
Nel giorno della semestrale, Finmeccanica cede infatti quasi due punti percentuali a fronte di un mercato orientato al rialzo. Già due settimane fa, d’altra parte, Goldman Sachs aveva inserito la società guidata da Pierfrancesco Guarguaglini nella lista europea dei titoli da vendere calcolando per la fine dell’anno una crescita moderata dei ricavi e una flessione degli utili legata soprattutto alla crescita della pressione fiscale.
A fine 2010 il gruppo dovrebbe assorbire circa 132,1 milioni di euro euro di cassa contro i flussi positivi per 333 milioni dell’anno scorso. La debolezza complessiva del cash flow (anche se quello operativo è visto in costante crescita) sembra destinata a perdurare negli anni con flussi complessivi da appena 7,9 milioni nel 2011 e pari a zero l’anno successivo. Il raddoppio dei capex da 465 a 958 milioni di euro è fra le motivazioni più importanti di questo andamento, né aiutano dividendi in costante crescita. Ma a metà 2010 che risultati ha raggiunto la più grande società italiana della Difesa?
A conti fatti il semestre si chiude con un risultato di 194 milioni di euro che incorpora una flessione del 20% rispetto ai dati di un anno fa: in poche parole Finmeccanica ha perso per strada un quinto dei suoi utili. Il giro d’affari del gruppo è leggermente cresciuto a 8,65 miliardi di euro nel periodo ma l’ebita adjusted del gruppo è sceso del 3,1% a quota 586 milioni di euro a causa soprattutto del segmento Veicoli e Spazio che hanno appesantito il ramo dei trasporti del gruppo. Ancora una volta è illuminante l’analisi dei flussi di cassa: il free operating cash flow indica infatti un assorbimento di cassa per poco meno di un miliardo di euro (967 milioni) con un peggioramento di 272 milioni (-39,1%!) sul dato del 30 giugno 2009.
Sicuramente una certa stagionalità avrà intaccato l’equilibrio tra incassi e pagamenti commerciali, però che questo si stia confermando un anno difficile è indubitabile. La crescita del debito da 3 a 4,6 miliardi di euro conferma queste perplessità. Nelle sue previsioni il management ammette che nel medio periodo alcune aziende del gruppo potrebbero risentire della politica fiscale adottata da alcuni paesi e che questo potrebbe comprimere gli investimenti pubblici. Tuttavia per la fine dell’anno è previsto un free operating cash flow capace di produrre un avanzo di cassa da circa 200 milioni di euro. Il portafoglio ordini già copre oltre il 90% della produzione dei prossimi sei mesi e a fine anno i ricavi dovrebbero essere compresi tra 17,8 e 18,6 miliardi di euro euro con un ebita adjusted di circa 1,52-1,60 miliardi. Nel frattempo, però, occorrerà tenere duro e riposizionarsi ancora nel mercato per cogliere le occasioni migliori del mutato scenario globale.
La missione in Camerun di Adolfo Urso al fianco di 50 imprese italiane raccoglie già i suoi primi successi. Ieri, secondo quanto riportato da diversi giornali Danieli si sarebbe aggiudicata un contratto per la realizzazione di un’acciaieria da circa 35 milioni di euro. Per la Repubblica dell’Africa equatoriale si tratta di un salto di qualità che, con il nuovo impianto siderurgico potrebbe passare dalla semplice esportazione delle grandi quantità di minerali ferrosi di cui dispone, alla loro trasformazione industriale. Questo potrebbe porre le basi per lo sviluppo di un’altra economia capace di trattenere il valore aggiunto della lavorazione.
