martedì 09 marzo 2010

I Cds ripropongono la negletta questione delle regole

pubblicato da riva in: Risparmio tradito Banche Politica

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Il sistema delle nuove regole della finanza globale, quelle che dovranno proteggerci in futuro da crisi come questa, sembra ormai ridotto a una querelle sul sesso degli angeli o peggio a un incontro del G8 o del G20.

Sarà che nella politica fra stati la sovranità nazionale vince sempre sulle esigenze comuni, sarà che la questione sul debito delle banche o sul mercato dei derivati è molto tecnica, ma il dibattito sembra anche oggi stantio.

Il sospetto che il recupero dei listini abbia allentato la pressione sulle regole è vivacissimo. D’altra parte il glossario della finanza globale è ormai un’enciclopedia sconfinata di contratti spesso non sottoposti a nessuna regola nazionale o globale. I Cds contro cui ora Mario Draghi tuona, in qualità di numero uno del Financial Stability Forum, sono diventati uno strumento imprescindibile per la valutazione dei titoli delle banche e del debito delle nazioni, eppure sono sostanzialmente poco regolati, poco trasparenti e per giunta poco liquidi. In fondo è come se quattro persone giocassero a carte e al posto dei semi avessero il destino di nazioni o grandi industrie.

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lunedì 15 febbraio 2010

Il maquillage greco potrebbe essere stato progettato a Wall Street

pubblicato da riva in: Obbligazionario Persone & fatti Banche Politica

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Eolo si sarebbe preso i pedaggi aeroportuali, mentre ad Arianna sarebbero toccati i ricavi della lotteria nazionale. L’ultima inchiesta del New York Times sul ruolo di Goldman Sachs e JP Morgan nel mascheramento del debito greco chiama però in causa anche l’Italia che nel 1996 avrebbe firmato un swap su valuta con JP Morgan per ottenere più fondi e una spinta importante per l’ingresso in Europa.

Il vantaggio dei derivati che i giganti di Wall Street vendevano a paesi come la Grecia e l’Italia per abbellire i propri bilanci era che non figuravano come nuovo debito, ma semplicemente come cessioni. Per questo Roma e Atene, nonostante un debito superiore al 100% del proprio Pil, sarebbero riuscite a promuovere manovre di peso sul deficit senza incrementare il debito pubblico. Con un po’ d’ironia i derivati che alleggerivano il deficit greco prendevano nomi mitici come Eolo o Arianna.

La tesi del New York Times segue da poco un articolo firmato da Beat Balzli su Der Spiegel che sosteneva in pratica le stesse teorie: la banche d’affari americane aiutarono i paesi deboli d’Europa nel maquillage dei conti pubblici a base di derivati che furono contrabbandati per semplici cessioni. In pratica con swap su valute e flussi di cassa paesi come Italia e Grecia avrebbero ottenuto denaro fresco senza intaccare il debito, ma avrebbero anche appesantito i propri bilanci futuri con degli impegni via via più gravosi. In pratica, sottolinea il New York Times, il meccanismo dei mutui subprime che prestavano soldi a chi non aveva garanzie sufficienti in cambio di oneri crescenti nel tempo, sarebbe stato applicato anche a stati sovrani dell’unione monetaria del Vecchio Continente.

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venerdì 05 febbraio 2010

Crisi Ue: dopo la Grecia tocca a Spagna e Portogallo

pubblicato da riva in: Obbligazionario Valutario Politica

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Questo revival della crisi finanziaria globale in Europa è legato a doppio filo con la crescente preoccupazione per la tenuta dei debiti sovrani. Le manovre straordinarie dei governi contro gli ultimi terribili anni dell’economia globale hanno, infatti, messo in dubbio la tenuta dei bilanci pubblici chiamati a manovre straordinarie mai viste prima. Così capita che anche l’Europa veda sotto attacco i propri paesi più deboli, dalla Grecia alla Spagna, dall’Irlanda al Portogallo con l’aggiunta, per qualcuno, dell’Italia.

Non mancano fra gli osservatori internazionali coloro che sottolineano i rischi provenienti per tutta Eurolandia da certe situazioni a rischio. Già a Davos l’economista Nouriel Roubini aveva affermato che la Spagna era per il Vecchio Continente un pericolo maggiore della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda. Parole assai simili a quelle più recenti del premio Nobel per l’economia Paul Krugman e vicine a quelle del numero uno del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss Kahn che ha parlato di crisi molto profonda.

