Moody's: gli errori nei rating affondano il titolo

pubblicato da riva

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La bufera dei mutui subprime investe Moody’s, una delle più grandi agenzie di rating del mondo. Ieri il titolo della società controllata per il 19,6% dal Berkshire Hathaway di Warren Buffett ha lasciato sul parterre di Wall Street quasi il 16% del proprio valore dopo che il Financial Times, facendo riferimento ad alcuni documenti interni all’agenzia, aveva ipotizzato che diversi manager di Moody’s fossero al corrente da tempo di errori nel giudizio assegnato ai Cpdo europei, alcuni dei prodotti di finanza strutturata che hanno contribuito ad espandere la crisi dei mutui ad alto rischio.

In particolare, secondo il quotidiano britannico, alcuni dirigenti sarebbero stati a conoscenza da tempo del fatto che, invece che una tripla A (il massimo del giudizio esprimibile su uno strumento finanziario), molti di questi prodotti meritavano un giudizio di quattro punti più basso e quindi al di sotto della soglia minima dell’investment grade (il livello minimo di rischio tollerato dagli investitori istituzionali).

Sono stati così ipotizzati degli errori nelle metodologie di calcolo del rating e anche la Sec (la Consob Usa) ha ammesso di monitorare da tempo i modelli matematici usati per il calcolo del rating. Moody’s in una nota ha ammesso la serietà dei rilievi del Financial Times, ha dichiarato di avere incaricato un revisore esterno di analizzare i Cpdo in questione e si è detta pronta intraprendere le azioni necessarie alla risoluzione di eventuali problemi.

I 44 Cpdo europei sotto osservazione di Moody’s rappresentano approssimativamente 4 miliardi di dollari di asset cartolarizzati.

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condividi condividi 0 commenti venerdì 23 maggio 2008

E c'è anche chi della crisi sa ridere (e far ridere)

pubblicato da riva

Per chi ha voglia di farsi quattro risate sulla crisi dei subprime e dei mercati mondiali. Imperdibile.

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Rdb: nel 2007 giù conti e titolo

pubblicato da Popi

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Il 2007 per Rdb, società che opera nel campo della produzione di prefabbricati e mattoni Gasbeton (calcestruzzo cellulare autoclavato) non sarà sicuramente un anno da ricordare, almeno per i piccoli azionisti.
Il titolo ha esordito il 19 giugno a Piazza Affari, attraverso una Ops al prezzo di 5,1 euro per azione, che ha consentito alla società di raccogliere 60 mln di euro circa. Complice un momento poco favorevole sui mercati finanziari, Rdb non ha beneficiato del classico “strappo” da matricola. Il titolo ha retto per breve tempo i 5 euro prima di avviare a novembre una discesa culminata poco sotto i 2 euro, circostanza che ha più che dimezzato il valore del titolo rispetto ai livelli di Ipo. Questo nonostante la società abbia provveduto a riacquistare sul mercato fino a dicembre quasi 3 mln di azioni. Buy back continuato anche nel mese di gennaio del nuovo anno con acquisti di 169 mila azioni. Va detto che il prezzo di Ops, non era considerato dagli analisti “particolarmente alto” anche perché prevedeva esclusivamente emissioni di nuove azioni e non la vendita da parte dei soci di quote. Ed allora come si spiega questa discesa? Sicuramente, al pari della maggior parte delle società quotate, il clima negativo presente sulle piazze mondiali sta giocando un ruolo importante. Ma non solo, anche i risultati dell’esercizio approvati dal Cda il 14 febbraio, sicuramente deludenti, hanno contribuito ad appesantire le quotazioni.

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Fondi in crisi? Non è colpa della Mifid

pubblicato da riva

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C’è qualcosa di nuovo nel mondo dei fondi italiani, anzi d’antico. Si teme infatti che l’industria del risparmio gestito vada ko e che si possa arrivare nel settore a un danno complessivo di 170 miliardi di euro (stima di Borsa e Finanza) che, dopo aver stremato le gestioni patrimoniali in fondi (Gpf), si allarghi alle gestioni patrimoniali mobiliari (Gpm). Già il 2007 si era chiuso con una raccolta netta dei fondi promossi da intermediari italiani (fossero di diritto estero o italiano) che presentava un rosso da 53,1 miliardi di euro.