Si tratta però di un contratto importante anche per Danieli che subisce da diverso tempo la cattiva intonazione delle borse e le incertezze del settore dell’acciaio che sconta il rallentamento sostanziale della ripresa. Soltanto lo scorso 12 luglio Goldman Sachs ha declassato il titolo da buy a neutral alzando le proprie stime sull’utile e sull’ebitda del gruppo, ma esprimendo preoccupazioni sul mercato dell’acciaio in generale e sulla tenuta dei corsi della società italiana. Nel primo trimestre del 2010 il giro d’affari di Danieli è sceso da 2,29 a 1,66 miliardi di euro (-27%), ma i margini sono cresciuti tanto da portare l’utile (a confronto con il primo trimestre del 2009) a una crescita del 56 per cento. Nel periodo il carico ordini è cresciuto oltre i 3,49 miliardi di euro e il cda prevede per i prossimi due anni investimenti da circa 200 milioni di euro ma anche un calo medio del settore del plant making del 20/25 per cento. Condizioni di mercato difficili che potrebbero stressare i prezzi e dunque i margini di questa attività.
Il 2010 di Prysmian sarà un anno faticoso. La crisi globale dell’economia ancora si sente e i prezzi elevati delle materie prime sembrano volere comprimere sempre di più margini. I progetti, quando ci sono, hanno un ampio respiro, tuttavia il business è ancora in una fase di stabilizzazione.
Di recente la ex Pirelli Cavi ha messo a segno un buon colpo con l’ingresso in Transgreen, il maxiprogetto europeo che dovrebbe traghettare l’energia da fonti rinnovabili prodotta in Africa nel Vecchio Continente europeo. Esattamente 12 i partner che collaborano all’iniziativa, ma ancora ignote le cifre esatte di questo progetto che prevede una rete di 5 GW di capacità e investimenti di lungo periodo.
D’altra parte in Europa, come nel mondo, Prysmian gioca un ruolo primario nel settore dei cavi per l’energia e in parte per le telecomunicazioni. Nel Nord Europa la società è impegnata nell’eolico off shore e partecipa ad alcuni dei progetti più importanti in questo campo con la forza della propria leadership globale nel settore dei cavi sottomarini. In tutto il Vecchio Continente Prysmian promuove lo sviluppo delle energie pulite che offre nuove occasioni di business nei collegamenti alle reti europee.
Alla fine del primo trimestre la società ha registrato anche un notevole miglioramento della propria posizione finanziaria netta che è scesa a 596 milioni di euro contro i 641 del marzo 2009. L’alleggerimento delle posizioni debitorie si è avvantaggiato delle acquisizioni in Russia e India (due mercati strategici nei progetti del gruppo) e del Forward Start Agreement sottoscritto a gennaio con un pool di banche per il rafforzamento della propria struttura finanziaria. Il business dei cavi, nonostante i piani di rafforzamento infrastrutturale in paesi come la Russia e la Cina, registra ancora a inizio anno una domanda sostanzialmente stabile e l’attesa crescita dei volumi dovrà confrontarsi comunque con condizioni di mercato assai sfidanti, tanto che a fine 2010 il gruppo non si attende un ebitda rettificato superiore ai 350-400 milioni di euro.
Più che l’evoluzione del giro d’affari è, infatti, la redditività la vera chiave di volta dei risultati della società. I prezzi in continua crescita delle materie prime mettono sotto forte pressione i margini: per esempio, alla fine del primo trimestre il free cash flow della società era negativo per 89 milioni di euro contro il rosso da 53 milioni di un anno prima, e proprio a causa dei prezzi dei metalli. Alla fine di marzo l’utile netto della società mostrava una flessione del 31,1% a 31 milioni di euro quanto meno allarmante.
Per questo motivo Prysmian adesso punta su progetti a elevata tecnologia, sui mercati più promettenti, su una forte azione sui costi e razionalizzazione della struttura. Le oggettive incertezze sui prezzi delle materie prime nei prossimi mesi rendono, però, difficile ogni previsione: per questo il management preferisce mantenersi cauto. Forse però i dati del secondo trimestre potrebbero portare a breve qualche nota di ottimismo.

