Il “fallimento” della Grecia era un po’ sparito dalle prime pagine dei giornali: ma le cose non si erano affatto sistemate. Anzi: oggi su Linkiesta leggo di un report di UBS non particolarmente tranquillizzante.
L’ultimo report del colosso bancario elvetico UBS non lascia spazio all’ottimismo per il futuro di Atene. Nonostante le raccomandazioni alla calma del ministro delle Finanze George Papaconstantinou, il destino del Pireo è segnato. Il fallimento arriverà e la Grecia dovrà rinegoziare i suoi debiti. Per l’Eurozona potrebbero esserci perdite per almeno 155 miliardi di euro. Ma a preoccupare è il contagio che si scatenerà in seguito alla dichiarazione d’insolvenza.
Si mette molto male quindi per Papaconstantinou, ma soprattutto per i creditori del debito greco. Le cifre sono importanti…
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Che la prossima assemblea dei soci di Parmalat non sarebbe stata un appuntamento formale lo si era capito da tempo, da quando i fondi esteri azionisti - Zenit, Skagen e MacKenzie che sono uniti da un patto e insieme controllano il 15,3% di Collecchio - hanno cominciato a far capire che non gradivano più la gestione “prudente” e di Enrico Bondi e che avrebbero preferito una nuova guida più aggressiva per il gruppo lattiero-caseario di Parma.
Noi ne avevamo già parlato, ma la situazione si è ulteriormente complicata nell’ultima settimana - quella dei festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia - quando la francese Lactalis, che in Italia possiede già Galbani, Invernizzi, Vallelata, Locatelli e Cademartori, ha annunciato alla Consob di aver incrementato la propria partecipazione azionaria in Parmalat: i francesi, che già possedevano poco più del 5% della società, sono saliti direttamente al 7,28% e hanno sottoscritto un accordo di equity swap con cui potranno acquisire un ulteriore 4,14% del capitale.
In totale, quindi, Lactalis può contare già su oltre l’11% delle azioni Parmalat, inoltre potrebbe aver rastrellato altri titoli direttamente sul mercato, dal momento che negli ultimi giorni il titolo di Collecchio ha raggiunto 2,6 euro per azione, con un incremento del 4% solo venerdì 18 e volumi da capogiro: 75 milioni di pezzi il 15, 106 milioni il 16, 170 il 17, 104 il 18. Lactalis potrebbe aver messo insieme un altro 4% e arriverebbe così al 14/15 per cento del capitale.
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Da un paese conservatore come il Giappone arriva la notizia che una grande azienda sceglie una donna, oltre ad alcuni top manager stranieri, in un posto chiave; dall’Italia invece arriva lo stop del governo che ha fatto rinviare l’accordo bipartisan sui posti da riservare alle donne nei cda, almeno delle società a paertecipazione pubblica. Nella recente tornata di nomine, la banca d’affari giapponese Nomura ha scelto una donna, Junko Nakagawa, come chief financial officer: è un fatto assai inusuale per una società tradizionalista come quella del Sol Levante, anche se l’azienda sottolinea di non aver scelto la signora Nakagawa perché è una donna, ma perché è un ottimo top manager, che dal 1988 lavora in Nomura per cui ha curato anche alcuni dossier delicati come la quotazione a Wall Street.
In ogni caso Nomura dimostra un’apertura all’innovazione inaspettata, visto che oltre ad aver promosso ai vertici una manager donna, ha scelto anche alcuni senior manager stranieri, come l’indiano Jasjit “Jesse” Bhattal, vicepresidente del gruppo e direttore esecutivo della divisione banca wholesale, in uno sforzo di internazionalizzazione che rimane ancora una lontana prospettiva per le grandi imprese italiane quotate, dove la presenza di donne e di stranieri è estremamente rara, con una conseguente carenza di varietà e innovazione.
