove da sola anche nel proporre a pugni chiusi una tassazione sulle transazioni finanziarie che, a suo dire, potrebbe anche partire da un nucleo europeo prima di approdare a un accordo internazionale senza il quale non avrebbe senso.

I furori regolatori tedeschi, che hanno già ottenuto dei giorni scorsi i primi via libera a una stretta sugli hedge fund che dovranno munirsi di un patentino europeo, sicuramente toccano nodi importanti nel quadro delle necessarie riforme finanziarie che i risparmiatori aspettano ormai da mesi, tuttavia in questa fase destano molti sospetti. Un attacco alla speculazione all’indomani dei pesanti ribassi dell’euro è comprensibile, ma uno scatto in avanti sull’Eurogruppo e un’azione tanto repentina non può che far temere nuovi drammatici eventi per i mercati.

Qualcuno ipotizza il default di qualche altro colosso bancario o un altro shock per l’Eurozona. Inevitabilmente i listini precipitano ancora a partire dagli indici dell’Europa periferica: ancora una volta, nonostante tutto, il Dax limita i danni, a discapito degli altri membri dell’Eurozona.

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Una risposta da 750 miliardi alla crisi dell'Eurozona

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Con il nuovo piano da 750 miliardi di euro per la protezione dell’economia e della moneta europee è stato fatto un passo avanti decisivo. Il rally delle borse di stamane invia un segnale di forza ai mercati (e agli stati che hanno partecipato a queste difficili scelte) che non potrà essere indebolito né dalla sconfitta elettorale della Merkel nel Nord Reno-Westfalia, né dalla defezione di Londra dal piano di salvataggio dell’euro.

Alla fine l’Europa sembra avere ritrovato una travagliata unità nella risposta alla crisi. Dopo più di undici ore di negoziati, dopo decine di accordi bilaterali e di incontri fra i ministri che guidano le economie europee, da Bruxelles è arrivato il via libera a un intervento che cambia le prospettive e i legami economici tra gli stati membri.

L’Ecofin ha varato un piano di aiuti da 500 miliardi di euro di cui 60 provenienti da fondi dell’Unione Europea e altri 440 prestati dagli stati membri. Una cifra che potrà raggiungere la metà di questo intervento, quindi circa 250 miliardi di euro, sarà messa a disposizione dal Fondo Monetario Internazionale. Si tratta di un piano più impegnativo di quello varato da Henry Paulson per gli Stati Uniti all’inizio della crisi, si tratta, soprattutto, di una svolta nei rapporti economici tra i paesi membri dell’Unione.

Istanze nuove provengono adesso da Bruxelles. Gli aiuti per la stabilizzazione dell’Eurozona sono stati varati in contemporanea all’impegno ufficiale di Spagna e Portogallo a un rafforzamento dei propri interventi in favore di un più corretto riequilibrio dei propri bilanci. I due paesi iberici dovranno ridurre di un altro 0,5% il deficit nel 2010 e di un punto percentuale nel 2011. In compenso sono già pronti 20 miliardi di euro di liquidità per traghettare la Grecia fuori dall’emergenza. Se si considera che l’unica strada che esiste per tagliare il deficit di Atene nell’immediato è quella di tagliare la spesa pubblica e che questa è composta per tre quarti da salari e spesa sociale, si comprende che la strada rimane ancora in salita. Bocciata l’ipotesi di una ristrutturazione del debito greco, si procede dunque nella direzione dell’Austerity.

Dal vertice dell’Ecofin provengono anche istanze di carattere più generale che impongono un’agenda continentale per i prossimi mesi. La regolamentazione dei mercati dei derivati e delle agenzie di rating diventa uno dei punti principali su cui si confronteranno i governanti d’Europa nell’immediato futuro. Interventi senza precedenti sono previsti anche dalla Banca Centrale Europea che acquisterà su vari mercati i titoli del debito sovrano degli stati membri in difficoltà per evitare che i relativi tassi d’interesse prendano quota indebolendo ulteriormente le economie in difficoltà (come successo alla Grecia). Si tratta di un intervento destinato a cambiare in profondità il ruolo della Bce nell’Unione europea e qualcuno dubita persino che rispetti i trattati in vigore.

