Dall'Irlanda alla Grecia guai d'Europa, ma la Germania tira dritto

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Anche durante questo incerto agosto le pressioni finanziarie sull’Europa periferica non cessano, anzi. Dopo fragili trimestrali statunitensi e il rallentamento della ripresa Usa confermato dalle fosche parole di Ben Bernanke che pensa che la crisi durerà e che la Fed continuerà a sostenere i buoni del Tesoro Usa, è arrivata la crisi della domanda interna cinese e dunque si è tornati al Vecchio Continente. L’intervento in favore dell’irlandese Allied Irish Bank ha proiettato fosche ombre sulla tenuta del sistema finanziario europeo e sulla cedibilità degli stress test Ue che avevano promosso questa banca.

In realtà va evidenziato che era già noto che il gruppo irlandese dovesse procedere a ricapitalizzazioni e che negli stessi risultati degli stress test condotti dal Cebs su stretta coordinazione con la Bce si legge che una serie di interventi avrebbero dovuto ricapitalizzare la banca a breve.

D’altra parte il successo delle aste dei titoli sovrani d’Irlanda e di Spagna ha cancellato rapidamente questi timori ottenendo anzi un calo dei rendimenti di questi bond. Stessa cosa si è vista sul decennale del Bund con forti richieste sulle scadenze lunghe, anche se qualcuno potrebbe tornare al discorso dell’Europa a due velocità e della locomotiva tedesca che impone dei distinguo.

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Basilea: più trasparenza e rapidità non farebbero male

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Fiducia. Operatori, investitori grandi e piccoli, istituzioni di varia natura, osservatori terzi (se è possibile che qualcuno sia “terzo” all’economia globale) sembrano tutti assediati dalla paura, l’antitesi esatta di quello che si dovrebbe vedere durante una ripresa. L’elevata volatilità dei mercati (favorita anche dalla tradizionale scarsa liquidità di questa stagione) lo conferma. Così come lo conferma l’antologia delle previsioni apocalittiche o anche, all’opposto, delle minimizzazioni eccessive. Sembra quasi che le nazioni, come le grandi banche, siano ormai tanto fragili da dover essere trattate con guanti di velluto e possibilmente con complicità e sostegno. Sicuramente qualcosa di vero c’è, visto che ancora molti colossi bancari sono alle prese con scenari difficili sia per i tassi d’interesse, che per gli asset in portafoglio, che per le molte trimestrali (industriali soprattutto) che hanno deluso le attese degli analisti. Scenari preoccupanti tornano ad agitare lo spettro del double dip ossia della crisi a W e quindi di un nuovo inasprirsi delle condizioni dei mercati.

La fiducia il bene più importante che sostiene i mercati sembra ancora fragile, nonostante i recenti stress test abbiano consolidato la trasparenza del settore bancario europeo e confermato la sua resistenza a uno scenario di discostamento del Pil Ue di ben tre punti percentuali. Forse l’ipotesi di default di uno stato dell’Eurozona si poteva anche introdurre, tuttavia sarebbe stato contraddittorio con quanto affermato finora dai vari governi dell’Eurozona e disposto con il famoso salvagente da 750 miliardi di euro. Il rischio scontato dai cds sul debito sovrano dei maggiori paesi europei è sceso notevolmente, come rileva Markit, con gli spread sui credit default swap dell’Italia passati dai 177 del 15 luglio ai 132 di ieri. Nello stesso periodo gli spread sui cds della Grecia sono scesi da 809 a 690 punti e quelli sulla Spagna da 221 a 175. Come molti hanno sottolineato oggi anche gli spread tra i titoli di stato europei e quelli tedeschi che fanno da benchmark sono scesi notevolmente. Il successo delle ultime aste spagnola e italiana di ieri ha confermato un ritorno della fiducia sui titoli di stato europei mentre le esposizioni delle banche europee ai titoli di debito dei paesi dell’Europa periferica si dimostrano ancora molto consistenti fornendo uno dei più concreti segnali di fiducia al mercato sull’impossibilità di un default.

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Stress test: le banche europee si confermano solide

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E’ andata anche troppo bene. Gran parte del giornalismo anglosassone sintetizza così il risultato degli stress test europei sul sistema bancario del Vecchio Continente, eppure è palese che i criteri utilizzati per condurre queste prove sulle banche Ue non sono stati meno duri e completi di quelli condotti sulle banche statunitensi.