Già dopo l’affaire greco che ha costretto il governo di George Papandreou a presentare rapidamente un duro piano di rientro dalla crisi a Bruxelles la fiducia della comunità finanziaria aveva iniziato in quei giorni a guardare anche alla Penisola iberica. Prime avvisaglie della crisi erano venute con alcuni allarmi delle agenzie di rating sul debito sovrano del Portogallo. A chi ha cominciato a ricordare che la peggiore crisi immobiliare d’Europa è in Spagna e non in Grecia e a paventare un altro attacco all’Eurozona da quel versante, Madrid ha risposto come Lisbona: “La nostra situazione è diversa da quella della Grecia”.

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venerdì 29 gennaio 2010

Europa: Bruxelles e le risposte attese sulla crisi greca

pubblicato da riva in: Obbligazionario Politica

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Il Pil della Grecia pesa meno del 3% di quello dell’Eurolandia, ma ieri, in uno dei momenti peggiori della sua crisi, Atene è riuscita a dirottare l’euro sui minimi degli ultimi mesi. Per questo il premier greco George Papandreou ha ragione nel dire che gli attacchi speculativi al debito greco sono anche attacchi all’Eurozona. D’altra parte una grande lezione che il mondo sta ricevendo da questa crisi viene proprio dalla crescente importanza dell’”opinione del mercato” anche per le nazioni e per le valute.

In fondo al tunnel del “downturn” che si aggrappa ai più deboli d’Europa, rischiando di far vacillare l’intera nave comunitaria, si vede però una luce importante nelle dichiarazioni di responsabilità espresse dai leader politici del Vecchio Continente. La maggior parte di loro ha da subito smentito ogni ipotesi di uscita della Grecia dall’Eurozona e avvertito i suoi rischi come un pericolo comune. Il leader socialista europeo Martin Schulz ha chiesto l’emissione di un eurobond per il salvataggio della Grecia, il presidente della Commissione europea Manuel Barroso ha incoraggiato il sostegno agli impegni presi da Atene, il commissario europeo agli Affari monetari Joaquin Almunia ha affermato risolutamente che: “La Grecia non andrà in default”.

Una generale convergenza sul caso sembra insomma essere stata trovata, anche se sull’affidabilità dei piani proposti finora più di un osservatore nutre seri dubbi. Con un deficit al 12,7% del Pil e una inattesa voragine nei conti pubblici la Grecia deve senz’altro recuperare quel gap di credibilità di cui giustamente soffre dopo la scoperta dei suoi falsi sistemi di rilevazione statistica. Le manovre messe in campo dal governo includono una forte lotta all’evasione e il taglio della spesa pubblica a partire dai salari dei dipendenti statali: per uno dei governi socialisti più importanti d’Europa non sarà certo una passeggiata. Intanto la finanza globale fa il suo corso con gli spread fra debito greco e debito tedesco volati a 405 punti base e il prezzo dei cds oltre i 400 punti. Le speculazioni sui debiti pubblici con simili movimenti sono più di un sospetto e pesano direttamente nelle aste del debito sovrano di tutte le nazioni.

Uno dei problemi principali, da un punto di vista pratico, deriva però dal fatto che il trattato di Maastricht impedisce un “salvataggio ufficiale” per cui bisognerà trovare una soluzione unitaria che rispetti in qualche maniera il trattato.

Oltretutto gli effetti della crisi sui debiti sovrani dei più deboli sembrano allargarsi. Di questi giorni è la notizia del deficit del Portogallo, anch’esso rivelatosi, ben sopra le attese, al 9,3% del Pil: neanche a dirlo è scoppiato l’ennesimo allarme delle agenzie di rating. Un caso simile è quello dell’Irlanda e, per certi versi, anche quello della Spagna.In qualche maniera, però, quello che sta succedendo era ampiamente prevedibile.

Nel magico mondo dei debiti sovrani da tempo è in voga la brutta sigla dei Piigs, che indica Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna come i paesi più a rischio d’Europa per debito e stato dei conti pubblici. L’Italia per ora sembra cavarsela, ma sicuramente eventuali traumi in Grecia, in Portogallo o altrove nell’Unione preoccuperebbero tutti, compresa la Germania della Merkel.

