
Negli Stati Uniti sono cominciati i problemi e negli Stati Uniti si intravedono le prime soluzioni concrete al collasso finanziario degli ultimi 3 anni. L’Europa al solito segue con fatica quanto si decide a Washington per Wall Street e non si è dimostrata in grado di promuovere una autonoma riforma di ampio respiro della finanza nell’Eurozona.
Certo mercati globali chiedono soluzioni globali, ma sicuramente la riforma Usa passata al Senato con “soli” 59 voti contro 39 farà da battistrada. L’argomento sicuramente più importante è quello dei derivati che negli anni sono sempre di più diventati una mina inesplosa sul cammino dell’economia globale. Sono derivati i future sul petrolio che praticamente prezzano il costo dei trasporti mondiali, sono derivati i cds che tanta parte hanno avuto nella percezione del rischio della Grecia, sono derivai i vari abs, mbs e titoli salsiccia vari che hanno fatto da innesco a questa crisi globale.
I derivati esistenti dovrebbero valere circa 615 trilioni di dollari ossia più di 10 volte il Prodotto interno lordo di tutto il mondo. Se si prendono assieme i portafogli di JP Morgan, HSBC e Citibank si ottengono derivati del valore di 4-5 volte il Pil globale. D’altra parte JP Morgan, Citigroup, Bank of America, Morgan Stanley e Goldman Sachs hanno guadagnato l’anno scorso circa 28 miliardi di dollari molti dei quali riferibili proprio a strumenti derivati.
Con il testo appena approvato si regolamenta finalmente questo gigantesco mercato e si progetta una piattaforma di scambio affidata a soggetti terzi rispetto alle banche che renderà per forza di cose più trasparenti questi mercati, portando forse un po’ di luce in cose “misteriose” come i barili di carta o le cartolarizzazioni dei mutui subprime.
Sembra ancora probabile che la posizione del Senato in merito al problema dei derivatives che, anche a detta del Fondo Monetario Internazionale, ha contribuito in maniera sostanziale ad aggravare la crisi forse sarà ammorbidita prima di passare alla Camera, ma alla fine qualcosa il Congresso dovrà tirare fuori e probabilmente le sue scelte condizioneranno la storia dei prossimi anni o anche decenni.
Sembra che ci sia persino una disposizione nel testo del Senato che potrebbe obbligare in pratica i grandi gruppi bancari a scorporare le proprie divisioni di trading sui derivati. Un forte potere di controllo sarà affidato comunque ai regolatori che il Senatore Chris Dodd, vero artefice di questo nuovo sistema di norme, ha voluto rafforzare notevolmente. Tra questi regolatori la Federal Reserve in pratica acquisirà il potere necessario a contrastare il sistema del “troppo grande per fallire” che ha permesso ai giganti della finanza di salvarsi con il denaro pubblico.
Previsti anche nuovi requisiti di capitale, limiti ai rischi che le grandi banche possono correre e controlli che fino a non molto tempo fa sembravano inimmaginabili. Un intero sistema cambia e riparte dal basso, tanto che la tutela dei consumatori occupa circa un terzo delle nuove disposizioni, anche perché il sovraccarico di debiti privati è stato fra le cause di questo patatrack. Dove ci potrebbe portare questo nuovo sistema non lo sappiamo, che serve una sterzata decisa è indubbio.

Ha ragione Michel Barnier, commissario europeo ai servizi finanziari, nel dire che bisogna agire subito sulle regole finanziarie europee. Non basta aspettare le riforme americane, serve un’azione autonoma europea che metta sotto controllo anche le agenzie di rating oltre al mercato dei derivati. L’impianto Ue andrà senz’altro coordinato con le norme statunintesi e internazionali, ma il sistema finanziario europeo deve dimostrare la propria autonomia. Non perché Mody’s abbia appena messo sotto osservazione il debito del Portogallo o perché Standard & Poor’s abbia appena tracciato le linee di un “contagio” europeo della crisi greca, ma perché troppo spesso le agenzie di rating hanno sbagliato e perché alcuni dogmi come il rating da tripla A della Gran Bretagna e degli Stati Uniti oggi non sono più accettabili. A Washington si discute infatti da tempo della trasparenza di questi giudici privati dei bilanci di colossi finanziari e di nazioni e fra le proposte in campo c’è quella di sottoporre il loro operato alla vigilanza della Sec, la Consob americana.
