
Improbabili accordi di fusione&acquisizione e depositi inesistenti per nascondere cattivi investimenti e perdite che si sarebbero dovute iscrivere a bilancio. Lo scandalo che ha investito la società giapponese Olympus rischia di cancellare dal listino di Tokyo un titolo che ha 92 anni di vita: intanto in meno di un mese le azioni del produttore di fotocamere sono crollate dagli oltre 2500 yen di metà ottobre a meno di 500 yen ieri.
Secondo quello che rivela il Nikkei, la società ha truccato i conti negli ultimi vent’anni, nascondendo le perdite provocate da cattivi investimenti dietro una paravento di finti depositi e di operazioni finanziarie e commissioni fasulle pagate per improbabili fusioni o cessioni di società.
Il bubbone è scoppiato dopo che Olympus ha cacciato il chief executive officer Michael Woodford il 14 ottobre, dopo che il manager aveva sollevato la questione sui pagamenti riconosciuti agli advisor per operazioni precedenti al suo arrivo ai vertici della società. La settimana scorsa, alla fine, l’azienda ha dovuto ammettere irregolarità di bilancio dietro gli asseriti “affari” da 1,3 miliardi di dollari legati ad attività completamente distanti dal core business.
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Un faccione che ispira fiducia e sembra non poter nascondere insidie. Eppure affidandosi a questa faccia - quella di Corey Ribotsky - parecchi investitori americani hanno perso il loro denaro, nonostante avessero avuto rassicurazioni sulla completa restituzione delle somme investite oltre a un significativo guadagno.
Secondo le conclusioni di un’indagine condotta negli ultimi due anni dalla Sec - la Consob americana - Ribotsky non solo mentì ai suoi clienti, ma si appropriò di almeno un milione di dollari, spesi in Rolex, berline e altri beni di lusso. L’accusa per lui è di frode e appropriazione indebita e la Sec ha appena presentato una causa civile alla corte federale di Brooklyn, a New York.
Ribotsky gestiva il fondo NIR Group LLC, che è coinvolto nella causa insieme all’analista Daryl Dworkin, ma almeno a partire dal 2008 nascose ai suoi clienti che la crisi di Borsa stava danneggiando seriamente gli investimenti e presentò documenti falsi per continuare il suo lavoro, nella speranza di recuperare i capitali che aveva perso.
Continua a leggere: Il manager di un hedge fund accusato di frode dalla Sec
Interessante questo post su Alphaville in cui si racconta della situazione brasiliana: un’economia in crescita, forte, che sta trainando il Sudamerica. Ma che si sta “indebitando” troppo, o meglio, sono i consumatori brasiliani della classe media che lo stanno facendo. A tassi di interesse crescenti per il credito al consumo passati dal 37% dell’anno scorso al 41% di quest’anno.
Qual è il rischio in un’economia in cui la classe media si indebita troppo? Che l’economia brasiliana si esponga a un ciclo di boom - bust, fenomeno già osservato in altre economie cresciute troppo rapidamente nei decenni scorsi. Gli esempi sono tanti: Messico, Argentina, Turchia, Malesia, Colombia. Già ora, secondo quanto riporta il blog del FT, tre piccole banche sarebbero state salvate dalla banca centrale brasiliana.
Già, perché aumentano gli insolventi, passati dal 7,8% al 9,1% del totale dei crediti tra il dicembre del 2010 e il maggio del 2011. La crescita delle insolvenze è rapida, quasi frenetica: nei primi cinque mesi di quest’anno sono saliti del 23%. Malgrado ciò, molti analisti continuano a essere ottimisti sul Brasile. Probabile che il momento della verità arrivi già durante quest’anno, concludono Paul Marshall e Amit Rajpal autori dell’intervento.
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Non ci va giù leggero lo Spiegel, sulla crisi greca e sull’euro. È tempo di un piano B, è tempo di cambiare passo: tenendo gli occhi aperti sulla crisi greca. Negli ultimi 14 mesi i politici europei hanno attuato politiche emergenziali di salvataggio una dopo l’altra, producendo rischi incalcolabili con i loro interventi.