Nonostante un ombrello da 750 miliardi di euro faccia riprendere fiato a tutti i listini, diversi dossier rimangono aperti. Due paesi membri dell’Unione come la Gran Bretagna e la Germania hanno spesso remato controcorrente nel mezzo di una crisi gravissima. Il Regno Unito ha deciso di non intervenire per salvare l’Eurozona dimostrando ancora una volta il proprio invitto euroscetticismo. La Germania di Angela Merkel è intervenuta troppo tardi: alla fine il governo ha perso comunque la maggioranza nella Bundesrat e dovrà fare i conti con gli elettori nel corso dei prossimi mesi. Paesi come la Francia e l’Italia si sono mostrati un po’ sottotono in momenti delicatissimi per l’intera Unione europea. I prossimi interventi per la regolamentazione dei mercati e l’implementazione dei piani di emergenza richiederanno nuove alleanze e più smarcate prese di posizione. Per molti versi si è soltanto all’alba di una nuova fase dei rapporti tra i membri dell’Unione Europea.

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Telecom Italia: mancano sia le risposte che le strategie

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Questo Paese a tratti si rivela inquietante. Di certo una vicenda come quella di Telecom Italia Sparkle avrebbe causato terremoti peggiori in un’altra nazione anche se scandali simili si sono visti altrove. Nel mezzo delle elezioni britanniche si potrebbe ricordare che il News Group pagò secondo il Guardian 1 milione di sterline per risarcire personaggi pubblici spiati dai suoi giornalisti. Più spesso avviene il contrario, ossia che siano i giornalisti ad essere spiati come nel caso italiano, in cui è stato acclarato che Marco Mancini, il numero due del Sismi che lavorava anche in Telecom, spiava i giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo. Lo ha ammesso lui stesso. In Germania è successa la stessa cosa con le Ferrovie tedesche che spiavano clienti, fornitori, giornalisti e persino parlamentari e gli esempi si potrebbero moltiplicare ancora.

Ma quel che inquieta è il corto circuito che si sta creando e che è tutt’altro che finito. Secondo diverse indiscrezioni assai diffuse da tempo sul mercato motivi di sicurezza strategica imporrebbero al gruppo Telecom Italia di non cedere Sparkle che pure è stata l’epicentro del maxicarosello che ha imposto accantonamenti per 507 milioni di euro di cui solo 10 scontati già nel 2009. Il caso grave di un sistema di frodi collegate al primo e al secondo operatore di telefonia italiana (Fastweb) rimane comunque ancora aperto e gli sviluppi sono tutt’altro che certi.

Basta osservare che ieri le dure accuse dei piccoli azionisti di Telecom (Asati), dei sindacati e persino di Beppe Grillo hanno comunque scosso l’assemblea. Mentre i rappresentanti dei lavoratori inscenavano il funerale dell’azienda, lo stesso consigliere indipendente Luigi Zingales (pur specificando che i fatti sono precedenti all’insediamento dell’attuale consiglio) affermava: “È un fallimento del cda essere arrivati a questo punto” nella vicenda Sparkle.

D’altra parte le batoste di Telecom Italia sembrano davvero non finire mai: dal caso Tavaroli-Mancini, alla vendita a Telefonica con successive cessioni di Hansenet e problemi ancora irrisolti in Argentina a quest’ultimo scandalo delle carte prepagate per siti porno che chiama anche in causa La ‘Ndrangheta sembrano davvero una discesa agli inferi.

Forse l’azione di responsabilità contro il vecchio management potrebbe ridare un po’ di credibilità a una società che non può certo vivere soltanto dei sorrisi di Belén Rodrìguez. Bisognerà senz’altro fare qualcosa di più che accantonare 10 milioni. Nel frattempo un aiuto forse insperato arriva dall’Autorità delle Telecomunicazioni che ha proposto un rinnovo delle tariffe unbundling a tutto vantaggio di Telecom Italia.

Si tratta in pratica delle tariffe che le altre compagnie pagano al gestore della rete telefonica di Telecom Italia, ossia all’unica rete veramente nazionale e per loro è previsto un graduale aumento da 8,7 a 9,67 euro al mese entro il 2012. Fastweb nella pubblicazione odierna della prima trimestrale ha calcolato che “L’aumento che scatterebbe a maggio avrebbe un impatto negativo sull’EBITDA 2010 di FASTWEB pari a 1,7 milioni di euro (non incorporato nella guidance). Considerando l’aumento già introdotto nel 2009 e quelli proposti, l‘impatto cumulato sull’EBITDA nel periodo 2009-2012 sarebbe negativo per circa 70 milioni di euro”.

Non si tratta dunque di bruscolini, anzi. Sempre in base alle indiscrezioni (che però sul mercato come noto contano) negli ultimi mesi si sarebbe coagulato un interesse degli operatori antagonisti a Telecom per la costituzione di una rete alternativa per la copertura almeno delle grandi città. In effetti di infrastrutture alternative (ma non complete per il territorio nazionale) ne esistono, come quella di Retelit o di Eutelia, ma finora ogni riflessione ufficiale su una rete alternativa a quella di Telecom Italia è approdata a un solo aggettivo: “antieconomico”.