L’Europa continua a smentire piani sotterranei di salvataggio di Atene, Maastricht lo impedisce e ne potrebbe risultare danneggiata la stessa immagine dell’Europa. Allo stesso tempo tutti concordano sul fatto che proprio la culla della civiltà europea debba in qualche maniera essere salvata da un male che potrebbe presto diventare contagioso.

giovedì 28 gennaio 2010

Tod's: i ricavi tengono, ma il mercato realizza

pubblicato da riva in: Persone & fatti Azioni Italia Politica

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Anche se sostanzialmente i ricavi di Tod’s nel 2009 hanno tenuto, qualche analista è rimasto deluso. In molti si aspettavano ricavi oltre i 720 milioni di dollari per il colosso calzaturiero di Diego Della Valle e hanno dovuto limare le cifre in seguito all’annuncio. I target price volavano in genere sopra i 50 euro e le dichiarazioni sparse dal top manager in vista dei dati di questo dicembre lasciavano forse sperare in qualcosa di più dei 713,1 milioni di euro raggiunti a fine anno.Stamane la prima reazione del mercato ai dati preliminari sul fatturato del gruppo calzaturiero sembra contrariata. Il titolo cede al giro di boa il 6,5% e si porta a 49,29 euro scivolando sotto la soglia psicologia dei 50. Era dallo scorso novembre che non succedeva, tuttavia va detto che i corsi viaggiavano da qualche ottava sui livelli del 2007, ossia sui massimi degli ultimi due anni e, anche di recente, avevano inviato dei segnali tecnici positivi. L’analisi del fatturato pubblicata ieri sera rivela una crescita del giro d’affari complessivo dello 0,8% in un anno difficile.Il fenomeno degli ultimi mesi è, come noto, il marchio Hogan che continua a regalare delle soddisfazioni al gruppo di Sant’Elpidio al Mare. Questo brand ha realizzato una crescita delle vendite del 7,6% e apportato al giro d’affari consolidato circa 256,9 milioni di euro contro i 348,8 milioni (-2,2%) del marchio Tod’s, che rimane comunque di misura il primo della casa. Deboli le performance del marchio Fay (-1,7% a quota 91,6 milioni) e in affanno anche il brand Roger Vivier.In un’analisi per tipologia di prodotto spicca il crollo del business della pelletteria e degli accessori (-12%) e la tenuta, anzi la crescita del 4,2%, del business delle calzature. L’andamento dei vari mercati riflette un po’ l’andamento generale dell’economia con un segnale molto importante proveniente dall’Italia dove il giro d’affari cresce del 5,5% portandosi a 405,1 milioni di euro e confermando una certa solidità di una piazza che da sola copre più della metà del business. Risultano invece in affanno l’Europa (-6,4%) e il Nord America (-21,7%).Diego Della Valle sostiene di avere centrato l’obiettivo di un mantenimento del fatturato, di un’alta redditività e di un rafforzamento patrimoniale e finanziario. Su questi ultimi due elementi non si hanno per il momento aggiornamenti (la società ha pubblicato solo i dati delle vendite), tuttavia il mantenimento dei livelli di business è innegabile: parlare di ripresa rimane però prematuro. Certamente i ribassi di oggi potrebbero essere soltanto dettati da qualche presa di beneficio dopo i recenti allunghi.

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mercoledì 27 gennaio 2010

Il nuovo assetto della finanza globale appeso al discorso di Obama

pubblicato da riva in: Persone Banche Politica

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Sono giornate frenetiche per la finanza e per la politica globale. Stasera il presidente Barack Obama dovrà tenere un importante discorso dal quale potrebbe dipendere il suo futuro politico dopo la perdita nel Massachusetts di un seggio chiave al Senato. Dovrà ritrovare quella scintilla in cui sperano molti dei suoi sostenitori, ricucire i rapporti con il ceto medio e rilanciare le riforme chiave della sanità e della finanza globale alle quali in questi giorni rimane appeso il suo destino politico.

Proprio sulla finanza si gioca una delle partite più importanti, non solo per Washington, ma per il mondo intero. Seguendo i consigli di Paul Volcker il presidente americano ha infatti lanciato nuove proposte contro i “too big to fail”, quei colossi finanziari come Aig o Bank of America che non possono fallire, perché metterebbero in ginocchio tutto il sistema, e finiscono per pesare sui contribuenti nei periodi di crisi.