Il Piano Italia di Indesit decide una profonda ristrutturazione della produzione italiana. Non senza una decisa opposizione dei sindacati con cui le trattative sono ancora in corso. Ieri ad Albacina, in provincia di Ancona, circa 200 operai hanno protestato davanti a uno stabilimento e domani è previsto un altro sciopero a Fabriano. Si tratta di due stabilimenti che non rischiano la chiusura, anzi, ma che si oppongono al recente Piano Italia del gruppo un po’ come quando Mirafiori sciopera contro gli accordi per Pomigliano. Il Piano Italia di Indesit in realtà progetta un investimento da 120 milioni di euro in tre anni nel Bel Paese e punta a potenziare Fabriano (la sede in Provincia di Ancona della società) e Teverola (Caserta). Sul resto però manca visibilità e, come detto, le trattative con i sindacati sono ancora in corso.
Lo sanno i circa 800 lavoratori di Refrantolo in provincia di Treviso e gli ancor più numerosi dipendenti di Brembate (Bergamo): due stabilimenti destinati dal management alla chiusura. Eppure Brembate si occupa di una produzione di alta gamma e quindi dovrebbe difendere quella nicchia di mercato nel quale le pmi italiane dicono di eccellere e poter competere sui mercati globali. Le pressioni del mercato sul settore degli elettrodomestici appaiono però assai potenti. Il fatturato di Indesit è passato da circa 3,4 miliardi a 2,6 miliardi di euro in tre anni e quindi la società, a causa della crisi generale dei consumi e del comparto degli elettrodomestici, ha bruciato 800 milioni di euro di giro d’affari. Le stime per il settore degli elettrodomestici, a livello globale, indicano che difficilmente si tornerà ai livelli pre-crisi nel prossimo triennio.
Lo stabilimento di None (in provincia di Torino), salvato negli anni addietro grazie a un deciso intervento della politica, ora registra un investimento di 10 milioni di euro, ma anche una cassa integrazione a rotazione prevista per due anni complessivi dagli ultimi accordi. Per il dopo bisognerà attendere l’evoluzione del mercato e delle trattative fra le parti sociali.
In generale si potrebbe ricordare che la produzione di tutta la Indesit, un colosso globale degli elettrodomestici che ha fatto la storia dell’industria italiana avviene per il 40% in Italia contro il 15-17% della vendita di prodotti Indesit nel Bel Paese. In altre parole, a differenza di molti altri gruppi, la società di Fabriano produce in Italia più di quanto da noi non venda.
I rapporti con la politica sono però altalenanti. Autentici scontri con successivi riavvicinamenti si sono avuti in passato sul caso di None e alla Lega ha creato qualche imbarazzo la presenza di 430 addetti dell’impianto di Brembate (che rischia di essere chiuso) all’incontro di Pontida dello scorso 20 giugno. Ai lavoratori di Indesit non andava che gli investimenti fossero spostati a Caserta o a Fabriano mentre l’impianto a una trentina chilometri da Pontida rischiava di chiudere.
In realtà il governo ha varato degli incentivi per il settore degli elettrodomestici che, tra le quotate, vanta diversi gruppi come De’Longhi ed Elica. Nel caso di Indesit, però, le somme ottenute sono comunque minime nell’economia di un gruppo delle sue dimensioni e i meccanismi di incentivazione si sono dimostrati in passato troppo complessi.
Oltretutto guardare solo all’Italia per un colosso globale da 2,5-3 miliardi di euro come Indesit è piuttosto riduttivo. Di certo da tempo gli impianti europei del gruppo hanno subito un ridimensionamento. Indesit ha chiuso impianti in Cina, in Portogallo, in Francia: in Gran Bretagna ha tagliato tre stabilimenti riducendo a una fabbrica (e ai servizi al cliente molto importanti sul suolo britannico) la propria presenza nel Regno Unito. In compenso la Polonia, la Russia e la Turchia diventano sempre più strategiche. Forse qualche spunto verrà dalla debolezza dell’euro, sicuramente i prossimi anni saranno decisivi un po’ per tutti i produttori di elettrodomestici.