Non che manchino le criticità, senza dubbio, ma tutto sommato il lavoro svolto dagli esperti del Cebs (strettamente controllati dalla Bce e dalla Commissione) è stato accurato e coerente. Certo la mancanza dell’ipotesi di default di uno stato europeo può essere considerata un vulnus alla credibilità di questo esercizio. Va però ricordato che gli Stati Uniti nel loro stress test di successo hanno conteggiato solo 19 banche contro le nostre 91 e che non hanno certo incluso nel loro scenario l’ipotesi di fallimento di uno stato interno alla federazione (per esempio la California) che pure è allo stato delle cose non meno probabile di quella del fallimento di un membro della comunità europea.

Per garantire il mercato del debito sovrano Ue e l’appoggio alla liquidità delle nazioni dell’Europa periferica Bruxelles ha buttato in acqua un salvagente da ben 750 miliardi di euro che significa molto di più di quanto l’America abbia messo finora con il piano Paulson.

Se qualcuno poi volesse parlare della dipendenza delle banche europee dai finanziamenti della Bce (dipendenza peraltro in riduzione) si potrebbero ricordare i finanziamenti del programma americano Talf, non approvati dal Congresso Usa, ossia il sostegno diretto all’economia e a certi mercati che è stato una scelta senza dubbio assai meno forte di quella di consentire alla Bce un parziale intervento in favore delle banche con crisi di liquidità.

Se si passa alla Gran Bretagna, si può ricordare che il sistema bancario britannico esiste ancora solo perché il governo UK l’ha salvato con finanziamenti più o meno trasparenti e con l’aiuto di investitori stranieri. Gli haircut, ossia le previste riduzioni di valore del debito sovrano europeo nel caso di grave inasprimento delle condizioni economiche, non sono certamente paragonabili al default di uno Stato Sovrano, d’altra parte chi crede veramente che Stati Uniti e Gran Bretagna meritino un rating da tripla A?

Ovviamente simili dubbi non portano a niente di davvero costruttivo, ma almeno contestualizzano quanto rilevato. Il recente intervento della Cina nell’asta dei bonos ha rivelato un importante sostegno di Pechino all’euro e quindi fornito un paracadute potenziale in più. Le criticità sono emerse laddove tutti le cercavano, ossia in Spagna, Germania e Grecia. I capitali provenienti dagli aiuti di Stato sono stati inclusi nei requisiti patrimoniali del test: d’altra parte a che sarebbero serviti altrimenti? Se si conteggiano i capitali richiesti dalla tedesca Hypo Real Estate, dalla greca Ate e dalle 5 casse spagnole che non riuscirebbero a mantenere il tier 1 ratio sopra il 6% (in caso di grave crisi) si arriva alla cifra di 3,5 miliardi di euro di nuovo capitale richiesto: una cifra assai inferiore alle attese che spesso scontavano interventi ben superiori ai 30 miliardi di euro.

Fino a che punto questo risultato può davvero essere considerato una spia di un “soft test” e non un successo della finanza europea? La mina delle Landesbank non è esplosa, ma NordLB e PostBank si sono mostrate più fragili del previsto. Nessuno si nasconde certo che il sistema bancario tedesco è ancora debole (almeno in alcuni casi), nemmeno le autorità locali che, in qualche caso, stanno già correndo ai ripari. Idem per la Spagna che ha già avviato il processo di intervento nel mondo delle casse di risparmio iberiche spesso gravemente danneggiate dalla crisi immobiliare.

Quello che davvero hanno rivelato questi stress test è il forte legame tra l’economia reale e le banche europee. Irwin Stelzer, un esperto americano dell’Hudson Institute che ha pubblicato un articolo abbastanza critico sugli stress test Ue fra le pagine del Wall Street Journal, ha sottolineato che secondo Ubs e altri osservatori gli asset a rischio finanziati dalle banche spagnole non sarebbero solo il 5% ma si approssimerebbero al 14 per cento. Se è inoltre vero che il 70% dei debiti delle non quotate dell’Eurozona è stato contratto verso banche e non, come in America, sul mercato dei capitale, appare sempre più concreto il rischio che la debolezza della ripresa pesi anche sugli istituti di credito. I legami fra imprese e società da un lato e banche dall’altro raggiungono uno dei loro apici proprio nel Bel Paese dove le attività tradizionali, relativamente distanti dalla finanza internazionale, sono ancora la maggiore fonte di reddito delle banche. Questo significa in pratica un maggior legame col territorio e una maggiore ciclicità che però potrebbe tornare utile in vista di un miglioramento della congiuntura. Il prossimo importante appuntamento è quello di Basilea dove nuove regole saranno poste per tutti. La capacità di influenzare il dibattito sarà fondamentale per l’Italia che, per via di diverse sue peculiarità, rischia di trovare inadeguata e svantaggiosa la nuova veste normativa. Per questo le banche dovranno lottare ancora, per non scoprire, all’indomani di Basilea, che il modello di business che le ha salvate è diventato meno conveniente di quello delle banche meno “virtuose”.