Secondo LaVoce.info
numerosi studi empirici trovano una relazione positiva significativa tra diversità del board, con presenza di donne, di stranieri e di determinate minoranze, e performance societaria. Ma anche perché questi dati confermano che la scarsa mobilità delle élite italiane è un problema non solo generazionale, ma anche di background: tutti uomini, se possibile italiani.
C’è una strada per riequilibrare la presenza dei sessi nei cda: le famose quote rose che quasi tutti, le donne in testa, aborriscono, ma che si sono dimostrate efficaci e utili per sfondare il famoso “tetto di cristallo” che impedisce alla componente femminile della società di emergere nei posti chiave. A gennaio la Francia ha approvato una legge secondo cui entro il 2017 il 40% dei posti in cda dovrà essere coperto da donne, ma il 20% dovrà essere raggiunto entro il primo gennaio 2014.
Anche altri paesi - per prima fu la Norvegia poi si è aggiunta la Spagna socialista - hanno leggi simili e l’Italia da mesi sembra sul punto di dotarsi di una norma che va in questa direzione, grazie all’impegno di Lella Golfo, parlamentare del Pdl e presidente della Fondazione Marisa Bellisario. In commissione Finanze al Senato era stato raggiunto un accordo fra maggioranza e opposizione proprio su questo punto, per approvare in quella sede la nuova legge senza passare dall’Aula: un terzo di donne in cda entro tre rinnovi dei consigli di amministrazione.
Il sì sarebbe dovuto arrivare ieri, proprio in occasione dell’8 marzo, ma il governo ha stoppato l’accordo dando un parere negativo, nonostante l’impegno dello stesso presidente del Senato: al governo non piace che le società partecipate da capitali pubblici debbano adeguarsi alla quota del 30% entro tre rinnovi e preferisce lasciare più tempo alle aziende per adeguarsi.
Sono mesi che questo balletto va avanti, ma c’è un motivo facilmente comprensibile: abbandonare la poltrona non fa piacere a nessuno e una norma che obbliga a cambiare praticamente un terzo dei consiglieri - visto che la presenza femminile è risibile - fa storcere il naso a molte lobby. Vedremo mai la legge sulle quote rosa in cda? È lecito dubitarne.
Molto interessante questo post di John McDermott su Alphaville, uno dei blog del Financial Times. Che cosa spiega? Spiega di un nuovo indice per misurare i 3G ovvero i “Global Growth Generators”, cioè le nazioni che traineranno l’economia globale verso la crescita.
Bangladesh, Cina, Egitto, Indonesia, India, Iraq… li trovate in questa tabella e nelle immagini della gallery, insieme a un altro grafico dove si mostra lo spostamento inesorabile verso oriente del baricentro economico globale. Ma come si calcola questo indice 3G?
Si tratta di una media ponderata di sei indicatori. I sei indicatori sono: 1) il rapporto tra risparmio e investimenti 2) le prospettive di crescita o decrescita demografica 3) le condizioni sanitarie 4) le strutture educative e scolastiche 5) un indicatore qualitativo delle istituzioni e delle politiche di governo 6) un indicatore finale sulla apertura al commercio internazionale. Dal nostro punto di vista le nazioni più promettenti sono: Bangladesh, Cina, Egitto, India, Indonesia, Iraq, Mongolia, Nigeria, Isole Filippine, Sri Lanka e Vietnam
Loro hanno tutto il futuro davanti: e noi?
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Una tassa “sulla compravendita di beni finanziari, obbligazioni e derivati” a carico delle istituzioni finanziarie, come banche d’investimento e fondi speculativi. È la Robin Tax, che promette di ridurre la speculazione e favorire la stabilità dei mercati finanziari. Un’idea geniale, se fosse davvero così: e infatti giovedì 17 febbraio alla Giornata mondiale per la Robin Tax aderiranno anche i consumatori di Adiconsum, insieme alla Cgil.
In tutto il mondo la Robin Tax - che adesso è in vigore in più di 40 paesi - potrebbe raccogliere ogni anno circa 400 miliardi di dollari, che potrebbero essere utilizzati per attenuare gli effetti della crisi economica, contrastare il cambiamento climatico e combattere la povertà nel mondo. Ma è sicuro che sia così miracolosa?
