
Ogni mezzo è buono per recuperare, anche se in piccola parte, i soldi che Bernard Madoff (Bernie) ha sottratto agli investitori, i quali gli affidavano i propri fondi nell’illusione di guadagni favolosi senza rischiare il capitale. Così un piccolo mattoncino verso quei 50 miliardi di dollari da recuperare arriva anche dalla cantina del finanziere americano, messa all’asta dal tribunale di New York.
Le bottiglie di vino e di champagne dell’ex presidente del Nasdaq sono andate all’incanto per oltre 41 mila dollari, per la precisione 41mila 530 dollari.
Il prezzo ricavato dalla casa d’aste Morrell and Co ha raddoppiato più o meno le valutazioni fatte dagli esperti, un po’ per le ridotte dimensioni della collezione, un po’ nella sperazna che con gli anni i vini acquistino maggior valore. In ogni caso c’er adi tutto nella cantina di questo uomo della finanza: il pezzo più costoso è risultato uno Chateau Mouton-Rothschild del 1996, valutato 3200 dollari e poi venduta a 6800 dollari.
Gli aumenti più incredibili, però, hanno rigurdato proprio le bottiglie più semplici da trovare, quelle “da supermercato”, pagate a caro prezzo solo perché sono appartenute proprio a Madoff. Bottiglie di Gin Bombay, vodka Smirnoff o Grand Marnier, dal valore compreso tra i 10 e i 20 dollari, sono state infatti piazzate a 300 dollari. I truffati non si rifaranno con queste briciole, ma almeno potrebbero ottenere almeno un risarcimento simbolico.
Sembrano già così lontani quegli anni, sembra una vita fa: era il 2005, quando quella che giornalisticamente passò alla storia come “bancopoli” riempì le colonne dei quotidiani. Fu coniata anche un’espressione che gira ancora oggi, “i furbetti del quartierino”, e anche certe intercettazioni - Fassino al telefono con Consorte che domanda “Abbiamo una banca?” - ce le ricordiamo ancora…
Perché tornare a parlarne oggi? Perché oggi di fronte alla prima sezione penale del tribunale di Milano i pm Luigi Orsi e Gaetano Ruta hanno chiesto condanne pesanti per i protagonisti della vicenda:
I reati contestati vanno dall’aggiotaggio informativo all’insider trading, all’ostacolo alle funzioni di vigilanza. Assoluzione richiesta solo per Emilio Gnutti e Pierluigi Stefanini, all’epoca dei fatti rispettivamente presidente di Hopa e di Holmo, la controllante di Unipol, e per due manager della Deutsche Bank (…) Condanna proposta per l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio (tre anni e sei mesi) e per l’allora capo della vigilanza Francesco Frasca (due anni e quattro mesi), che segue puntualmente ogni udienza che lo riguarda anche nel processo Antonveneta. La pena più elevata è stata quella richiesta per l’ex presidente di Unipol Giovanni Consorte (quattro anni e sette mesi)
Su La Stampa c’è un articolo di approfondimento. Fazio, ex governatore della Banca d’Italia non ne esce bene, viene definito un “autocrate con una visione medievale della finanza”…
Continua a leggere: Unipol: le richieste dei pm per Fazio e Consorte

Non è da ieri che si parla di una nuova bolla internet pronta a scoppiare a breve: Luca De Biase lo ricordava il 1° marzo scorso, per esempio, sottolineando le differenze tra la vecchia bolla, quella che tormentò i mercati tra il 1998 e il 2000 e quella che secondo alcuni analisti starebbe gonfiandosi in questi anni.
Leggete il post di De Biase per farvi un’idea del tema, se non ne sapete nulla. Perché un’introduzione al pezzo di Ashlee Vance uscito su Business Week serve, e quella è perfetta. Che cosa scrive Ashlee? Che questa bolla sarebbe molto differente sia dalla precedente - quella di fine anni novanta - sia da un’altra precedente, più concentrata sull’hardware, esplosa alla fine degli anni ottanta.
Entrambe avrebbero lasciato qualcosa alle spalle su cui ricostruire, delle macerie, sì, ma non un deserto cosparso di sale. Quest’ultima bolla - seconda Ashlee - potrebbe lasciarci a mani vuote. Anzi: a mani ancora più vuote che in passato. Vediamo come in dettaglio dopo il salto.
New York non è una città per fumatori. L’attuale sindaco Micheal Bloomberg ha inasprito i divieti - ne scrivevano sul Corriere qualche mese fa - i prezzi sono aumentati, le vendite di “bionde” calate. Una crociata salutista magari fastidiosa - per chi fuma - ma sostanzialmente giusta.