Il campanello d’allarme poi è scoccato con la cifra record di riscatti a gennaio 2008: un deflusso da 19,1 miliardi di euro che ha finalmente smosso le autorità sull’argomento e spinto la Banca d’Italia e la Consob a mettere mano all’annoso problema. D’altronde la crisi del risparmio gestito all’italiana è ormai tanto grave che qualcuno teme che, più che un campanello d’allarme, quello di inizio anno sia stato il rintocco di una campana a morto.

Qualcun altro, però, si è già rimboccato le maniche e ha cercato, in buona o in cattiva fede, di trovare nuove soluzioni a questa vecchia crisi. Finisce così sul banco degli imputati la Mifid (la direttiva europea sui mercati finanziari) che rende quasi impossibili le retrocessioni, ossia i versamenti delle commissioni o di loro quote dalle Sgr (Società di risparmio gestito) alle banche che le controllano.

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condividi condividi 1 commento martedì 19 febbraio 2008

Affaire Cirio-Parmalat, Geronzi va a giudizio

pubblicato da riva

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Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo

Parmalat oscilla sotto la parita’ dopo la notizia del rinvio al 25 febbraio del processo presso il Tribunale di Milano per il fallimento dell’azienda emiliana, procedimento che vede sul banco degli imputati Calisto Tanzi e i vecchi manager. Il rinvio e’ stato determinato da una richiesta del nuovo avvocato di Lorenzo Penka, ex contabile Parmalat.

Intanto la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di Cesare Geronzi, ex numero uno di Capitalia e attuale presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, contro il rinvio a giudizio disposto dal Gup di Parma con l’accusa di usura e concorso in bancarotta fraudolenta per il caso Ciappazzi.

Secondo gli inquirenti Geronzi obbligo’ Tanzi ad acquistre la Ciappazzi (acque minerali) dal gruppo Ciarrapico ad un prezzo esorbitante, in modo tale che quest’ultimo disponesse delle risorse per appianare i debiti con l’istituto capitolino. Una situazione molto simile a quella che vide protagoniste la stessa Parmalat e Cirio, anche in questo caso con la regia di Geronzi e della allora Banca di Roma.

Nel ‘99 Tanzi acquisto’ la Eurolat da Cirio pagandola 200 miliardi di lire in piu’ rispetto ai valori di mercato.

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Crisi finanziaria? C'è un problema di trasparenza

pubblicato da riva

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Segnaliamo un interessante articolo di Simonetta Cotterli su Lavoce sul tema della già troppo scossa fiducia dei consumatori e delle stesse banche nella trasparenza e affidabilità sui mercati. Interessanti nell’articolo in questione soprattutto i meccanismi con cui la Banca centrale d’Inghilterra è intervenuta in aiuto della Northern Rock, la banca britannica finita nell’occhio del ciclone nei giorno scorsi. Più che condivisibile l’appello a trasparenza, correttezza e informazione. Sul tema consigliamo anche un articolo uscito ieri su questo sito.

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Credit watch?

pubblicato da riva

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Agenzie di rating nel mirino. La Sec, la potente Consob americana, e la stessa Commissione europea hanno deciso di mettere il naso nei meccanismi di funzionamento delle agenzie di rating. Il mercato a dire il vero già ha reagito con pesanti perdite dei titoli interessati ma sicuramente un processo tanto approfondito a questi controllori poco controllati non si vedeva da tempo. In questi tempi turbolenti McGraw Hill (Standard & Poor’s) e Fimalac (Fitch) hanno perso un bel po’ in borsa (entrambe da quota 70 dollari a titolo sono scivolate poco sopra i 40 dollari nel giro di pochi mesi) e ancora non accennano a frenare la propria caduta.

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C'è crisi!

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Bramisce l’Orso sulle borse del mondo e la seconda tornata di pronti contro termine delle banche centrali non fa che scoprire i nervi di un mercato imprevedibile. Tutti gli indici vanno in perdita oltre due punti e mezzo percentuali. Questa è la media e le freccie rosse si vedono su tutti i mercati del globo. Che sia arrivato il temuto crollo?