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Europa: l'elevata volatilità dei mercati richiede una trasparenza ancora maggiore

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L’Unione europea cerca con molta fatica di tracciare un cammino verso la trasparenza e la costituzione di una stanza di monitoraggio finanziario di livello comunitario. Sia chiaro il livello di una autentica cabina di regia economica europea, prospettato più volte da molti osservatori nelle fasi più buie della crisi, appare molto lontano, tuttavia qualche passo in direzione della coordinazione è comunque innegabile. Difficile distinguere a una decina di giorni dagli attesi risultati degli stress test i tanto decantati provvedimenti in favore della trasparenza. Gli stress test sulle banche sono ancora vaghissimi e, nonostante diversi osservatori esterni si siano anche cimentati in scenari fatti in casa anche con notevole professionalità, dei criteri ufficiali, precisi e trasparenti latitano in sede Ue. Cosa si sa oggi degli stress test europei per esempio?

Si sa che coprono 91 banche e il 65% del settore bancario europeo. Si sa che, come nel caso dello stress test condotto dagli Stati Uniti su appena 19 istituzioni finanziarie, sono previsti due scenari macroeconomici. Nel caso delle prove europee, si sa che il primo scenario (quello “conservativo”) è basato su un’evoluzione del Pil, della disoccupazione, dell’inflazione e di altri macroindicatori in linea con le attese di Bruxelles. Nel secondo caso si presuppone invece una situazione assai meno rosea con una deviazione pari anche a tre punti percentuali in termini di Pil rispetto alle stime di oggi. In Germania saranno testate 14 banche tra le quali colossi come Deutsche bank o Commerzbank, ma anche le varie Landesbank che rischiano di impensierire gli osservatori. In Spagna finiranno sotto esame altri 27 istituti, mentre in Italia le banche testate saranno solo 5.

Nel caso degli Stati Uniti le caratteristiche del capitale primario, e del suo rapporto con gli asset ponderati per il rischio, ebbero un ruolo importante, ma non è ancora chiaro in Europa questo indicatore (core tier 1 e core tier 1 ratio) che peso avrà. Gli stress test pubblicheranno anche i dati relativi ai rischi di default di stati sovrani. Il metodo utilizzato non è stato, però, pubblicato nei dettagli particolari, anzi rimangono diverse aree di indeterminazione motivate anche da opposte visioni fra alcuni membri dell’Eurozona.

Di recente le autorità europee hanno anche evidenziato la necessità di una regolamentazione degli hedge fund, dei prodotti derivati, delle vendite allo scoperto dei credit default swap e sui sistemi di garanzia dei depositi bancari. Per quel che riguarda quest’ultima voce va ricordato l’aumento a 100 mila euro della copertura garantita ai correntisti Ue in caso di default della banca depositaria. I veti incrociati paralizzano però ancora il processo decisionale.

Ancora vivo anche il dibattito sulle modifiche eventuali al patto di stabilità e di crescita, ma è probabile che, a differenza degli stress test, tutte queste nuove regole vengano nel tardo autunno o anche oltre. Dopo i recenti terremoti del mercato dei credit default swap sui debiti sovrani, la Commissione sembra avere sottolineato (maggiormente) l’importanza di un riassetto di questo mercato finanziario. Né sarebbe stata accantonata la questione delle agenzie di rating per le quali è prevista una particolare autorizzazione e forse anche l’incentivo allo sviluppo di nuovi concorrenti nel comparto attualmente dominato da Standard& Poor’s, Moody’s e Fitch. E’ comunque palese che le nuove regole non diverranno efficaci quest’anno e forse neanche l’anno prossimo. Basilea impone infine un ulteriore coordinamento all’interno della selva di istituzioni che stanno affrontando il tema in contemporanea.