Il premio Nobel dell’Economia Paul Krugmann ha ricordato recentemente sulle colonne del New York Times che il 93% delle Mbs (titoli che avevano come sottostante dei mutui cartolarizzati) che avevano ricevuto un bel AAA dalle agenzie di rating nel 2006 oggi sono ridotte a titoli spazzatura.
Il senatore statunitense Carl Levin, che guida una commissione d’inchiesta in merito, ha portato delle mail interne di molti operatori delle agenzie che secondo lui confermano “i peggiori sospetti” sia sui conflitti di interessi con le banche che sulla superficialità di molti rating.
Continua a leggere: Agenzie di rating? Nuove regole da subito in Europa

Le accuse mosse dalla Consob alle maggiori banche italiane sono molto gravi, è inutile girarci attorno. Si immagini un cliente qualunque che vada in banca dal proprio consulente finanziario e gli chieda dove investire quei 5.000-10.000 euro che ha risparmiato e che non vuole lasciare immobili sul conto. A quel punto il promoter comincerà a parlare, a studiare il profilo del cliente che conosce già da tempo e gli suggerirà magari una gamma di investimenti. Il cliente penserà a dei suggerimenti fatti nel suo interesse e si alzerà contento, stringerà la mano al suo consulente e se ne andrà convinto di essere stato ascoltato e consigliato. Probabilmente non saprà mai che il consulente sapeva già cosa vendergli, che i prodotti che doveva rigirare ai mercati erano già stati studiati dalla sua banca che stila dei budget precisi e promuove campagne pubblicitarie in base ai propri obiettivi. L’interesse del cliente rischia così di sparire o di annacquarsi negli interessi miliardari di colossi come Unicredit o Intesa Sanpaolo, come Mps o Bnl. Senza considerare i casi più gravi di vendita di prodotti come i titoli di Parmalat o Cirio in cui spesso le banche hanno deliberatamente venduto roba di cui si volevano liberare.
Questo è l’argomento in cui entra la Consob con le sue ultime richieste che impongono alle prime cinque banche d’Italia un ordine del giorno che potrebbe cambiare radicalmente le loro politiche commerciali. Questa volta, ha già specificato l’Autorità di controllo guidata da Lamberto Cardia (in foto), la Consob non si accontenterà di un report o un dossier, ma andrà nelle banche per verificare l’applicazione della Mifid e delle procedure che le banche dovranno attuare. Sicuramente l’intervento viene al termine di quasi tre anni di ispezioni e controlli, di “educazione finanziaria” degli operatori al nuovo panorama che la Mifid impone, tuttavia la coincidenza con il nuovo clima internazionale di questi giorni non può apparire casuale. Proprio in questi giorni Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs ammette di avere contribuito alla crisi dei mutui subprime e subisce con il suo gruppo accuse di frode ai danni dei propri clienti. Pochi giorni fa la stessa Sec ha accusato Goldman Sachs di avere scommesso contro i prodotti che vendeva ai suoi clienti: un doppio gioco che potrebbe essersi verificato in molti casi anche in Italia.
L’approccio amichevole dell’Autorità è tipico del suo ruolo e caratterizza anche i commissari antitrust o per l’energia: adesso la palla passa alle banche. La norma del Tuf (l’articolo 7 in merito agli interventi della Banca d’Italia e della Consob sui soggetti abilitati) che permette a Cardia di imporre un ordine del giorno a Profumo e a Passera è applicata per la seconda volta (si era già presentato il caso di Banca Network e Banca Generali) a un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore. Si inserisce probabilmente in un nuovo corso della finanza nostrana che si sta ridisegnando in base alle norme europee che raccomandano la tutela dei risparmiatori e la trasparenza del ruolo degli intermediatori.