Di certo il fatto che la Bce e la Fed abbiano immesso rispettivamente altri 61 miliardi di euro e 19 miliardi di dollari nel mercato non fa che dare la sensazione di una gran paura nella finanza internazionale. La Bank of Japan ha poi collocato sul mercato mille miliardi di yen (circa 6,25 miliardi di euro) mentre la Banca centrale australiana ha immesso 4,95 miliardi di dollari australiani (4,19 miliardi di dollari) raddoppiando le operazioni normali di rifinanziamento del sistema. Siamo ormai a interventi da record che vanno oltre quelli post-11 settembre. Anche perché le banche centrali chiaramente non hanno potuto aspettare le riunioni mensili in cui comunicano un rialzo o un ribasso dei tassi. Nel comunicare la nuova massa di liquidità immessa sul mercato la Banca centrale europea ha specificato di avere assegnato i lotti all’asta con una tasso marginale del 4,05% e a un tasso medio ponderato del 4,08 per cento. Le richieste pervenute da 62 banche sono state perfino superiori all’offerta e pari a 110,03 miliardi. Insomma non c’è più liquidità nel mercato e visto che fino a l’altro ieri tutti pensavano ai pericoli dell’inflazione è chiaro che qualcosa non va.

Nel frattempo a guidare le perdite sui listini sono proprio le banche, sia quelle europee che quelle statunitensi. Così ieri mentre venivano colpite navi statunitensi di rango come Goldman Sachs, la mina dei subprime è esplosa anche in Europa. I fondi Parvest Dynamic Abs, Abs Euribor e Abs Eonia avevano alla fine di luglio circa 200 milioni di euro in gestione e di questi ben 700 milioni erano investiti nel settore dei mutui ad alto rischio. La pioggia di vendite ha costretto Bnp a congelare i fondi, intrappolando chi voleva uscirne, ma anche bloccando, in qualche maniera le perdite.

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Italease era l'unica?

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L’attribuzione di Tommaso Padoa Schioppa a Giovanni Sabatini di incarichi di indagine sui rischi connessi ai derivati è solo l’ultimo segnale (e un po’ tardivo) delle istituzioni pubbliche al mondo del credito italiano e internazionale. L’allarme derivati di cui in Italia Italease costituisce l’esempio più eclatante è infatti senza dubbio un problema globale. A più riprese diverse autorità internazionali hanno richiamato gli operatori finanziari a una certa cautela sull’uso di strumenti spesso molto rischiosi e quindi anche difficili da controllare.

Già nel 2005 Alan Greenspan (che in passato aveva avuto posizioni diverse), nel suo ultimo anno di presidenza della Fed, aveva richiamato l’attenzione sui pericoli di un eccessivo ricorso a questi strumenti. Ben Bernanke l’anno dopo prese la sua poltrona e ribadì questa posizione. Lo scorso aprile anche Jean Claude Trichet ha messo in guardia il mercato dagli eccessi di rischio a volte connessi a questi strumenti. Il pericolo, come poi ha detto lo stesso Mario Draghi (numero uno della Banca d’Italia), non è solo per i malcapitati investitori ma persino per la stessa stabilità del sistema in quanto può capitare (come è successo a Italease) che la banca che, in buona o in cattiva fede, vende questi strumenti comprandoli da altri finisca per esporsi tanto verso le grandi banche internazionali che li confezionano, da rischiare l’insolvenza e la bancarotta.

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Italease. Lannutti: "Quei banchieri truffatori autorizzati"

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Nuovi retroscena della vicenda Italease. Libero Mercato di ieri ha formulato un’accusa che coinvolge anche la Banca d’Italia. Secondo l’inserto diretto da Oscar Giannino “dal giugno 2003 al 13 dicembre 2006 Italease ha venduto derivati senza avere le autorizzazioni previste dalla legge bancaria. Ovvero: per tre anni la Banca d’Italia non ha notato che Italease non aveva mai chiesto l’autorizzazione per collocare strumenti derivati”. Se questa accusa si dimostrasse vera i contratti siglati fino a oggi dai clienti della banca potrebbero anche essere annullati (con le relative perdite), ma sulla questione rimane ancora qualche interrogativo.

Raggiunta al telefono la Banca d’Italia non conferma né smentisce questa clamorosa svista e si limita a dichiarare che nell’articolo in questione ci sarebbero delle imprecisioni ribadendo di seguire con “la massima attenzione” la vicenda collegata a Banca Italease. L’istituto guidato da Mario Draghi ricorda inoltre un intervento di qualche giorno fa del Governatore nel quale si condanna la condotta di Banca Italease e ricorda delle ispezioni avvenute a gennaio dalle quali emersero diverse irregolarità. Sull’autorizzazione a vendere derivati che latiterebbe da addirittura tre anni rimane però un rigido e sostanziale no comment.

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