Sempre seconda la prestigiosa testata tedesca, avrebbero rimandato l’incontro con la realtà: il vecchio euro non esiste più, e l’unione monetaria dell’Europa è stata un fallimento. Parole molto dure ed euroscettiche, vediamo di precisare meglio cosa spiegano nel pezzo - che potete leggere in inglese qui.
La sensazione è questa: l’euro è stato più dannoso che utile, e in futuro le cose peggioreranno. Analisti come Friedman lo profetizzavano già nel 2002
Eurolandia collasserà tra i cinque e i prossimi quindici anni
e hanno sottolineato che si dovrebbero prendere decisioni radicali, non continuare a rimandare. Quelli che vediamo oggi, sono solo provvedimenti di emergenza. Rimandano la data dello scontro con la realtà.
Continua a leggere: Crisi Euro e crisi Grecia, l'euro ha fallito?

Ogni mezzo è buono per recuperare, anche se in piccola parte, i soldi che Bernard Madoff (Bernie) ha sottratto agli investitori, i quali gli affidavano i propri fondi nell’illusione di guadagni favolosi senza rischiare il capitale. Così un piccolo mattoncino verso quei 50 miliardi di dollari da recuperare arriva anche dalla cantina del finanziere americano, messa all’asta dal tribunale di New York.
Le bottiglie di vino e di champagne dell’ex presidente del Nasdaq sono andate all’incanto per oltre 41 mila dollari, per la precisione 41mila 530 dollari.
Il prezzo ricavato dalla casa d’aste Morrell and Co ha raddoppiato più o meno le valutazioni fatte dagli esperti, un po’ per le ridotte dimensioni della collezione, un po’ nella sperazna che con gli anni i vini acquistino maggior valore. In ogni caso c’er adi tutto nella cantina di questo uomo della finanza: il pezzo più costoso è risultato uno Chateau Mouton-Rothschild del 1996, valutato 3200 dollari e poi venduta a 6800 dollari.
Gli aumenti più incredibili, però, hanno rigurdato proprio le bottiglie più semplici da trovare, quelle “da supermercato”, pagate a caro prezzo solo perché sono appartenute proprio a Madoff. Bottiglie di Gin Bombay, vodka Smirnoff o Grand Marnier, dal valore compreso tra i 10 e i 20 dollari, sono state infatti piazzate a 300 dollari. I truffati non si rifaranno con queste briciole, ma almeno potrebbero ottenere almeno un risarcimento simbolico.

In tempi di prescrizione breve, basta quella normale a far perdere le speranze a migliaia di piccoli risparmiatori colpiti nei risparmi e nella fiducia dal crac Parmalat. Il processo in corso a Milano per aggiotaggio - con imputati le banche Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank e Morgan Stanley con i loro manager - rischia di chiudersi con la prescrizione prima ancora della sentenza di primo grado.
In ogni caso è certo che il procedimento non arriverà mai ai tre gradi di giudizio, ma una condanna in primo grado potrebbe aiutare i risparmiatori traditi a ottenere un risarcimento dalle banche e dai loro amministratori in sede civile; se invece il processo si chiudesse prima sarebbe l’ennesima beffa per chi si è già visto gabbato una volta.
Come spiega Massimo Sideri sul Corriere gran parte dei risparmiatori che si sono costituiti parte civile nel processo (32 mila rappresentati dall’avvocato Carlo Federico Grosso e circa 8 mila rappresentati dalle associazioni dei consumatori) hanno già firmato accordi con le banche, ma certo il risultato del processo di Milano - che pure è solo una costola della causa più importante, quella di Parma - ha un valore mediatico.