Adiconsum non ha dubbi e tesse le lodi di questa tassa: secondo Pietro Giordano, segretario nazionale Adiconsum
a suo favore, o comunque dandone un’interpretazione positiva, si sono pronunciate le grandi istituzioni internazionali, dal Fondo Monetario Internazionale alla Commissione europea all’Onu; la tassa andrebbe a colpire quella miriade di operazioni speculative che le istituzioni finanziarie compiono ormai in frazioni di secondi (high frequency trading - HFT).
Ma chi si ritroverebbe a pagare questa imposta? Chi la propone sostiene che la pagherebbero gli investitori e gli speculatori, come banche e grandi fondi; ma non è detto che queste maggiori spese non vengano poi riversate su risparmiatori piccoli e medio piccoli, in definitiva sui cittadini.
Attenzione a non confondere questa Robin Hood Tax con la tassa che il ministro Tremonti aveva introdotto per penalizzare le aziende petrolifere e che ha sempre attirato molte più critiche che fondi freschi per l’erario.
In ogni caso Adiconsum, insieme a Cisl e Fiba Cisl, ha aderito giovedì 17 alla Giornata mondiale di mobilitazione, in vista della riunione dei ministri delle Finanze nei giorni 17 e 18 febbraio, per sensibilizzare l’opinione pubblica e le Autorità e spingerli a introdurre la Robin Tax.

I mercati riprendono fiato stamane dopo le perdite di ieri, tuttavia le tensioni su listini azionari, sul debito sovrano nell’Eurozona e sulle valute sembrano essere giunte soltanto a una tregua. La via crucis verso il 2011 è punteggiata di scadenze spesso coincidenti con le aste di rifinanziamento dei paesi dell’Eurozona, a partire dal Portogallo e dalla Spagna, sorvegliati speciali di questa fase di recrudescenza della crisi europea.
Stamane in attesa dell’asta di titoli del governo del Portogallo, il collocamento di 4,13 miliardi di euro di titoli del debito tedesco a 5 anni (Bobl) era stato anticipato da vendite sul Bund che avevano favorito un restringimento degli spread tra il benchmark tedesco e quelli spagnoli e italiani. Alla fine il Bobl ha registrato una domanda pari a 1,6 volte l’offerta, un rendimento medio di 1,65 punti percentuali e un prezzo medio salito a 100,46: secondo alcuni osservatori la domanda dei titoli tedeschi si sarebbe dimostrata più fiacca del previsto.
Già ieri la tensione sui mercati era salita fino al punto di chiamare in causa lo stesso Jean-Claude Trichet che ha cercato di tranquillizzare i mercati e chiesto anche una maggiore “disciplina verbale” con un chiaro riferimento alle bordate di matrice tedesca che hanno accresciuto notevolmente negli ultimi mesi l’instabilità dell’Eurozona. Alcuni analisti hanno letto dietro queste dichiarazioni del numero uno della Bce la possibilità che la Banca centrale europea intervenga anche nel mercato dei credit default swap.
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Un sistema globale banco-centrico: gli ultimi effetti della crisi della finanza occidentale rivelano in verità che, dopo i primi interventi emergenziali degli stati in favore delle banche, queste ultime si sono riprese tutto il proprio potere condizionando apertamente le più importanti decisioni dei governi.
Si sbaglierebbe, infatti, a mettere la Grecia e l’Irlanda nello stesso calderone: nel primo caso Ue e altri organismi sovranazionali sono intervenuti sui conti di uno stato, mentre nel secondo essi sono intervenuti sui conti di alcune banche. Era infatti dalle banche e non dai conti pubblici che proveniva il maggior pericolo per il deficit di Dublino, il loro salvataggio, visto a quanto pare unanimemente come irrinunciabile, rischiava infatti di affondare il bilancio pubblico dell’Irlanda intera.
