
Periodo di grandi cambiamenti per Eni che ha avviato una campagna di cessioni destinata a rimpolpare il bilancio e soprattutto a risolvere importanti questioni come quella delle reti europee del gas. L’accordo con l’Unione europea anticipa la cessione di gasdotti fondamentali per Eni e per l’Italia con l’intento di favorire lo sviluppo della concorrenza in questo settore. In particolare è già previsto che asset strategici come la Tag passino alla Cassa Depositi e Prestiti. La sola partecipazione dell’89% nella Tag (Trans Austria Gasleitung), una condotta austriaca vitale per il Bel Paese è valutata nel bilancio di Eni 170 milioni di euro con il metodo del patrimonio netto. Il 46% di Transitgas è valutato (nella stessa sede) 33 milioni di euro e contando anche le quote del Tenp (Trans Europa Naturgas Pipeline) si arriva a un totale di 210 milioni di euro. Chiunque compri i vari asset sicuramente fornirà utili risorse al bilancio del cane a sei zampe.
Altre risorse giungono poi in bilancio dalle cessioni a Gas Plus che ha investito 175 milioni di euro nell’acquisizione di importanti giacimenti di idrocarburi nel Nord Italia e in particolare di Padana Energia. Da ricordare in questi giorni il posticipo dell’esercizio dell’opzione put che permette a Gas Plus di prendere un po’ di tempo in vista della programmata acquisizione di Adriatica Idrocarburi.
Insomma sia in Italia che all’estero il gruppo guidato da Paolo Scaroni si mostra molto dinamico come testimoniato anche dall’accordo con il Dipartimento di Stato americano in merito a un graduale disimpegno del gruppo italiano dalle attività iraniane stigmatizzate nell’Iran Sanctions Act. Un disimpegno che comunque non dovrebbe impattare se non marginalmente sul bilancio di Eni.
Ben più importanti e strategiche sono invece le trattative di Scaroni con Gazprom. Oggi un incontro a Mosca ha affrontato ancora il tema della maxi-condotta del gas South Stream, dell’ingresso nel progetto dei francesi di EdF. Le collaborazioni fra i due colossi dell’idrocarburo si spingono però molto oltre questa pipeline e si allargano all’Italia e a numerosi altri paesi. Con la consapevolezza da parte del cane a sei zampe dell’importanza di mantenere un ruolo strategico nello scacchiere globale e nel settore del gas che, da solo, ha coperto l’anno scorso la generazione di quasi metà dell’energia elettrica del Bel Paese.

Il 2010 chiederà al management di Eni delle scelte strategiche per il futuro. Cambiamenti importanti urgono, infatti, su più fronti. L’annosa questione della proprietà di Snam e degli assetti proprietari delle reti di condutture che da diverse direzioni pompano il gas in Europa e in Italia rischia infatti di complicarsi ogni giorno di più. Il pericolo, per la società guidata da Paolo Scaroni, è quello di una maxi-sanzione fra i 500 milioni e il miliardo di euro per via del ruolo dominante nei gasdotti europei Tag, Transitgas e Tenp. L’Antitrust europeo minaccia infatti dei provvedimenti che potrebbero impattare pesantemente sui conti del cane a sei zampe.
La faccenda si interseca con quella del controllo di Snam e quindi della rete nazionale di distribuzione e di società collegate ad altre attività di “sistema” come la gestione degli stoccaggi di Stogit. Più volte il controllo della rete da parte di uno degli operatori è stato criticato da diversi osservatori, tuttavia Scaroni ha sempre ottenuto un tacito assenso dalla politica quando ha osservato in passato che sostanzialmente tutti i maggiori operatori europei controllano ancora ampie parti delle infrastrutture. Quando di recente Alessandro Ortis, numero uno dell’Autorità dell’energia, ha ricordato ancora una volta il predominio della società di San Donato nelle forniture di gas del Bel Paese, è stato facile per i giornali ricordare le annose diatribe sul caso. Di recente anche il fondo attivista Knight Vinke ha sostenuto posizioni simili, ma per motivi diversi: uno scorporo delle attività di downstream (Snam compresa) da quelle di upstream secondo il fondo liberebbe valore e favorirebbe una migliore distribuzione del debito. Scaroni ha risposto che tenere certe attività regolate insieme alle altre (il business del gas con quello del petrolio) favorisce la solidità dell’azienda, ma la crisi della domanda di gas di quest’anno mette un po’ in forse un simile assunto.