In Italia il patrimonio gestito complessivo ammontava a poco meno di 950 miliardi di euro a fine 2009, tuttavia il dibattito sulla professionalità dei gestori, sulla competitività delle regole del mercato nazionale e sulle performance dei prodotti venduti allo sportello sta vivendo solo con la Mifid una nuova stagione. Casi come quello dei bond argentini o quello dei vari crack Parmalat e Cirio hanno dimostrato che la posizione del risparmiatore rimane molto svantaggiata. La separazione tra banche e gestori che dovrebbe andare nella direzione di una riduzione del potenziale (e spesso concreto) conflitto di interessi fra la banca e il cliente fa un passo avanti anche con il progetto di quotazione di Fideuram che avvia la separazione (si spera) della rete dalla banca e quindi potenzialmente riduce quei conflitti che la stessa Consob ha appena messo in luce. Forse è meglio chiedersi ancora perché il gestore ci dà un consiglio o un altro, ma senz’altro l’intervento della Consob in questo senso è una bella notizia.

Una primavera piena di incertezze quella del 2010 per i giganti della finanza globale. Si è arrivati al punto di vedere Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs, mancare alla presentazione di una buona trimestrale del gruppo probabilmente per evitare le scomode domande dei giornalisti sulle nuove indagini della Sec. Un inquietante articolo odierno di Bloomberg lancia, però, un salvagente al mondo delle banche di Wall Street ancora tanto odiate sulle due sponde dell’Atlantico. Il salvagente porta la scritta latina del caveat emptor dietro la quale si nasconde forse l’intera linea difensiva delle big bank chiamate in causa in questi mesi: coloro che compravano sapevano quel che facevano.
Il principio è quello in base al quale se uno perde una scommessa non può ricorrere al giudice. In un certo senso l’idea è quella di ribaltare il browniano “moral hazard” delle grandi banche d’affari sul pubblico dei clienti che di loro, in qualche maniera si è fidato. I confini a questo punto scivolano facilmente nella nebbia e l’appello al caso per caso diventa forse d’obbligo. Io compro una cosa rischiosa da una banca e la banca si assicura contro il fallimento di questa cosa; la sua assicurazione (cds o total return swap o altri strumenti di questo tipo) cresce di valore se la cosa si svaluta: come decido se la banca si sta proteggendo o se sta scommettendo contro di me?
L’idea che però questo treno guidato dai big della finanza strutturata e dei prodotti over the counter vada sempre e solo in una direzione è tanto potente da essere arrivata persino a Washington (almeno apparentemente) e molti ipotizzano che dietro le accuse della Sec possano celarsi i piani della Casa Bianca per un ritorno bucolico alla Main Street, la strada “sana” della industrie di Detroit e Chicago che in fondo è un altro mito dell’”industria vera” in quest’epoca di delocalizzazione produttiva (leggasi la Pastorale Americana di Philip Roth per esempio).
Continua a leggere: Banche Usa: il mercato chiede maggiore affidabilità

Il duro attacco della Sec a Goldman Sachs ha generato un vero e proprio terremoto. D’altra parte un’accusa di truffa da parte della Consob statunitense a uno dei maggiori centri del potere economico e finanziario globale non poteva che ripercuotersi su tutti i mercati. Le accuse sono gravissime e riguardano argomenti centrali per la crisi che negli ultimi anni ha messo in ginocchio l’economia mondiale.
In particolare Goldman Sachs, in combutta con il fondo Paulson & Co, avrebbe da un lato creato degli strumenti finanziari collegati ai mutui subprime che avrebbe poi rivenduto ai suoi clienti; dall’altro avrebbe permesso che il fondo di John Paulson puntasse al ribasso contro quegli stessi strumenti, facendo in pratica il doppio gioco. Il danno sarebbe di circa un miliardo di euro, ma Goldman Sachs ha annunciato di volere difendere strenuamente la propria posizione e la propria immagine, ricordando di aver perduto circa 90 milioni di dollari nell’operazione.