Certamente qualche responsabilità nei confronti di questa crisi ce l’ha anche l’Europa per il semplice fatto di non avere saputo anticipare queste criticità e questi pericoli con i propri test sul sistema bancario promossi dalla Bce tramite il Cebs.
Il dollaro Usa guadagna ancora sulla moneta unica (il cambio EUR/USD scivola a 1,315 in queste ore), in buona compagnia con lo Yen (EUR/YEN a 110,73) e lo Yuan (EUR/YUAN a 8,75) che si apprezzano anch’esse sulla moneta stampata a Francoforte.

Le banche irlandesi dovranno diventare molto più piccole per reggersi sulle proprie gambe, Dublino accompagna così la decisione di accettare gli aiuti internazionali in cambio di tagli della spesa aumentati a 6 miliardi di euro. Alla fine il primo ministro irlandese Brian Cowen ha ceduto alle pressioni politiche ed economiche della scorsa settimana e ieri sera ha parlato al suo popolo, insieme al ministro delle Finanze Brian Lenihan, del futuro del Paese che oggi segna un deficit del 32 per cento.
Certo la tigre celtica oggi sembra un gattino, con il differenziale del debito pubblico con quello tedesco che viaggia sopra il 5% dopo aver toccato un massimo di 6,82 punti nei giorni scorsi, e duri tempi di Austerity all’orizzonte. I conti pubblici si sono incagliati sul rischio insolvenza delle banche e su un modello di sviluppo aggressivo che ha reso troppo fragile l’intera struttura finanziaria del Paese. Finanziamenti bancari da capogiro reperiti sui mercati internazionali hanno alimentato la corsa degli ultimi anni. I prezzi degli immobili sono volati alle stelle, grazie anche a meccanismi finanziari speculativi che hanno gradualmente gonfiato la bolla. Il pungiglione della crisi dei subprime negli Stati Uniti ha svegliato bruscamente Dublino.
Non tutto del passato, però, andrà alle ortiche e il governo ha difeso la fiscalità di vantaggio per le imprese, con un’aliquota del 12,5% che irrita molti dei competitor europei. D’altra parte l’eventualità di un default nell’Eurozona o dell’uscita di un Paese dell’Area della moneta unica non è più soltanto una questione nazionale. La salvezza dell’Eurozona di periferia è diventata una questione di sopravvivenza dell’intera Europa, così in pratica ha sintetizzato anche Herman Van Rompuy, numero uno del Consiglio Ue.
Adesso l’Efsf (l’European financial stability facility, il salvagente europeo messo appunto quasi un anno fa) varerà insieme all’Fmi aiuti che dovrebbero essere compresi tra gli 80 e 90 miliardi di euro in favore di Dublino. L’Irlanda taglierà in cambio 6 miliardi di euro con la finanziaria 2011 anticipata di un mese a causa dell’emergenza sui mercati internazionali del debito. Il deficit dovrebbe così scivolare rapidamente sotto il 10% dall’attuale 32% circa del Pil, in vista del rientro nei parametri Ue del 3% entro il non lontano 2014.
Previsti vari tagli alla spesa pubblica, ma Cowen ha anche sottolineato i primi segnali di ripresa, a partire da una crescita del 6% nelle esportazioni che lascia sperare in un riequilibrio dell’economia irlandese. Certamente le proposte di Gran Bretagna e Svezia per un supporto ulteriore all’economia irlandese sulla base di accordi bilaterali non stupiscono: in base a quanto riportato dal Financial Times l’esposizione delle banche britanniche verso il debito irlandese sarebbe di 5,4 miliardi di euro e quella tedesca di addirittura 12,3 miliardi di euro, senza questa triangolazione del debito gran parte dell’ultima crisi non sarebbe spiegabile.