Di certo, però, la rendita di posizione che ancora la ex Sip vanta non potrà essere eterna. Senza considerare che la riduzione delle attività nei mercati emergenti e l’uscita da diversi mercati maturi rischia di comprimere la redditività del gruppo e di marginalizzarlo ulteriormente nel contesto internazionale. Forse, come per i paesi, anche per le grandi aziende l’unico modo per uscire realmente dal debito è quello di guadagnare di più.

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Grecia: la crisi di Atene rischia di affondare l'Europa

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Il 10 maggio non è mai parso così lontano. Solo per quel giorno è previsto il vertice dei 16 paesi dell’Eurogruppo che dovranno sbloccare i prestiti ad Atene. Ovviamente il fatto che il giorno prima si tengano le elezioni tedesche nel land del Nord Reno Westfalia non è un caso. In quell’occasione Angela Merkel potrebbe giocarsi la maggioranza al Senato mentre circa il 57% dei tedeschi secondo alcuni sondaggi è contro gli aiuti ad Atene. Che Berlino fosse tanto antieuropea fino a poco tempo fa non lo sapeva nessuno. In fondo ai Balcani però anche due greci su tre sono contrari all’intervento dell’Europa e del Fondo monetario internazionale. Insomma i popoli vogliono lasciare le cose come sono e danno quindi l’impressione netta di non rendersi conto che sono insostenibili.

Certo anche gli speculatori ci mettono del proprio, non meno che l’agenzia Standard & Poor’s che, più male di così, all’Europa non poteva fare. Ieri ha segato di ben tre punti il rating sovrano di Atene catapultandolo direttamente tra i junk bond con un drastico B+. In giornata ha tagliato di due gradi anche il rating sul debito di Lisbona (ad A-) decidendo che il Portogallo è l’ottavo paese più rischioso del mondo, il che francamente sembra un po’ eccessivo. Con i suoi netti downgrade l’agenzia ha quindi tracciato una prima bozza di crisi dell’Unione Europea che, da copione, prevede un default della Grecia, un contagio al Portogallo, all’Irlanda e forse all’Italia e, infine, un bel default della Spagna che spaccherebbe definitivamente l’Europa in due per la felicità di euroscettici, nazionalisti e grandi interessati come Stati Uniti e Cina. Bye bye Bruxelles!

Sarebbe la fine di un esperimento ancora molto incompleto, ma anche di un progetto nato sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. Il mercato intanto corre e il Fondo Monetario Internazionale si è già detto disposto a metterci altri 10 miliardi di euro dopo i 15 già previsti da questo piano di rientro. L’urgenza della crisi greca è evidente da tempo a tutti coloro che hanno seguito anche sommariamente la vicenda, tuttavia l’Europa e soprattutto la Germania si stanno mostrando troppo lente e troppo incerte. Se qualcosa non dovesse funzionare, tutto potrebbe andare perduto ad Atene e il cambiamento radicale del Paese promesso dal premier Papandreou probabilmente diverrebbe ancora più duro.

Il paese intanto si avvicina sempre di più al rischio di una rivolta sociale. Evasori e corrotti sono diffusi e l’economia sommersa copre secondo alcune stime circa il 25,1% del Pil, oggi ad Atene c’è dell’odio per i ricchi che non pagano le tasse e per i responsabili di questa crisi, ma c’è anche molta rabbia contro una crisi improvvisa e gravissima che in un modo o nell’altro è destinata a cambiare il Paese. La crescita già prevista prossima allo zero dei prossimi anni rischia inoltre di rendere poco affidabili le stime di rientro del debito greco e questa incertezza prospettica aggrava ulteriormente la crisi.

Intanto le banche europee già pagano il conto dei timori sulle loro esposizioni con Atene e perdono quota in Borsa. Il mercato non sta certo accogliendo bene questa fase della crisi europea. Stupisce, però, ancora una volta come un downgrade pesante come quello di Standard &Poor’s sul debito portoghese possa essere influenzato più dall’andamento dei credit default swap (cds) che dai dati dell’economia reale del Paese lusitano. Intanto la situazione sembra andare fuori controllo e l’Europa pare ancora una volta incapace di mostrarsi unita. Forse mai il rigore tedesco è parso tanto fuori luogo e controproducente.