In ogni caso le associazioni dei consumatori, come Altroconsumo, puntano sulle cause civili e tentano di ridare fiducia a chi è in attesa di un risarcimento. Intanto Confconsumatori propone un’associazione di piccoli azionisti per pesare di più nell’assemblea della società e provare a far sentire la voce di chi è ignorato sia dalla politica sia dal mercato, con le scalate ferme a un passo dall’Opa obbligatoria.

Grande pezzo quello che il NYMag ha dedicato a Bernie Madoff. Ve lo ricordate? Era il dicembre del 2008 quando lo arrestarono: lo schema Ponzi col quale si era arricchito - e con cui aveva fatto arricchire - crollava sotto il peso di un buco di 50 miliardi di dollari.
Il 29 giugno 2009 fu condannato a 150 anni di carcere. Una vicenda che lo fece passare alla storia come il truffatore del secolo, ma una storia che come sempre ha molti lati da cui essere vista. Il NYMag sceglie di farla raccontare da Madoff in persona. In che modo, visto che è in carcere?
Steve Fishman - che firma il pezzo - cerca di mettersi in contatto con lui tramite il suo legale, ma gli va male. Prova allora a passare da un compagno di cella di Bernie, dandogli una lettera, e gli va bene. Una sera mentre Steve è a casa suona il telefono:
“C’è una chiamata a carico del destinatario da Bernard Madoff, un detenuto di una prigione federale”
Lì inizia la storia dei Madoff Tapes…
Continua a leggere: The Madoff Tapes sul NYMag: ritratto del truffatore del secolo

Bernard Madoff, Bernie per i suoi amici intimi, rischia di essere l’unico protagonista dei più recenti scandali finanziari a pagare con la prigione per la sua condotta: una specie di capro espiatorio che consente alle autorità di sentirsi con la coscienza a posto, mentre la folla dei piccoli investitori pensa di essere tutelata e sazia la sua voglia di punizione. Ma tutti gli altri protagonisti della bolla immobiliare, dei mutui spazzatura, degli investimenti ad altissimo rischio che fine hanno fatto?
Un articolo in uscita il 3 marzo sull’edizione americana di Rolling Stones denuncia che “a Wall Street nessuno va mai in galera” e che anzi tutti i protagonisti delle peggiori frodi finanziarie degli ultimi anni non hanno subito conseguenze penali; al massimo i vertici di banche e assicurazioni, che avevano rovesciato sugli investitori i rischi altissimi delle loro speculazioni e avevano diffuso i famigerati titoli tossici, sono stati condannati a pagare multe salate. Ma con quali soldi? Con quelli degli azionisti, ovvio!
Dietro questa inefficienza del sistema di controllo, secondo il giornalista-polemista Matt Taibbi, c’è un’organizzazione troppo barocca e complicata della vigilanza, affidata in prima battuta alla Sec, la Società di controllo sui mercati finanziari americani (un equivalente della nostra Consob), che ha il potere e i mezzi per indagare, ma, in caso di reati, non può agire penalmente e deve trasmettere tutte le sue informazioni al dipartimento della Giustizia che poi smista le cause ai vari procuratori. Dal momento che i crimini finanziari, in genere, sono perpetrati a Wall Street, ecco che la giurisdizione spetta al Southern District di New York.
Il più delle volte da questo complesso schema di rimpalli alla fine spunta fuori o un’indagine lunghissima che non porta a nessuna conclusione oppure un accordo in base al quale i colpevoli pagano una multa e non sono tenuti a restituire tutti i capitali di cui si erano appropriati. Taibbi si scaglia contro il sistema americano e le decisioni della politica, che sembra privilegiare e mettere sotto i riflettori i crimini di strada, come l’immigrazione clandestina, invece dei reati dei colletti bianchi. Ma se fosse in Italia dovrebbe moltiplicare per mille la sua indignazione.
