
Grossi guai e molta confusione tra Nyse Euronext e Deutsche Boerse: i vertici aziendali lavorano da quasi un anno alla fusione tra le due società di gestione degli scambi azionari, ma adesso rischiano di dover fronteggiare il No della Commissione Europea, preoccupata dalle conseguenze di questo matrimonio sulla concorrenza.
Da diversi giorni circola la notizia - rilanciata sia dal Financial Times sia da Bloomberg - che la Commissione di Bruxelles ha già deciso di bocciare la fusione tra i due colossi, in particolare per il timore che si crei un monopolio sul mercato dei derivati, un tipo di prodotti tra l’altro particolarmente colpiti dalle critiche per la crisi finanziaria dell’ultimo anno.
Il vicepresidente della Commissione, lo spagnolo Joaquin Almunia, responsabile dell’Antitrust, a quanto sostengono molte fonti vicine al dossier, ha dato un parere negativo all’operazione che darebbe vita al primo grupo mondiale nei mercati azionari; a quanto pare, in risposta a questi movimenti, oggi si incontrano i leader delle due società, Reto Francioni, ad di Deutsche Boerse e Duncan Niederauer, Ceo di Nyse Euronext.
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L’attuale modello economico occidentale sta vivendo uno dei momenti di crisi più tragici della sua storia. Che il modello sia malato è stato da tempo ribadito e assodato, anche da coloro che inizialmente l’hanno sostenuto e ne hanno largamente beneficiato. Eppure l’inversione di tendenza tarda ad arrivare, nonostante uno stato delle cose chiarissimo e l’opinione di autorevoli economisti e manager.
Roger L. Martin preside della Rotman School of Management presso l’Università di Toronto, è uno di questi, e nel suo nuovo libro Fixing the Game utilizza un linguaggio metaforico per dare voce e sostanza ad una considerazione che risale al 1999 ed è stata attribuita a Jack Welch, celebre amministratore delegato della General Electric, un manager in grado di portare la sua azienda da 12 miliardi di dollari di fatturato ad oltre 360.
“Massimizzare il valore delle azioni è l’idea più stupida del mondo“.
Oggi esiste una scollatura tra l’economia reale (per semplificare quella delle fabbriche e degli uffici in cui vengono progettati e realizzati prodotti, le merci e i servizi sono venduti e comprati e alla fine ai ricavi si sottraggono le spese per determinare l’esatta quantità di dollari di profitto realizzati) e il cosiddetto “mercato delle aspettative”, l’economia finanziaria.
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Il Belgio nazionalizza il ramo locale delle attività di Dexia e si impegna a garantire per il 60,5% delle restanti attività; il resto è garantito dalla Francia (36,5%) e dal Lussemburgo (3%). La crisi finanziaria di Dexia - una delle maggiori banca europee e uno dei primi tentativi di creare un colosso sovranazionale - rischia di contagiare e mandare a fondo tutto il settore bancario continentale, perciò il governi si sono mossi con estrema tempestività.
Bruxelles pagherà 4 miliardi di euro per Dexia Bank Belgium, il ramo retail del gruppo finanziario con 6mila dipendenti, 4 milioni di clienti e depositi per 80 miliardi di euro. In vendita c’è anche un altro asset, Dexia Banque Internationale che potrebbe essere nazionalizzato dal governo lussemburghese.
I ministri delle Finanze di Belgio, Francia e Lussemburgo stanno lavorando assieme sul dossier per dare una risposta concertata e spegnere sul nascere questo nuovo focolaio di crisi: non è un caso che i tre governi si siano anche impegnati a garantire per i prossimi 10 anni 90 miliardi di prestiti interbancari e bond. Il Belgio coprirà il 60,5%, la Francia il 36,5 e il Lussemburgo il 3% della “bad bank” in cui verranno parcheggiati tutti i titoli tossici del gruppo.
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Cosa ha provocato la crisi finanziaria di queste settimane? La risposta più ovvia e banale è una soltanto: i debiti sovrani. Gli stati sono troppo indebitati, le agenzie di rating declassano persino i titoli americani, le borse crollano bruciando capitalizzazioni già fragili, e parte la corsa folle ai tagli. In Italia siamo arrivati alla soglia dei 50 miliardi di euro recuperati con il decreto anti-crisi, ma qualcosa di simile stanno facendo anche altri paesi europei, Francia in testa.
Il timore è sempre il solito: uno spread in salita e il declassamento di una delle famigerate Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch a provocare il panico degli investitori, mentre gli speculatori possono gioire. I governi fanno a gara ad emanare misure d’urgenza per contenere il debito, ma perdono di vista il problema fondamentale: il debito è insostenibile nel momento in cui le entrate fiscali non riescono a sostenerlo.
Dobbiamo forse ritenere che tutti i politici del mondo, da destra a sinistra, hanno smesso di credere alla possibilità di una crescita economica infinita? Potrebbe essere, ma non è quello che ci stanno raccontando. Nei fatti la crisi finanziaria sta colpendo indistintamente tutti, compreso il Regno Unito guidato da David Cameron. Proprio guardando a questo esempio risulta “profetico” l’intervento di un celebre economista a commento della legge di bilancio approvata dal governo conservatore all’inizio del 2011.