La compagnia petrolifera fondata da Enrico Mattei si confronta però in questi giorni anche con un altro caso di portata internazionale. In Uganda l’Eni ha puntato tanto, fino ad arrivare a un accordo da 1,5 miliardi di euro con Heritage per l’acquisizione del 50% dei blocchi 1 e 3A del bacino del Lago Albert controllati dalla società. Il socio di Heritage Tullow Oil, il più grande esploratore britannico nel comparto petrolifero, ha però insistito per dire la sua e ha esercitato il proprio diritto di prelazione sugli asset di Heritage in maniera da gestire in proprio il processo di sviluppo di questi giacimenti che potrebbero equivalere a riserve per 2 miliardi di barili. Si tratta comunque per Tullow di una scommessa ardita, perché gli operatori del settore sono ben consapevoli che il gruppo non ha le competenze necessarie per lo sviluppo di un progetto tanto complesso e che ha quindi bisogno urgente di partner qualificati che l’aiutino a ripagarsi gli investimenti. Il progetto domani potrebbe davvero cambiare l’Uganda e prevede la costruzione di un certo numero di infrastrutture. Eni rimane alla finestra fiduciosa in una positiva evoluzione del dossier entro il prossimo mese. Di certo però questa presa di posizione di Tullow complica le cose.

Il cane a sei zampe appare oggi un po’ azzoppato da dati non proprio esaltanti e cede in Borsa il 6% circa. Certo gli utili del gruppo hanno perso il 75,8% e sono precipitati così a quota 832 milioni di euro. Due cifre però rendono bene tutto quanto: nel secondo trimestre del 2008 il Brent valeva in media 121,38 dollari, nel secondo trimestre del 2009 il prezzo medio del petrolio europeo era invece di 58,79 dollari al barile. Cosa ci si poteva aspettare se non un crollo della redditività? La conseguente decisione di tagliare l’acconto del dividendo semestrale da 65 a 50 centesimi non ha certo incoraggiato il mercato.
D’altra parte il panorama è confermato da tutte le maggiori compagnie petrolifere che hanno pubblicato i risultati del trimestre negli ultimi tempi. Gli utili di Exxon sono crollati nel trimestre del 66% rispetto al dato del 2008, quelli di BP sono passati dai 9,47 miliardi di dollari del secondo trimestre del 2008 ai 4,42 miliardi dello scorso 30 giugno. In caduta libera anche gli utili del colosso francese Total che cedono il 54% sul secondo trimestre del 2008 e si portano a 1,7 miliardi di euro (2,3 miliardi di dollari, -60%).
Ci sono però anche fattori specifici che hanno influenzato l’andamento di Eni come l’incremento nel trimestre (2009/2008) dell’incidenza delle imposte (tax rate) dal 40,5 al 57,2 per cento.
Di segno diverso anche gli impatti di alcuni delle più grandi manovre della società. Da ricordare il raddoppio della capacità di trasporto di South Stream (la condotta del gas che unisce il Medio Oriente e la Russia all’Europa) che, come la recente acquisizione di Distrigas, rappresenta un investimento destinato a ripagarsi nel tempo, ma per ora di impatto sul bilancio. I nuovi accordi quadro in Egitto, le operazioni in Russia sono altre novità di questo trimestre.