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Grecia, Portogallo, Spagna: Europa ancora divisa di fronte alla crisi

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Le incertezze crescenti sulla sopravvivenza dei più deboli dell’Eurozona si proiettano sui mercati europei che stanno rivivendo ore drammatiche dopo le promesse del week end. Ancora una volta più che la crisi di questo o quel paese sembra la mancanza di una sicura cabina di regia la vera causa di ogni male. Il ministro delle finanze tedesco Michael Offer (o meglio un suo portavoce) ha dichiarato che probabilmente le manovre di aiuto tedesche alla Grecia dovranno passare per il Parlamento di Berlino. Bruxelles ora teme una paralisi degli aiuti che Atene non può permettersi e vede un’altra volta un concreto rischio di esautorazione dei propri poteri in favore di istanze politiche nazionali. La cosa ricorda tanto i problemi di Opel e dell’auto globale inceppatisi sulle elezioni tedesche, ma questa volta riguarda un’intera nazione dell’Unione Europea.

A complicare tutto ci si mette anche Olli Rehn il commissario finlandese per gli Affari economici europei che lancia l’allarme sul Portogallo in uno dei momenti più sbagliati. In particolare il disavanzo di Lisbona al 9,3% del Pil del 2009 è risultato peggiore del previsto e questo potrebbe, secondo Rehn, mettere a rischio gli ambiziosi programmi portoghesi di recupero. Già quest’anno potrebbero dunque servire ulteriori manovre correttive. A peggiorare ulteriormente le cose, sui mercati sono rimbalzate anche nuove preoccupazioni sulla Spagna.

Certo la situazione di Madrid (deficit all’11,3%, debito volato dal 55 all’80% del Pil in 3 anni, disoccupazione al 19%) è molto preoccupante e qualcuno vorrebbe senz’altro forzare le reazioni di Zapatero verso un rigore difficilmente conciliabile con la sua linea politica. In fondo è un copione già visto in Grecia dove il governo socialista di Papandreu sta cercando di far passare una riduzione media dello stipendio dei dipendenti pubblici fra il 10 e il 20%, un congelamento delle pensioni, un incremento dell’Iva dal 19 al 21% e varie imposte indirette su benzina, gasolio, sigarette, alcool e beni di lusso.

Il monito tedesco del “chi ha sbagliato paghi” ottiene in ambito finanziario diversi appoggi: basta ricordare che il più grande operatore mondiale del mercato dei bond - Pimco – ha di recente ridotto la propria esposizione sul debito greco, che il deficit di Atene è del 12,9% e che Papandreou deve coprire con 11,6 miliardi di euro il debito in maturazione entro la fine di maggio e con altri 20 miliardi di euro pagare interessi e rifinanziamento del debito stesso per la fine dell’anno. Si impennano così cds e tassi sulle varie scadenze del debito di Atene, mentre la Grecia si ferma letteralmente per gli scioperi di dipendenti dei trasporti pubblici e tassisti.

Qualcuno ha parlato di manovra di “lacrime e sangue” e intanto, dopo la faticosa approvazione di un intervento parallelo del Fondo Monetario Internazionale nella faccenda, l’unità di Bruxelles si sbriciola. I 30 miliardi di euro varati dall’Unione europea pesano per 8,4 miliardi sulla Germania, per 6 miliardi sull’Italia, per ben 5,4 miliardi di euro sull’Italia, per 3,67 miliardi sulla Spagna, per 1,8 miliardi sull’Olanda e per 1 miliardo sul Belgio. Ognuno avrebbe il diritto di dire la sua, ma nel frattempo i discorsi di incoraggiamento e i moniti verso un nuovo rigore rischierebbero di trasformarsi in epitaffi.

Spicca l’assenza tra i finanziatori della ripresa greca della Gran Bretagna, che non fa parte dell’Eurozona ma in Europa pesa spesso pure più dell’Italia, nonostante il suo Pil sia sugli stessi livelli. Di certo chi voleva l’ennesima spaccatura europea in queste ore gongola. C’è pure chi suggerisce un graduale disimpegno del Fondo Monetario Internazionale dall’Europa, nonostante questa sia uno dei suoi maggiori azionisti.

Ancora una volta appare tanto necessaria quanto lontana una cabina di regia economica che affianchi le scelte nazionali e avvicini le capitali d’Europa. Ancora una volta in questa crisi globale urge una riaffermazione del primato della politica che, soprattutto nel Vecchio Continente, continua a rimanere più un miraggio che un progetto. Duole notare che l’Italia in questo contesto stenta ancora a mostrare il suo peso.

condividi condividi 0 commenti giovedì 15 aprile 2010
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