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venerdì 11 dicembre 2009

Citigroup e i dubbi di Geithner su Wall Street

pubblicato da riva in: Banche Politica

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Non dev’essere facile trattare con i redivivi colossi di Wall Street gli investimenti del governo nel sistema bancario e i bonus dei supermanager nuovamente in cerca di stipendi esuberanti, mentre un americano su dieci è disoccupato.

Di certo l’amministrazione americana di Barack Obama e del suo preposto al Dipartimento del Tesoro Timothy Geithner devono difendersi tenacemente dalle accuse di non aver fatto ancora abbastanza per prevenire nuove crisi e gestire con realismo e competenza la rabbia della Main Street - la via dell’uomo comune - contro Wall Street, il paradiso della finanza che ha travolto milioni di posti di lavoro con investimenti troppo rischiosi.

Così, mentre in Europa Gordon Brown e Nicolas Sarkozy trovano un accordo su una maxitassazione sugli stipendi dei banchieri e ottengono il plauso del cancelliere tedesco Angela Merkel, a Washington, nell’epicentro della crisi, giungono le richieste di Citigroup che vorrebbe liberarsi del governo e delle sue limitazioni sui bonus ai dirigenti. Proprio mentre Goldman Sachs decide che i bonus dei propri vertici saranno solo in azioni, e quindi vincolati ai risultati della banca, Citigroup chiede di restituire gran parte dei prestiti governativi.

Attualmente il Dipartimento del Tesoro controlla il 34% del colosso finanziario Usa, ha sottoscritto garanzie per 300 miliardi di dollari sugli asset tossici del gruppo e dalla propria poltrona di azionista può chiedere austere politiche per il management che si traducono in bonus politici per Obama. In pratica, però, le maggiori banche americane hanno già restituito i prestiti ottenuti con il Tarp, il superpiano di salvataggio avviato alla fine dell’amministrazione Bush per tamponare la crisi del sistema finanziario globale.

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lunedì 30 novembre 2009

Banche: quelle regole che non arrivano

pubblicato da riva in: Banche Azioni Italia Politica

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Banche in subbuglio. Questo autunno difficile per l’economia reale non dà tregua alle banche italiane, che, nonostante la ripresa dei listini recenti abbia gonfiato un po’ il loro portafoglio trading, sono alle prese con diversi dossier complessi e con un mercato del credito sempre più concorrenziale e in evoluzione. Se la tornata dei merger sembra avere segnato una battuta di arresto, quasi tutte le banche italiane sono alle prese con una meritoria opera di ricapitalizzazione.

I fattori che la suggeriscono sono principalmente due. Il primo è il peggioramento delle condizioni dell’economia reale italiana e mondiale con un prevedibile calo dei consumi dalla crescente disoccupazione in tutti i mercati principali. A questo si aggiungerà un probabile deterioramento degli attivi collegati ai prestiti alle imprese. Ovviamente i settori e le industrie hanno reagito in maniera diversa e non mancano piacevoli eccezioni: la solidità della finanza globale, dopo i primi interventi di inizio crisi e le frenetiche manovre governative, appare però ancora rischio.

Difficile dire se la crisi di Dubai sia stata un errore di valutazione di chi l’ha gestita o l’emersione di un buco ormai incolmabile. Di certo non ha fatto bene a un mercato che già negli Stati Uniti e in Unione Europea si confronta con diversi autorevoli dubbi sull’entità degli asset nei portafogli bancari che devono ancora essere svalutati.

Per l’”oracolo” Nouriel Roubini già qualche mese fa era necessario svalutare almeno altrettanti asset di quelli già svalutati fino ad allora, pena il rischio di un “double dip”, un ritorno alla crisi finanziaria nel breve. Si tratta di affermazioni che sono state purtroppo riconfermate di recente dal presidente francese del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn che ha dichiarato che forse ancora il 50% delle perdite è nascosto nei bilanci delle banche. Un report di Goldman Sachs pubblicato proprio oggi s’intitola “Perdite - cambia il ritmo, ma la canzone resta la stessa”. Stimando in una forchetta tra i 2,1 e i 2,6 miliardi di dollari le perdite delle banche degli Stati Uniti accumulate dallo scorso marzo, il big del credito Usa calcola in 1,6 miliardi di dollari le perdite già riconosciute. In altre parole Goldman abbassa il tiro e sostiene che mancano all’appello “soltanto” 0,5 -1 miliardi di dollari. Una certa cautela sulle valutazioni di un soggetto tanto coinvolto dall’argomento rimane però d’obbligo.