Ma se le cose non stessero andando proprio così? Kid Dynamite ha rilanciato un articolo uscito qualche giorno fa sul New York Times nel quale si racconta di una nuova forma di microeconomia sorta nella Grande Mela: la vendita di sigarette sfuse.
Il pezzo del NYT tratteggia il ritratto di Lonnie Warner - detto Lonnie Loose - un cinquantenne specializzatosi nel business, ma Kid Dinamite riesce a rintracciare i tratti caratteristici di questa microeconomia. Vediamoli nel dettaglio dopo il salto.
Continua a leggere: Microeconomia a New York: Lonnie Loosie e le sigarette sfuse

Il regalo più gustoso per i suoi 80 anni gliel’ha fatto, in anticipo, il governo britannico che ha dato il via libera alla sua New Corporation per acquisire BSkyB, in cui aveva già una partecipazione. Ma Rupert Murdoch - che spegne proprio oggi le sue prime (!) 80 candeline - non si accontenterà di certo e andrà a caccia di nuovi affari.
Come sempre riuscirà a espugnare nuovi mercati, con un abile uso dei media per cui in Australia e negli Stati Uniti è fortemente conservatore - basti pensare a Fox News e alle sue campagne contro Obama - mentre in Inghilterra la sua galassia ha sempre sostenuto Tony Blair, anche se alle ultime elezioni ha scelto i conservatori di Cameron. È un altro però adesso il chiodo fisso del vecchio tycoon australiano.
Continua a leggere: Murdoch a 80 anni prepara la sua successione

Quando si muove Warren Buffett i mercati raramente rimangono indifferenti, dal momento che l’anziano investitore è considerato un mago della finanza, al punto da meritare il soprannome di “oracolo di Omaha”, la sua città natale. Nell’annuale lettera agli azionisti di Berkshire Hathaway, di cui è presidente, l’80enne uomo d’affari ha annunciato nuove acquisizioni che dovrebbero arrivare nel corso dell’anno.
Le parole di Buffett hanno contribuito a un avvio di settimana positivo a Wall Street, ma la tendenza non si è confermata nella seconda seduta e ieri è stata pioggia di vendite su quasi tutto il listino di New York, con qualche eccezione come Coca-Cola, per altro uno dei titoli storici in cui Buffett mantiene un investimento importante.
Il guru della finanza ha spiegato ai suoi azionisti che Berkshire dovrà partecipare alla campagna di fusioni e acquisizioni che animerà quest’anno la Borsa. E la lquidità non gli manca di certo: 38 miliardi di dollari cash, un livello che non aveva a disposizione dal 2007 e che lo rende un attore di primo piano nel futuro risiko finanziario.
Buffett non ha dato indicazioni sui suoi possibili bersagli né ha indicato un settore preferito, ma si muoverà quasi certamente nell’ambito degli Stati Uniti; negli ultimi mesi è uscito da diversi investimenti, alcuni fortunati, altri decisamente sbagliati come la quota in Bank of America acquisita quando i prezzi erano ai massimi e ceduta alla fine dell’anno scorso con notevoli perdite. Al contrario di recente ha arrotondato la partecipazione nella banca californiana Wells Fargo.
Buoni affari, per il gruppo Berkshire Hathaway sono arrivati grazie agli investimenti nel settore ferroviario, come l’acquisizione di Burlington Santa Fe, che ha consentito al veicolo finanziario di Buffett di chiudere il quarto trimestre 2010 con utili in crescita del 43%: l’utile netto è salito a 4,38 miliardi di dollari e i ricavi sono aumentati di circa il 20% a 36,2 miliardi, contro i 30,2 miliardi precedenti.
Warren Buffett prevede per quest’anno “un miglioramento graduale delle condizioni economiche generali, sebbene con un andamento disomogeneo nel tempo”; in questo contesto “il clima generale sarà piuttosto meglio di quello del 2010 per gli affari, ma comunque più fragile di quanto non fosse negli anni 2005 e 2006″. Tra i suoi obiettivi un incremento per la partecipazione nel gruppo Marmon, una conglomerata attiva nel settore industriale che appartiene alla famiglia Pritzker di Chicago: il guru di Omaha vuole un altro 20% dopo aver giù acquisito il 60% del cpitale per 4,5 miliardi di dollari.