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Steve Jobs ha lasciato la carica di CEO dell’azienda di Cupertino. Passaggio storico per Apple per un uomo simbolo di una rivoluzione hi-tech (e di altissimi profitti) ancora in corso. Quando Jobs era tornato al timone dell’azienda che aveva contribuito a fondare dopo alcuni anni di lontananza le azioni Apple valevano 6,56$ ciascuna, ieri, prima dell’annuncio delle dimissioni per problemi di salute, erano arrivate a 376,18$ (ed un anno fa con il lancio dell’iPhone 4 toccarono il record di 403,41$). Si stanno sprecando sul web le agiografie dell’A.d. perennemente con jeans e lupetto nero indosso e sul nostro MelaBlog hanno tradotto un post di Robert Scoble che sul The Next Web racconta il suo “perché” Jobs sia stato tanto speciale:
Perché proprio lui?
Dopo essere andato indietro di 34 anni con la memoria, la risposta mi fu chiara: c’è un solo imprenditore che mi abbia mai detto di guardare il retro di un prodotto per capirne la sua bellezza. Era stato al lancio dell’iMac, quando Jobs mostrava le linee moderne che ancora oggi ho sulla mia scrivania che disse “guardate al metallo, dietro, non è bellissimo?”. E lo era. A tutti gli altri ceo non importava nulla di cosa ci fosse sul posteriore dei loro prodotti. Pensavano solo a tagliare i costi. Non era stata quella la prima volta che notavo l’attenzione che prestava Jobs a questioni apparentemente irrilevanti (…) ricordo quando Jobs volle dipingere di giallo il pavimento della fabbrica dei Macintosh. Dopo tutto, un prodotto come quello, andava assemblato in un bel posto.
Beh, quei tempi sono cambiati, ora i pavimenti gialli non ci sono più e i prodotti Apple sono assemblati dalla Foxconn (con i risultati che sappiamo) in Cina, ma nell’immaginario Jobs resta il romantico visionario di “Stay Hungry, Stay Foolish“. I fanboy hanno colto con ovvia delusione la sua parziale uscita di scena, ma sui mercati le quotazioni in apertura non calano considerevolmente (si balla attorno al -2% a quota 368 dollari per azioni), ed in chiusura di seduta il segno è positivo, +0.15%, ogni azione vale 57 cent in più rispetto a ieri.
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La Hewlett-Packard, meglio nota come HP, non produrrà più personal computer. La mossa, annunciata dall’amministratore delegato Leo Apotheker, è la risposta (drastica) alla crisi dell’azienda. Niente più hardware, soltanto software, e la progressiva dismissione della produzione di PC viene anticipata dall’acquisto della società inglese Autonomy, specializzata nella gestione dati delle grandi corporation private, ma anche di committenti pubblici come il Ministero della Difesa americano.
Pur di assicurarsi Autonomy la HP ha pagato l’80% più del valore di borsa corrente dando l’idea ai mercati che quella che potrebbe essere una saggia decisione manageriale sia in realtà un’autentica fuga. Le conseguenze sul titolo della HP sono state semplicemente disastrose: dall’inizio dell’anno aveva perso il 22% del suo valore, in un solo giorno ha pareggiato questa perdita con un secco -20% capace di portare la capitalizzazione ai livelli del 2005.
Una corsa alle vendite con pochi precedenti, aggravata dall’attuale crisi finanziaria che sta comunque colpendo in misura minore le società del comparto hi-tech. Semplice bad timing o una scelta disgraziata? Di certo la delusione degli investitori appare giustificata perché, se è vero che altre grandi aziende (leggi IBM) hanno compiuto la stessa transizione in passato, HP 10 anni fa aveva speso 25 miliardi di dollari per andare nella direzione opposta acquisendo Compaq e l’anno scorso si era assicurata Palm per 1,2 miliardi dando l’impressione di essere pronta a competere con Apple sul terreno divenuto più congeniale all’azienda di Cupertino lanciata proprio dalle vendite di iPad e iPhone.
Nessuno dubita che sia giusto per le aziende puntare a riposizionarsi su business più redditizi (e il software può garantire margini che l’hardware non riesce ad offrire), ma l’isterica confusione che regna nel management HP ha consigliato molti di attendere futuri sviluppi prima di investire nuovamente nella multinazionale statunitense.
[Via | Alphaville]
Spesso quando acquistiamo dei vestiti ci chiediamo come arrivino a un certo prezzo. Perché i jeans costano così tanto? Come fa un paio di pantaloni a costare duecento euro? Christina Binkley del Wall Street Journal si è posta le stesse domande e ha fatto il giochino dell’infografica qui sopra, dove vedete riassunti passaggio per passaggio della produzione i costi di un paio di jeans del brand True Religion. Sono dei pantaloni piuttosto costosi, intorno ai 310$, non proprio per tutti.