Sembra troppo poco per l’agguerrita Sec di Mary Schapiro e di Robert Khuzami. Secondo molti si sarebbe scatenato uno scontro che indicherebbe una ulteriore fase della lotta del presidente Barack Obama agli eccessi di Wall Street. In quest’ottica l’avvio delle inchieste sulla banca guidata da Lloyd Blankfein potrebbe portare a un giro di vite che coinvolgerebbe molti altri colossi della finanza globale.
Il caso di Goldman Sachs, che in molti accusano di aver creato prodotti di finanza strutturata ai danni dei propri clienti e di avere agito troppo spesso nella direzione opposta di quella consigliata al pubblico, è un attacco simbolico di grande importanza. Il premier britannico Gordon Brown, all’indomani delle accuse della Sec, ha condannato duramente la “bancarotta morale” di Goldman Sachs e annunciato una inchiesta speciale sul comportamento della banca Usa e del suo ex dirigente di Londra Fabrice Tourre. Dure accuse da parte della Germania che si prepara ad avviare azioni legali confermano la creazione di un fronte europeo sul caso di Goldman Sachs.
Persino l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton ha ammesso di avere sbagliato a non regolamentare il mercato dei derivati, a seguire i consigli di Robert Rubin e Larry Summers. Insomma un vero e proprio ciclone rischia di abbattersi su Wall Street e gli effetti rimbalzano già sui mercati europei e asiatici che temono sempre di più un altro tsunami finanziario alla Lehman Brothers, ma si rendono conto sempre di più che urge un cambiamento.

Il sistema delle nuove regole della finanza globale, quelle che dovranno proteggerci in futuro da crisi come questa, sembra ormai ridotto a una querelle sul sesso degli angeli o peggio a un incontro del G8 o del G20.
Sarà che nella politica fra stati la sovranità nazionale vince sempre sulle esigenze comuni, sarà che la questione sul debito delle banche o sul mercato dei derivati è molto tecnica, ma il dibattito sembra anche oggi stantio.
Il sospetto che il recupero dei listini abbia allentato la pressione sulle regole è vivacissimo. D’altra parte il glossario della finanza globale è ormai un’enciclopedia sconfinata di contratti spesso non sottoposti a nessuna regola nazionale o globale. I Cds contro cui ora Mario Draghi tuona, in qualità di numero uno del Financial Stability Forum, sono diventati uno strumento imprescindibile per la valutazione dei titoli delle banche e del debito delle nazioni, eppure sono sostanzialmente poco regolati, poco trasparenti e per giunta poco liquidi. In fondo è come se quattro persone giocassero a carte e al posto dei semi avessero il destino di nazioni o grandi industrie.
Continua a leggere: I Cds ripropongono la negletta questione delle regole

Sole di maggio sui fondi italiani. Dopo ben 20 mesi di crisi e di fuga degli investitori dal risparmio gestito Assogestioni ha registrato lo scorso mese un dato positivo, il primo dall’agosto del 2007. La raccolta di maggio ha raggiunto gli 1,57 miliardi di euro inviando forti segnali di inversione a fronte di deflussi da 808 milioni registrati ancora ad aprile.
Numerose le sorprese giunte da un diffuso ritorno degli investitori nell’industria del risparmio gestito. Sicuramente ha avuto un peso importante la politica commerciale delle banche che sono tornate a collocare gli strumenti più semplici del risparmio gestito invece che obbligazioni bancarie o altri prodotti paralleli. Il patrimonio gestito italiano raggiunge i 401 miliardi di euro a maggio (+1,8% su aprile) e vede comunque il 42% degli asset in mano al duo Intesa Sanpaolo-Pioneer Investments (Unicredit).