Stm in denaro anche stamane a Piazza Affari dopo la presentazione di ieri al mercato delle nuove strategie del gruppo e la promozione di Ubs degli obiettivi del maggior produttore di microprocessori europeo. La banca svizzera, pur mantenendo invariato il prezzo obiettivo a 6,45 euro, ha promosso da sell a neutral il titolo sottolineando i grandi vantaggi che il cambio più favorevole dell’euro con il dollaro potrà apportare ai risultati del gruppo.
Lo stesso Carlo Bozotti, presidente e amministratore delegato del gruppo (in foto), ieri ha sottolineato i vantaggi di un dollaro più forte per una società che fattura nella valuta statunitense pur avendo gran parte della produzione in Europa: la corsa dell’euro sarebbero infatti costata circa 600 milioni di dollari fra il 2005 e i 2009 e dunque ora Bozotti calcola che ogni flessione di un punto percentuale dell’euro possa comportare un guadagno, a conto economico, di 10 milioni di euro a trimestre. Stm spera, insomma, di riprendersi quanto ha lasciato ai mercati valutari durante gli anni passati.
Continua a leggere: Stm punta sulla ripresa dei semiconduttori

Il signore dei chip ha inviato un poderoso segnale di fiducia alla borse. I risultati oltre le attese di Intel pubblicati ieri sera hanno infatti scaldato i listini tecnologici statunitensi contagiando rapidamente quelli asiatici e, stamane, quelli europei. Il sentiment positivo si è allargato agli altri comparti alimentando quell’ondata di acquisti che oggi fa sorridere le principali piazze finanziarie europee.
D’altra parte Intel, che da sola fornisce circa l’80% dei microprocessori presenti nei personal computer di tutto il mondo, ha svelato utili quasi quadruplicati a 2,4 miliardi di dollari in un solo trimestre e una crescita del 44% delle vendite che porta il giro d’affari d’inizio 2010 a circa 10,3 miliardi di dollari. I risultati battono le attese del mercato e analisti di tutto il mondo hanno usato aggettivi come “straordinarie” o “fenomenali” per le performance del gruppo. Qualcuno ha sottolineato che si tratta di un trimestre da record nella storia di Intel archiviato in un periodo di incerto consolidamento del mercato al termine di una crisi drammatica. In altre parole il futuro potrebbe portare risultati ancora più lusinghieri e intanto gli investitori brindano alla solida ripresa della domanda di tecnologia. Gli analisti, attenti alla solidità delle scorte sulle quali si sono concentrate le strategie anticrisi di molte aziende, affermano che gli attuali livelli di inventario sono affidabili e confermano una domanda sostenibile da parte del mercato. A breve sono attesi i risultati di colossi come Microsoft, Google e Ibm e i dati di Intel potrebbero annunciare una primavera all’insegna dell’ottimismo.
Il settore tecnologico invia però segnali positivi anche su questa sponda dell’Atlantico con i positivi risultati di Asml che si occupa di sistemi di litografia per l’industria dei semiconduttori e che nel primo trimestre del 2010 è tornata a un utile da 107,3 milioni di euro contro perdite da oltre 117 milioni registrate un anno fa. L’High Tech del Vecchio Continente già scaldato dalle news a stelle e strisce e dalle performance asiatiche di Samsung, Tokyo Electron e Taiwan Semiconductor non poteva che avvantaggiarsene ancora.
Stamane Stmicroelectronics mostra dunque i muscoli a Milano e registra un rialzo di oltre tre punti e mezzo a 7,78 euro. Il momento positivo del titolo potrebbe portare a nuovi test delle importanti resistenze di area 8,1 euro in attesa dei risultati del prossimo 22 aprile. Durante questa settimana però i risultati dei big della tecnologia statunitense continueranno a guidare gli orientamenti del mercato anche in Europa.