Il mercato, però, non attende e valuta su tempi assai più brevi di quelli della politica europea. Reagisce così ai rating delle agenzie, alle aste dei titoli del debito sovrano, persino ai rapporti tra la Bce e le varie banche centrali del Vecchio Continente. La situazione non è per niente stabile, anzi. Il successo della recente asta di bonos spagnoli, le prospettive di crescita del Fondo Monetario internazionale, l’implementazione dei piani previsti per Atene e i segnali di ripresa (sebbene timida) dell’economia reale hanno temporaneamente rafforzato quei barlumi di fiducia di cui il mercato ha un esasperato bisogno: è bastata però la notizia della notevole crescita delle esposizioni delle banche spagnole a giugno nei confronti della Bce per rimandare le perdite del Ftse Mib e dell’Ibex 35 sopra il punto percentuale. Qualche rallentamento dopo la crescita delle ultime sedute era comunque prevedibile, anche se ogni giorno di più pare chiaro che i mercati azionari in questo periodo sono quanto mai insidiosi e che il dibattito a Bruxelles e al G20 sulle nuove regole non è riuscito in tanti mesi a portare la necessaria trasparenza e stabilità nella comunità finanziaria. Ancora una volta, come mostra palesemente il confronto con gli Stati Uniti che in qualche maniera sono già molto avanti nella ricostruzione di un più sostenibile mercato finanziario, la divisione dell’Europa non può che apparire colpevole e controproducente insieme.

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Riforma finanzaria Usa: un fragile compromesso è meglio di niente

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Un passettino avanti nella nuova finanza del dopo-crisi il mondo lo ha fatto con il via libera della Camera degli Stati Uniti alla riforma finanziaria. Si tratta però ancora di un passettino per diverse ragioni. La prima deriva dal fatto che, anche se gli Stati Uniti sono tra i maggiori protagonisti della finanza globale, certo una riforma nel loro mercato soltanto ha bisogno di ulteriore coordinazione con gli altri grandi e piccoli mercati.

In fondo se si critica il divieto dello short selling (ma dei soli cds naked) applicato dalla Merkel in Germania perché troppo locale, non si può pensare che una riforma degli Stati Uniti soltanto possa davvero cambiare le cose: se c’è una certezza in questo autunno della crisi è che la finanza si muove su scala globale e necessita dunque di soluzioni coordinate.

Sembra meno banale in questi giorni in cui si alternano prese di posizione e distinguo in sede europea e nel più largo consesso del G20, con il solito vorremmo, vedremo, faremo che in pratica lascia le cose invariate.

Sono passati quasi tre anni dall’inizio della crisi e ancora le grandi riforme dei mercati latitano. Oggi Washington, prima imputata di questa crisi senza fine, sembra voler voltare pagina. Circa 615 trilioni di derivati contrattati annualmente sui mercati non regolamentati OTC dovrebbero ora passare su piattaforme regolamentate.

In parte sarà applicata anche la Volcker Rule per la quale però sarebbe a questo punto più adeguato trovare un altro nome visto che, secondo quanto riportato da Bloomberg, la legge che dovrebbe separare il trading dalle altre attività delle banche evitando loro rischi troppo eccessivi sarebbe stata troppo diluita. Con un compromesso dell’ultima ora le banche ora potranno investire fino al 3% del proprio capitale in fondi di private equity e in hedge fund.

A molti è parso che questa riforma chiave sia stata alla fine troppo indebolita dalle pressioni repubblicane guidate dal senatore Scott Brown. In pratica si volevano evitare casi come quello di State Street che avendo corso troppi rischi con prodotti derivati legati ai mutui ha spostato i capitali dalle attività sane mettendo a rischio la propria sopravvivenza e imponendo allo stato un salvataggio oneroso.

In compenso è stato previsto per gli hedge fund un apposito registro con relativa autorizzazione e in generale sarà messo in piedi un monitoraggio dell’intero sistema finanziario e non dei suoi singoli componenti soltanto e sono stati attribuiti forti poteri di controllo e intervento alla Federal Reserve. Una legge di intervento particolare nei casi di crisi di grandi aziende del settore dovrebbe scongiurare salvataggi costosissimi come quello di AIG o fallimenti disastrosi come quello di Lehman Brothers. Il consumatore di prodotti finanziari avrà nuovi strumenti di informazione e la Fed regolerà i mercati dei mutui e delle carte di credito (non quelli dei finanziamenti per le auto).

Molte cose insomma dovrebbero cambiare, forse meno di quanto si sperava, ma comunque a sufficienza da inviare un segnale anche in Europa dove già la Germania ha compiuto dei passi autonomi e dove Berlino e Francia premono ancora per una nuova tassa sulle banche e sulle transazioni internazionali. Come per Washington però, senza una piattaforma globale (come quella di Basilea) gli effetti delle nuove norme rimangono ancora troppo parziali.