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giovedì 26 novembre 2009

Fiat: scontro politico, ma esistono dei problemi produttivi

pubblicato da riva in: Fiat Azioni Italia Automotive Politica Montezemolo Luca Marchionne Sergio

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Il caso Fiat diventa sempre più politico, o almeno più politico si dimostra nelle ultime ore. Il battibecco tra l’amministratore delegato Sergio Marchionne e il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola è stato infatti duro. Al ministro che giudica “folle” chiudere uno stabilimento di qualità come Termini Imerese, il manager ha risposto che prima di usare certi termini forti bisognerebbe capire i dati.

La parola che però nessuno dei due usa, ma che entrambi sottintendono è un’altra, è “incentivo”. Perché a nessuno sfugge che a breve il governo dovrà decidere del rinnovo o meno degli incentivi al settore auto che Roma vorrebbe gradualmente ridurre, ma che potrebbe persino cancellare. Molte critiche a questi incentivi sono giunti da altri comparti industriali che si sono sentiti trascurati dallo Stato. Sembra tuttavia difficile mettere in secondo piano l’importanza di Fiat per l’Italia: circa il 42% dei suoi dipendenti lavora infatti nel Bel Paese, in termini assoluti sono più di 83 mila. A questi vanno aggiunti i numeri non secondari dell’indotto che in media in Europa impiega 4 persone per ogni dipendente: significa che la cifra dei dipendenti italiani nel comparto auto potrebbe superare le 400 mila persone.

Sono certamente cifre che fanno riflettere e forse un po’ tremare in vista della delocalizzazione che l’industria italiana ha avviato e che Fiat sta perseguendo. Quando Luca Cordero di Montezemolo afferma che la politica industriale del Paese la deve fare il governo e non la Fiat sottintende anche questo, sebbene il gruppo torinese non abbia mai detto no a incentivi e sussidi di disoccupazione.

D’altra parte ieri i dati sulle immatricolazioni di vetture in Europa e in Italia sono stati veramente preoccupanti. Il calo delle vendite di vetture nell’Unione Europea è stato del 53,5% in media e i maggiori mercati hanno registrato cali a due cifre con l’Italia che ha immatricolato, sempre a ottobre, il 14,3% delle vetture in meno. Cali peggiori si sono visti in Germania (-20,7%) e in Francia (-22,6%) mentre la Spagna ha ridotto i ribassi al 6% ma dopo mesi spesso più difficili rispetto alla media dei grandi mercati Ue.

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mercoledì 14 ottobre 2009

Eni: si ricomincia in Iraq

pubblicato da riva in: Eni Azioni Italia Energy Politica

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La macchina del petrolio iracheno, una delle più inceppate del mondo da sempre, sembra essersi riavviata. Dopo l’aggiudicazione di Rumaila da parte del consorzio partecipato da Bp e dalla cinese Cnooc, questa volta è toccato ad Eni che in Iraq si è aggiudicata una fetta del 40% di Zubair: un giacimento che potrebbe passare da 195 mila a 1,125 milioni di barili al giorno nel corso dei prossimi 7 anni.

“Un bel boccone” l’ha definito Eni, anche se sarà un boccone che comporterà 10 miliardi di euro in investimenti nei prossimi 7 anni e una quota di 2 dollari soltanto di remunerazione aggiuntiva al barile contro i 4,8 chiesti in passato dalla società del cane a sei zampe. In merito lo stesso amministratore delegato Paolo Scaroni ha precisato che le condizioni sono migliorate sotto diversi altri aspetti e che per questo oggi il gruppo può accettare i nuovi contratti: sui dettagli però la società mantiene il massimo riserbo.

Di certo si sa che la cinese Sinopec è stata bocciata da Governo iracheno per i suoi progetti nell’avversato Kurdistan, Paese che da qualche tempo ha riavviato in proprio la produzione di petrolio anche per via delle lungaggini irachene nel campo dello sviluppo dei giacimenti. Qualche numero sui grandi giacimenti del Paese si può cominciare a tirarlo.

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