Stmicroelectronics, dopo un avvio di seduta incerto, approfitta della positiva intonazione dei mercati e si porta a quota 5,26 euro con un rialzo dell’1,35 per cento. I risultati semestrali del più grande costruttore europeo di microprocessori sono, però, risultati inferiori alle attese con una perdita netta di 318 milioni di dollari pari a circa 36 centesimi per azione: il consensus era fissato a 32 centesimi per azione e ieri le contrattazioni di Wall Street hanno portato il titolo a perdere l’1,44 per cento. Nelle ultime ore è stata inoltre annunciata un’alleanza con GlobalFoundries per la produzione di dispositivi wireless e portatili.
Questa prima metà del 2009 è stata importante per il colosso franco-italiano per diversi motivi. I ricavi trimestrali sono cresciuti fino a sfiorare i 2 miliardi di dollari con una performance del 20% sul dato del primo trimestre 2009. Le scorte di magazzino - la cui gestione è stata uno dei punti cardine delle manovre anticrisi del gruppo - sono state ridotte di 207 milioni di dollari e si sommano gli interventi del primo trimestre si arriva a un taglio dell’inventario da 391 milioni di dollari soltanto nella prima parte dell’anno.
La crescita sequenziale dei ricavi indica qualche timido segnale di ripresa che il gruppo è intenzionato a valorizzare al massimo, ma va ricordato che il saldo annuale rimane ancora molto negativo. A livello di ricavi si nota che il paragone tra il primo e il secondo trimestre dell’anno evidenzia una crescita della domanda in tutti i mercati e particolarmente in Cina e nell’Asia del Pacifico: il saldo annuale del trimestre (secondo trimestre 2009/secondo trimestre 2008) indica invece una perdita di fatturato in tutti i settori con l’eccezione delle telecomunicazioni.
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C’è attesa per il prossimo 29 aprile, quando Stmicroelectronics pubblicherà i dati del primo trimestre 2009 e farà il punto sulle proprie prospettive sul difficile mercato dell’hi tech in generale. Nessuna conference call, ma solo un comunicato stampa atteso da coloro che seguono la più grande casa di microchip europea. Il titolo della società oggi è stato fortemente influenzato dalla pubblicazione dei dati di Nokia, principale cliente di Stm. Il colosso finlandese ha praticamente azzerato gli utili trimestrali a 4 milioni di euro, ma ha comunque fornito risultati al di sopra delle attese. Soprattutto Nokia ha previsto i primi segnali di ripresa del comparto della telefonia a partire dal trimestre in corso: previsti in questi tre mesi volumi di vendita stabili o addirittura in lieve crescita dopo gli scivoloni dettati dalla crisi e dal calo della domanda.
Si tratta di una notizia assai importante per Stm che negli scorsi mesi ha creato una joint venture paritetica con Ericsson per lo sviluppo di prodotti per la telefonia (praticamente le due società producono tutti i chip dei telefonini e i dispositivi connessi fuorché le memorie). L’operazione è stata una delle più importanti realizzate dal colosso franco-italiano nell’ultimo anno almeno e mette su una società da circa 3,6 miliardi di dollari di ricavi annui nel 2008. In pratica il legame con Nokia e con la telefonia mobile si rafforza ulteriormente.
Il caso di Nokia non è però l’unico che ha smosso il settore: già ieri Intel aveva pubblicato i suoi dati sul primo quarto del 2009 e la più importante casa del chip per pc del mondo aveva dovuto archiviare il periodo con una flessione dei profitti del 55% a 647 milioni di dollari. I dati si sono mostrati però, anche in questo caso, migliori delle stime degli analisti sebbene le indicazioni sull’anno in corso si siano dimostrate poco precise.