Li vendono anche in Italia, e anche qui malgrado il cambio favorevole euro-dollaro non sono proprio a buon mercato. Fanno parte di quella sottilissima fascia di mercato di premium denim. Nell’articolo interessanti i dati sugli acquisti degli americani:
Gli Americani hanno speso dall’aprile 2010 all’aprile 2011 circa 13,8 miliardi di dollari in jeans, ma solo l’un per cento di questi appartiene alla categoria premium denim
Interessante anche scoprire come funzioni il ricarico finale per i rivenditori, che va da 2,2 a 2,6 volte in più rispetto al prezzo all’ingrosso. Ma come fanno a costare così tanto? Un po’ è perché sono prodotti in America, spiega Jeff Lubell, mente del progetto TR “Li potrei vendere a 40 dollari se li facessi in Cina”. Un prodotto fatto in America di quel tipo, deve costare almeno 200$ per garantire del profitto, spiega sempre Christina Binkley. Lubell ha scelto di delocalizzare solo in Messico, per giacche e giubbotti che vende intorno ai 375$ negli Stati Uniti “Se li facessi qui, dovrei venderli a 600 dollari al paio” conclude.
Via | WSJ

I mercati internazionali non se la passano bene e anche se dall’inizio dell’anno alcuni segnali positivi non sono mancati - come un buon numero di nuovi collocamenti azionari - i corsi di Borsa stanno soffrendo per una serie di motivi che hanno destabilizzato e spaventato gli investitori.
Come scrive il Financial Times, dal terremoto e maremoto in Giappone - con la crisi nucleare di Fukushima - alle turbolenze e rivoluzioni in Medio Oriente, fino al rischio default della Grecia e la debolezza del debito pubblico nell’Eurozona nel 2011 i mercati, che sembravano poter recuperare buona parte del terreno perduto, hanno subito qualcosa di più di un rallentamento.
Negli ultimi tre mesi, poi, a livello globale le fusioni e acquisizioni sono calate del 17,5% rispetto al primo trimestre dell’anno, secondo le rilevazioni di Mergermarket. L’ultima offerta è quella da 21,2 miliardi di dollari che la Johnson & Johnson’s ha messo sul piatto per acquisire la svizzera Synthes: non a caso l’Europa è un po’ in controtendenza, con un aumento del 19,9%. Il quadro generale, però, non è confortante.
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Per qualcuno è uno dei manager più competenti in circolazione in Italia; per altri è l’uomo passato con disinvoltura dall’esperienza di Olivetti e dalla presidenza della Mondadori fino alla discesa agli inferi di una Fininvest oberata di debiti e attaccata come una sanguisuga ai flussi di cassa garantiti dalla Standa. Adesso Franco Tatò, 79 anni ad agosto, è il nuovo presidente di Parmalat dopo l’Opa che ha consegnato la maggioranza azionaria alla famiglia Besnier, proprietaria del gruppo francese Lactalis.
Niente cordate Ferrero, niente cooperative coagulate attorno a Granarolo e alle banche; alla fine ha vinto chi aveva i soldi ed era disposto da subito a metterli sul tavolo, cioè il gruppo Lactalis che ha fatto un sol boccone di Parmalat dopo il risanamento finanziario impostato e in gran parte realizzato da Enrico Bondi, che ha lasciato la città emiliana alla guida della sua Panda: un’uscita di scena in linea con la sobrietà e il rigore propri del manager aretino, artefice dell’unica public company italiana vista negli ultimi anni, durata lo spazio di un mattino, ma capace di creare valore e restituire ai vecchi azionisti almeno parte dei soldi investiti.
Adesso il volto di Parmalat sarà Franco Tatò: un laureato in filosofia che non sarebbe potuto diventare dirigente d’azienda se non all’interno di quel gruppo di intellettuali e filosofi che si chiama Olivetti, grazie a quell’Adriano Olivetti che nella seconda metà del Novecento provò a mostrare un modo diverso di fare azienda.
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Lui in Borsa ci era andato e ci era rimasto per un po’, finché si era stufato di dover presentare bilanci certificati e rendere conto ai piccoli azionisti e agli amministratori; così ha riacquistato tutte le azioni del suo gruppo ed è tornato a un’azienda personale. Giorgio Armani non ha mai avuto un buon rapporto con la Borsa, ma le sue ultime dichiarazioni - lette da qualcuno come un attacco a Prada e a Dolce & Gabbana - hanno segnato un innalzamento del livello di scontro.
Secondo lo stilista di Piacenza, che ha approfittato dell’ultimo giorno delle sfilate maschili a Milano per lanciare il suo messaggio, la moda ormai “è in mano alle banche”, i marchi “non sono più dei loro proprietari” e al posto degli stilisti ormai decidono i finanzieri. Per questo motivo, lui - Armani - preferisce gestire da sé il proprio gruppo per non trovarsi “con i creditori dietro la porta di casa”.
Un discorso che sarebbe una battuta su cui ridere se non ci trovassimo in Italia, dove in effetti la diffidenza verso la Borsa, i meccanismi finanziari e il sistema bancario è ancora ben radicata e rimane diffuso un atteggiamento legato al passato contadino, quando si preferiva tenere i risparmi sotto la mattonella piuttosto che affidarli a professionisti.
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