D’altra parte a Bruxelles non si temeva solo per Dublino, ma anche per Lisbona e Atene. Il gioco di squadra dei primi ministri Ue in vista della chiusura di un 2010 che si è dimostrato molto meno incoraggiante del previsto lascia comunque ancora a desiderare. Tagli alla spesa pubblica per 2,2 miliardi di euro hanno risvegliato l’euroscetticismo del Portogallo, che è intervenuto pesantemente su pensioni e sanità, sul lavoro pubblico e sulla tassazione delle imprese anche in condizioni di deficit al 7,3% circa del Pil nel 2010.
Manovre simili si sono viste anche in Grecia con ulteriori interventi sulla spesa pubblica e una campagna di privatizzazioni molto estesa: il risultato è che la manovra finanziaria di Atene passa da 8,2 a 14,3 miliardi di euro e le pressioni sociali crescono enormemente. La Spagna infine non ha potuto opporre a una disoccupazione al 20% che tagli a ministeri e stipendi pubblici che non incoraggiano la ripresa economica.
A inizio settimana il malumore dei listini azionari lascia comunque qualche spiraglio alla speranza: del pericolo di fallimento per l’Europa dovremo parlare un’altra volta.

I mercati non sembrano poi tanto rasserenati dalle dichiarazioni giunte dopo la riunione dell’Eurogruppo di ieri. Un comunicato ufficiale dell’organizzazione Ue presieduta da Herman Van Rompuy ha espresso apprezzamento per gli annunci del Governo irlandese in merito a nuovi sforzi di consolidamento dei conti pubblici che dovrebbero partire da 6 miliardi di euro nel 2011 e raggiungere i 15 miliardi di euro in quattro anni. I dettagli saranno forniti da Dublino entro la fine del mese e dovrebbero comprendere anche delle riforme strutturali ma qualcosa di meno di una riforma “lacrime e sangue”, come piace oggi dire delle manovre sulla spesa pubblica o sulle entrate. Ammesso che Dublino accetti un aiuto del quale finora ha detto di non avere bisogno.
Di certo finora il governo irlandese, che si trova a dover fronteggiare una crisi delle principali banche del Paese che già è costata ben 45 miliardi di euro, ha saputo difendere le proprie prerogative assai più di quanto non abbia fatto finora Atene o il Portogallo. Per prerogative non intendiamo il diritto a legiferare sugli stipendi dei dipendenti pubblici o sui vari tipi di balzelli, ma lo specifico caso della tassazione irlandese delle imprese al 12,5% che rappresenta poi la leva dello sviluppo irlandese degli ultimi anni. Almeno in questi termini si sono espressi autorevoli esponenti tedeschi.
A guardare i credit default swap di stamane in realtà i principali paesi periferici d’Europa non sembrano comunque tanto sicuri come le dichiarazioni istituzionali vorrebbero sostenere: i cds della Grecia sono cresciuti di 19 punti base a 950 bp, quelli della Spagna di 7 a 266 bp, quelli dell’Italia hanno raggiunto quota 191 bp (+4 bp) mentre quelli del Portogallo hanno toccato quota 430 bp (+2). L’Irlanda ha registrato un balzo di 20 punti base a quota 540 bps. Insomma sul controverso mercato dei credit default swap, che secondo molti critici è scarsamente trasparente in quanto mercato Over the counter guidato da pochi operatori principali e tendenzialmente soggetto alle speculazioni, le incertezze rimangono e si moltiplicano.
D’altra parte l’Unione Europea che non è neanche riuscita ad approvare il proprio budget per il prossimo anno (dovrà limitarsi ai coefficienti dell’anno scorso) e a detta dello stesso Van Rompuy rischia di non sopravvivere agli squilibri nei bilanci di paesi come la Grecia o l’Irlanda. D’altra parte toni e visioni diverse su cosa l’Unione può o non può imporre fra i Piigs non mancano e l’Irlanda già in passato si è mostrata molto determinata a non rinunciare alla propria sovranità. Non è comunque ancora chiaro quali saranno i termini delle contrattazioni fra Bruxelles e i vari governi, quali i risultati degli informali, ma importantissimi, tavoli bilaterali nazionali più o meno palesi che si stanno organizzando.