I mercati riprendono fiato stamane dopo le perdite di ieri, tuttavia le tensioni su listini azionari, sul debito sovrano nell’Eurozona e sulle valute sembrano essere giunte soltanto a una tregua. La via crucis verso il 2011 è punteggiata di scadenze spesso coincidenti con le aste di rifinanziamento dei paesi dell’Eurozona, a partire dal Portogallo e dalla Spagna, sorvegliati speciali di questa fase di recrudescenza della crisi europea.
Stamane in attesa dell’asta di titoli del governo del Portogallo, il collocamento di 4,13 miliardi di euro di titoli del debito tedesco a 5 anni (Bobl) era stato anticipato da vendite sul Bund che avevano favorito un restringimento degli spread tra il benchmark tedesco e quelli spagnoli e italiani. Alla fine il Bobl ha registrato una domanda pari a 1,6 volte l’offerta, un rendimento medio di 1,65 punti percentuali e un prezzo medio salito a 100,46: secondo alcuni osservatori la domanda dei titoli tedeschi si sarebbe dimostrata più fiacca del previsto.
Già ieri la tensione sui mercati era salita fino al punto di chiamare in causa lo stesso Jean-Claude Trichet che ha cercato di tranquillizzare i mercati e chiesto anche una maggiore “disciplina verbale” con un chiaro riferimento alle bordate di matrice tedesca che hanno accresciuto notevolmente negli ultimi mesi l’instabilità dell’Eurozona. Alcuni analisti hanno letto dietro queste dichiarazioni del numero uno della Bce la possibilità che la Banca centrale europea intervenga anche nel mercato dei credit default swap.
Continua a leggere: L'Euro prende fiato, ma l'Europa appare ancora divisa

Si accende l’attenzione per il comparto delle fonti rinnovabili in attesa dello sbarco in Borsa di Enel Green Power uno dei protagonisti del settore che di recente Enel ha deciso di quotare ottenendo però in fase di collocamento un corrispettivo di 1,6 euro per azione e quindi meno di quanto previsto dal range iniziale di 1,8-2,1 euro.
Sembra che a mancare sia stata la domanda degli istituzionali (attestatasi a 520 milioni di azioni) a fronte di una richiesta vigorosa da parte del retail (1,26 miliardi di titoli). D’altra parte le condizioni dell’offerta nel prospetto indicano un’offerta pubblica pari al minimo al 15% dell’offerta (compresa la quota destinata al mercato spagnolo) e per il resto per l’85% minimo rivolta agli istituzionali. In fase di collocamento le percentuali si sono invertite con il 77% circa assegnato al retail e il resto agli istituzionali. Insomma gli operatori professionali hanno aderito probabilmente meno delle attese e il retail ha supplito anche se il prezzo è scivolato alla fine sotto i margini della forchetta fissata inizialmente.
Al netto delle commissioni e della greenshoe Enel ha comunque ricavato circa 2,22 miliardi di euro dalla quotazione di Green Power (il rapporto prezzo/utili si è attestato a 17,7, quello prezzo/ebitda a 8,5 volte) e, secondo alcuni analisti, potrebbe dover mettere in vendita altri asset per contrastare il debito che è alla base della decisione di quotare il ramo delle energie rinnovabili. Contando la greenshoe al termine Enel ha ricavato circa 2,6 miliardi di euro.
Nel frattempo, comunque, il quadro normativo dell’intero settore è in forte accelerazione e la stessa Enel Green Power ne dovrà tenere conto. Per domani è prevista una riunione di Assoelettrica, l’associazione che riunisce i maggiori produttori di energia, durante la quale probabilmente si confronteranno punti di vista assai diversi sulle norme vigenti e su quelle in arrivo. A partire da quelle che regolamentano il mercato dei certificati verdi. Entro il 31 dicembre di quest’anno è atteso un Decreto del ministero dello Sviluppo che dovrebbe portare a un taglio del 30% dell’importo complessivo pagato per il ritiro dei certificati ritirati dal GSE. Di questa riduzione almeno l’80% dovrebbe provenire dal contenimento dei certificati verdi in eccesso. Enel Green Power nel suo prospetto ha già detto di tener conto nelle previsioni di questo fattore che comunque inciderà profondamente sul mercato delle rinnovabili. Gli attriti fra i vari operatori energetici italiani – si parla di quotate di rango come Eni, Enel, A2A, Acea, Hera, la controllata di Cir Sorgenia, Iride e una serie di altri operatori minori e di gruppi industriali che operano nel settore anche avendo core business di altra natura – non si limitano però solo a questo aspetto.