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Massimo Ghini ha avuto successo anche come promotore. Il celebre attore italiano, dopo avere interpretato Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, in una pellicola di Giorgio Capitani ha deciso anche di promuovere la nuova emissione obbligazionaria del Cane a sei zampe. Sicuramente non è soltanto la sua pubblicità a incoraggiare il mercato ad acquistare i nuovi bond di Eni.
La più grande società italiana ha, infatti, dalla sua un’offerta incoraggiante: da 85 a 135 punti base sul mid swap a 6 anni per il tasso fisso. Se si considera che il tasso mid swap a 6 anni si aggira in questi giorni sul 3,6% si capisce che il rendimento di questi titoli in periodo di incertezza dei mercati è considerato interessante. Già circa 1,8 miliardi di obbligazioni sono state richieste e probabilmente l’offerta sarà chiusa anticipatamente. In giornata il gruppo ha confermato l’incremento delle emissioni a un ammontare complessivo di 2 miliardi di euro.
D’altra parte la solidità patrimoniale della società è fuori discussione visto che a un debito finanziario netto in discesa a 16,52 miliardi di euro (dati del 31 marzo scorso), corrisponde un patrimonio netto di 48,91 miliardi di euro. La redditività dell’azienda nell’ultimo trimestre ha mostrato una flessione e anche il giro d’affari si è ridotto notevolmente. Nel primo trimestre del 2009 infatti i ricavi del gruppo guidato da Paolo Scaroni si sono attestati a 23,74 miliardi di euro contro gli oltre 28,3 miliardi del primo trimestre del 2008 (-16,1%) e l’utile netto della società è sceso da 3,3 a 1,9 miliardi (-42,7%). Il dato ha comunque battuto le attese del mercato.

“Il grado di concorrenza nel settore del gas è tutt’ora molto insoddisfacente”. Oggi Alessandro Ortis, presidente dell’Autorità per l’energia, è tornato sull’argomento della scarsa concorrenza nel vitale settore del gas. “La rete del gas è un monopolio tecnico naturale: proprio per questo - ha aggiunto Ortis - deve essere ‘terza’ rispetto a tutte le aziende italiane e non”.
L’appunto non è però venuto fuori a caso: in giornata un bell’articolo di Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera aveva infatti riscaldato l’argomento. Gazprom, colosso russo da tempo alla ricerca di un ingresso nella distribuzione del gas in Europa e in Italia, vorrebbe, infatti, una quota rilevante di Snam rete gas o in alternativa il controllo della società dell’Eni Toscana Energia. Due richieste che l’Eni, storica alleata della Russia (così come più recentemente è Enel), ha però rispedito al mittente. Al massimo, riporta Mucchetti, si potrebbero concedere un po’ di centrali. Il problema, però, si sposta facilmente dalla Toscana a tutto il futuro energetico del Vecchio Continente.
Se si considera, infatti, la forte dipendenza dell’Italia e dell’Europa dalle forniture energetiche russe e se si considerano i grandi interessi dell’Eni e di Enel in Russia appare chiaro che uno scontro frontale non è auspicabile. Recentemente con l’operazione OGK-5 Enel è diventata il più grande operatore elettrico straniero del Paese e contemporaneamente Eni e Gazprom sono impegnati in tandem nella costruzione di South Stream, uno dei gasdotti più importanti per l’approvvigionamento dell’Europa centro-meridionale.
Proprio oggi il vicepremier e candidato del Cremlino alla presidenza, Dmitri Medvedev, attualmente presidente del consiglio di amministrazione di Gazprom, ha presenziato alla firma di un importante accordo a Belgrado. Il nuovo deal sancisce il passaggio del controllo di Nis, la maggiore società di gas e petrolio dell’ex Jugoslavia, a Gazprom.
Le firme sul foglio erano quelle di Aleksiei Miller, ad di Gazprom, e di Sasa Ilic, ad della serba Srbijagas. In cambio Belgrado ha ottenuto la certezza di diventare uno dei maggiori snodi dello stesso South Stream e quindi, in prospettiva, uno dei crocevia del metano nella via per l’Europa. L’appoggio alla Serbia contro l’indipendenza del Kosovo in questi giorni è, d’altra parte, strettamente collegato anche a questo importante accordo economico.