La Grecia, che in fondo con i propri conti falsificati ha rivelato la fragilità dei sistemi anti-crisi dell’Europa unita, di recente ha pubblicato i propri dati economici che sono stati accolti a Bruxelles come trasparenti e incoraggianti, ma che in pratica impegnano Atene a portare rapidamente il deficit/pil dal 9,4% su livelli più accettabili e comunque entro il 3% del Pil entro il 2014. Papandreou in proposito si è detto ottimista e ha già promesso un taglio di 17 miliardi di euro al deficit nel 2011 e manovre ulteriori. Le richieste europee si muovono in direzione di un ulteriore taglio della spesa pubblica con riforme strutturali a livello di politica tributaria, di mercato del lavoro, di servizi offerti dalla pubblica amministrazione anche nel campo della sanità e degli incentivi alle imprese.
Nel caso del Portogallo l’obiettivo rimane quello di un deficit al 4,6% per il prossimo 2011, da conseguire anche in questo caso con manovre di riduzione del debito. Sul confine di richieste volutamente generiche che però incidono ovviamente sulla tenuta di maggioranze politiche e sulla sovranità degli stati membri dell’Unione Europea si muovono con estrema cautela le dichiarazioni delle istituzioni Ue.
Germania e Gran Bretagna sono i maggiori creditori dell’Irlanda, ma non hanno esitato a promuovere ancora manovre di rigore, mentre le loro banche continuavano a comprare titoli del debito Irlandese (con probabilmente gli annessi cds) e asset locali. In generale sul piano politico rimangono le maggiori perplessità, perché se l’Europa ha voluto dimostrare di avere i mezzi per far fronte a ogni eventuale crisi irlandese, portoghese o greca con pronti finanziamenti (si parla di una cifra di 300 miliardi per i tre paesi), la contropartita chiesta alle nazioni dai conti fragili rimane ancora incerta.
Brian Cowen, premier irlandese, ha ribadito di non avere bisogno di un aiuto europeo e molti ipotizzano che in realtà questo aiuto serva, ma che metta in gioco la sua rielezione già molto in forse.
Angela Merkel, che si è vista bocciare l’ipotesi di una partecipazione dei privati ai piani di salvataggio, promuove un intervento che in seconda battuta porterebbe alla Germania e agli altri paesi (come l’Italia) notevoli interessi sui prestiti nonostante malumori sempre più diffusi nel popolo tedesco per quelli che sono letti come atteggiamenti che premiano dei conti non in regola. In realtà proprio le banche tedesche sono profondamente esposte al debito irlandese e salvando Dublino anche la Germania eviterebbe i duri contraccolpi di un eventuale default irlandese.
Il confine fra finanza pubblica e impieghi privati delle varie banche d’Europa insomma si dimostra molto liquido e l’opinione pubblica in molti casi è l’unico baluardo contro degli interventi visti come sbagliati dal popolo tedesco. Che si tratti solo di un malinteso? Di certo le incertezze fanno crescere i rendimenti ossia i tassi pagati dalle nazioni a rischio sul proprio debito, penalizzano le finanze pubbliche impegnate spesso nel salvataggio di banche private e affossano l’euro, con un vantaggio per le economie esportatrici come la Germania.
Il debito pubblico irlandese, per intero, ammontava a ottobre a circa 89,6 miliardi di euro contro risorse da 750 miliardi di euro che l’Europa potrebbe approntare in una settimana. Sarebbero, però, prestiti da ripagare con manovre invise all’opinione pubblica delle nazioni finanziate. Il cerchio da chiudere rimane quello del salvataggio pubblico di banche private vittime del moral hazard, del conto di Wall Street che passa alla Main Street come si diceva in America qualche tempo fa. Nel frattempo l’Europa appare ancora una volta troppo fragile.