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Consob: molte le sfide per il successore di Cardia

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Nella sua ultima relazione da numero uno della Consob Lamberto Cardia ha toccato temi, come il peso degli azionisti italiani in Borsa Italiana o la diffusione anomala delle obbligazioni bancarie, che forse andavano affrontati prima. Grandi banchieri e industriali hanno approvato la sua relazione di addio dopo un’attività di vigilanza pluriennale. L’Adusbef (Associazione difesa consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi) ha invece definito quella di Cardia la peggiore gestione di tutti i tempi ricordando i diversi crack finanziari di questi anni, ma anche una dura sanzione comminatale e poi annullata da un tribunale.

Di certo il tema del calo della partecipazione italiana dal 28 al 18% del London Stock’s Exchange impone una riflessione sul ruolo italiano nel mercato finanziario: secondo Cardia su Piazza Affari dovremmo pesare di più se non vogliamo essere estromessi. La trasparenza dei mercati è ancora lontana, nonostante la Mifid e altri provvedimenti che dovrebbero incoraggiarla.

Forse il fatto che in tutto il 2009 la Consob abbia comminato sanzioni per irregolarità per soli 21 milioni (sebbene in aumento) ha il suo peso. Si stenta a comprendere come gruppi da miliardi di euro di fatturato possano essere danneggiati da multe da qualche centinaio di migliaia di euro.

La diffusione crescente delle obbligazioni bancarie fra i risparmiatori nostrani potrebbe essere sintomatica di questo a volte asimmetrico rapporto fra operatori e clienti. Come è possibile – si chiede Cardia – che nel 1995 le famiglie italiane investissero il 2% dei propri risparmi in bond delle banche e che nel 2009 la percentuale si sia posta al 10,4% nonostante rendimenti in molti casi inferiori ai corrispettivi titoli di Stato e una liquidità spesso assai ridotta? Il peso di questi titoli nei portafogli italiani pare eccessivo rispetto agli altri paesi europei.

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Crisi: il dilemma della spesa pubblica confonde le ricette per la ripresa

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Un ipotetico diario di bordo della crisi in corso dovrebbe annotare che il vento si è fermato. Come il vento intorno alla nave del marinaio di Coleridge la ripresa e la crisi sembrano a un punto di sofferta riflessione in attesa di eventi poderosi. Qualche mese fa un analista preoccupatissimo ci diceva: “Se scoppia anche la bolla sull’obbligazionario, siamo fritti, possiamo chiudere tutto e tornare a casa”. In effetti la testa di ariete della crisi Greca e il suo relativamente rapido contagio dell’Europa periferica hanno prostrato le economie sulle due sponde dell’Atlantico in maniera a tratti drammatica.

Se i mercati azionari crollano di nuovo, ma viene meno anche la fiducia nel debito sovrano delle nazioni che guidano l’economia mondiale cosa dovremmo fare tutti noi dei nostri risparmi? Se la crisi è ancora una volta una crisi di fiducia, ben venga ogni concreto segnale di trasparenza. Il paracadute europeo da 750 miliardi di euro ha allontanato le ipotesi di default nell’Europa periferica, ma non lo ha del tutto cancellato: il rischio rimbalza ancora tra banche e debiti sovrani appesantendo i listini azionari.

Gli stress test delle banche europee saranno un’ottima occasione per fare un altro po’ di chiarezza, ma le istanze che emergono in queste settimane sono ancora numerose. Discutere ancora di solidità delle banche non ha senso, se non si mette in primo piano la ripresa economica. Ieri il disastroso dato delle vendite di nuove case negli Stati Uniti (-32,7% sul mese precedente, con il peggior calo mensile dal 1963 ma spiegabile con la fine degli incentivi a fine aprile) ha proiettato ancora ombre scure su Washington, neanche l’aumento inatteso delle scorte di greggio è stato un buon segnale: complessivamente è sicuramente vero, come dice il numero uno della Federal Reserve Ben Bernanke, che la crisi europea è il maggiore fattore di rischio dell’economia globale, ma le fragilità del mondo anglosassone non sono di certo da sottovalutare.

L’indebolimento dell’euro che in molti vedono come una costante dei prossimi anni (insieme ai bassi tassi d’interesse Usa) dovrebbe incoraggiare ancora la ripresa, ma il timore che la politica di austerità decisa da Berlino e strenuamente difesa da Angela Merkel freni la ripresa echeggia ai quattro angoli del globo e sembra candidarsi a vero protagonista dei prossimi incontri del G20 di Toronto.