Spiccano le performance del gruppo straniero Bnp Paribas che raccoglie da sola oltre 465 milioni di euro e si pone in vetta alla classifica degli afflussi per gruppo. Fa molto bene anche Pioneer Investments che passa da -255 milioni a un saldo della raccolta positivo per 307,3 milioni: qualcuno parla già di successo del processo di ristrutturazione degli investimenti della controllata del gruppo Unicredit.
Continua a leggere: Risparmio gestito: finalmente un successo a maggio

Il nome un po’ inquietante del protocollo destinato a regolamentare i famigerati credit default swap è Big Bang. Per capire l’importanza di questi nuovi meccanismi di regolamentazione di uno dei mercati più coinvolti nell’attuale crisi economica e finanziaria bisogna però fare un passo indietro. Cos’è un credit default swap? Il credit default swap è in pratica un’assicurazione contro il fallimento (default) di una società o di uno stato, una sorta di polizza che degli investitori (in genere banche e professionisti della finanza) sottoscrivono per evitare di rimanere con il cerino in mano nel caso in cui la società o la nazione di cui ha comprato titoli o obbligazioni per un qualche motivo non faccia fronte al proprio debito.
Si tratta in pratica di un mercato di dimensioni imprecisate ma che dovrebbe “coprire” transazioni che la Banca dei regolamenti internazionali stima in 57 mila miliardi di dollari! Secondo indiscrezioni di stampa un rapporto riservato al Governo Usa affermerebbe che Aig (American International Group la più grande compagnia assicurativa del mondo più volte rifinanziata dal Governo Usa durante questa crisi) avrebbe venduto 375 milioni di Credit Default Swap per un totale di 19 mila miliardi di dollari. Una cifra che da sola, se si convertisse in perdita, basterebbe a far fallire gli Stati Uniti e che supera il loro debito pubblico che, come noto, è il più grande del mondo e si aggirera sui 14 trilioni di dollari.
Non molto tempo fa Andrew Cuomo, procuratore generale di New York, ha chiesto di visionare i dati relativi proprio ai credit default swap di Aig. Una richiesta che non ha sopreso nessuno visto che la stessa Aig ha incassato da Washington finanziamenti per 173 miliardi di dollari e ne ha versati (a titolo di risarcimento di credit swap appunto) circa 93 miliardi, solo tra settembre e dicembre, nelle casse di banche connazionali ed estere fra le quali spiccava il nome di Goldman Sachs (12,9 miliardi ricevuti).
Molti degli asset tossici che sono nominati di frequente dalla stampa sono appunto credit default swap (cds), molti dei derivati di cui si è tanto parlare per il grave indebitamento di regioni e comuni italiane con strumenti di “finanza creativa” contengono al loro interno dei credit swap. Eppure in sé questi strumenti dovrebbero rappresentare una sorta di polizza assicurativa e da molti operatori sono usati come un indicatore dell’andamento delle società più importanti: il credit swap di questa società sale? Vuol dire che la società è nei guai o addirittura che sta per fallire (aumenta infatti la domanda di copertura e quindi il prezzo delle polizze pagare per salvaguardarsi). Il problema è proprio la trasparenza, la trasparenza e le dimensioni di un mercato fuori misura e fuori dal controllo dei regolatori finanziari delle varie nazioni (Sec e Fed in primis, ma anche molti altri anche europei).
Continua a leggere: La sfida dei credit default swap riparte dal Big Bang
L’unica certezza è che non sta funzionando. Obama firma il più grande pacchetto di stimolo all’economia della storia (è accaduto ieri) e i mercati crollano. Sì, magari è colpa dell’Europa dell’Est e del report di Moody’s sulle banche esposte in quei mercati, magari è anche un po’ colpa del President’s Day che ha semplicemente posticipato le perdite di Wall Street. Però è da ricordare che quando Tim Geithner (segretario Usa del Tesoro) ha annunciato il piano per salvare le banche le borse hanno reagito alla stessa maniera: un bagno di sangue dei titoli azionari. Sarà stata l’incertezza sul tema fondamentale della bad bank, la chiamata improbabile di privati nell’”affare” degli asset tossici, ma di certo è andata male.