Non è certo la prima volta che le elezioni di Medio Termine degli Stati Uniti sfiduciano il presidente in carica: è già successo con Ronald Reagan, con Bill Clinton e con George Walker Bush che comunque erano sempre stati riconfermati poi per il successivo mandato. Si tratta di tre nomi che comunque pesano nella storia americana recente e di tre “fantasmi” con i quali l’esecutivo di Obama è costretto a confrontarsi in varia maniera. Al momento però una cosa è certa, i falchi del Tea Party repubblicano non sono stupidi come i liberal li hanno dipinti finora e riescono a canalizzare quel malcontento americano assai diffuso a due anni dall’elezione di Obama. Sarà che la disoccupazione viaggia ancora intorno a un insostenibile 10%, che la ripresa tarda ad arrivare nonostante gli impegni multimiliardari del Governo e che i signori di Wall Street sembrano ancora mantenere saldo il controllo del Paese nonostante le riforme finanziarie varate o promesse dall’Esecutivo. Certo le sfumature anarchiche dei nuovi Republican, di quelli cioé che abolirebbero la Fed e vorrebbero dei tagli della spesa pubblica e quindi del Welfare antitetici alle posizioni della Casa Bianca saranno sempre più pesanti negli orientamenti del Congresso, o almeno della Camera dove l’opposizione all’attuale esecutivo ha ribaltato una maggioranza schiacciante guadagnando 60 seggi. Il nuovo assetto del Congresso che, va ricordato, non può sfiduciare il Presidente in carica, regala comunque la maggioranza alla Camera dei Deputati ai repubblicani (239 seggi contro i 183 dei democratici di Obama). Il Senato mantiene la maggioranza democratica con 51 seggi blu contro i 46 rossi dei Repubblicani. Nelle fila dei GOP, come viene soprannominato il partito repubblicano USA (Grand Old Party), spiccano i nomi di uomini come Rand Paul figlio del politico repubblicano Ron, o di John Bohener che prende il posto della democratica Nancy Pelosi alla presidenza della Camera americana. Il primo è un elemento di spicco del Tea Party, sorta di movimento repubblicano dentro il partito ma schierato contro la vecchia nomenclatura dell’epoca Bush che è divenuto il vero protagonista di queste elezioni. Il secondo, John Bohener, è un uomo politico di lungo corso da sempre vicino a varie lobby economiche nonostante le sue dichiarazioni contro corrente e contro il sistema attuale. Al loro nome merita di essere accostato quello di Marco Rubio. Dietro i proclami sulla “Real America” di una rediviva Sarah Palin si vede però un dibattito sempre più acceso su temi spiccatamente economici. Il debito pubblico degli Stati Uniti è già chiaramente indirizzato oltre la soglia massima dei 14,3 miliardi di dollari oltre la quale Obama si troverebbe a un bivio: tagliare la spesa pubblica di oltre quel 5% già annunciato e magari trovare un accordo con la Camera su questo, oppure cercare di tirare dritto trovando delle alleanze trasversali nel Congresso. Di certo il deficit spending esce un po’ con le ossa rotte dall’ultimo scrutinio e il sostegno delle masse al Welfare, su cui pure punta l’attuale Presidenza, sembra vacillare nonostante la riforma sanitaria varata da Obama, riforma che resta una delle manovre più criticate dai repubblicani. Secondo alcuni osservatori i timidi rialzi di Wall Street di ieri (e quelli ancor più flebili di oggi) sarebbero sintomatici di un orientamento dei mercati a un cambio di rotta a Washington. Di certo gli operatori oggi guarderanno con enorme attenzione alla Fed che stasera deciderà sui tassi e sulle manovre di quantitative easing. Se il riacquisto di Treasuries dovesse rivelarsi inferiore ai 500 miliardi di dollari i mercati azionari potrebbero risentire della decisione. Resta poi da vedere anche se i riacquisti della Banca centrale Usa, ossia i suoi sostegni all’economia a stelle e strisce, saranno decisi in una manovra sola o verranno spalmati nel tempo. Di certo anche Ben Bernanke dovrà a questo punto tenere conto degli orientamenti tutt’altro che morbidi del Tea Party.