George Soros, l’uomo che nel ’92 fece crollare la lira e la sterlina con le sue manovre speculative, ha affermato che la Germania su questo punto è isolata a livello mondiale. Tuttavia pare difficile negare l’importanza della sostenibilità del debito in Europa e nel mondo. In questo senso il dibattito recentissimo tra Martin Wolf e Roberto Alesina inquadra perfettamente il dilemma che assilla governi ed economisti: il taglio della spesa pubblica varato in Europa non rischia di soffocare la crescita con i suoi effetti recessivi?

Secondo il docente italiano di Harvard le statistiche degli scorsi decenni dimostrano che un intervento sulla spesa pubblica è spesso accompagnato nell’immediato da una crescita. Con il vantaggio – viene da aggiungere – di un controllo delle spinte inflattive che un incremento delle tasse non consentirebbe. Secondo Wolf invece la spesa pubblica è ancora fondamentale per sostenere la crescita, soprattutto adesso che l’economia stenta nonostante tassi d’interesse sui minimi.

Nel microcosmo italiano, un laboratorio per molti verso assai peculiare, le stime appena pubblicate dal Centro studi di Confindustria sembrano tagliare la testa al toro: cresceremo più del previsto (+1,6% invece che +1,3% nel 2011) nonostante le pressioni restrittive della nuova manovra di risanamento dei conti pubblici. Forse non resta che incrociare le dita e sperare che i paletti normativi che il G20 e Basilea dovranno puntellare sostengano davvero il trampolino di lancio della ripresa.

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Unipol: l'aumento di capitale attrae il mercato

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Seduta brillante per Unipol che guadagna il 3% sullo sfondo di listini in contrastato recupero e si riporta a 71 centesimi con un balzo chiaramente influenzato dal nuovo aumento di capitale annunciato dal gruppo. Un recupero oltre i 73-75 centesimi e magari un test vittorioso delle importanti resistenze di area 80 centesimi sicuramente darebbe una bella riassestata all’impostazione tecnica del titolo. L’affondo della scorsa settimana a 60 centesimi ha infatti inviato dei brutti segnali che impongono prudenza e conferme dal mercato (come il recupero sopra i 70 centesimi di stamane). Il nuovo aumento di capitale da mezzo miliardo di euro però nasce sotto un buon auspicio.

Atteso da tempo, a sorpresa si è rivelato particolarmente conveniente con un’offerta da 0,445 euro che implica uno sconto di circa il 38% sui prezzi di stamane e che rappresenta un chiaro invito al mercato. Qualcuno ha sottolineato la riduzione del ruolo del Consorzio di Garanzia che comprende gruppi del calibro di Mediobanca, Bnp Paribas, Mps e Carige in quanto ovviamente se l’aumento di capitale andrà interamente sottoscritto i margini di intervento dei garanti saranno minori. In realtà con l’impegno di Finsoe a sottoscrivere il pro-quota, ossia il 50,7% del capitale circa (31% votante), non è che ci siano troppe incertezze su chi comanda in via Stalingrado. Quanto agli assetti societari della catena proprietaria di Unipol che la collega al mondo delle Coop e della cosiddetta “finanza rossa” tutto sembra per ora in forse.

Da tempo si ipotizza un accorciamento della catena proprietaria con una fusione tra le holding Holmo e Finsoe e giova forse ricordare che già un anno fa l’Isvap avrebbe bloccato la stessa operazione per ragioni connesse al patrimonio di vigilanza. Il nuovo aumento di capitale cambierà le carte in tavola? Al momento non sembra il primo problema del management che con il denaro racimolato sul mercato finanzierà diverse operazioni fra le quali gli investimenti in Arca Vita e Arca Assicurazioni, ma non l’acquisizione di nuove filiali da parte del ramo bancario: “in questo business opereremo a perimetro costante” ha sottolineato di recente la compagnia. Gli obiettivi per il 2012 prevedono comunque il raggiungimento di 4,6 miliardi di euro di premi nel ramo danni e di 3,1 miliardi di euro nel ramo vita. Nello stesso anno l’utile netto dovrebbe portarsi a quota 250 milioni di euro.