Qui da noi anche i colpevoli degli scandali più clamorosi - Cirio, Parmalat, Giacomelli - non sono finiti in carcere perché stanno ancora aspettando la fine del processo oppure hanno visto ridursi via via le condanne o ancora sono troppo anziani per andare davvero dietro le sbarre: Tanzi, Cragnotti e soci sono tranquillamente nelle loro case, magari dopo qualche breve soggiorno in carcere per la custodia cautelare. E in alcuni casi, come per Tanzi, non risultano neanche proprietari di un patrimonio da attaccare.
Per di più negli ultimi dieci anni, invece di inasprire le pene per i reati finanziari, è stato di fatto depenalizzato il falso in bilancio, mentre l’indulto del 2006 ha provveduto al resto: niente carcere o carcere ridotto, per cui in galera non ci va davvero nessuno. E quindi anche la deterrenza della pena viene meno. Sono molto esplicative, a questo proposito, le parole del magistrato dell’ex pool Mani Pulite di Milano, Piercamillo Davigo, che in una recente intervista lamenta proprio un atteggiamento incoerente di fronte a reati diversi, da un lato quelli commessi da delinquenti comuni, dall’altro quelli dei “maghi della finanza”
In Italia è stata alimentata la convinzione che la criminalità predatoria da strada sia l’unica di cui preoccuparsi. Al processo per l’aggiotaggio Parmalat vi erano quarantamila parti civili, cioè vittime che chiedevano di essere risarcite. Quanto impiega uno scippatore a fare 40.000 scippi? Inoltre una signora che viene scippata non ha nella borsetta i risparmi di tutta una vita, come era accaduto a numerose vittime di reati dei colletti bianchi.
Senza tutele per i risparmiatori, però, i mercati finanziari rischiano di diventare sempre meno interessanti e di spaventare e allontanare gli investitori, specie in un paese come l’Italia in cui già l’attitudine all’investimento finanziario è molto ridotta.

Ieri la condanna a 18 anni di carcere per Calisto Tanzi, dopo ben sette anni dal crack da 14 miliardi di euro di Parmalat, è stato letta in maniera variegata dai giornali e si inserisce nelle complesse vicende giudiziarie che hanno seguito il riassetto del gruppo di Collecchio. Si tratta certo di una vicenda ancora aperta visti i diversi giudizi ancora pendenti sul caso, ma allo stesso tempo questa condanna è una tappa importante in un percorso che è stato letto, questa volta quasi unanimente, come troppo lungo. Insomma di certo sembra che ci sia al momento solo che è passato troppo tempo per i risparmiatori che furono frodati più di sette anni fa.
I processi in corso sul caso sono almeno due, uno a Parma che riguarda solo i manager e uno a Milano che invece riguarda anche e principalmente le banche. Il primo processo conclusosi ieri con la condanna di quindici manager sui diciassette imputati aveva come capi di imputazione l’associazione a delinquere e la bancarotta che hanno carattere penale, mentre a Milano sono arrivate diverse cause civili per aggiottaggio, ostacolo alla vigilanza, falso in comunicazioni e ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza della Consob.
Secondo alcuni calcoli ammontano a circa 600 milioni di euro i crediti vantati da oltre 36 mila risparmiatori che avevano acquistato bond del gruppo e che ora possono chiedere un risarcimento di appena il 5% del proprio investimento (circa 30 milioni di euro). Oltre tutto su queste condanne pendono già degli annunciati ricorsi in Cassazione.
A Milano solo la sentenza di Appello aveva quantificato in una provvisionale tra il 10% e il 30% dell’investimento il danno derivante dall’aggiottaggio.
Al tempo del crack il debito di Parmalat lievitò improvvisamente da 7 a 14 miliardi di euro e scomparve contemporaneamente liquidità per 4 miliardi di euro che doveva essere nelle disposizioni del gruppo e invece era solo un falso con incollato sopra il marchio di Bank of America che non ne sapeva nulla.
Ai 600 milioni di crediti vantati (e ripagati come detto solo in minima parte ai risparmiatori) vanno aggiunti dunque 2 miliardi di euro che gli imputati ora devono in solido alla stessa Parmalat. Gli ammanchi, però, come detto sono ancora di più e la verità su quello che successe nei conti del gruppo prima del crack del 2003 appare ancora davvero troppo lontana.