Attualmente (dato 2010) ogni produttore elettrico deve immettere in rete almeno il 6,05% della propria produzione (o dell’energia importata) da fonti tradizionali ricorrendo a fonti rinnovabili. Chi non ci riesce direttamente compra i certificati verdi. Quanto valgono? I certificati verdi nel 2009 hanno avuto un valore compreso tra i 112,82 euro per MWh (prezzo di riferimento di emissione del GSE pari al prezzo massimo) e gli 88,91 euro per MWh (il prezzo al quale il GSE li ha ritirati). Nello stesso hanno Il GSE in pratica ha ritirato 1,51 miliardi di euro di certificati. I tagli previsti saranno dunque assai significativi per l’industria.
Quello che però molti operatori contestano è l’indirizzamento delle esenzioni e l’eccesso di offerta di certificati verdi che ha generato il bisogno continuo di un intervento pubblico per il sostegno dei prezzi dei medesimi (tramite il GSE). C’è anche chi critica il fatto che spesso vengano equiparati impianti moderni ad alta efficienza (per certe centrali a gas di cogenerazione a ciclo combinato si arriva quasi al 70% in certi casi) a vecchie centrali che hanno un’efficienza assai minore (anche del 27% per certi vecchi impianti).
Insomma la questione rimane aperta e potrebbe darsi che il taglio dei finanziamenti del GSE comporti anche una revisione dei criteri del mercato che potrebbe davvero spingere a un ammodernamento degli impianti. Il problema è che in molti casi da una revisione potrebbero essere danneggiate proprio alcune centrali di Eni ed Enel ossia alcuni dei più formidabili asset dello Stato. Il caso di Enel che produce certificati verdi e li compra a un tempo (da Enel Green Power alle vecchie centrali) rivela però meccanismi ancora più complessi. Di certo della questione si parlerà ancora nei prossimi giorni.

Un passettino avanti nella nuova finanza del dopo-crisi il mondo lo ha fatto con il via libera della Camera degli Stati Uniti alla riforma finanziaria. Si tratta però ancora di un passettino per diverse ragioni. La prima deriva dal fatto che, anche se gli Stati Uniti sono tra i maggiori protagonisti della finanza globale, certo una riforma nel loro mercato soltanto ha bisogno di ulteriore coordinazione con gli altri grandi e piccoli mercati.
In fondo se si critica il divieto dello short selling (ma dei soli cds naked) applicato dalla Merkel in Germania perché troppo locale, non si può pensare che una riforma degli Stati Uniti soltanto possa davvero cambiare le cose: se c’è una certezza in questo autunno della crisi è che la finanza si muove su scala globale e necessita dunque di soluzioni coordinate.
Sembra meno banale in questi giorni in cui si alternano prese di posizione e distinguo in sede europea e nel più largo consesso del G20, con il solito vorremmo, vedremo, faremo che in pratica lascia le cose invariate.
Sono passati quasi tre anni dall’inizio della crisi e ancora le grandi riforme dei mercati latitano. Oggi Washington, prima imputata di questa crisi senza fine, sembra voler voltare pagina. Circa 615 trilioni di derivati contrattati annualmente sui mercati non regolamentati OTC dovrebbero ora passare su piattaforme regolamentate.
In parte sarà applicata anche la Volcker Rule per la quale però sarebbe a questo punto più adeguato trovare un altro nome visto che, secondo quanto riportato da Bloomberg, la legge che dovrebbe separare il trading dalle altre attività delle banche evitando loro rischi troppo eccessivi sarebbe stata troppo diluita. Con un compromesso dell’ultima ora le banche ora potranno investire fino al 3% del proprio capitale in fondi di private equity e in hedge fund.
A molti è parso che questa riforma chiave sia stata alla fine troppo indebolita dalle pressioni repubblicane guidate dal senatore Scott Brown. In pratica si volevano evitare casi come quello di State Street che avendo corso troppi rischi con prodotti derivati legati ai mutui ha spostato i capitali dalle attività sane mettendo a rischio la propria sopravvivenza e imponendo allo stato un salvataggio oneroso.
In compenso è stato previsto per gli hedge fund un apposito registro con relativa autorizzazione e in generale sarà messo in piedi un monitoraggio dell’intero sistema finanziario e non dei suoi singoli componenti soltanto e sono stati attribuiti forti poteri di controllo e intervento alla Federal Reserve. Una legge di intervento particolare nei casi di crisi di grandi aziende del settore dovrebbe scongiurare salvataggi costosissimi come quello di AIG o fallimenti disastrosi come quello di Lehman Brothers. Il consumatore di prodotti finanziari avrà nuovi strumenti di informazione e la Fed regolerà i mercati dei mutui e delle carte di credito (non quelli dei finanziamenti per le auto).