Sfide non da poco con le quali potrebbe forse interferire la rinnovata attenzione sulla fallita scalata alla Bnl che richiama in causa in questi giorni gran parte dei protagonisti della politica e della finanza di allora e di oggi. Francamente, dopo che la Lega ha dichiarato di volere per sé le banche del Nord, l’epoca in cui Piero Fassino chiedeva “allora abbiamo una banca?” a Consorte pare l’età dell’innocenza. Infatti l’unico appeal della vicenda viene oggi dai dossier su quelle intercettazioni e dal paradosso di Paolo Berlusconi, editore de Il Giornale, indagato per ricettazione di intercettazione segreta mentre il fratello cerca di portare a termine una nuova legge che dovrebbe proprio impedire questo genere di reati. Di novità non se ne vedono tantissime, nonostante molti punti della fallita impresa dei furbetti del quartierino risultino ancora oscuri, a partire dall’esatto ruolo di Gianpiero Fiorani. Il caso riguarda inoltre più la politica che la finanza ormai e Unipol, pur essendo da sempre luogo di contatto tra le due sfere, sembra diretta più a riposizionarsi per il dopo crisi che non a riaprire dossier ormai chiusi da tempo.

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L'Europa stringe la cinghia, ma la crescita è ancora incerta

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La Bce anche oggi è rimasta sospesa tra affermazioni vaghe e lapalissiane: la crescita c’è, ma è lenta e incerta, va meglio, ma non ancora bene. In effetti il termomentro delle borse indica elevata volatilità anche se la decisione dell’Unione europea di tenere conto nei parametri di conteggio del debito anche del debito privato è stata una mezza vittoria per l’Italia. Il Bel Paese mirava infatti all’introduzione di un vero e proprio parametro per questa grandezza da aggiungere a quelli assai più famigerati del deficit/Pil e del Debito pubblico/Pil e ha invece ottenuto un vago riferimento alla sostenibilità del debito.

Entrambi questi ratio - deficit/Pil e Debito Pil - che più amorevolemente un tempo erano chiamati criteri di convergenza, ci vedono sforare sulle indicazioni di Maastricht. Il rapporto del nostro deficit sul Pil dovrebbe essere del 3% ma lo abbiamo intorno al 5,2% (stime del Fondo monetario internazionale di maggio): secondo i calcoli del governo dovrebbe, però, rientrare con la nuova manovra in elaborazione da 24,9 miliardi di euro entro il biennio 2011-2012. Il dato attuale può sembrare disastroso visto che è quasi doppio rispetto al parametro che dovremmo rispettare, ma va considerato che paesi come la Gran Bretagna, la Spagna, la Grecia e l’Irlanda hanno tutte accumulato dei deficit superiori al 10% del Pil nel corso del 2009.

Nel caso del debito pubblico siamo messi ancora peggio con un 115,2% del Pil e previsioni in crescita per gli anni avvenire. La solidità che viene dalle attese di un avanzo primario per la fine dell’anno è relativa a paragone di un simile fardello (soprattutto visto che per definizione l’avanzo primario non tiene conto del pagamento degli interessi del debito), ma se oltre al debito pubblico si considera il debito privato all’improvviso tutto cambia e l’Italia diventa uno dei paesi più virtuosi: finisce infatti per essere la seconda d’Europa insieme alla Francia e poco dietro la Germania.

La presenza di una forte componente del risparmio privato nella nostra economia non è un fattore da sottovalutare come indicato anche dal riferimento alla sostenibilità del debito che l’Unione europea ha accettato nei propri documenti. Se la crisi delle banche internazionali ha colpito relativamente poco le nostre banche è dovuto in gran parte proprio alla solidità del risparmio privato. Grazie a esso solo due dei grandi gruppi finanziari italiani hanno dovuto fare ricorso ai Tremonti bond. Una recente analisi di Deutsche Bank, citata da MF, sostiene che le banche italiane corrono meno rischi di altre grazie al canale retail che potrebbe garantire la liquidità necessaria nel prossimo futuro. Circa il 60% della raccolta delle banche italiane proviene infatti dai depositi e il resto deriva dai bond. Fra i grandi gruppi Intesa, Unicredit e Ubi Banca hanno già un rapporto tra raccolta stabile e provvista superiore al 100% che Basilea 3 dovrebbe richiedere. Credem dovrebbe portarsi oltre il rapporti uno a uno entro l’anno mentre il Banco Popolare, Mps e Bpm sono viste ancora sotto questo (prospettato) parametro per almeno altri due anni.