Diverse transazioni negli ultimi anni hanno permesso a Parmalat di risollevarsi in Borsa e diversi creditori a cui sono state assegnate azioni e warrant (in scadenza al 2015) hanno potuto rivedere parte del proprio capitale.
Quanta parte però questi risparmiatori non potranno più rivedere dei loro crediti sembra ancora difficile da stabilire con esattezza. Di certo al momento i conti non tornano ancora.

Un passettino avanti nella nuova finanza del dopo-crisi il mondo lo ha fatto con il via libera della Camera degli Stati Uniti alla riforma finanziaria. Si tratta però ancora di un passettino per diverse ragioni. La prima deriva dal fatto che, anche se gli Stati Uniti sono tra i maggiori protagonisti della finanza globale, certo una riforma nel loro mercato soltanto ha bisogno di ulteriore coordinazione con gli altri grandi e piccoli mercati.
In fondo se si critica il divieto dello short selling (ma dei soli cds naked) applicato dalla Merkel in Germania perché troppo locale, non si può pensare che una riforma degli Stati Uniti soltanto possa davvero cambiare le cose: se c’è una certezza in questo autunno della crisi è che la finanza si muove su scala globale e necessita dunque di soluzioni coordinate.
Sembra meno banale in questi giorni in cui si alternano prese di posizione e distinguo in sede europea e nel più largo consesso del G20, con il solito vorremmo, vedremo, faremo che in pratica lascia le cose invariate.
Sono passati quasi tre anni dall’inizio della crisi e ancora le grandi riforme dei mercati latitano. Oggi Washington, prima imputata di questa crisi senza fine, sembra voler voltare pagina. Circa 615 trilioni di derivati contrattati annualmente sui mercati non regolamentati OTC dovrebbero ora passare su piattaforme regolamentate.
In parte sarà applicata anche la Volcker Rule per la quale però sarebbe a questo punto più adeguato trovare un altro nome visto che, secondo quanto riportato da Bloomberg, la legge che dovrebbe separare il trading dalle altre attività delle banche evitando loro rischi troppo eccessivi sarebbe stata troppo diluita. Con un compromesso dell’ultima ora le banche ora potranno investire fino al 3% del proprio capitale in fondi di private equity e in hedge fund.
A molti è parso che questa riforma chiave sia stata alla fine troppo indebolita dalle pressioni repubblicane guidate dal senatore Scott Brown. In pratica si volevano evitare casi come quello di State Street che avendo corso troppi rischi con prodotti derivati legati ai mutui ha spostato i capitali dalle attività sane mettendo a rischio la propria sopravvivenza e imponendo allo stato un salvataggio oneroso.
In compenso è stato previsto per gli hedge fund un apposito registro con relativa autorizzazione e in generale sarà messo in piedi un monitoraggio dell’intero sistema finanziario e non dei suoi singoli componenti soltanto e sono stati attribuiti forti poteri di controllo e intervento alla Federal Reserve. Una legge di intervento particolare nei casi di crisi di grandi aziende del settore dovrebbe scongiurare salvataggi costosissimi come quello di AIG o fallimenti disastrosi come quello di Lehman Brothers. Il consumatore di prodotti finanziari avrà nuovi strumenti di informazione e la Fed regolerà i mercati dei mutui e delle carte di credito (non quelli dei finanziamenti per le auto).
Molte cose insomma dovrebbero cambiare, forse meno di quanto si sperava, ma comunque a sufficienza da inviare un segnale anche in Europa dove già la Germania ha compiuto dei passi autonomi e dove Berlino e Francia premono ancora per una nuova tassa sulle banche e sulle transazioni internazionali. Come per Washington però, senza una piattaforma globale (come quella di Basilea) gli effetti delle nuove norme rimangono ancora troppo parziali.