La lontananza degli Stati Uniti e dell’Europa da queste posizioni è collegata anche al fatto che Nabucco, la rete europea alternativa a South Stream, rischia di vedere limitate le proprie potenzialità a seguito della costruzione di quest’ultima potente pipeline.

Giornata sull’ottovolante per Eni in Borsa nel giorno della presentazione dei dati sul quarto trimestre 2007 al mercato. A ridosso della conference call della compagnia petrolifera, ma dopo la pubblicazione dei risultati, il titolo del Cane a sei zampe passa, infatti, in territorio negativo e poi comincia una lenta risalita durante la qual lima le perdite. Va considerato, però, che in giornata la pubblicazione di alcuni dati negativi sull’economia statunitense (inflazione e indice manifatturiero di new York) ha condizionato notevolmente i listini.
I primi dati pubblicati sull’ultima parte dell’esercizio appena trascorso si dimostrano sostanzialmente in linea con le previsioni del mercato e anzi l’utile netto adjusted batte le stime di qualche analista registrando un incremento del 13,7% a 2,67 miliardi di euro nel trimestre. Un dato positivo che si capovolge sulla più lunga distanza dell’intero esercizio 2007. Questo infatti si chiude con un utile adjusted di 9,47 miliardi di euro in flessione del 9 per cento. I ricavi del gruppo che hanno sfiorato i 25,3 miliardi di euro nel trimestre (+18,1% a/a) e gli 87,17 miliardi nell’anno (un più modesto +1,2%) hanno comunque tenuto e la situazione patrimoniale, nonostante il debito sia passato dai 6,7 miliardi di fine 2006 ai 16,3 miliardi di oggi, rimane solida. Il leverage a fine 2007 si è infatti attestato a 0,38 mentre, mentre le stime per il 2008 dipendono dalla scelta di Gazprom di esercitare o meno durante l’esercizio in corso le opzioni di acquisto sugli asset russi. Se il colosso del gas controllato da Mosca comprerà, specifica il comunicato di Eni, allora il levarage dell’esercizio in corso scenderà sotto il dato del 2007, altrimenti sarà superiore.

Riceviamo da Gentle Shark e con piacere pubblichiamo
Utili in calo per Eni. Il colosso energetico italiano ha chiuso il terzo trimestre di quest’anno con utile netto di 2,15 miliardi di euro, in flessione dell’11,4% rispetto al terzo trimestre del 2006. I settori che hanno sofferto maggiormente sono stati l’Exploration & Production e il Refining & Marketing. Nel primo ha impattato negativamente sui risultati da un lato l’apprezzamento del 7,9% dell’euro nei confronti del dollaro e dall’altro la minore produzione venduta unita ai maggiori costi e ammortamenti sostenuti. A condizionare i risultati del Cane a sei zampe nel Refining & Marketing è stata invece la flessione dei margini di raffinazione.
Lungi dall’accusare il colpo, l’amministratore delegato Paolo Scaroni ha colto l’occasione per sottolineare come tali risultati confermino “la capacità di Eni di generare solidi risultati anche in uno scenario caratterizzato dall’apprezzamento dell’euro sul dollaro, che ha più che compensato il rialzo del prezzo del petrolio, e dalla flessione dei margini di raffinazione e di commercializzazione del gas”. Il manager resta infatti fiducioso: grazie al rafforzamento “nei suoi mercati di riferimento e nelle aree petrolifere con i più elevati tassi di sviluppo al mondo”, Eni archivierà un 2007 con risultati eccellenti.