Di certo le norme per la futura regolamentazione delle banche e del settore finanziario continuano a tenere sotto pressione i mercati e gli operatori. Indicatori come l’Euribor a 6 mesi passato in pochi mesi dallo 0,944% dei bottom di marzo all’attuale 1,006% o il Libor semestrale è passato dallo 0,8881% allo 0,9588 per cento evidenziano le tensioni sulla liquidità nel mercato interbancario e non è un caso che il comparto bancario europeo faccia pressione sui regolatori per un posticipo di Basilea 3 a condizioni più favorevoli dei mercati.

Nel frattempo ancora una volta il mercato obbligazionario fa da bussola di questa primavera dell’Unione Europea in crisi. Il centro della finanza europea non è mai stato così periferico, con il declassamento della Grecia da parte di Moody’s e il record degli spread spagnoli sul bund che giunge nel giorno in cui Zapatero vara una poco amata riforma del mondo del lavoro. A Madrid si decidono in questi giorni le quotazioni dell’euro, nel senso che le manovre di consolidamento delle cajas sono finanziate dalla liquidità fornita dall’Unione europea. A maggio dalla Bce sono arrivati fondi per 85,6 miliardi di euro pari a circa il 16,5% della liquidità erogata da Francoforte e un incremento del 15% sul dato di aprile.

In un contesto in cui saranno probabilmente cancellati migliaia di posti di lavoro e le condizioni ci coloro che manterranno un posto peggioreranno è doveroso però anche evidenziare che le cajas rappresentano solo una percentuale minoritaria del mercato bancario iberico e che altri gruppi come il Santander si dimostrano solidi e combattivi. Alla fine sicuramente nascerà un polo da circa 340 miliardi di euro di asset che potrà competere sul mercato ma avrà circa il 12% in meno delle filiali di oggi e quindi molti meno impiegati. D’altra il sistema bancario spagnolo è esposto per 445 miliardi di euro alla peggiore bolla immobiliare d’Europa e la crescita ieri a nuovi record dello spread tra i titoli di Stato iberici e tedeschi indica ancora una certa diffidenza dei mercati (favorita ieri dalle voci poi smentite su un fondo da 250 miliardi di euro preparato da vari enti internazionali).

Nel frattempo la Francia (deficit all’8% del Pil e debito/pil all’83,6%) ha dovuto stringere la cinghia con un innalzamento delle tasse e dell’età pensionabile e la Germania (5% e 73,2% i rapporti del deficit e del debito sul Pil) punta a racimolare più di 80 miliardi in quattro anni (con interventi tali da mettere in cattiva luce la stessa Angela Merkel).

Insomma i tagli alla spesa pubblica si diffondono nel Vecchio Continente e qualcuno ingenuamente si chiede perché i lavoratori di Pomigliano, di Caja Madrid o dell’economia britannica (che potrebbe pagare presto alla crisi circa 300 mila posti) debbano pagare le magagne di un sistema finanziario distorto e i salvataggi di banche poco trasparenti. Probabilmente Basilea 3 (ammesso che sia una risposta a questa domanda) si farà attendere ancora qualche anno. Per quel che riguarda invece la produttività sarebbe meglio che qualcuno chiarisse subito a governanti e imprenditori che con la Cina non c’è partita e che forse bisognerà cercare strumenti più sostenibili di crescita, anche perché la domanda, più della produzione, è la vera forza delle nostre economie occidentali.

condividi condividi 0 commenti giovedì 17 giugno 2010

Europa ancora più divisa dopo la fuga in avanti della Merkel

pubblicato da riva

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L’approvazione, non senza inceppi, del fondo di salvataggio europeo da 750 miliardi di euro è arrivata in un altro momento di profonda crisi. Lo slittamento al 14 giugno dell’incontro fra il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy ha ancora una volta segnato un punto minimo nei rapporti fondamentali tra Berlino e Parigi, i due perni principali dell’Eurozona negli ultimi anni.

Ancora una volta la fuga tedesca in avanti, con un inedito piano di tagli alla spesa pubblica da 80 miliardi di euro in quattro anni, ha messo alle strette, le diplomazie europee. Sicuramente, dopo la sconfitta nel Nord Reno-Westfalia, il governo della Merkel sta cercando di riguadagnare consensi ai danni della coesione del Vecchio Continente. Prima la decisione unilaterale sulle vendite allo scoperto “naked”, ora una manovra di austerity indifferente alle esigenze di coordinazione di Bruxelles e con forti tagli alla spesa sociale e alla difesa tedesche, domani la tassazione sulle transazioni finanziarie varata a Berlino con o senza gli altri membri della comunità europea.

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condividi condividi 0 commenti martedì 08 giugno 2010
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