D’altra parte il settore hi tech in generale e le case dell’hardware in particolare hanno subito pesanti contraccolpi da questa crisi e il calo della domanda globale di prodotti tecnologici ha inciso pesantemente sui risultati di tutte le società principali.
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Alcune società in questo periodo di crisi si mostrano attrezzate per l’emergenza e pronte a consolidare la propria posizione sui mercati internazionali. È questo il caso Eurotech che, dopo una serie di acquisizioni che le hanno permesso di raggiungere una certa massa critica e di classificarsi fra i primi dieci gruppi del proprio settore a livello mondiale, ha ancora le forze per guardarsi attorno.
La società di Amaro in provincia di Udine è d’altra parte una multinazionale di rango e ha come mercato di riferimento gli Stati Uniti (39% del fatturato), seguono il Giappone e la macroarea europea. Per un gruppo specializzato nel settore della tecnologia miniaturizzata è d’altra parte inevitabile confrontarsi con i mercati più importanti di questo comparto. Molte delle applicazioni sono rivolte alla difesa e la società spera di ricavare input importanti dall’incremento del budget per la Difesa Usa varato dall’Amministrazione Obama (+4%). Al riguardo fra le diverse attività hanno un certo peso quelle dei dispositivi di comunicazione fra veicoli e mezzi in condizioni estreme.
Eurotech, che ha visto i ricavi crescere del 20% circa da 76,5 a 91,7 milioni di euro nel 2008, probabilmente è destinata a consolidare la propria posizione di mercato anche quest’anno. Il bilancio invero si è chiuso l’anno scorso con una perdita d’esercizio in crescita da 4,9 a 12,7 milioni di euro, ma su questa compressione della marginalità hanno pesato fattori non ricorrenti come l’accorpamento dei marchi ADS e Arcom in Eurotech Inc.
Quest’operazione ha comportato la cancellazione dei due marchi (i gruppo aveva sondato il mercato scoprendo che il proprio marchio diretto lo rendeva sufficientemente riconoscibile) con conseguenti svalutazioni per circa 10,7 milioni di euro. Ciò ha comportato un maggiore peso dell’ebit (risultato operativo) che si attesta al -14,7% dei ricavi nel 2008 rispetto al -5,4% del 2007. È insomma interamente a questo livello del conto economico che si registra la compressione della redditività dell’azienda correlata, quindi, a operazioni straordinarie a fronte di un core business in crescita.
Continua a leggere: Eurotech: un business solido in periodo di crisi

Il settore tecnologico si dimostra ancora una volta redditizio e pericoloso insieme. Quando lo scorso 30 marzo Google è entrata nella classifica dei dieci titoli più capitalizzati d’America superando la General Electric in molti hanno affermato che quel sorpasso simbolico della tecnologia che lasciava indietro l’industria tradizionale poteva già rappresentare una nuova epoca sempre più vicina. Altri ricordavano invece la bolla della new economy.
Proprio Google (con un p/e intorno ai 20 è una delle società più care del Nasdaq in termini di multipli) era data per pronta alla conquista del portale di microblogging Twitter. Il fidanzamento non ufficiale, però, si è rotto presto. A Wall Street si è però sentito anche un altro litigio tecnologico: quello tra Sun Microsystem e Ibm che ha abbassato gradualmente la propria offerta da 9,55 a 9,40 dollari per ogni azione della casa del Java. A quel punto la Sun ha giudicato troppo bassa quest’offerta da 7 miliardi di dollari e ha chiuso le trattative con un “No, grazie”.
Il fallimento delle due nozze più gettonate del Nasdaq ha portato sui listini un cattivo sentiment togliendo improvvisamente appeal speculativo a questo comparto. In generale, però, il settore dell’hi tech, si tratti di hardware o di software, mostra diverse occasioni di investimento anche fra le società italiane, sebbene il comparto nel Bel Paese sia molto meno evoluto, ovviamente, che negli States.