Continua a leggere: Eni: utili in calo, ma Scaroni è ottimista

Ancora una volta Scaroni non ci sta. L’Unione europea ha oggi approvato un pacchetto di norme che impone la separazione delle reti del gas e del petrolio dalle compagnie che con questi idrocarburi producono e vendono energia. Si tratta di un provvedimento da “manuale”. Nel senso che la teoria economica ipotizza da un pezzo che le reti (i gasdotti di accesso alla Ue come quelli interni ai singoli paesi o di collegamento tra loro) siano separati dalle compagnie che se ne servono. Si vuole in altre parole evitare che la concorrenza sia troppo a favore dei cosiddetti campioni nazionali, ossia di quei colossi in genere pubblici che spesso vendono e producono energia ma hanno anche il vantaggio non indifferenti del controllo sulle reti di trasporto di cui anche i loro concorrenti si devono servire.
La cosa si è già vista per esempio con Telecom che controlla ancora la rete italiana di telefonia fissa (sebbene debba ridisegnarla perché ormai clamorosamente inadeguata) e si è vista anche con la rete elettrica. I problemi in gioco però non sono da poco perché allo stato tutti predicano bene e tutti razzolano male.
Nessuno vuole fare il primo passo perché teme di cadere in un fosso e il ragionamento di Scaroni in altre parole è questo: perché dovrei vendere o scorporare Snam se negli altri paesi altri campioni nazionali tengono la fornitura di gas e petrolio insieme alla rete di distribuzione? Vogliamo forse fare i fessi d’Europa?
Il problema si propone in tanti ambiti e di certo il fatto che giganti del gas come Gazprom e Sonatrach bussino prepotentemente alle porte dell’Unione europea per chiedere di avere voce in capitolo non aiuta una discussione serena.
Continua a leggere: Reti d'energia Ue: tutti vogliono il tubo

Riceviamo da Gentle Shark e con piacere pubblichiamo
Il governo kazako continua ad avanzare pretese. Alla richiesta di “oltre 10 miliardi di dollari” fatta nei confronti di Eni per compensare i ritardi accumulati nello sviluppo del giacimento petrolifero di Kashagan si aggiunge oggi quella del premier Karim Masimov il quale ha annunciato che la compagnia nazionale Kazmunaigaz deve diventare cooperatore di Eni nel progetto.
Tuttavia, a ben guardare, il Paese centro-asiatico sembra non voler usare il pugno duro: secondo quanto riportato da alcune fonti, Astana non avrebbe intenzione di imporre multe o sanzioni al consorzio guidato da Eni prima che venga presentato il nuovo piano di sviluppo per il giacimento.
Peraltro il governo locale potrebbe essere disposto a rinunciare alla richiesta di un aumento della quota di petrolio che gli spetta dal giacimento di Kashagan. Il governo del Kazakhstan sarebbe invece interessato a che l’estrazione del greggio inizi “il prima possibile”.
Continua a leggere: Eni: segnali di distensione dal Kazakhstan

Pessime notizie per Eni. Il governo del Kazakhstan punta a ottenere un risarcimento da 10 miliardi di dollari dal consorzio internazionale guidato dal Cane a sei zampe e incaricato di gestire lo sfruttamento del supergiacimento petrolifero del Kashagan.
La decisione è stata annunciata dal viceministro delle Finanze kazako Daulet Yerzoghin, che ha dichiarato di avere posto dei quesiti al Consorzio in merito alla vicenda. Il termine massimo per le risposte è però domani e quindi sembra chiaro che Astana a questo punto è intenzionata a far saltare il progetto o a boicottarlo in modo da ottenere un ridisegno dei contratti già in essere con gli investitori stranieri.
L’Unione europea, che nei giorni scorsi aveva richiamato Astana sulla reciprocità dei comportamenti nei confronti delle società europee, interpellata in merito non ha espresso commenti. Di certo si tratta di una forzatura nelle già tese trattative in atto che rischia di far perdere a Eni molto. Già il titolo ha accusato un duro contraccolpo in borsa durante la giornata, nonostante la notizia positiva della scoperta di nuovi giacimenti nel Mare del Nord.
Continua a leggere: Eni: il Kazakhstan chiede 10 miliardi di dollari