Molte cose insomma dovrebbero cambiare, forse meno di quanto si sperava, ma comunque a sufficienza da inviare un segnale anche in Europa dove già la Germania ha compiuto dei passi autonomi e dove Berlino e Francia premono ancora per una nuova tassa sulle banche e sulle transazioni internazionali. Come per Washington però, senza una piattaforma globale (come quella di Basilea) gli effetti delle nuove norme rimangono ancora troppo parziali.

Un ipotetico diario di bordo della crisi in corso dovrebbe annotare che il vento si è fermato. Come il vento intorno alla nave del marinaio di Coleridge la ripresa e la crisi sembrano a un punto di sofferta riflessione in attesa di eventi poderosi. Qualche mese fa un analista preoccupatissimo ci diceva: “Se scoppia anche la bolla sull’obbligazionario, siamo fritti, possiamo chiudere tutto e tornare a casa”. In effetti la testa di ariete della crisi Greca e il suo relativamente rapido contagio dell’Europa periferica hanno prostrato le economie sulle due sponde dell’Atlantico in maniera a tratti drammatica.
Se i mercati azionari crollano di nuovo, ma viene meno anche la fiducia nel debito sovrano delle nazioni che guidano l’economia mondiale cosa dovremmo fare tutti noi dei nostri risparmi? Se la crisi è ancora una volta una crisi di fiducia, ben venga ogni concreto segnale di trasparenza. Il paracadute europeo da 750 miliardi di euro ha allontanato le ipotesi di default nell’Europa periferica, ma non lo ha del tutto cancellato: il rischio rimbalza ancora tra banche e debiti sovrani appesantendo i listini azionari.
Gli stress test delle banche europee saranno un’ottima occasione per fare un altro po’ di chiarezza, ma le istanze che emergono in queste settimane sono ancora numerose. Discutere ancora di solidità delle banche non ha senso, se non si mette in primo piano la ripresa economica. Ieri il disastroso dato delle vendite di nuove case negli Stati Uniti (-32,7% sul mese precedente, con il peggior calo mensile dal 1963 ma spiegabile con la fine degli incentivi a fine aprile) ha proiettato ancora ombre scure su Washington, neanche l’aumento inatteso delle scorte di greggio è stato un buon segnale: complessivamente è sicuramente vero, come dice il numero uno della Federal Reserve Ben Bernanke, che la crisi europea è il maggiore fattore di rischio dell’economia globale, ma le fragilità del mondo anglosassone non sono di certo da sottovalutare.
L’indebolimento dell’euro che in molti vedono come una costante dei prossimi anni (insieme ai bassi tassi d’interesse Usa) dovrebbe incoraggiare ancora la ripresa, ma il timore che la politica di austerità decisa da Berlino e strenuamente difesa da Angela Merkel freni la ripresa echeggia ai quattro angoli del globo e sembra candidarsi a vero protagonista dei prossimi incontri del G20 di Toronto.
George Soros, l’uomo che nel ’92 fece crollare la lira e la sterlina con le sue manovre speculative, ha affermato che la Germania su questo punto è isolata a livello mondiale. Tuttavia pare difficile negare l’importanza della sostenibilità del debito in Europa e nel mondo. In questo senso il dibattito recentissimo tra Martin Wolf e Roberto Alesina inquadra perfettamente il dilemma che assilla governi ed economisti: il taglio della spesa pubblica varato in Europa non rischia di soffocare la crescita con i suoi effetti recessivi?
Secondo il docente italiano di Harvard le statistiche degli scorsi decenni dimostrano che un intervento sulla spesa pubblica è spesso accompagnato nell’immediato da una crescita. Con il vantaggio – viene da aggiungere – di un controllo delle spinte inflattive che un incremento delle tasse non consentirebbe. Secondo Wolf invece la spesa pubblica è ancora fondamentale per sostenere la crescita, soprattutto adesso che l’economia stenta nonostante tassi d’interesse sui minimi.
Nel microcosmo italiano, un laboratorio per molti verso assai peculiare, le stime appena pubblicate dal Centro studi di Confindustria sembrano tagliare la testa al toro: cresceremo più del previsto (+1,6% invece che +1,3% nel 2011) nonostante le pressioni restrittive della nuova manovra di risanamento dei conti pubblici. Forse non resta che incrociare le dita e sperare che i paletti normativi che il G20 e Basilea dovranno puntellare sostengano davvero il trampolino di lancio della ripresa.