Ora gli stati, sempre più confusi di fronte a una situazione che sembra ingovernabile (e anche un po’ ingovernata) decidono di tirare fuori la carta comunista: nazionalizziamo le banche. Lo ha appena detto persino Alan Greenspan (che forse farebbe meglio a tacere) lo ha detto anche Angela Merkel: che ha varato ieri una nuova legge che permetterà al Governo di inglobare Hypo Real Estate. La strada è già, d’altra parte, ampiamente battuta da Gordon Brown e anche da un paese sull’orlo del fallimento (dopo anni di crescita brillante) come l’Irlanda. Ieri l’Unione europea ha, infatti, approvato la nazionalizzazione della Anglo Irish Bank: una banca che aveva già ricevuto un finanziamento d’emergenza da 1,5 miliardi di euro da parte del Governo di Dublino. Attenzione, però, perché oggi ancor più di ieri tutti dicono che bisogna agire assieme e fanno poi l’esatto opposto. Oggi la Commissione Ue ha avviato procedure per deficit eccessivo contro la Francia e la Spagna (e contro altri paesi fra cui anche l’Irlanda e la vicina Grecia), ma di fatto non ha scosso più di tanto i mercati. Basta pensare, in merito alla compattezza e alle regole Ue che ancora non si è neanche capito se, nel caso in cui fallisca un paese dell’Eurozona, gli altri lo debbano salvare o meno… L’Unione europea insomma non è mai apparsa fragile come oggi. Ognuno vara manovre protezionistiche e di tutela delle proprie posizioni: Francia, Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti (forse sì, forse no) giocano da soli dicendo di essere una squadra e intanto il conto della crisi ha già percorso gli oceani e tocca il Brasile, la Cina, la Russia, l’India (ricordate i Bric?) e i paesi dell’Est fino a tornare qui. La bad bank non si capisce neanche più se si farà mai, anche perché forse non esiste nessuno in grado di sostenerla. Le banche non possono fallire perché si rischia un fantomatico rischio sistemico (ma perché adesso le cose vanno bene?).
Continua a leggere: Nazionalizzare le banche per socializzare le perdite?

La bufera dei mutui subprime investe Moody’s, una delle più grandi agenzie di rating del mondo. Ieri il titolo della società controllata per il 19,6% dal Berkshire Hathaway di Warren Buffett ha lasciato sul parterre di Wall Street quasi il 16% del proprio valore dopo che il Financial Times, facendo riferimento ad alcuni documenti interni all’agenzia, aveva ipotizzato che diversi manager di Moody’s fossero al corrente da tempo di errori nel giudizio assegnato ai Cpdo europei, alcuni dei prodotti di finanza strutturata che hanno contribuito ad espandere la crisi dei mutui ad alto rischio.
In particolare, secondo il quotidiano britannico, alcuni dirigenti sarebbero stati a conoscenza da tempo del fatto che, invece che una tripla A (il massimo del giudizio esprimibile su uno strumento finanziario), molti di questi prodotti meritavano un giudizio di quattro punti più basso e quindi al di sotto della soglia minima dell’investment grade (il livello minimo di rischio tollerato dagli investitori istituzionali).
Sono stati così ipotizzati degli errori nelle metodologie di calcolo del rating e anche la Sec (la Consob Usa) ha ammesso di monitorare da tempo i modelli matematici usati per il calcolo del rating. Moody’s in una nota ha ammesso la serietà dei rilievi del Financial Times, ha dichiarato di avere incaricato un revisore esterno di analizzare i Cpdo in questione e si è detta pronta intraprendere le azioni necessarie alla risoluzione di eventuali problemi.
I 44 Cpdo europei sotto osservazione di Moody’s rappresentano approssimativamente 4 miliardi di dollari di asset cartolarizzati.
Continua a leggere: Moody's: gli errori nei rating affondano il titolo